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dai GIORNALI di OGGI

Summit delle Americhe, Chavez a Obama:

"Voglio essere tuo amico"

Al Summit delle Americhe in corso a Port of Spain,

a Trinidad & Tobago, primi segni di distensione fra gli Stati Uniti e paesi come Cuba e il Venezuela, che negli ultimi anni dell'amministrazione Bush avevano raffreddato i rapporti con Washington.

2009-04-18

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Dalessandro Giacomo

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L'ARGOMENTO DI OGGI

 

Dal sito del il SOLE 24 ORE

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2009-04-18

CORRIERE della SERA

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2009-04-19

IL SUMMIT DELLE AMERICHE SI CHIUDE SENZA DOCUMENTO FINALE DI CONSENSO

"Embargo contro Cuba non finirà presto"

Larry Summers, consigliere economico di Obama: "Dipende cosa fa e come vuole proseguire nel cammino"

WASHINGTON - La fine dell'embargo americano contro Cuba "è lontana sulla strada", non è un evento che possa avvenire dall'oggi al domani e dipenderà molto dall'atteggiamento del regime di L'Avana: lo ha detto Larry Summers, principale consigliere economico alla Casa Bianca del presidente Obama. Le aperture di Washington a Cuba negli ultimi giorni, in occasione del Vertice delle Americhe a cui partecipa Obama, hanno fatto parlare di una possibile revoca dell'embargo contro l'isola caraibica. Summers, presidente del National Economic Council alla Casa Bianca, in un'intervista domenicale alla Nbc ha esortato a non pensare che si tratti di qualcosa di imminente: "Dipenderà da cosa fa Cuba e da come Cuba intende proseguire nel cammino".

SUMMIT CHIUSO SENZA ACCORDO - Il summit delle Americhe si è concluso a Port of Spain (capitale di Trinidad e Tobago) senza un consenso fra i 34 paesi sulla dichiarazione finale. Lo ha annunciato alla stampa il primo ministro di Trinidad e Tobago Patrick Manning.

19 aprile 2009

 

 

 

 

"Finita la stagione del dialogo

tra sordi All'Avana si spera"

Leonardo Padura Fuentes

Buone notizie per il Conde: ci sono concrete speranze che per l'ex poliziotto ora venditore di libri usati in un futuro prossimo diventi meno complicato mangiare a pranzo e poi anche a cena. Con la cautela e il disincanto di un intellettuale che vive a Cuba, Leonardo Padura Fuentes, creatore del Conde e delle sue inchieste (tutte pubblicate in Italia da Marco Tropea), immagina che alla fine l'allentamento della tensione (e in prospettiva dell'embargo) porti un cambiamento positivo nella vita quotidiana dei suoi connazionali. Per una volta si può essere ottimisti: "Sono fiducioso", addirittura. Perché, dice, dopo decenni di "dialogo tra sordi", ora "Cuba e Stati Uniti cominciano ad ascoltarsi: e questo dà alla gente dell'isola la speranza che si normalizzi una situazione molto pesante...".

Il presidente Usa Barack Obama ha detto di voler cercare "un nuovo inzio" con L'Avana. "L'importante è che sia realista: non pretendere dal governo cubano ciò che il governo cubano si sa che non concederà. Non porre condizioni, altrimenti si rischia di tornare indietro". In effetti la Casa Bianca ha già annunciato di voler affrontare "un'ampia gamma di temi: dai diritti umani alla libertà di espressione, le riforme democratiche, la droga e le questioni economiche"... "Possono essere infinite le questioni che il governo cubano non è disposto ad accettare. Del resto L'Avana non pretende da Obama dei cambiamenti nella politica interna Usa. Il primo punto che Raúl Castro ha messo in chiaro è che bisogna rispettare la sovranità e i diritti di entrambe le parti per poter cominciare a costruire questo avvicinamento" Obama sembra aver già fatto un passo concreto, con l'annullamento delle restrizioni sui trasferimento di denaro e sulle visite ai parenti dei cubani emigrati negli Usa. "Un passo importante, ma in termini pratici molto piccolo: neanche arriva al tipo di relazioni dei tempi del presidente Clinton, quando c'era scambio accademico, culturale, sportivo... Siamo ancora al momento delle parole, seppur espressione di una volontà nuova di avvicinamento: ora, però, devono rivestirsi di realismo, da entrambe le parti".

Da parte di Cuba, che cosa potrebbe fare Raúl Castro per mostrare volontà concreta di disgelo? "È un problema più complicato: sono gli Stati Uniti ad avere imposto l'embargo a Cuba, con la condanna dell'Onu. E ad aver sostenuto contro Cuba azioni violente, dalla Baia dei Porci in poi. L'Avana non deve dimostrare nulla. Certo, il governo Castro, indipendentemente dagli Usa, dovrà fare cambiamenti economici e sociali. C'è un fenomeno che mi preoccupa molto: l'emigrazione dei giovani professionisti. Il futuro scientifico e culturale del Paese se ne sta andando e bisogna evitare che questo dissanguamento continui. Altro esempio, la costruzione di case: nell'isola si calcola che manchi mezzo milione di alloggi" Cambiamenti, ma sempre all'interno del modello socialista? "Per il momento, credo di sì. Così come Obama sta facendo modifiche nel contesto del capitalismo..."

La normalizzazione col Nord, e dunque la fine dell'embargo, darebbe impulso al cambiamento a Cuba? "La fine dell'embargo è qualcosa che deve accadere: sarebbe salutare per il mondo intero. È una questione che porta 40 anni di ritardo. Se si risolvesse, si potrebbe passare oltre ed entrare in altre discussioni. Certo, è l'elemento che più può favorire l'introduzione di cambiamenti economici a Cuba, perché produrrebbe un movimento nell'isola, non so se a lungo termine positivo o negativo, ma ad ogni modo un cambiamento. L'apertura di Cuba al turismo nordamericano, in particolare, avrebbe effetti sull'economia domestica, sulla vita quotidiana della gente. Durante l'Amministrazione Bush tutto quello che si è fatto per danneggiare il governo cubano alla fine l'ha rafforzato e a essere danneggiata è stata la gente comune. Personalmente ho fiducia che Obama abbia la chiarezza politica e mentale per superare i pregiudizi nordamericani". Gli sarà utile "Le vene aperte dell'America Latina", il libro che gli ha regalato Chávez? "Un libro è un buon regalo. Questo testo di Eduardo Galeano, poi, è un magnifico regalo. Chiunque lo legga può imparare molte cose della storia latinoamericana, ciò che ha significato il meticciato culturale, l'imposizione di una religione, il costante dissanguamento economico. Fondamentale".

Alessandra Coppola

19 aprile 2009

 

 

 

 

Hillary, i mea culpa e Fonzie-Barack

La lezione di "Happy Days"

Se fossero vivi i vecchi maschi bianchi che hanno fatto la politica del contenimento e la guerra fredda, correrebbero a farsi un triplo scotch. Quando li ascoltano quelli soprannominati Ugly Americans (dal titolo di un bestseller del 1958), i "brutti americani" isolazionisti-imperialisti, fanno battute politicamente scorrette. Ma quando li vedono i loro elettori, in genere più giovani, magari inclini a collegare la linea del "soft power" (influenza culturale globale e morbida degli Usa) e dello "smart power" (astute e amichevoli trattative) in politica estera ai referenti televisivi condivisi, forse gli viene in mente Happy Days. Non perché questi siano giorni felici, anzi. Perché quando Barack Obama (ganzissimo, certo non Wasp) e Hillary Clinton (donna del Midwest, matura) girano il mondo per visite ufficiali e/o vertici, a volte paiono una versione istituzionale di Fonzie e Marion Cunningham. The Fonz dice frasi significative e seduce con la sola presenza; Marion (la mamma di Rickie) cerca di rimediare ai guai combinati dalla sua famiglia; e si scusa.

Si è scusata l'altro ieri con i cubani, perché "la politica americana nei confronti di Cuba è fallita". Si era scusata in Cina, dichiarando che gli Stati Uniti devono riconoscere le loro responsabilità come principale produttore di gas serra. Si era scusata in Indonesia, dicendo che le sanzioni contro la Birmania appoggiate dagli americani non hanno funzionato. Si era scusata in Messico, ammettendo che la richiesta di droghe dagli Usa ha prodotto un boom del narcotraffico nell'America centromeridionale. Si era scusata in Medio Oriente, sostenendo che ostracizzare l'Iran non è servito a bloccare i suoi piani nucleari. L'Hillary apologetica sembra funzionare. "In molti Paesi si leggeva ieri sul New York Times le sue dichiarazioni hanno suscitato un palpabile senso di sollievo. (Clinton) ha segnalato che la spinta dell'amministrazione Obama verso relazioni più cordiali con i vecchi nemici è solo all'inizio". In realtà, in parte, era prevedibile, con una Casa Bianca democratica. Casomai, è il ruolo di Hillary come presentatrice ufficiale di scuse che stupisce, se non diverte, qualcuno.

L'ex candidata-Robocop si è trasformata in uno dei ministri degli Esteri più disponibili del pianeta. Addirittura, quando è andata in Corea e in Cina, l'hanno accusata di comportarsi da femminuccia, di fare troppo la simpaticona, di sfruttare il suo status di celebrità incoraggiando domande su marito, figlia, e frivolezze. Poi si è cominciato a pensare che fosse una strategia concordata. Di un coppia all-american ma anomala. Il nero Obama che apre ma non rivanga il passato (The Fonz, è noto, non si scusa mai); e Hillary che si occupa del revisionismo post-imperialista con piglio neo-femminile. Al venezuelano Hugo Chávez, per dire, ha suggerito: "Accantoniamo l'ideologia; that's so yesterday". E' così fuori moda; l'avrebbe detto anche Marion per sdrammatizzare un pasticcio politico-petrolifero, fosse diventata segretario di Stato, chissà.

19 aprile 2009

 

 

Il Vertice delle Americhe a trinidad e tobago

Obama: "Un nuovo inizio con Cuba"

Sorrisi e stretta di mano con Chavez

Il presidente Usa agli altri leader americani: "Ma non sono soltanto gli Stati Uniti a dover cambiare"

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NOTIZIE CORRELATE

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VIDEO

PORT OF SPAIN (Trinidad & Tobago) - Con Cuba gli Stati Uniti puntano a "un nuovo inizio". Il presidente americano Barack Obama, ha apert così, confermando anche nel Nuovo continente la politica della "mano tesa", il quinto vertice delle Americhe aperto nel fine settimana a Trinidad & Tobago, alla presenza di 33 leader del continente, tra i quali non figurava il presidente cubano, Raul Castro, non invitato (come di consuetudine) a questo tipo di summit. Obama ha avuto parole distensive nei confronti del regime nemico storico degli Stati Uniti e ha scambiato una vigorosa stretta di mano, con tanto di sorrisi, con un altro leader che ha sovente attaccato il governo e le politiche di Washington: il presidente venezuelano Hugo Chavez.

AMICIZIA - Chavez si è rivolto al presidente Usa sottolineando: "voglio essere tuo amico". Nel suo intervento Obama ha poi scherzato con un altro avversario di Washington, il capo dello stato nicaraguense Daniel Ortega, che aveva parlato poco prima di lui: "La ringrazio per non avermi incolpato" di fatti, quali appunto alcuni eventi della storia cubana, "avvenuti quando avevo tre mesi di età".

CUBA - Nell'auspicare un contatto diretto con L'Avana, Obama ha rinnovato l'invito al governo di Castro a compiere dei "passi" in avanti, ribadendo la disponibilità della Casa Bianca ad impegnarsi con il governo cubano "su una serie di questioni". Obama ha anche chiesto ai leader latinoamericani presenti - dal brasiliano Lula, al messicano Felipe Calderon e lo stesso venezuelano Hugo Chavez - di non incolpare gli Usa "per ogni problema sorto nell'emisfero". Non sono solo gli Stati Uniti "a dover cambiare, tutti noi abbiamo delle responsabilità rispetto al futuro", ha osservato Obama. Ma il tema chiave del discorso di Obama, e dell'intero 'summit' americano, è proprio il nodo Cuba, anche perchè da più parti nelle ultime ore è stata chiesta la fine dell'embargo commerciale Usa, tema che con ogni probabilità sarà al centro degli interventi e contatti di questi giorni. "Sono pronto al coinvolgimento della mia amministrazione con il governo cubano su un ampio spettro di questioni, i diritti umani, la libertà d'espressione e la riforma democratica", ha detto Obama in uno dei passaggi centrali del suo intervento, ricordando anche i "problemi della droga, l'immigrazione e gli affari economici. Lasciatemi essere chiaro, non sono interessato a parlare per il gusto di parlare. Credo davvero che possiamo portare le relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti in una nuova direzione".

DISTENSIONE - Lunedì la Casa Bianca ha annunciato la revoca di una serie di restrizioni con L'Avana (sul fronte dei viaggi dei cubanoamericani e delle rimesse), mentre venerdì in Messico lo stesso Obama aveva chiesto "un gesto" a Raul Castro, che poche ore dopo ha in effetti replicato: "Siamo pronti a parlare su tutto, anche sui prigionieri politici ed i diritti umani".

18 aprile 2009

REPUBBLICA

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2009-04-19

Chiuso il vertice delle Americhe. Lula: "Nel continente non c'è spazio per l'isolamento"

Chavez scherza: il prossimo incontro si farà all'Avana". Gli Usa: "Trasparenza sui paradisi fiscali"

Obama conquista il Sudamerica

I leader: "Ora via l'embargo a Cuba"

Summers: "La cancellazione del blocco non è decisione di domani, dipende dall'Avana"

Obama conquista il Sudamerica I leader: "Ora via l'embargo a Cuba"

Il gesto galante di Obama con la presidente cilena Michelle Bachelet

PORT OF SPAIN - "Per il prossimo vertice vi

propongo una marachella: perché non lo facciamo a L'Avana?". Scherzava, il presidente venezuelano Hugo Chavez nel corso della riunione tra Barack Obama e gli altri 11 capi di Stato dell'Unasur, e ha suscitato una risata generale. Ma lo scherzo nasconde il punto sostanziale che ha dominato il vertice delle Americhe di Trinidad, dove il presidente democratico Barack Obama ha fatto il suo debutto nell'altra metà dell'America conquistando di fatto la stima e la fiducia di gran parte degli undici leader latinoamericani. Tutti hanno battuto sul punto che il prossimo passo atteso dagli Stati Uniti è la cancellazione dell'embargo a Cuba.

"Le relazioni con Cuba - ha detto chiaramente il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva - saranno un segno importante della volontà degli Usa di relazionarsi alla regione. Nel nostro continente non c'è posto per le politiche di isolamento".

Ma la fine dell'embargo economico contro Cuba è ancora lontana, ha commentato più tardi in un'intervista a Nbc il consigliere economico di Barack Obama, Larry Summers. Nonostante i segnali di disgelo degli ultimi giorni quindi "c'è ancora moltra strada da fare" per arrivare alla revoca delle sanzioni imposte dagli Usa all'isola caraibica nel 1962 e "tutto dipende da quello che Cuba ha fatto e da quello che farà".

Nell'incontro con i giornalisti a chiusura del vertice, Chavez ha sottolineato seriamente che il presidente Usa "è una persona intelligente" e che si propone di diventare "un suo amico". A suo modo storico è stato il gesto dell'apertura del vertice, quella stretta di mano tra Chavez e Obama che ha segnato la chiusura della stagione di rapporti tesi dell'epoca Bush. Quattro anni fa, in Argentina, il vertice delle Americhe fu dominato da tutt'altro tono, con l'aperta contestazione di Chavez contro le politiche "imperialiste" di George W. Bush. Il presidente venezuelano ha anche assicurato di non avere "alcun dubbio", sulla possibilità che migliorino i rapporti tra i Paesi della regione.

Gli ha fatto eco la presidente cilena Michelle Bachelet, che ha definito il dialogo "molto franco" e ha detto che lei ed i suoi colleghi, dopo il discorso di Obama, hanno accettato il suo proposito di "promuovere rapporti di rispetto mutuo e di costruire un'agenda concreta, che permetta di soddisfare le nostre necessità". Dal canto suo, il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim ha sottolineato che "il grande test era il tema Cuba" e che, a suo avviso, "è stato fatto un piccolo passo avanti nella giusta direzione" e che, ora, "dovrebbe arrivare il momento del dialogo diretto".

Sul tavolo della discussione di Port of Spain c'era anche la questione dei paradisi fiscali, che si trovano in quantità nell'area latinoamericana. Obama ha esortato ad una maggiore trasparenza i paradisi dell'area dei Caraibi pur riconoscendo che per cambiare le cose ci vorrà del tempo. Larry Summers, il consigliere economico della Casa Bianca, ha detto che il tema affrontato al recente G20 di Londra è stato affrontato anche al Vertice delle Americhe. "Alcuni paesi che hanno tratto notevoli vantaggi da questo loro status hanno evidenziato come l'afflusso di capitali fosse importante per la loro economia", ha detto Summers. "Il presidente comprende benissimo questa situazione e si è detto disponibile a lavorare a meccanismi di transizione - ha aggiunto - ma ha detto anche che questioni come quella dell'evasione fiscale e del segreto bancario devono essere affrontate e risolte per dar vita a un sistema economico e finanziario globale come quello che lui vorrebbe instaurare".

(19 aprile 2009)

 

 

 

 

 

Oggi il vertice delle Americhe. Hillary: la nostra una politica fallimentare

I rapporti tra gli Stati Uniti e lo storico avversario saranno al centro del summit

Raul tende la mano a Obama

"Cuba pronta a trattare su tutto"

dal nostro inviato ALBERTO FLORES D'ARCAIS

Raul tende la mano a Obama "Cuba pronta a trattare su tutto"

La storica stretta di mano tra Obama e Chavez

NEW YORK - Raul Castro apre all'America - "siamo disposti a parlare su tutto, anche sui diritti umani" - e Barack Obama risponde positivamente: "Gli Stati Uniti

cercano un nuovo inizio con Cuba". A Port of Spain, la capitale di Trinidad&Tobago dove si svolge il vertice delle Americhe, tutti gli occhi erano puntati sul presidente americano, dopo che Cuba - che al vertice non è stata invitata - era diventata il convitato di pietra del summit.

L'assente Raul si era guadaganto il palcoscenico parlando da Cumana, cittadina costiera del Venezuela (il paese dell'amico Chavez) che si trova a poche decine di miglia da Trinidad, dove si era recato proprio per fare sentire il fiato sul collo ai capi di Stato latino-americani. "Abbiamo mandato a dire al governo nordamericano, in privato e in pubblico, che quando loro vorranno potremo discutere tutto: diritti umani, libertà di stampa, prigionieri politici, qualunque cosa, qualunque cosa di cui vogliano parlare".

Una risposta alle dichiarazioni che Obama aveva fatto giovedì in Messico ("prima di prendere nuove misure vediamo se anche Cuba è pronta a cambiare") manifestando qualche dubbio sulla possibilità che ciò possa avvenire: "non ci aspettiamo da parte loro che cambino dall'oggi al domani, non sarebbe realistico".

Colta di sorpresa dal colpo di scena di Raul, la Casa Bianca aveva affidato una pronta (e positiva) risposta ad Hillary Clinton che aveva "accolto positivamente" le parole del "sub lìder maximo": "Abbiamo visto i commenti del presidente Raul Castro e salutiamo le sue dichiarazioni e l'apertura che rappresentano. Stiamo studiando molto seriamente quella che sarà la nostra risposta".

Al suo arrivo Obama non ha evitato l'argomento e nel suo discorso di saluto ha confermato la disponibilità della Casa Bianca ad impegnarsi "su una serie di questioni", invitando Cuba a "passi reciproci". "So che è necessario intraprendere un viaggio più lungo dopo decenni di sfiducia, ma vi sono alcuni passi chiave che possiamo fare verso un nuovo giorno. Lasciatemi essere chiaro: non sono interessato a parlare per il gusto di parlare, credo davvero che possiamo portare le relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti in una nuova direzione".

Non sarà facile. I fratelli Castro (Fidel ha una sorta di tutela "ideologica" nei confronti di Raul) sanno che Obama alla Casa Bianca può rappresentare lo "sdoganamento" di Cuba con il "comunismo caraibico" ancora in vita, un risultato che sarebbe propagandato (in questo caso con una certa ragione) come una vittoria del David latino-americano contro il Golia imperialista dopo cinquant'anni di "guerra fredda" e di embargo. In cambio devono cedere sul terreno delle libertà fondamentali (diritti umani, stampa, prigionieri politici) dando una sterzata che potrebbe compromettere l'esistenza stessa dell'attuale regime. Ma il fatto stesso che Raul abbia nominato i "prigionieri politici" (Cuba non ha mai ammesso di averne) è un segnale più che incoraggiante.

Al centro del "dialogo" resta aperta la questione decisiva per i cubani, quella dell'embargo. Hillary Clinton ha ripetuto ieri - come aveva fatto anche Obama - le parole pronunciate ad inizio anno dal senatore repubblicano Richard Lugar ("dopo cinquanta anni possiamo dire che l'embargo è stato un fallimento") e ha detto che "noi continuiamo a cercare strade più produttive da seguire perché per il presidente Obama, per me e per la nostra amministrazione l'attuale politica su Cuba è fallimentare".

A Port of Spain Obama non avrà colloqui diretti cin Chavez ma al presidente venezuelano ha stretto la mano. Altri leader latino-americani si faranno carico di portare sul tavolo il dossier su Cuba. A cominciare dai due colossi del Cono Sud, l'Argentina di Cristina Kirchner ("l'embargo contro Cuba é anacronistico") e il Brasile di Lula. Mentre Venezuela, Nicaragua, Bolivia e Honduras intendono bloccare la dichiarazione finale del vertice: "Non dà risposte alla crisi globale ed esclude Cuba", ha detto Chavez.

(18 aprile 2009)

 

L'UNITA'

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2009-04-18

 

 

 

 

 

il SOLE 24 ORE

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2009-04-18

Summit delle Americhe, Chavez a Obama: "Voglio essere tuo amico"

18 aprile 2009

 

Al Summit delle Americhe in corso a Port of Spain, a Trinidad & Tobago, primi segni di distensione fra gli Stati Uniti e paesi come Cuba e il Venezuela, che negli ultimi anni dell'amministrazione Bush avevano raffreddato i rapporti con Washington.

 

Nonostante l'isola caribica sia esclusa dal Summit, che comprende i 34 membri dell'Organizzazione degli Stati delle Americhe (Oas), il presidente americano Barack Obama ha detto che gli Stati Uniti cercano un "nuovo inizio" con Cuba e una "partnership da pari a pari" con tutte le nazioni delle Americhe nonostante decenni di diffidenza reciproca. "So che dovrà essere percorso un lungo viaggio per superare decenni di diffidenza ma ci sono importanti passi che possiamo fare insieme verso un nuovo giorno", ha detto Obama.

Lunedì Obama aveva fatto un primo passo in avanti nell'allentare le tensioni con Cuba, alleggerendo alcune restrizioni di natura finanziaria e sui viaggi verso il paese, imposte sugli abitanti originari dell'isola che vivono negli Stati Uniti. Il fratello di Fidel Castro giovedì si era detto disposto ad aprire un dialogo con Washington purché su un piano paritario. Raul Castro, alla guida dell'isola caraibica dal luglio del 2006 a causa delle precarie condizioni di salute del Lider maximo, è pronto a parlare di "tutto", compresi i diritti umani, la questione dei prigioni politici e la libertà di stampa.

Venerdì, infine, il Segretario di Stato Hillary Clinton, in visita nella Repubblica Dominicana, ha espresso apprezzamento per le aperture del presidente cubano Raul Castro e ha affermato che la politica seguita fino ad oggi dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba "è stata un fallimento".

Anche con il presidene venezuelano Hugo Chavez c'è stato un importante segno di distensione. Nel salone Jade dell'hotel Park Hyatt Regency della città, prima dell'apertura dei lavori del summit, Obama si è avvicinato a Chavez per presentarsi. "Ci siamo stretti la mano come si fa tra signori, no? - ha commentato il presidente del Venezuela - Apprezzo il gesto di avvicinarsi direttamente, un gesto di grande delicatezza che certo non potevo respingere", ha aggiunto Chavez, definendo Obama "un uomo intelligente" e sottolineando l'importanza delle parole pronunciate dal leader della Casa Bianca su un avvicinamento all'America Latina.

"Ho approfittato dell'occasione - ha poi commentato Chavez - e gli ho detto la stessa cosa che dissi otto anni fa a George Bush stringendo anche a lui la mano sempre in occasione di un vertice delle Americhe: "I want to be your friend. Credo che si sia trattato di un bel momento".

18 aprile 2009

 

 

 

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