S. Messa Quotidiana Registrata a Cristo Re Martina F. Mese di Dicembre 2010 Pubblicata anche su YOUTUBE http://www.youtube.com/user/dalessandrogiacomo Vedi e Ascolta cliccando sul giorno Me 01. Gv02. Ve03. Sa04. Do05. Lu06. Ma07. Me08. Gv09. Ve10. Sa11. Do12. Lu13. Ma14. Me15. Gv16. Ve17. Sa18. Do19. Lu20. Ma21. Me22. Gv23. Ve24. Sa25. Do26. Lu27. Ma28. Me29. Gv30. Ve31. Mese di Novembre Lu 01. Ma02. Me03. Gv04. Ve05. Sa06. Do07. Lu08. Ma09. Me10. Gv11. Ve12. Sa13. Do14. Lu15. Ma16. Me17. Gv18. Ve19. Sa20. Do21. Lu22. Ma23. Me24. Gv25. Ve26. Sa27. Do28. Lu29. Ma30. Ottobre 2010 Ve01. Sa02. Do03. Lu04. Ma05. Me06. Gv07. Ve08. Sa09. Do10. Lu11. Ma12. Me13. Gv14. Ve15. Sa16. DO17. Lu18. Ma19. Me20. Gi21. Ve22. Sa23. Do24. Lu25. Ma26. Me27. Gv28. Ve29. Sa30. Do31. Settembre 2010 Me 01. Gi02. Ve03. Sa04. Do05. Lu06. Ma07. Me08. Gv09. Ve10. Sa11. Do12. Lu13. Ma14. Me15. Gv16. Ve17. Sa18. Do19. Lu20. Ma21. Me22. Gv23. Ve24. Sa25. Do26. Lu27. Ma28. Me29. Gv30. http://www.parrocchie.it/ martinafranca/cristore.it

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Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi - dal 2010-04-30 ad oggi 2010-05-05 Sintesi (Più sotto trovate gli articoli)

04 maggio 2010 Tecnologia e incentivi per il solare made in Italy

Tecnologia e incentivi per il solare made in Italy

Dieci padiglioni e 1.250 espositori sono i numeri della rassegna

Forse bastano solo un paio di numeri per capire quanto interesse si stia coagulando attorno al tema delle energie rinnovabili e delle loro applicazioni. Sono i numeri di Solarexpo, la mostra-convegno internazionale che apre i battenti domani nel quartiere fieristico di Verona.

Solo nel 2007 l'iniziativa non occupava più di tre padiglioni ed ospitava 572 espositori: quest'anno i padiglioni aperti sono 10 e gli espositori sono 1.250, per oltre il 40% provenienti dall'estero. Tanta

ST

DG

Studio Tecnico

Dalessandro Giacomo

41° Anniversario - SUPPORTO ENGINEERING-ONLINE

Saglia: taglio del 20% per il conto energia

Si cerca di evitare il rischio che la corsa alle produzioni rinnovabili – aiutata dagli incentivi appetitosi – possa distorcere il mercato (si veda Il Sole 24 Ore del 1° maggio).

Per il 55 per cento un successo solare

03 maggio 2010 Per il 55 per cento un successo solare

Il signor Rossi non esiste. Se esistesse, però, sarebbe proprietario di una villetta in Brianza, costruita tra gli anni 60 e i primi anni 80. Una casa di circa 160 metri quadrati, con il riscaldamento a metano e le finestre nuove di zecca: vetri ad alta efficienza installati grazie alla detrazione fiscale del 55% sul risparmio energetico.

1 Maggio 2010 Il fotovoltaico a rischio bolla Business fotovoltaico a rischio Eco-investimenti per 6,5 mld Fondi per le imprese dell'atomo

Galli (Confindustria): "Il nucleare può essere un driver di crescita e occupazione" Mercato elettrico, Confindustria: "Nel dl anticrisi solo vantaggi"

Solare: a Montalto di Castro la centrale più grande Quanto piacciono le fonti rinnovabili di energia.

Internet, l'informatore, ll Giornalista, la stampa, la TV, la Radio, devono innanzi tutto informare correttamente sul Pensiero dell'Intervistato, Avvenimento, Fatto, pena la decadenza dal Diritto e Libertà di Testimoniare.. Poi si deve esprimere separatamente e distintamente il proprio personale giudizio..

 

Il Mio Pensiero (Vedi il "Libro dei Miei Pensieri"html PDF ):

…..

Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi - dal 2010-04-30 ad oggi 2010-05-05

AVVENIRE

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http://www.avvenire.it

2010-05-05

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CORRIERE della SERA

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http://www.corriere.it

2010-05-02

 

 

 

 

 

 

REPUBBLICA

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http://www.repubblica.it/

2010-05-02

 

 

 

 

 

L'UNITA'

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http://www.unita.it

2010-05-02

il SOLE 24 ORE

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2010-05-05

L'energia pulita sotto i riflettori scommette sulla ricerca

di Luca Salvioli

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Foto Imaginechina

Verona, in questi giorni, è il centro del mondo dell'energia pulita. Il Solarexpo ha aperto oggi i battenti con 10 padiglioni, 1.250 espostitori (il 40% stranieri) e 70mila espositori previsti. Numeri che dimostrano il crescente interesse per una materia fino a pochi anni fa confinata nei circoli intellettuali che oggi attira ricercatori universitari, venture capital, grosse imprese, studenti o semplicemente curiosi.

Secondo l'ultimo report di Ren 21, forum globale dedicato alle energie rinnovabili, nel 2008 la potenza installata è cresciuta del 70% per il fotovoltaico, del 29% per l'eolico, del 15% per il solare termico. La produzione di etanolo e biodiesel è salita del 34%, mentre salgono biomasse, geotermico e mini idroelettrico. Complessivamente le rinnovabili non arrivano al 20% dei consumi finali, target europeo entro il 2020. Sui margini di crescita è nato un ecosistema, ancora molto giovane, spinto dall'esigenza di trovare un sistema energetico con meno emissioni di CO2, maggiore sicurezza nell'approvvigionamento e minore dipendenza dalle fonti fossili. Ci sono giovani start up innovative, centri di ricerca, aziende diventate grandi come la cinese Suntech, leader mondiale nel fotovoltaico, o la californiana First solar. Grossi investimenti, sulle tecnologie di produzione e sull'intelligenza delle reti, anche per le utilities. Enel green power ha un piano, in Italia e all'estero, da 3,7 miliardi di euro entro il 2013.

L'Italia, nel fotovoltaico, è in prima fila. Grazie a incentivi molto generosi, che presto verranno ridotti, siamo vicini a 1200 MW installati che, secondo quanto illustrato a Verona dal Gse, a fine 2010 potrebbero diventare 2.500. Non solo, nel nostro paese potrebbe presto essere raggiunto il punto di equilibro tra i costi del kw fotovoltaico e la bolletta tradizionale (la grid parity). "Certamente non c'è una data precisa, ma un processo in corso che subirà accelerazioni e frenate - spiega Luca Zingale, direttore scientifico di Solarexpo in un articolo che verrà pubblicato insieme a diversi approfondamenti sulle prosopettive della ricerca su Nova24 in edicola giovedì 6 maggio - l'Italia vivrà una svolta epocale dalla prima fila, ovvero il passaggio in una nuova era geologica per le rinnovabili, oltre gli incentivi".

Secondo un report dell'Agenzia internazionale dell'energia (Iea) anticipato al Solarexpo da Paolo Frankl, direttore della divisione energie rinnovabili, entro il 2050 il fotovoltaico potrebbe rappresentare l'11% della produzione energetica (oggi è sotto l'1%). Contando anche il solare termodinamico potrebbe arrivare al 20%. Stime futuristiche, quello che è certo - diverse previsioni della Iea lo dicono - è che nel futuro il mix di nucleare di nuova generazione ed energie rinnovabili avrà un ruolo crescente. I tempi sono invece difficili da prevedere. Per quanto il paragone sia suggestivo le rinnovabili non hanno la rapidità di sviluppo dell'informatica negli ultimi decenni.

"Il petrolio un giorno finirà: non presto ma in circa 100 anni gli idrocarburi non giocheranno più lo stesso ruolo nella nostra vita" ha evidenziato ieri l'amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, inaugurando insieme al Massachussets institute of technology (Mit) il Solar frontiers center che promuove la ricerca sulle tecnologie solari avanzate. Proprio sulla ricerca si gioca la partita della maturità per le fonti rinnovabili.

Saglia: taglio del 20% per il conto energia

Asp: "Il paradigma della crescita non supererà il picco del petrolio"

Il petrolio ha 150 anni e qualche ruga

Contro il collasso energetico il Cnr guarda alla fusione nucleare

Fotovoltaico, quanto costa la bolletta domestica del sole?

Videoforum/ Il fotovoltaico alla prova competitività

 

 

 

 

Saglia: taglio del 20% per il conto energia

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04 maggio 2010

Si cerca di evitare il rischio che la corsa alle produzioni rinnovabili – aiutata dagli incentivi appetitosi – possa distorcere il mercato (si veda Il Sole 24 Ore del 1° maggio). Uno strumento per contenere quella speculazione che mette a rischio i molti investimenti seri sarà una rimodulazione equilibrata dei sussidi. E difatti le tariffe del nuovo conto energia saranno ridotte sulla base dei costi dei moduli fotovoltaici, ma il sistema incentivante resterà tra i più generosi al mondo. Lo ha detto ieri Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico, durante l'Italian Pv summit in corso a Verona. "È intenzione del governo far approvare entro la prossima riunione della Conferenza Stato-Regioni le linee guida per la realizzazione degli impianti alimentati a fonti rinnovabili e il nuovo conto energia fotovoltaico in modo da dare certezza a tutto il settore". Quindi i due provvedimenti dovrebbero essere approvati per fine maggio o al più tardi entro la metà di giugno.

Secondo Roberto Longo, presidente dell'Aper (l'associazione dei produttori da fonti rinnovabili) "il settore è una realtà industriale che sta crescendo nel mondo e in Italia. Il modo migliore per evitare la speculazione è fare un normativa chiara, trasparente, stabile nel tempo che tolga quell'opacità che dà spazio alle distorsioni".

Conferma Saglia che "il governo intende confermare il suo impegno per lo sviluppo del fotovoltaico in Italia nella speranza che anche da noi si possano creare occasioni di investimento, occupazione e di sviluppo di una filiera nazionale, anche se gli investimenti stranieri sono certamente benvenuti". Il nuovo conto energia dovrebbe prevedere dal 1° gennaio 2011 una riduzione delle tariffe in linea con il calo del costo dei pannelli, cioè intorno al 20%. Tuttavia il taglio degli incentivi sarà molto meno severo per gli impianti domestici di piccola taglia. "L'impegno economico totale del governo per le rinnovabili nei prossimi anni - ha concluso il sottosegretario - è di circa 13 miliardi di euro".

Gli investitori non mancano. Tra i progetti seri che si scontrano con la pazzia di migliaia di progetti farlocchi c'è per esempio la notizia, annunciata ieri dall'Enel Green Power, dell'acquisizione del 51% di un impianto eolico da 20 megawatt in costruzione nel Trapanese, mentre la svizzera Repower ha deciso di raddoppiare la produzione di energia eolica in Italia rilevando da Maestrale Green Energy (Theolia) il 39% del nuovo parco eolico Giunchetto in provincia di Enna. Repower ottiene inoltre l'opzione per l'acquisto fra due anni anche del rimanente 61% dell'impianto. (J. G.)

04 maggio 2010

 

 

 

"Il paradigma della crescita non supererà il picco del petrolio"

di Luca Salvioli

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3 settembre 2009

Il "peak oil", momento di massima produzione di petrolio oltre il quale inizia una inesorabile discesa, è un fantasma di cui si discetta da decenni. Già negli anni Cinquanta il geofisico americano Marion King Hubbert allarmò i petrolieri paventando il raggiungimento del picco, sul continente statunitense, negli anni Settanta. Hubbert indovinò e divenne un punto di riferimento. Vent'anni dopo le grandi crisi petrolifere, Colin Campbell riprese in mano i suoi studi diventando uno dei massimi esperti internazionali. Nel 2001, mettendo insieme diversi scienziati e contributi, fondò Aspo, acronimo di Association for the study of peak oil.

A oltre cinquant'anni dalle prime previsioni di Hubbert il mondo si interroga davvero su come andare oltre quel barile di oro nero che ne accompagna lo sviluppo da 150 anni. Luca Pardi, vicepresidente di Aspo Italia e primo ricercatore dell'Istituto per i processi chimico-fisici del Cnr, prende spunto dall'intervista rilasciata al Sole24ore.com da Claudio Bertoli, direttore del Dipartimento Energia e Trasporti del Cnr, in cui veniva previsto il collasso energetico per il 2065 e il picco del petrolio per il 2030. Pardi contesta sia le previsioni temporali che l'analisi delle soluzioni (il Cnr indicava nella fusione nucleare la maggiore promessa, ndr). "Il metabolismo socio-economico del pianeta dipende dal petrolio - spiega Pardi -. E' la fonte energetica più conveniente, non esiste nulla di paragonabile: è per questo che il momento di picco è un evento critico di dimensioni inaudite. Vediamo una certa semplificazione del problema che rischia di indurre un eccessivo ottimismo nel settore e nei cittadini".

Il Cnr prevede il peak oil per il 2030. Voi?

C'è molta confusione. Nel novembre scorso l'Agenzia internazionale per l'energia (Aie), agenzia intergovernativa dei paesi Ocse, ha presentato, nel suo World energy outlook 2008 (Weo2008) un quadro della situazione e le proiezioni fino al 2030. Ebbene, il picco del petrolio estratto dai giacimenti in attività è già stato raggiunto. Il picco globale potrebbe, secondo l'Aie, essere rimandato a dopo il 2030 solo se si comincerà a produrre petrolio da risorse il cui sviluppo richiederebbe ingenti investimenti: la stima è di ventiseimila miliardi di dollari. Investimenti che, al momento, appaiono fuori dalla portata di qualsiasi compagnia petrolifera pubblica o privata. La produzione globale oggi arriva a 83-85 milioni di barili al giorno. Il livello è lo stesso dal 2004. I modelli secondo noi più attendibili indicano un possibile momento di picco per il 2010.

Quindi l'anno prossimo. Eppure vengono scoperti nuovi giacimenti, come quello di Bp nel Golfo del Messico, definito dalla compagnia "gigantesco"...

Vero, ma il giacimento di Tiber, stando a quanto dice Bp, contiene 3 miliardi di barili che dopo le prime trivellazioni potrebbero arrivare a 6 miliardi. Non è poco, ma nel mondo ne vengono consumati 30 miliardi l'anno. Siamo a un decimo. I giacimenti scoperti negli anni Sessanta, come quello di Ghawar, contenevano 170 miliardi di barili. Dall'inizio degli anni Ottanta consumiamo più di quanto troviamo.

Le nuove tecnologie non possono allontanare la data in cui il petrolio inizierà a diminuire andando a scovarlo in posti un tempo impensabili?

Può incidere ma molto poco. Credo che la nostra previsione sul momento di picco abbia un margine di errore di cinque anni, non venti o trenta.

Passiamo al carbone. Diverse analisi concordano sul fatto che durerà di più.

Sì, ma meno di quanto si pensi: molte delle riserve disponibili non potranno essere sfruttate al 100%. Oltre un certo limite l'estrazione non è più conveniente. Uno studio del 2007 dell'Energy watch group prevede un picco globale del carbone entro la metà del secolo.

Cosa c'è oltre?

Crediamo molto nelle rinnovabili. La critica che viene mossa storicamente a questo tipo di energia è che il suo contributo rimane marginale nella torta complessiva e intermittente (il fotovoltaico non funziona di notte, l'eolico quando non c'è vento, ndr). La crescita degli ultimi anni è stata rilevante in assoluto, meno in relazione al fabbisogno energetico. Guardando avanti bisogna puntare sulle grandi centrali, non solo alla microgenerazione. Arrivare alla produzione di centinaia di Megawatt. Per uscire dalla nicchia. Io stesso sono tra i piccoli investitori del progetto Kitegen per l'eolico d'alta quota che può fornire notevole potenza e risolvere il problema dell'intermittenza, visto che in quota i venti sono più abbondanti.

E il nucleare?

Le tecnologie da fissione nucleare sono affidabili e mature. Il punto è che le circa 450 centrali attualmente in esercizio dipendono per circa il 40% dall'Uranio di riserve strategiche accumulate in passato e certamente finite. Anche qui ci sarà un picco, previsto per metà secolo.

In cinquant'anni potrebbero però vedere la luce le centrali di quarta generazione e quelle a fusione nucleare.

Ha detto bene, "potrebbero". Sono tecnologie estremamente complicate, diffido di appuntamenti così lontani nel tempo.

Però anche le vostre previsioni sul picco del carbone e dell'uranio arrivano a metà secolo...

Fare previsioni non è mai semplice. I modelli servono per ragionare con un set di variabili sulle direzioni future, non per indovinare l'anno preciso. Il problema è che le politiche vengono scelte su modelli mentali, mentre quelli di cui parlo sono fisico-matematici. Spesso si fanno paralleli con il passato, pensando che all'era del petrolio ne seguirà un'altra, fucina di ulteriore sviluppo.

Non è così?

Chi l'ha detto? Io credo che ci sarà un cambio di paradigma. La crescita economica continua ed infinita finirà. Non si tornerà alla stessa abbondanza. Gli ecosistemi terrestri non possono reggere questi ritmi, lo sviluppo ha dei limiti. Dovremo abituarci.

luca.salvioli@ilsole24ore.com

3 settembre 2009

 

 

 

 

Il petrolio ha 150 anni e qualche ruga

di Marco Magrini

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27 agosto 2009

Il primo barile di petrolio fu una vasca da bagno. È l'imbrunire del 27 agosto, un sabato. Il colonnello Edwin Drake, devoto della chiesa episcopale, si prepara a fermare per la festa domenicale il marchingegno a vapore che ha inventato e costruito, in una piccola valle degli Appalachi, col proposito di bucare in profondità il terreno. Dopo tre settimane, per colpa di uno spesso strato di roccia, è arrivato solo a 21 metri. Ci sarebbe da disperarsi. Ma non il colonnello Drake, un avventuriero squattrinato con il gusto della sfida che, per quanto deriso da tutti, è sicuro di trovare il petrolio a 50 o 60 metri di profondità. Invece, ne bastavano 21.

Quella sera del 1859, dal dorso lapideo del pianeta Terra, sgorga il primo barile di petrolio della storia. Drake, preso alla sprovvista, non può far altro che riempirci una vecchia vasca da bagno arrugginita. Di lì a qualche settimana, intorno a Titusville, in Pennsylvania, scoppia la corsa all'oro nero, altrettanto drammatica e spietata di quella all'oro giallo. Ma soprattutto, quel primo barile inaugura l'era del petrolio: l'epoca in cui siamo nati e in cui stiamo vivendo.

L'abbondanza di idrocarburi a basso costo ha regalato al mondo plastiche e fertilizzanti, medicine e solventi, cere e lubrificanti. Ma anche l'energia motrice, l'elettricità, la motorizzazione di massa. E quindi la modernità.

Oggi, esattamente 150 anni dopo la vasca da bagno del colonnello Drake, il mondo produce (e consuma) più di 83 milioni di barili di petrolio al giorno. Ovvero 981 barili al secondo. Secondo la convenzione, in un barile ci stanno 159 litri. Così, ogni secondo che passa, 156mila litri di petrolio vanno a far girare l'economia del mondo. E se ne vanno per sempre.

Nell'arco di uno o due secoli l'era del petrolio potrebbe finire. Come l'età della pietra non è finita per mancanza di pietre, non finirà per totale mancanza di petrolio. Ma finirà.

La scintilla innescata dal colonnello Drake accese un fuoco che si rivelò di paglia. Sei anni dopo il primo barile, viene trovato altro greggio a pochi chilometri da Titusville. Nel giugno del 1865 nasce Pithole, la prima città petrolifera. A settembre, ospita già 15mila persone con negozi, banche, e alberghi. Il gennaio successivo, la produzione degli innumerevoli pozzi scavati comincia a declinare. Due anni dopo, Pithole è una città fantasma. Dalle viscere della Pennsylvania escono pur sempre 10mila barili il giorno, il 95% della produzione mondiale di petrolio. Peccato che Henry Ford non avesse ancora lanciato la produzione di massa della sua Model T e che l'offerta di greggio non avesse sufficiente domanda: dopo l'iniziale fervore, il prezzo del barile precipita a dieci centesimi.

Fu il primo caso di boom and bust, come dicono gli addetti ai lavori: l'inevitabile tracollo dopo una fase di entusiasmo. "E altri ce ne saranno", commenta Raymond Carbone, uno dei trader più navigati del New York Mercantile Exchange, il tempio dei future sul West Texas Intermediate, dove si fa il prezzo di riferimento per il petrolio di tutto il mondo.

Carbone si aspetta un'altra, imminente fase di risalita dei prezzi. Dopo il record di 147 dollari nel luglio 2008, i prezzi sono scesi sotto i 40 e poi risaliti a quota 70. "Sul mercato – assicura Carbone – ci sono già contratti call in scadenza l'anno prossimo a 150 dollari il barile".

"L'offerta dei Paesi non Opec – dice il trader americano di origine siciliana – sta declinando, con l'eccezione dell'Angola. Le scoperte di nuovi giacimenti vanno a rilento. Sul fronte geopolitico, è difficile che lo scenario migliori: anzi, il governo americano ha appena detto che la disponibilità a trattare con l'Iran non sarà eterna. Russia e Cina possono solo accentuare le tensioni. Chavez non ha nessuna intenzione di rinunciare al petrolio come arma politica. Se aggiungiamo che, in questa fase di bust, gli investimenti sono diminuiti e che la capacità delle raffinerie è allo stremo, non vedo come il prezzo del petrolio possa restare ai livelli attuali".

Prepariamoci a un altro boom.

Anche fra i teorici del "picco del petrolio" – il momento in cui la produzione di greggio toccherà il suo punto massimo per poi discendere inesorabilmente – non c'è consenso sulla data. Qualcuno dice che c'è già stato, qualcun altro che sta per arrivare. Ma anche fra gli osservatori più prudenti, come l'Agenzia internazionale dell'energia o alcune major petrolifere, c'è chi ammette che fra 20 o 30 anni arriverà. Non la fine dell'oro nero. Ma l'inizio della fase discendente. L'inizio della fine dell'era del petrolio.

Oltre ai limiti della geologia, oltre alle imposizioni della geopolitica, oltre ai sotto-investimenti dell'economia, ci sono anche le raccomandazioni della chimica. La combustione degli idrocarburi rilascia anidride carbonica che, in maniera indisputabile, trattiene parte della radiazione infrarossa del pianeta, riscaldandone l'atmosfera. È il cosiddetto effetto-serra. Anche se a dicembre, in occasione del summit planetario di Copenhagen, il mondo non dovesse mettersi d'accordo sul controllo delle emissioni, l'accorato appello della comunità scientifica resta: entro metà secolo, il mondo dovrà dimezzare le emissioni. E quindi i consumi di combustibili fossili.

Per impossibile – o improbabile – che sembri, tanto la vecchia Europa che la nuova amministrazione americana, hanno in programma di tirare il freno ai consumi di petrolio. Sin qui dissipato, soprattutto in America dove le basse tasse sulla benzina ne incoraggiano il vivace consumo, l'oro nero comincerà a venire risparmiato. Una spinta in più, verso il tramonto di un'era.

"Non c'è speranza che le energie alternative sostituiscano il petrolio, nei prossimi 20 o 30 anni", ribatte Ray Carbone. E ha ragione. Se non fosse che l'attuale spinta – scientifica, ma anche e soprattutto economica – verso la ricerca di nuove tecnologie è tanto poderosa quanto senza precedenti. "La creazione di valore che vedremo nella Silicon Vally con le nuove tecnologie per l'energia pulita – ha detto di recente Vinod Khosla, uno dei più famosi venture capitalist californiani – farà impallidire i successi già ottenuti dall'industria della microelettronica".

Il destino del mondo, così, si riduce a una semplice domanda. Riuscirà l'era del post-petrolio a subentrare all'era del petrolio senza soluzione di continuità? Oppure ci sarà uno scalino, un divario da superare? Oggi siamo 6,7 miliardi e i demografi calcolano, per metà secolo, 9 miliardi di cittadini del mondo, il che lascia pochi dubbi sul futuro andamento dei consumi. Ovviamente, però, la risposta a questa domanda non c'è. Vista con gli occhiali della storia, è probabilmente la più grande sfida che il genere umano abbia mai affrontato.

Oggi pomeriggio a Titusville e nella valle di Oil Creek – pomposamente battezzata dai locali come "la valle che ha cambiato il mondo" – si celebra quel remoto avvenimento di 150 anni fa. Secondo i giornali della zona, sono attese 20mila persone. L'industria petrolifera della Pennsylvania (che nel Novecento ospitò la Pennzoil e la Quacker, poi emigrate in Texas e successivamente rilevate dalla Shell) è l'ombra di se stessa. L'estrazione del greggio resta affidata a poche decine di famiglie, che continuano a pompare pochi barili al giorno dagli antichi pozzi disseminati nelle foreste degli Appalachi. Ma il pozzo di Drake – il museo che ospiterà le celebrazioni odierne – è comprensibilmente l'epicentro dell'orgoglio locale.

In teoria, potrebbe essere una festa di tutti: lo sfruttamento dell'energia a costi accessibili è il fil rouge che cuce l'avventura umana dell'ultimo secolo e mezzo. Il colonnello Drake, che peraltro morì senza un soldo in tasca, non avrebbe mai potuto immaginarlo. Né mai avrebbe immaginato quell'immensa distesa di 83 milioni di vasche da bagno cariche di petrolio che ogni giorno il mondo estrae, raffina e consuma. Finché un'altra era – chissà di che – non sarà pronta a cominciare.

27 agosto 2009

 

 

 

 

Contro il collasso energetico il Cnr guarda alla fusione nucleare

di Luca Salvioli

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28 agosto 2009

SONDAGGIO / L'Italia e il nucleare

Il collasso energetico mondiale, momento in cui le risorse primarie disponibili, alla luce delle tecnologie attuali, non saranno più in grado di far fronte alla domanda, è previsto per il 2065. Il modello elaborato dal Cnr e pubblicato nel volume "Energia e trasporti, stato attuale e prospettive future della ricerca scientifica" non lascia scampo. A meno che non si guardi oltre. E cioè al nucleare, alle fonti rinnovabili, a nuovi utilizzi dei combustibili fossili. Ma soprattutto - e subito - al risparmio energetico. "La ricerca deve saper fronteggiare due sfide combinate - spiega Claudio Bertoli, direttore del Dipartimento Energia e Trasporti del Cnr - e cioè assicurare energia sufficiente a basso costo e ridurre l'impatto negativo sull'ambiente nella produzione, il trasporto e la distribuzione di energia". Per rimandare quel punto critico che potrà essere evitato soltanto con una nuova sorgente di energia primaria.

Ovvero?

La fusione nucleare al momento è la promessa maggiore. Il progetto Iter, che prevede la realizzazione del primo reattore in Francia, nell'area di Caradache, è la più grande intesa scientifica internazionale attualmente in campo. Sono convinto che si arriverà ad una centrale operativa. Certo, si parla del 2020 o dopo. Tra l'altro, la parte di ricerca sui materiali è comune a un altro fronte importante, quello delle centrali di quarta generazione. Lì però, ci sarà da aspettare ancora di più.

Parliamo del presente. Cosa ne pensa del ritorno al nucleare dell'Italia?

E' molto importante. Ci farà tornare in uno strategico filone industiale e di ricerca. Ci renderà più autonomi dagli altri Paesi, ma non risolverà del tutto il problema. Continueremo a importare.

Quali fonti sostituiranno i combustibili fossili?

Innanzitutto va detto che i combustibili fossili rimarranno ancora con noi per molto tempo. In particolare il carbone, che anche nel 2100 - secondo i nostri modelli - darà un apporto significativo. Bisognerà proseguire nell'utilizzo e nella ricerca di tecnologie che lo rendano più pulito e per la cattura e il sequestro sotterraneo del carbonio legato alla sua combustione.

E' realistica la teoria del "peak oil", momento di picco del petrolio?

Tutti i modelli prevedono che il consumo di idrocarburi raggiungerà un massimo per poi decrescere. Si differenziano sulla definizione del momento in cui questo accadrà. Dipende molto dalla volontà politica e dagli interventi che verranno messi in campo. Se tutto continuasse come oggi, il peak oil potrebbe essere raggiunto nel 2030.

E poi? Al di là del nucleare, le energie rinnovabili che ruolo possono giocare?

Crediamo che nel 2050 possano rappresentare all'incirca il 15% della domanda di potenza complessiva. Il che corrisponde a un quarto della produzione energetica complessiva. Persistono però una serie di problemi, come la discontinuità dell'apporto energetico, i costi elevati e l'utilizzo del territorio. Fenomeno, quest'ultimo, particolarmente vero per le biomasse. Non devono sottrarre territorio alle coltivazioni agricole. L'utilizzo di biomasse di nuova generazione, come quelle algali, accresciute con la CO2 di scarto delle centrali, mi sembra una soluzione promettente.

Nel nostro Paese si registra una forte crescita di eolico e fotovoltaico. Può continuare?

Le caratteristiche del nostro territorio non permettono la realizzazione di grosse centrali. Credo sia meglio puntare sulla microgenerazione, ovvero l'applicazione del fotovoltaico sulle case e i capannoni industriali. Rimanendo su questa scala, è molto promettente anche il mini-eolico.

28 agosto 2009

 

 

 

 

Videoforum/ Il fotovoltaico alla prova competitività

di Luca Salvioli

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21 luglio 2009

Videoforum/ Il prezzo del fotovoltaico. Italia vicina alla grid parity

STORIA1 / La piastrella si converte al fotovoltaico

STORIA2 / La rivoluzione verde delle imprese italiane

La rivoluzione verde delle imprese italiane

L'abc del Conto Energia per il fotovoltaico

Vai al videoforum

Nel 2008 l'Italia è stato il terzo Paese al mondo nelle installazioni di impianti fotovoltaici, con oltre 400 MW. Il 2009, nonostante la crisi, sta tenendo il passo: il Gse (Gestore Servizio Elettrico) riceve oltre 2mila domande al mese. Merito degli incentivi del Conto Energia, i più generosi d'Europa con 35-48 centesimi di euro per ogni Kwh prodotto per 20 anni.

L'Italia, secondo diverse analisi, potrebbe raggiungere presto un primato mondiale: quello dell'equilibrio (grid parity) tra il prezzo della corrente elettrica prodotta con l'energia del Sole e quello della bolletta tradizionale. Attualmente l'utente finale paga 18-20 centesimi di euro. Il fotovoltaico costa circa il doppio. Vai al videoforum dedicato al tema. La grid parity è davvero così vicina? Ne discutono Gert Gremes, presidente Gifi (Gruppo Imprese Fotovoltaiche Italiane), Gerardo Montanino, direttore operativo Gse, Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia e Luca Zingale, direttore scientifico di Solarexpo.

21 luglio 2009

 

 

 

 

2010-05-04

Tecnologia e incentivi per il solare made in Italy

di Claudio Pasqualetto

04 maggio 2010

Tecnologia e incentivi per il solare made in Italy

Dieci padiglioni e 1.250 espositori sono i numeri della rassegna

Forse bastano solo un paio di numeri per capire quanto interesse si stia coagulando attorno al tema delle energie rinnovabili e delle loro applicazioni. Sono i numeri di Solarexpo, la mostra-convegno internazionale che apre i battenti domani nel quartiere fieristico di Verona.

Solo nel 2007 l'iniziativa non occupava più di tre padiglioni ed ospitava 572 espositori: quest'anno i padiglioni aperti sono 10 e gli espositori sono 1.250, per oltre il 40% provenienti dall'estero. Tanta attenzione si traduce quasi naturalmente in un moltiplicarsi di iniziative e di proposte che spaziano su tutto il settore, con gli occhi puntati sul fronte del fotovoltaico che ha registrato, sempre nell'ultimo triennio, una vera e propria impennata passando in Italia, secondo i dati del Gse, da una potenza annuale con il conto energia di poco superiore ai 70Mw a sfiorare la soglia dei 750Mw, con una potenzia installata cumulativa stimata ormai vicina ai 1.200 Mw.

Solarexpo ha il compito di mettere assieme le tante voci che affollano questo scenario ma anche di stimolare una ulteriore fase di crescita. Già ieri la partita è cominciata con il confronto all'"Italiana Pv Summit" ed è stato chiaro fin da subito che ci deve essere una integrazione molto stretta fra imprese e istituzioni. "Una cultura vincente di sostenibilità e produttività delle energie rinnovabili - ha detto Franco Traverso, presidente e amministratore delegato di Silfab, ritenuto uno dei pionieri del fotovoltaico - può vivere solo se sostenuta da un impegno coerente e costante sia delle imprese in termini di innovazione sia delle istituzioni".

Almeno tre i segmenti all'interno della manifestazione che puntano a dare concretezza a questo sforzo. C'è la parte legata all'edilizia con Solarch, una vera e propria area tematica che propone i migliori risultati del connubio tra il solare e la più avanzata architettura contemporanea. Poi c'è R4r, un workshop in cui 23 tra spinoff universitari e startup operative andranno a presentare i loro progetti. Si spazia dalle turbine micro eoliche per edifici residenziali ai forni per la produzione di lingotti di silicio policristallino, dalle celle a concentrazione solare di ultima generazione ai sistemi di progettazione architettonica.

Il tutto con spazi aperti, naturalmente, anche all'approccio con il mondo della finanza d'impresa. Infine c'è l'aspetto del mercato del lavoro, visto che questo settore sembra essere uno dei pochi in controtendenza. Con Adecco è stato creato il Green Job Centre che ha lo scopo di unire una domanda molto esigente con un'offerta altamente qualificata. Entro la fine dell'anno Adecco conta di portare nel settore almeno 650 persone a tempo indeterminato e 3mila nuovi inserimenti con contratto di somministrazione.

claudio.pasqualetto@ilsole24ore.com

 

Saglia: taglio del 20% per il conto energia

L'Arabia usa il sole per desalare l'acqua e investe 53 miliardi

Per il 55 per cento un successo solare

STORIE/ Il bonus sull'energia mette tutti d'accordo

Il fotovoltaico a rischio bolla

STUDIO/ Green jobs a caro prezzo

04 maggio 2010

 

 

Saglia: taglio del 20% per il conto energia

04 maggio 2010

Si cerca di evitare il rischio che la corsa alle produzioni rinnovabili – aiutata dagli incentivi appetitosi – possa distorcere il mercato (si veda Il Sole 24 Ore del 1° maggio). Uno strumento per contenere quella speculazione che mette a rischio i molti investimenti seri sarà una rimodulazione equilibrata dei sussidi. E difatti le tariffe del nuovo conto energia saranno ridotte sulla base dei costi dei moduli fotovoltaici, ma il sistema incentivante resterà tra i più generosi al mondo. Lo ha detto ieri Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico, durante l'Italian Pv summit in corso a Verona. "È intenzione del governo far approvare entro la prossima riunione della Conferenza Stato-Regioni le linee guida per la realizzazione degli impianti alimentati a fonti rinnovabili e il nuovo conto energia fotovoltaico in modo da dare certezza a tutto il settore". Quindi i due provvedimenti dovrebbero essere approvati per fine maggio o al più tardi entro la metà di giugno.

Secondo Roberto Longo, presidente dell'Aper (l'associazione dei produttori da fonti rinnovabili) "il settore è una realtà industriale che sta crescendo nel mondo e in Italia. Il modo migliore per evitare la speculazione è fare un normativa chiara, trasparente, stabile nel tempo che tolga quell'opacità che dà spazio alle distorsioni".

Conferma Saglia che "il governo intende confermare il suo impegno per lo sviluppo del fotovoltaico in Italia nella speranza che anche da noi si possano creare occasioni di investimento, occupazione e di sviluppo di una filiera nazionale, anche se gli investimenti stranieri sono certamente benvenuti". Il nuovo conto energia dovrebbe prevedere dal 1° gennaio 2011 una riduzione delle tariffe in linea con il calo del costo dei pannelli, cioè intorno al 20%. Tuttavia il taglio degli incentivi sarà molto meno severo per gli impianti domestici di piccola taglia. "L'impegno economico totale del governo per le rinnovabili nei prossimi anni - ha concluso il sottosegretario - è di circa 13 miliardi di euro".

Gli investitori non mancano. Tra i progetti seri che si scontrano con la pazzia di migliaia di progetti farlocchi c'è per esempio la notizia, annunciata ieri dall'Enel Green Power, dell'acquisizione del 51% di un impianto eolico da 20 megawatt in costruzione nel Trapanese, mentre la svizzera Repower ha deciso di raddoppiare la produzione di energia eolica in Italia rilevando da Maestrale Green Energy (Theolia) il 39% del nuovo parco eolico Giunchetto in provincia di Enna. Repower ottiene inoltre l'opzione per l'acquisto fra due anni anche del rimanente 61% dell'impianto. (J. G.)

04 maggio 2010

 

 

 

L'Arabia usa il sole per desalare l'acqua

e investe 53 miliardi

di Federica Zoja

04 maggio 2010

Nei prossimi quindici anni l'Arabia saudita investirà oltre 53 miliardi di dollari in progetti legati all'approvvigionamento idrico. È quanto rende noto la Società nazionale saudita per l'acqua, annunciando la firma di un accordo con il dipartimento Big green innovations del gigante dell'information technology Ibm per la realizzazione di un impianto di desalinizzazione alimentato con energia solare, il primo del regno. A realizzare la nuova struttura, in collaborazione con Ibm, sarà la Città della scienza e della tecnologia Re Abdulaziz (Kacst), il principale istituto per la ricerca e lo sviluppo di tutto il regno saudita, nella città di Al Khafji, nel nord-est del paese.

A regime, l'impianto, alimentato da tecnologia fotovoltaica, fornirà 30mila metri cubi d'acqua al giorno a più di 100mila persone. Già ad oggi l'Arabia saudita è il maggiore produttore di acqua desalinizzata al mondo, ottenuta in massima parte attraverso tecnologia termale e osmosi inversa, per un costo di circa un dollaro e mezzo a metro cubo. Ma il fabbisogno idrico cresce senza sosta e la desalinizzazione pesa sul bilancio nazionale, soprattutto in termini energetici.

Di dare fondo alle riserve di petrolio neanche a parlarne, ma le necessità energetiche del regno crescono al ritmo dell'8% annuo. Per questo, i sauditi esplorano tutte le possibilità offerte dalla tecnologia, alla ricerca di acqua ed energia: scavi per l'individuazione di falde freatiche ancora sconosciute, come già fatto in passato da Libia (il Grande fiume libico) ed Egitto (il progetto Toshka, mai andato in porto); potabilizzazione delle acque reflue, strada intrapresa, nella medesima area geografica afflitta da siccità cronica, da Israele; e infine nucleare civile.

Nelle intenzioni governative, il riciclo delle acque reflue, meno caro della desalinizzazione, dovrebbe permettere di servire di "oro blu" il 60% della popolazione saudita nel prossimo biennio, grazie a progetti congiunti fra stato e settore privato. Quanto al restante 40%, lontano dai grandi centri urbani, sarà rifornito attraverso progetti a cura di enti governativi. Così, anche se destinata a pesare sempre meno nell'apporto idrico saudita, la desalinizzazione rimane un piatto appetitoso per le società di tutto il mondo, come intuito dalle giapponesi Toyobo e Itochu, aggiudicatesi la realizzazione di un impianto per l'osmosi inversa a 150 km a nord di Jeddah. L'investimento sarà di 350 milioni di dollari, con inizio dei lavori nella primavera del 2011.

Quanto al nucleare, preso atto che, nei prossimi dieci anni, il fabbisogno energetico crescerà fino a superare i 67mila megawatt, il governo ha dato il via libera a un centro di ricerca per nucleare civile ed energie rinnovabili che entrerà in funzione nel 2017. Da non dimenticare, in proposito, le dichiarazioni del ministero dell'Economia francese, risalenti alla fine del 2009, relative a un imminente accordo con Riyad in materia di nucleare civile. L'intesa non sarebbe la prima per Parigi nell'area mediorientale, dopo quelle finalizzate con Giordania e Kuwait. Per ora, tuttavia, sembra essere arrivato primo un consorzio sudcoreano, che costruirà sul suolo saudita quattro reattori, per un budget di 40 miliardi di dollari.

federica.zoja@gmail.com

04 maggio 2010

 

 

 

 

Per il 55 per cento un successo solare

di Cristiano Dell'Oste

03 maggio 2010

Per il 55 per cento un successo solare

Il signor Rossi non esiste. Se esistesse, però, sarebbe proprietario di una villetta in Brianza, costruita tra gli anni 60 e i primi anni 80. Una casa di circa 160 metri quadrati, con il riscaldamento a metano e le finestre nuove di zecca: vetri ad alta efficienza installati grazie alla detrazione fiscale del 55% sul risparmio energetico.

Il signor Rossi non esiste. Non "questo" signor Rossi, perlomeno. Ma il suo ritratto riassume bene le caratteristiche medie dei 590mila italiani che finora hanno sfruttato lo sconto fiscale per gli interventi di riqualificazione energetica del patrimonio edilizio. Il ritratto lo si ricava dalla Relazione 2008 elaborata dall'Enea, che sarà presentata domani a Roma nel convegno "Detrazioni fiscali per l'efficienza energetica" e poi pubblicata sul sito dell'ente. Raccontare le cifre consente di sfatare molti falsi miti sul 55 per cento. E, forse, di capire che ne sarà della detrazione. Perché il punto è proprio questo: ad oggi, è valida solo per le spese sostenute entro il 31 dicembre di quest'anno. Poi finirà, e i contribuenti potranno appellarsi solo al più magro 36%, che premia i lavori di ristrutturazione, compresi quelli per il risparmio energetico.

Tutto questo a meno di una proroga, che non va data per scontata, ma non è impossibile. Il ministero dello Sviluppo economico dà un giudizio del 55% "assolutamente positivo dal punto di vista tecnico". Si tratterà, se mai, di avere una visione d'insieme, considerando "il numero di pratiche ricevute, la caratterizzazione degli interventi, gli investimenti sostenuti", oltre al risparmio energetico conseguito e agli effetti indiretti come l'emersione del lavoro nero. Del monitoraggio 2007-2009 è stato incaricato appunto l'Enea. Dopodiché, spiegano dal dicastero guidato da Claudio Scajola, "si valuterà l'opportunità per un'eventuale proroga". Tanti signor Rossi ci sperano, così come le aziende produttrici, i progettisti e gli installatori.

Per ora, le cifre disponibili dicono che il 55% è una detrazione molto più "padana" di quanto si possa immaginare a prima vista. Dei 3,5 miliardi spesi nel 2008, praticamente la metà è riferita ai contribuenti di Lombardia, Veneto e Piemonte. E la percentuale sale al 61% se si include anche l'Emilia Romagna. Come dire: le quattro maggiori regioni del Nord hanno speso (e ricevuto, in termini di detrazioni) più di tutte le altre messe insieme.

"Su questo dato influisce probabilmente una quota di sommerso, che nelle regioni meridionali è più elevato, ma bisogna sottolineare l'effetto positivo che il 55% ha avuto anche al Sud, dove pur nell'esiguità degli importi ha fatto emergere una fetta di mercato che era in nero, ad esempio nel solare termico", commenta Edoardo Zanchini, responsabile energia di Legambiente.

Oltre alla geografia della detrazione, bisogna considerare gli edifici coinvolti. Nel 2008 il 43% degli interventi ha riguardato immobili realizzati tra il 1961 e il 1982, cui va aggiunto un 21% di edifici più recenti. A ben guardare, dunque, meno della metà dei "cantieri verdi" ha interessato edifici costruiti prima degli anni 60. E se è vero che molti dei palazzoni colabrodo sono proprio quelli costruiti negli anni del boom, è altrettanto vero che le case vecchie sono quelle che hanno più bisogno di adeguamenti. Ma qui, con ogni probabilità, la colpa non è del 55%, quanto piuttosto dei vincoli edilizi che pendono sugli immobili collocati nei centri storici.

Spulciando tra gli interventi agevolati, si vede bene anche il tipo di edifici che hanno beneficiato della detrazione: quasi tutte abitazioni (c'è solo un 5% di negozi, uffici e capannoni), pochi condomini e una maggioranza schiacciante di villette e palazzine di quattro, cinque o sei appartamenti. Una differenza che può essere spiegata con la difficoltà di deliberare nelle assemblee condominiali, ma anche con i costi maggiori per gli interventi su vasta scala.

Ancora più importante il tipo di interventi eseguiti: gli infissi assorbono metà delle pratiche, mentre tutti gli altri lavori si dividono il resto, con la sostituzione della caldaia e l'installazione dei pannelli solari nettamente più diffusi delle coibentazioni di tetto e pareti. Ecco perché l'immaginario signor Rossi ha le finestre nuove di zecca.

Tanta attenzione per gli infissi, però, si porta dietro un piccolo paradosso, perché l'intervento più gettonato è anche quello che rende meno in termini di risparmio energetico. L'Enea ha fatto i calcoli per il 2008: un proprietario che installa infissi ad alto rendimento, per tagliare i consumi di un MWh (megawattora) deve spendere 3.693 euro; se installa i pannelli solari, invece, può ottenere lo stesso risparmio con 856 euro (i dati completi sono a destra, nel grafico più in basso). "I cittadini hanno privilegiato l'opzione più semplice per modalità di installazione e procedure", commenta Giampaolo Valentini, a capo del gruppo efficienza energetica dell'Enea.

"Il fatto che tanti italiani abbiano cambiato gli infissi segna comunque un salto di mentalità positivo tra i consumatori. Poi ognuno parte da dove riesce, e chi ha fatto un intervento quest'anno magari ne farà un altro l'anno prossimo", replica Pietro Gimelli, dg di Uncsaal, l'associazione dei costruttori di serramenti in alluminio e acciaio. "Questi incentivi – prosegue Gimelli – hanno permesso a tante aziende di sopravvivere alla crisi migliorando lo standard dei propri prodotti".

Proprio da queste considerazioni si partirà per ragionare sul futuro del 55%, nel convegno di domani. Alcuni, come Uncsaal, ne chiedono la proroga così com'è. Altri cominciano a prospettare qualche correzione. Ad esempio – scrive l'Enea nella sua relazione – si potrebbero rimodulare i bonus sugli interventi più efficienti o su quelli non ancora incentivati, cercando magari di intaccare i consumi per il condizionamento estivo o sfruttando il potenziale ancora inespresso della cogenerazione. Oppure, suggerisce Zanchini di Legambiente, "anziché premiare alcuni tipi di tecnologie, si potrebbe ragionare in termini di classi energetiche degli edifici, dando la detrazione ai proprietari che certificano il miglioramento, passando ad esempio dalla classe G alla D, o dalla D alla C, comunque l'abbiano conseguito".

Anche se alla fine il parere decisivo sarà quello del ministero dell'Economia, chiamato a "pesare" il bonus in termini finanziari. I dati ufficiali sul 2009 saranno resi noti solo domani dai responsabili dello Sviluppo, ma Il Sole 24 Ore può comunque elaborare una stima, sulla base del numero di domande presentate l'anno scorso, 238mila in tutto. Tenendo conto che dall'anno scorso si può inserire solo un intervento per pratica, è probabile che la spesa media sia leggermente diminuita rispetto ai 14mila euro del 2008 (quando invece una domanda poteva riferirsi a più lavori): l'importo annuo, quindi, dovrebbe arrivare intorno ai 3 miliardi, con un totale nel triennio di circa 8 miliardi. Il che significa più di 4 miliardi di detrazioni.

Il guaio, sottolineano le imprese, è che ragionando in termini di spese agevolate si conteggiano solo i costi, e non i benefici. "Nessuno può dare numeri certi, ma il 55% comporta emersione di Irpef, Ires e Iva, oltre ai contributi Inps e Inail, senza contare i tagli alla emissioni inquinanti e il mantenimento della manodopera in un periodo di crisi", osserva Angelo Artale, direttore generale di Finco, sigla che rappresenta l'industria delle costruzioni. "Nel medio periodo il 55% si autofinanzia – sottolinea Artale – e non si capisce perché fino ad oggi l'unico a parlare di conferma sia stato il sottosegretario all'Economia, Luigi Casero, con una dichiarazione risalente allo scorso autunno. Anzi, la conferma del 55% potrebbe essere anche l'occasione per introdurre un "eco-prestito" a tasso zero, fino a 30mila euro, per i proprietari che investono per riqualificare il proprio immobile".

Le imprese vorrebbero come minimo una proroga triennale del 55 per cento. E la vorrebbero entro luglio o agosto, per evitare che si ripeta la corsa al bonifico di fine 2008, quando il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, aveva fissato uno stanziamento massimo (poi annullato) per la detrazione. Fu proprio la paura di perdere il bonus a spingere il 55% al suo anno record, con 247.800 domande. "Per noi è fondamentale dare un orizzonte certo al mercato, una proroga di un anno non sarebbe sufficiente. Ed è fondamentale tenere conto di quanto costano effettivamente i singoli incentivi: il solare sul totale ha un peso contenuto", osserva Valeria Verga, direttore generale di Assolterm, sigla che rappresenta il 70% del mercato italiano del solare termico per la produzione di acqua calda.

"Tagliare del tutto il 55% sarebbe un errore tragico – rileva Zanchini di Legambiente – ma non credo avrebbe molto senso farlo, perché sarebbe difficilmente sostenibile anche nell'ottica del piano europeo per le fonti rinnovabili". Nel dubbio, il signor Rossi (quello vero, comunque si chiami) guarda le pubblicità delle aziende che fanno leva sugli "ultimi mesi utili" per ottenere la detrazione, e si prepara a una nuova corsa al bonifico.

cristiano.delloste@ilsole24ore.com

Il bonus sull'energia mette tutti d'accordo

Il fotovoltaico a rischio bolla

Da sole e vento lavoro a caro prezzo

03 maggio 2010

 

 

 

Per il 55 per cento un successo solare

di Cristiano Dell'Oste

03 maggio 2010

Per il 55 per cento un successo solare

Il signor Rossi non esiste. Se esistesse, però, sarebbe proprietario di una villetta in Brianza, costruita tra gli anni 60 e i primi anni 80. Una casa di circa 160 metri quadrati, con il riscaldamento a metano e le finestre nuove di zecca: vetri ad alta efficienza installati grazie alla detrazione fiscale del 55% sul risparmio energetico.

Il signor Rossi non esiste. Non "questo" signor Rossi, perlomeno. Ma il suo ritratto riassume bene le caratteristiche medie dei 590mila italiani che finora hanno sfruttato lo sconto fiscale per gli interventi di riqualificazione energetica del patrimonio edilizio. Il ritratto lo si ricava dalla Relazione 2008 elaborata dall'Enea, che sarà presentata domani a Roma nel convegno "Detrazioni fiscali per l'efficienza energetica" e poi pubblicata sul sito dell'ente. Raccontare le cifre consente di sfatare molti falsi miti sul 55 per cento. E, forse, di capire che ne sarà della detrazione. Perché il punto è proprio questo: ad oggi, è valida solo per le spese sostenute entro il 31 dicembre di quest'anno. Poi finirà, e i contribuenti potranno appellarsi solo al più magro 36%, che premia i lavori di ristrutturazione, compresi quelli per il risparmio energetico.

Tutto questo a meno di una proroga, che non va data per scontata, ma non è impossibile. Il ministero dello Sviluppo economico dà un giudizio del 55% "assolutamente positivo dal punto di vista tecnico". Si tratterà, se mai, di avere una visione d'insieme, considerando "il numero di pratiche ricevute, la caratterizzazione degli interventi, gli investimenti sostenuti", oltre al risparmio energetico conseguito e agli effetti indiretti come l'emersione del lavoro nero. Del monitoraggio 2007-2009 è stato incaricato appunto l'Enea. Dopodiché, spiegano dal dicastero guidato da Claudio Scajola, "si valuterà l'opportunità per un'eventuale proroga". Tanti signor Rossi ci sperano, così come le aziende produttrici, i progettisti e gli installatori.

Per ora, le cifre disponibili dicono che il 55% è una detrazione molto più "padana" di quanto si possa immaginare a prima vista. Dei 3,5 miliardi spesi nel 2008, praticamente la metà è riferita ai contribuenti di Lombardia, Veneto e Piemonte. E la percentuale sale al 61% se si include anche l'Emilia Romagna. Come dire: le quattro maggiori regioni del Nord hanno speso (e ricevuto, in termini di detrazioni) più di tutte le altre messe insieme.

"Su questo dato influisce probabilmente una quota di sommerso, che nelle regioni meridionali è più elevato, ma bisogna sottolineare l'effetto positivo che il 55% ha avuto anche al Sud, dove pur nell'esiguità degli importi ha fatto emergere una fetta di mercato che era in nero, ad esempio nel solare termico", commenta Edoardo Zanchini, responsabile energia di Legambiente.

Oltre alla geografia della detrazione, bisogna considerare gli edifici coinvolti. Nel 2008 il 43% degli interventi ha riguardato immobili realizzati tra il 1961 e il 1982, cui va aggiunto un 21% di edifici più recenti. A ben guardare, dunque, meno della metà dei "cantieri verdi" ha interessato edifici costruiti prima degli anni 60. E se è vero che molti dei palazzoni colabrodo sono proprio quelli costruiti negli anni del boom, è altrettanto vero che le case vecchie sono quelle che hanno più bisogno di adeguamenti. Ma qui, con ogni probabilità, la colpa non è del 55%, quanto piuttosto dei vincoli edilizi che pendono sugli immobili collocati nei centri storici.

Spulciando tra gli interventi agevolati, si vede bene anche il tipo di edifici che hanno beneficiato della detrazione: quasi tutte abitazioni (c'è solo un 5% di negozi, uffici e capannoni), pochi condomini e una maggioranza schiacciante di villette e palazzine di quattro, cinque o sei appartamenti. Una differenza che può essere spiegata con la difficoltà di deliberare nelle assemblee condominiali, ma anche con i costi maggiori per gli interventi su vasta scala.

Ancora più importante il tipo di interventi eseguiti: gli infissi assorbono metà delle pratiche, mentre tutti gli altri lavori si dividono il resto, con la sostituzione della caldaia e l'installazione dei pannelli solari nettamente più diffusi delle coibentazioni di tetto e pareti. Ecco perché l'immaginario signor Rossi ha le finestre nuove di zecca.

Tanta attenzione per gli infissi, però, si porta dietro un piccolo paradosso, perché l'intervento più gettonato è anche quello che rende meno in termini di risparmio energetico. L'Enea ha fatto i calcoli per il 2008: un proprietario che installa infissi ad alto rendimento, per tagliare i consumi di un MWh (megawattora) deve spendere 3.693 euro; se installa i pannelli solari, invece, può ottenere lo stesso risparmio con 856 euro (i dati completi sono a destra, nel grafico più in basso). "I cittadini hanno privilegiato l'opzione più semplice per modalità di installazione e procedure", commenta Giampaolo Valentini, a capo del gruppo efficienza energetica dell'Enea.

"Il fatto che tanti italiani abbiano cambiato gli infissi segna comunque un salto di mentalità positivo tra i consumatori. Poi ognuno parte da dove riesce, e chi ha fatto un intervento quest'anno magari ne farà un altro l'anno prossimo", replica Pietro Gimelli, dg di Uncsaal, l'associazione dei costruttori di serramenti in alluminio e acciaio. "Questi incentivi – prosegue Gimelli – hanno permesso a tante aziende di sopravvivere alla crisi migliorando lo standard dei propri prodotti".

Proprio da queste considerazioni si partirà per ragionare sul futuro del 55%, nel convegno di domani. Alcuni, come Uncsaal, ne chiedono la proroga così com'è. Altri cominciano a prospettare qualche correzione. Ad esempio – scrive l'Enea nella sua relazione – si potrebbero rimodulare i bonus sugli interventi più efficienti o su quelli non ancora incentivati, cercando magari di intaccare i consumi per il condizionamento estivo o sfruttando il potenziale ancora inespresso della cogenerazione. Oppure, suggerisce Zanchini di Legambiente, "anziché premiare alcuni tipi di tecnologie, si potrebbe ragionare in termini di classi energetiche degli edifici, dando la detrazione ai proprietari che certificano il miglioramento, passando ad esempio dalla classe G alla D, o dalla D alla C, comunque l'abbiano conseguito".

Anche se alla fine il parere decisivo sarà quello del ministero dell'Economia, chiamato a "pesare" il bonus in termini finanziari. I dati ufficiali sul 2009 saranno resi noti solo domani dai responsabili dello Sviluppo, ma Il Sole 24 Ore può comunque elaborare una stima, sulla base del numero di domande presentate l'anno scorso, 238mila in tutto. Tenendo conto che dall'anno scorso si può inserire solo un intervento per pratica, è probabile che la spesa media sia leggermente diminuita rispetto ai 14mila euro del 2008 (quando invece una domanda poteva riferirsi a più lavori): l'importo annuo, quindi, dovrebbe arrivare intorno ai 3 miliardi, con un totale nel triennio di circa 8 miliardi. Il che significa più di 4 miliardi di detrazioni.

Il guaio, sottolineano le imprese, è che ragionando in termini di spese agevolate si conteggiano solo i costi, e non i benefici. "Nessuno può dare numeri certi, ma il 55% comporta emersione di Irpef, Ires e Iva, oltre ai contributi Inps e Inail, senza contare i tagli alla emissioni inquinanti e il mantenimento della manodopera in un periodo di crisi", osserva Angelo Artale, direttore generale di Finco, sigla che rappresenta l'industria delle costruzioni. "Nel medio periodo il 55% si autofinanzia – sottolinea Artale – e non si capisce perché fino ad oggi l'unico a parlare di conferma sia stato il sottosegretario all'Economia, Luigi Casero, con una dichiarazione risalente allo scorso autunno. Anzi, la conferma del 55% potrebbe essere anche l'occasione per introdurre un "eco-prestito" a tasso zero, fino a 30mila euro, per i proprietari che investono per riqualificare il proprio immobile".

Le imprese vorrebbero come minimo una proroga triennale del 55 per cento. E la vorrebbero entro luglio o agosto, per evitare che si ripeta la corsa al bonifico di fine 2008, quando il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, aveva fissato uno stanziamento massimo (poi annullato) per la detrazione. Fu proprio la paura di perdere il bonus a spingere il 55% al suo anno record, con 247.800 domande. "Per noi è fondamentale dare un orizzonte certo al mercato, una proroga di un anno non sarebbe sufficiente. Ed è fondamentale tenere conto di quanto costano effettivamente i singoli incentivi: il solare sul totale ha un peso contenuto", osserva Valeria Verga, direttore generale di Assolterm, sigla che rappresenta il 70% del mercato italiano del solare termico per la produzione di acqua calda.

"Tagliare del tutto il 55% sarebbe un errore tragico – rileva Zanchini di Legambiente – ma non credo avrebbe molto senso farlo, perché sarebbe difficilmente sostenibile anche nell'ottica del piano europeo per le fonti rinnovabili". Nel dubbio, il signor Rossi (quello vero, comunque si chiami) guarda le pubblicità delle aziende che fanno leva sugli "ultimi mesi utili" per ottenere la detrazione, e si prepara a una nuova corsa al bonifico.

cristiano.delloste@ilsole24ore.com

03 maggio 2010

 

 

Il bonus sull'energia mette tutti d'accordo

di Cristiano Dell'Oste

3 maggio 2010

Le brave maestre, a scuola, insegnano a definire le cose per ciò che sono, e non per ciò che non sono. A volte, però, anche le negazioni sono utili. Ad esempio, quando si tratta di individuare l'edificio tipo che ha beneficiato della detrazione del 55% sul risparmio energetico. Edificio che, secondo i dati dell'Enea, non è un capannone, né un condominio, né un immobile costruito prima degli anni 60. Piuttosto, la casa del signor Rossi – immaginario contribuente medio – è una villetta in Brianza, 160 metri quadrati, costruita 40 anni fa, con le finestre ad alta efficienza appena installate.

A otto mesi dalla scadenza della detrazione, mentre sta per scattare il pressing delle imprese e dei contribuenti che chiedono la proroga, ragionare sui primi tre anni di 55% può essere il modo giusto per capire cosa succederà. Di fatto, prendendo a riferimento gli importi medi del 2008, si può stimare che il bonus verde in tre anni sia costato allo stato più di 4 miliardi in termini di detrazioni (spalmate su più periodi d'imposta), per il 60% distribuiti in quattro regioni del Nord: Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna. Ma bisogna considerare anche i benefici: minori emissioni inquinanti, riqualificazione del patrimonio edilizio, emersione del lavoro nero e maggiori introiti di Irpef, Ires, Iva e contributi Inps e Inail. Senza contare, ricordano le imprese, la difesa dell'occupazione in un periodo di crisi e la crescita qualitativa degli standard produttivi. Basterà, per ottenere la proroga?

3 maggio 2010

 

 

2010-05-02

Il fotovoltaico a rischio bolla

di Jacopo Giliberto

1 Maggio 2010

Il fotovoltaico a rischio bolla

"Dai nostri archivi"

Business fotovoltaico a rischio Eco-investimenti per 6,5 mld

Fondi per le imprese dell'atomo

Galli (Confindustria): "Il nucleare può essere un driver di crescita e occupazione"

Mercato elettrico, Confindustria: "Nel dl anticrisi solo vantaggi"

Solare: a Montalto di Castro la centrale più grande

Quanto piacciono le fonti rinnovabili di energia. E su tutte, il fotovoltaico. Ma piacciono non solamente a chi deve spendere per realizzare le centrali rese interessanti dagli incentivi più succosi al mondo, come le famiglie che vogliono mettere i pannelli sul tetto di casa o le società elettriche che investono nel rischio imprenditoriale dei progetti industriali, ma soprattutto agli intermediari di autorizzazioni. Piacciono a chi, con l'investimento di un po' di contatti giusti sulla rubrica del telefonino, riesce a piazzare a caro prezzo i fogli di carta con i timbri del comune o la domanda di allacciamento presentata a Terna (la spa dell'alta tensione) o all'azienda di distribuzione elettrica locale. Si stima che alla fine riesca a passare un progetto su quindici. Tant'è che c'è ci pensa a una caparra per frenare i progetti farlocchi.

Sono soldi facili. Quei pezzi banali di carta possono essere rivenduti sul "mercato secondario" a circa 100mila euro per megawatt. Sono state depositate a Terna e all'Enel circa 45mila domande-fotocopia per 152mila megawatt (15,2 miliardi di valore ipotetico sul mercato virtuale). Tre volte la richiesta elettrica massima nell'ora di punta dell'intera Italia: il record assoluto di fabbisogno fu registrato il 17 dicembre 2007 alle ore 17,30 con 56.810 megawatt.

La "bolla" potrebbe scoppiare. I segnali ci sono. In Puglia la domanda furibonda di terreni per la posa di pannelli solari ha distorto i valori delle aree agricole. Gli ecologisti insorgono contro l'invasione fotovoltaica al posto delle colture. Il presidente della Puglia, Nichi Vendola, di fronte alla metastasi dei progetti ha annunciato un freno alle installazioni sui terreni agricoli. Ma il problema è internazionale, con i grandi nomi della finanza (basta pensare a Goldman Sachs) sbilanciati su questo tipo di investimenti. "Non va spezzato il giocattolo per la troppa ingordigia", commenta Antonio Costato, vicepresidente della Confindustria con delega all'energia. "La corsa smodata alle rinnovabili ha già costretto il governo tedesco a intervenire. Noi dobbiamo disciplinare in modo ordinato la materia prima che sia tardi".

Per correre ai ripari prima che la "bolla delle rinnovabili" scoppi – trascindando con sé tanti progetti validi – Terna e la Confindustria propongono un vincolo economico al mercato virtuale. Oggi la domanda di allacciamento costa 1.250 euro. Così Terna pensa che si potrebbe scremare i progetti alzando a 5mila euro per megawatt il costo della domanda di allacciamento. Non a caso Terna e la Confindustria hanno scritto all'Autorità dell'energia una lettera in cui sottolineano l'importanza dell'autorizzazione unica, un solo atto che comprenda la realizzazione dell'impianto e l'allacciamento alla rete.

"Dieci anni fa – ricorda Paride De Masi, imprenditore pugliese attivo nel settore delle rinnovabili – proposi una legge obiettivo per superare le difficoltà contro le infrastrutture energetiche e le rinnovabili. Ora è il momento di riproporre quella soluzione, e ne dibatterò al Festival dell'energia in programma a Lecce. L'Italia non ha alternative: c'è un obiettivo europeo da raggiungere".

Invece, accade che la valanga di carta paralizzi gli uffici regionali che devono dare il via libera. Anni fa, l'ufficio classico con quattro impiegati riusciva a gestire, seppure con lentezza amministrativa, le poche decine di pratiche l'anno. Oggi sulle scrivanie di quei martiri del timbro le richieste si accumulano a centinaia. E alcuni progetti tentano di scavalcare gli ingombri con procedure improprie.

Inoltre tante richieste di allacciamento impongono lavori impegnativi alla rete elettrica. L'anno scorso Terna ha dovuto realizzare 900 chilometri di linee con una spesa di 500 milioni e presto dovrà impegnare 1,1 miliardi. "Tutte le connessioni più semplici sono state prenotate – spiegano a Terna – e ai progetti seri bisogna proporre soluzioni di allacciamento sempre più remote e complesse".

1 Maggio 2010

 

 

 

Da sole e vento lavoro a caro prezzo

di Federico Rendina

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01 maggio 2010

Verdi, ma al verde. Inutile illudersi: la corsa ai green jobs, i posti di lavoro creati dall'energia rinnovabile, ci costerà davvero cara. Sette volte più cara di quello che i sussidi pubblici possono produrre nel resto dell'industria, cinque volte di più di quel che serve a oliare un nuovo posto di lavoro nell'economia in generale.

Frenare la corsa? Chiudere almeno un po' il rubinetto degli incentivi "verdi"? "Per carità. Non vogliamo dire questo. Il nostro è semmai un contributo analitico per capire, far capire, l'onerosissimo sforzo che il nostro paese sta facendo per assolvere ai suoi obblighi nazionali e internazionali rispetto alle energie rinnovabili", risponde Carlo Stagnaro, stratega dell'Istituto Bruno Leoni, coautore con Luciano Lavecchia di un paper dal titolo un po' provocatorio (Are green jobs real jobs? The case of Italy) che sarà presentato lunedì in un convegno a Milano.

I sussidi Cip6 che dal 1992 trainano le centrali elettriche verdi (ma anche un mucchio di "assimilate" che di ecologico non hanno proprio nulla). E poi il meccanismo del conto energia, che strapaga gli elettroni solari. E ancora: i certificati verdi, sempre pagati con un'addizionale su tutte le bollette. Un fiume di soldi per un rigagnolo di posti di lavoro. Ottenuti attraverso un sussidio netto, calcolato come differenza tra i denari tirati fuori dalla collettività e il valore di mercato dell'energia così prodotta, che nel 2008 solo per il Cip6 ammontava a 2,3 miliardi di euro, di cui appena 0,95 dedicati peraltro alle rinnovabili "autentiche" (il 41% del sussidio totale). A cui si sommano, sempre per il 2008, almeno 100-120 milioni dedicati al conto energia e i 400 milioni dei certificati verdi. Il tutto per compensare i maggiori costi di produzione dell'energia verde con prezzi di "ritiro" triplicati rispetto al valore medio dell'energia, con punte di sei volte per il fotovoltaico.

Posti di lavoro creati nel 2008? Tra 5.700 e 15mila (a seconda delle stime che circolano) nel fotovoltaico, tra 17mila e 28mila nell'eolico. Al costo unitario, in termini di puro sussidio, valutabile dai 19.500 ai 55mila euro nell'eolico e tra 7.500 e poco meno di 20mila euro nel solare.

Cosa succederà di questo passo da qui al 2020? Se consideriamo gli obiettivi tendenziali (assai ambiziosi) il semplice mantenimento nel tempo degli attuali sussidi produce comunque una simulazione piuttosto attendibile se non altro nelle proporzioni tra i posti creati e il sussidio da dedicare all'operazione.

Ecco dunque che al 2020 potrebbero essere creati da 24mila e 45mila posti di lavoro nell'eolico e tra 27mila e 46mila nel fotovoltaico, con sussidi cumulati al 2035-2040 (quando scadranno le "code" degli stanziamenti nel frattempo garantiti) di circa 31 miliardi di euro nell'eolico e 33 nel fotovoltaico. Ne risulta che per ogni posto di lavoro creato saranno state mobilitate risorse tra 500mila euro e 1,3 milioni nell'eolico, e tra 700mila euro e 1,2 milioni nel fotovoltaico, pari in media a circa cinque e sette volte lo stock di capitale medio per lavoratore nell'economia in generale e nel settore industriale. Un'operazione decisamente ciclopica.

01 maggio 2010

 

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