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Cina: la produzione ai massimi da 18 mesi

Lezioni da Shanghai. Senza stimoli l'economia non riparte

In Cina l'economia continua a crescere: Pil a +8,9% nel terzo trimestre

Economia cinese a due velocità: export in calo, investimenti in crescita

Lezioni da Shanghai: senza stimoli l'economia non riparte

Confindustria: torna a crescere la produzione industriale

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2009-11-02

Cina: la produzione ai massimi da 18 mesi

di Daniele Lepido

1 novembre 2009

Lezioni da Shanghai. Senza stimoli l'economia non riparte

"Dai nostri archivi"

Confindustria: torna a crescere la produzione industriale

In Cina l'economia continua a crescere: Pil a +8,9% nel terzo trimestre

Economia cinese a due velocità: export in calo, investimenti in crescita

L'Europa ferma la caduta. L'"indice delle sorprese" torna positivo

Crescita record dell'indice Pmi nel mese scorso: la più alta dell'ultimo anno mezzo 

L'economia cinese è tornata a correre come non faceva da un anno e mezzo. Secondo gli economisti in ottobre la produzione industriale dell'ex impero celeste ha registrato la crescita più importante degli ultimi 18 mesi, con l'indice Pmi (Purchasing managers index), balzato dai 54,3 punti di settembre ai 55,2 del mese scorso. L'economia cinese, comunque, tra luglio e settembre era cresciuta dell'8,9 per cento (tasso annualizzato), contro il 3,5% degli Stati Uniti. Positivi i commenti degli economisti, che sottolineano però il ruolo strategico degli aiuti di Stato in questa ripresa. "Questi dati fanno ben sperare per il futuro - spiega alla Bbc Zhang Liqun, economista del dipartimento dello Sviluppo economico - e la nostra stima per la crescita della produzione industriale nell'ultimo trimestre dell'anno è del 9,5 per cento".

Un'accelerazione che non può prescindere dalla forte iniezione di liquidità e dagli aiuti messi a punto dal governo cinese. Alla fine del 2008, infatti, Pechino aveva annunciato un piano di incentivi di 4 trilioni di yuan, pari a 586 miliardi di dollari, indirizzati soprattutto al settore delle infrastrutture.

1 novembre 2009

 

 

 

 

Lezioni da Shanghai: senza stimoli l'economia non riparte

di Alberto Annicchiarico

31 ottobre 2009

Operai in un'acciaieria. Guangzhou, Cina (AFP)

La miccia accesa dei mutui Usa (di Mario Margiocco)

La settimana di Borsa tutta colpa del dollaro

Un pessimo venerdì, i consumi Usa affondano i listini

Analisi /Settimana no per i bancari a Piazza Affari

Lezioni da Shanghai. Il ministro del commercio cinese Chen Deming ha lanciato al mondo un avvertimento che più chiaro non si può: guai a chiudere i rubinetti che hanno abbeverato i cavalli dell'economia per aiutarli ad uscire dalle secche della crisi globale più profonda dai tempi della Grande Depressione americana. "Arrivano segnali sempre più evidenti - ha dichiarato Chen durante un meeting a Shanghai venerdì sera - che l'economia mondiale sta andando nella giusta direzione, ma le incertezze sono ancora troppe". E se "i governi dovessero ritirare le misure di stimolo proprio ora, l'economia globale affonderebbe".

Un punto vista pienamente condiviso da una vecchia volpe dei mercati finanziari, il miliardario (e, ça va sans dire, filantropo) George Soros. Secondo Soros non si può affatto escludere il rischio che la locomotiva mondiale non abbia "vapore a sufficienza" per uscire dal tunnel della crisi e che un'altra fase recessiva sia proprio dietro l'angolo, con la prospettiva che il segno meno inchiodi la crescita già nel corso del 2010 o al più tardi nel 2011.

Del resto proprio ieri è arrivato un segnale chiaro dai mercati: dopo una decina di sedute in cui ha fatto capolino la tanto annunciata e attesa, e per certi versi perfino salutare, correzione (dai massimi del 19 ottobre Milano ha accusato un calo del 9,7%), il calo dei consumi delle famiglie americane ha certificato che senza stimoli governativi per auto, case e quant'altro, la domanda non riparte. Il che, sommato alla persistente disoccupazione, vicina al 10% in settembre negli Stati Uniti, non fa presagire un rapido recupero. Anzi.

Basti pensare che la manovra da 786 miliardi di dollari varata da Barack Obama all'inizio del suo mandato, a detta dell'amministrazione Usa, ha salvato 650 mila posti di lavoro, ma la notizia ha lasciato piuttosto fredda l'opinione pubblica. E i media hanno ricordato al presidente che, dal varo del piano, sono stati persi ben 2,7 milioni di posti di lavoro. Un'emorragia non ancora bloccata, ogni mesi si bruciano 300 mila posti di lavoro, meno dei 600 mila di qualche mese fa, ma sempre tantissimi.

Eppure le banche centrali vorrebbero già tirare i remi in barca, per paura che la liquidità in circolo finisca pwer fare esplodere presto o tardi l'inflazione. Australia e Norvegia hanno alzato i tassi di interesse, la Banca del Giappone smetterà di finanziarie direttamente le imprese entro fine anno. La Bce ha fatto capire che presto ridurrà alcune misure non convenzionali di politica monetaria espansiva. La Federal reserve probabilmente aspetterà di capire le intenzioni del presidente Obama.

"È prematuro parlare di uscita dai piani di stimolo", ha sentenziato tuttavia da Shanghai il premio nobel per l'economia, Joseph Stiglitz, mai avaro di osservazioni critiche nei confronti della squadra messa in piedi dal presidente Obama. E così Chen a dargli manforte: sarà ben difficile per i consumi un ritorno ai livelli pre crisi. Insomma, il mondo non sarà mai più quello che abbiamo conosciuto e le sfide comprendono i livelli occupazionali, la debolezza degli investimenti, i prezzi delle materie prime e la volatilità delle valute .

Finora la Casa Bianca ha escluso un secondo piano di stimoli economici, ma potrebbe cambiare idea. Nell'Eurozona si discute sul rinnovo degli incentivi per l'acquisto delle auto. Nel frattempo la Germania punta a tagliare 24 miliardi di tasse a famiglie imprese e in Italia la maggioranza si divide sull'abolizione dell'Irap. L'impressione è però che potrebbe essere necessaria una nuova tornata di misure soprattutto a favore del mondo della produzione, piuttosto che alle banche.

Il punto della situazione in Italia. Considerazioni che trovano facile sponda anche tra gli studiosi più realisti nella vecchia Europa. Del resto nell'Eurozona il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 9,7%, il massimo degli ultimi dieci anni. Secondo il presidente del Gei (Gruppo Economisti di Impresa), Lorenzo Stanca, in Italia "la situazione rimane critica: l'attività economica ha toccato il fondo, ma stenta a riprendersi in maniera strutturale".

Dopo alcuni mesi di timida risalita, dopo l'estate insomma, l'attività produttiva, diminuita di un quarto rispetto all'anno precedente, è tornata a manifestare segnali di debolezza. A ruota di un terzo trimestre che dovrebbe far segnare a consuntivo un dato di Pil in incremento di circa mezzo punto percentuale rispetto al secondo trimestre, negli ultimi mesi dell'anno si dovrebbe registrare un nuovo calo. Nel complesso del 2009 la previsione è per un calo attorno al 5 per cento. Ancora in forte sofferenza i settori produttori di beni di investimento e costruzioni.

L'attuale fase recessiva si conferma come la più intensa del dopoguerra, oltre che una delle più prolungate. L'apprezzamento dell'euro (che ha chiuso la settimana poco sotto i massimi dell'anno, a 1,48 contro il dollaro) costringe le imprese a ridurre i margini all'esportazione, nonostante i processi di spostamento verso la qualità messi in atto negli ultimi anni abbiano ridotto l'elasticità al cambio del nostro export.

È molto dura ancora per i produttori di macchinari, per i quali la Cina è il primo mercato di sbocco (macchine utensili 14%) superando anche la Germania: la domanda estera nel suo complesso resta in flessione, sia pure meno accentuata rispetto all'inizio dell'anno.

Un elemento di preoccupazione è che il perdurare della debolezza dell'economia possa fare chiudere i battenti a molti, riflettendosi in una caduta sostanziale del numero degli occupati, finora scongiurata soltanto grazie a ammortizzatori formali e informali.

31 ottobre 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

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