BUONA PASQUA HAPPY EASTER Joyeuses Pâques FROHE OSTERN PASG HAPUS FELIZ PASCUA GLAD PÅSK Καλό Πάσχα Happy CΑSCA Хрыстос уваскрэс God pеske God påske Vrolijk Pasen Wesołych Świąt FELIZ PĮSCOA Iyi Paskalyalar Христос воскрес Boldog Hъsvéti Ünnepeket Paşte fericit Христос воскрес Срећан Ускрс Љťastné Veľká noc Vesela Velika noč חג פסחא שמח عيد فصح سعيد Gëzuar Pashkët Честит Великден FELIЗ PASQUA Šťastné Velikonoce SRETAN USKRS Head ülestőusmispüha Maligayang Pasko ng Pagkabuhay Hyvää Pääsiäistä Selamat hari Paskah Priecīgas Lieldienas Linksmų Velykų Велигденските Selamat hari Paskah HAPPY Għid عید پاک مبارک Lк Phục Sinh vui vẻ Formazione "il FIGLIO dell'UOMO" ARGOMENTO dalla STAMPA QUOTIDIANA

FORMAZIONE il FIGLIO dell'UOMO

ONLUS - ASSOCIAZIONE CATTOLICA

E-mail: studiotecnicodalessandro@virgilio.it Siti Internet:

http://www.cristo-re.eu ; http://www.cristo-re.it;

http://www.maria-tv.eu ;http://www.web-italia.eu

http://www.engineering-online.eu;

http://www.mondoitalia.net ;

dal 17 Aprile al 24 Aprile 2011

10a SETTIMANA MONDIALE della Diffusione in Rete Internet nel MONDO de

" i Quattro VANGELI " della CHIESA CATTOLICA , Matteo, Marco, Luca, Giovanni, testi a lettura affiancata scarica i file clicca sopra

Italiano-Latino Italiano-Inglese Italiano-Spagnolo

Aderite all"

ORDINE LAICO dei "CAVALIERI del FIGLIO dell'UOMO" per VIVERE il VANGELO, Diventate CAVALIERI del FIGLIO dell'UOMO vivendo la Vostra VITA in FAMIGLIA e sul LAVORO secondo VIA, VERITA' VITA

Ingegneria Impianti Industriali Elettrici Antinvendio

Per. Ind. G. Dalessandro

Il mio pensiero e la mia professionalità nei miei Siti Web

 

Bella Italia http://www.miglionico web.it Prof.. Labriola

 

 MILANO D'UOMO

Foto di MILANO

in sequenza clicca qui sopra

 TARANTO CASTELLO

Foto di TARANTO

clicca qui sopra

TA1 - TA2 - TA3

MIGLIONICO CROCIFISSO

XV SECOLO POLITTICO XV

Cima da Conegliano

clicca qui sopra

MG1.- MG2.- MG3.-

ROMA FONT. di TREVI

.1. .2. .3.

.4. .5. .6.

.7.

MATERA SASSI

Per vedere altre foto clicca qui sopra

MARTINA

S. MARTINO

.1. -.2. -.3. -.4. -.5. -.6. -.7. -.8.

Links: VATICANO LEV

Parrocchia Cristo Re Martina

http://www.parrocchie.it/ martinafranca/cristore.it

CHIESA CATTOLICA

Http://www.santiebeati.it

http://www.lachiesa.it

RADIO MARIA

http://www.cismitalia.org/ http://www.usmi.pcn.net http://www.ciisitalia.it

http://www.fratiminori lecce.org/node/342

Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi-dal 2010-04-15 ad oggi 2010-07-26 Sintesi (Più sotto trovate gli articoli)

2010-05-13 Solo con le intercettazioni si può vincere la guerra contro gli evasori

Se le parlo da ufficiale, le dico che il paese è sano. Rappresentando l’istituzione non posso darle risposte troppo brutte… In confidenza le direi che quasi tutti gli operatori economici evadono il fisco, che non evade solo chi non è capace. Il paese è sano? Un corno. L’evasione fa paura…". Grazie.

Lo dice uno che al fisco non ha rubato neanche un centesimo e ammira la Guardia di Finanza come si può ammirare l’angelo vendicatore e sterminatore.

L’ufficiale delle Fiamme gialle che mi parla, due lauree, una in scienze politiche, un’altra in giurisprudenza, un master alla Bocconi, scuole di specializzazione, indagini dagli esiti clamorosi (ci sono Berlusconi e Mediaset nel suo libro nero), mi racconta il suo mestiere. Si spiega subito e trascrivo: "Le verifiche fiscali vengono effettuate in presenza di elementi che già si hanno agli atti, perché quando si inizia una verifica cosiddetta di iniziativa senza avere elementi in mano è difficile che si riesca a individuare qualche cosa che vada al di là delle semplici irregolarità formali". Non c’è il cadavere in strada.

ST

DG

Studio Tecnico

Dalessandro Giacomo

41° Anniversario - SUPPORTO ENGINEERING-ONLINE

2010-05-04 L'annuncio in Conferenza stampa. la procura di perugia: "non è indagato"

Scajola si dimette: "Devo difendermi" Berlusconi: "Ha senso dello Stato"

Il ministro dello Sviluppo economico dice addio al governo: "Sto soffrendo". Il premier: "Ministro capace"

8 anni fa lasciò per il "caso biagi". nel 1983 si dimise da sindaco di imperia dopo l'arresto

Scajola, il ministro che si dimise 2 volte

Il titolare dello Sviluppo Economico aveva abbandonato l'incarico anche nel 2002 quando era titolare dell'Interno

8 anni fa lasciò per il "caso biagi". nel 1983 si dimise da sindaco di imperia dopo l'arresto

2010-05-02 il ministro per la Semplificazione Legislativa alla trasmissione "in Mezz'ora"

Calderoli: Berlusconi può andare avantiIn alternativa ci sono solo le elezioni

Su Fini: "Perenne ruolo di delfino che non spicca mai il volo".

Unità d'Italia: "Non so se saremo a celebrazioni"

MILANO - "Il governo ha i numeri per andare avanti e fare le riforme, in alternativa ci sono solo le elezioni". Lo afferma Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione legislativa, ospite della trasmissione "In mezz'ora". A una domanda dell'Annunziata sulla possibilità che la Lega partecipi a un governo tecnico per fare le riforme guidato da Giulio Tremonti, la risposta è netta: "No. L'elettorato ha dato il proprio consenso a una persona che è Berlusconi. E poi la prima persona che sarebbe contraria è Tremonti stesso".

2010-04-30

2010-04-25 LIBERAZIONE Celebrato il 25 aprile, Berlusconi sceglie la tv "Scriviamo assieme una nuova pagina di storia"

Il capo dello Stato all'Altare della Patria: "Il clima sia sereno". A Roma Contestata la Polverini

Zingaretti la difende. A Milano fischi per la Moratti. Sequestrati 4000 manifesti con l'effige del duce

Napolitano: "Unità d'Italia conquista irrinunciabile"

24 aprile 2010 Napolitano: "Unità d'Italia conquista irrinunciabile"

Berlusconi sul 25 aprile: ora scrivere pagina condivisa

Per riunire l'Italia il Quirinale vorrebbe lo "spirito di Onna"

150 anni Italia Napolitano scrive a Berlusconi: "Serve chiarimento"

Cirielli cancella la Resistenza "Liberi solo grazie agli Usa"

La Russa, Alemanno e altri 73 ex An: "Pdl scelta irreversibile"

Fini: non esco e non starò zitto

Il doppio incarico dell'onorevole a volte diventa triplo

23 aprile 2010 Il presidente della Camera: "Sulle riforme ognuno rinunci a piantare la propria bandiera"

Sulle riforme istituzionali "ognuno deve rinunciare a piantare la propria bandiera" e questo "vale tanto per il centrodestra quanto per il centrosinistra". Lo sostiene il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un intervento all'Istituto Stensen di Firenze. Intervistato dal docente di Relazioni Internazionali, Luciano Bozzo, Fini ha spiegato che "questo dibattito oggi non appassiona più perché non ha dato frutti.

"Senza precedenti" il match urlato tra Berlusconi e Fini

di Elysa Fazzino

"Senza precedenti" il match urlato tra Berlusconi e Fini

Una scena "senza precedenti", un "match urlato", una "rottura in diretta tv".

La stampa straniera ne ha certamente viste tante in Italia, ma lo scontro tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini alla direzione nazionale del Pdl ha sorpreso anche gli osservatori più blasé.

"La faida interna di Berlusconi esplode in uno scontro tv" è uno dei titoli sul sito web del Financial Times. Le divisioni nel partito sono esplose in un congresso "degenerato in un match urlato", scrive Guy Dinmore.

17 aprile 2010 Berlusconi in visita al Salone del mobile a Milano

Il Times elogia Tremonti, "buon candidato a miglior ministro delle finanze europeo"

Berlusconi: "Anche senza Fini il Governo va avanti"

I poteri dei finiani sul tavolo della presidenza del Pdl. Bossi non esclude il voto

"Opa" di Bossi sulle banche del Nord

Alfano non esclude il voto e dice che con Fini serve una soluzione definitiva

2010-04-16 PDL DIVISO Fini: "Pronto a creare gruppi autonomi" Incontro e scontro con Berlusconi

Duro faccia a faccia tra il premier e l'ex leader di An che invita "a non appiattirsi sulla Lega"

"Berlusconi deve governare, ma Pdl badi alla coesione nazionale".

Il Cavaliere chiede 48 ore

Fini: "Pronto a creare gruppi autonomi" Incontro e scontro con Berlusconi

ROMA - E' scontro aperto tra il premier Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini. La giornata che doveva servire al chiarimento finisce con parole che suonano come minacce e ultimatum ai limiti della crisi istituzionale.

Internet, l'informatore, ll Giornalista, la stampa, la TV, la Radio, devono innanzi tutto informare correttamente sul Pensiero dell'Intervistato, Avvenimento, Fatto, pena la decadenza dal Diritto e Libertà di Testimoniare.. Poi si deve esprimere separatamente e distintamente il proprio personale giudizio..

 

Il Mio Pensiero (Vedi il "Libro dei Miei Pensieri"html PDF ):

Il Ministro Scagliola si è dimesso motivando le dimissioni con il dubbio sorto in questi giorni che qualcuno possa aver pagato, a sua insaputa, una parte della casa di 180 m2 da lui acquistata nel 2004 nei pressi del Colosseo.

Il valore che il Ministro dice di aver pagato di tasca propria per quella casa è pari a quella di una casa del Centro Storico di Martina Franca, una Cittadina del meridione di 50000 abitanti.

Ma come può aver vissuto per oltre 5 anni il Ministro senza rendersi conto del valore reale della casa da lui acquistata ?

Se non è stato capace di valutare economicamente il valore della sua casa, come può essere ritenuto capace di svolgere le sue funzioni di Ministro, ed in particolare del Ministro dello Sviluppo Economico dell'Italia ?

Come si può pensare che sia capace di pensare ad una politica Energetica Nazionale, che sia capace di sapere quali sono i costi reali del Nucleare, delle dismissione del Vecchio Nucleare, dei Costi del Deposito delle Scorie fino ad oggi e nei millenni a venire, del Ponte di Messina, di quanto è costata l'Alta Velocità, il cui costo avrebbe dovuto essere dei privati, ma che in realtà è stato a carico dello stato, con una quadruplicazione dei costi oltre agli altri 30 Mld. di indebitamento finanziario che peseranno per sulle spalle dei cittadini per altri 30 anni.

Per non parlare di quali capacità abbia per valutare gli accordi sul Nucleare di Vecchia o Nuova Generazione.

E' chi lo doveva controllare non si è mai accorto di quello che stava succedendo nella lievitazione abnorme delle spese ?

Purtroppo ci sono stati altri esempi nella aggiudicazione di lavori per il G8 e delle emergenze, chi doveva controllare le spese non si è mai accorto che i prezzi lievitavano in maniera talmente spropositata, che invece qualsiasi direttore ed assistente dei lavori se ne sarebbe accorto, e avrebbe, disgusatato, rigettato i nuovi prezzi e li avrebbe denunziati pubblicamente, escludendo gli appaltatori disonesti dai futuri appalti .

Lo stesso è capitato nella Mala Sanità Lombarda, vantata come eccellenza, per interventi da day ospital che diventavano da ricovero, di operazioni non necessarie che mettevano a rischio la vita dei pazienti, ecc. Se il metro della Buona Sanità è quello dei costi della Sanità Lombarda, poveri noi.

Il metro della buona Sanità va visto con i costi di una Eccellenza Oculista quale è l'Ospedale Pubblico S. Maria degli Angeli di Putignano, dove per 2 volte mi hanno salvato la vista senza essere stato io paziente del primario di ieri e di quello di oggi, dove il tutto si svolge in una struttura degli anni '50, dove c'è il pienone senza che le liste di attesa siano spropositate, ma anzi vengono valutate attentamente, accelerando quelle urgenti, e dove stanno attuando quello che andrebbe fatto a Taranto, ovvero utilizzare la nuova legge sull'Edilizia, merito, questo si del Presidente Berlusconi, per ampliare e ristrutturare l'esistente, ed adeguarlo alla realtà Professionale dei Medici e del personale ausiliario, veramente eccellenti, tanto che per i degenti sembra essere in un albergo di 3 categoria, e non in un'Ospedale.

Nel Frattempo però qualcuno sta anche cercando di far passare per Buona Sanità quella di portare la Sanità privata a Taranto, con investimento da 250 Mld, mentre ne basterebbe investire 100 nelle strutture esistenti (ospedale S. Annunziata nel centro della Città per servirte egregiamente la Città senza disagi per i cittadini, ed ospedale Nord, sottoutilizzato male da 20 anni al 30 % delle capacità, decentrato forse per interessi privati o incapacità di giudizio in un una zona assurda. Con il risparmio dei restanti 150 Mld si potrebbe fare vera Prevenzione Sanitaria, quale quella del disinquinamento e riduzioni delle Emissioni tossiche, aiutando l'ILVA, invece di chiederne la chiusura come qualcuno vorrebbe fare con un referendum ( bastano appena 1000 firme per indire il referendum su una popolazione interessata di oltre 400000 abitanti), e mettendo a posto anche i depuratori che non funzionano.

Che iattura tremenda sarebbe chiudere l'ILVA, significherebbe mandare sul lastrico oltre 20000 famiglie, indebitarsi con costi sociali enormi, oltre che danneggiare l'intera economia Tarantina e Pugliese, ma anche quella Italiana che ha bisogno dell'Acciaio, il cui utilizzo viceversa andrebbe accentuato in periodo di crisi favorendone l'uso nell'edilizia.

Perché non si chiede inoltre di utilizzare parte dei terreni interni dello stabilimento per altre iniziative industriali sane, non inquinanti, utilizzando i servizi energetici dell'ILVA e la professionalità esistente, adottando anche strumenti di recupero e risparmio energetico, oltre che l'uso di energie alternative ?

E per Bari, perché sperperare 750 Mln per l'interramento della Ferrovia, quando ne basterebbero meno di 100 per incrementare i servizi di trasporto pubblici. Fra l'altro andrebbero adottate le metropolitane di superfice a costo zero, dimezzando i tempi di percorrenza (p.e. Martina-Bari) dimezzando le fermate, alternandole per servire tutti i paesi, spendendo pochissimo per trasformare il servizio, quadruplicando il traffico dei treni con conseguente enorme riduzione di quello privato su gomma, e grandissimi ritorni e vantaggi per la collettività, studenti, imprenditori, lavoratori, con un incremento degli scambi socio-economici e culturali.

Gli altri 650 Mln si potrebbero spendere proficuamente per:

  • Il collegamento con l'alta velocità, dalla quale la Puglia è esclusa, nonostante gli enormi sperperi, alta velocità che che fino ad oggi è servita per un traffico di appena 1000000 di viaggiatori l'anno
  • Aiutare la Giustizia con assunzione, da parte della Regione per 5 anni, di 2000 lavoratori da distaccare a supporto degli Uffici dei Tribunali e per fare prevenzione contra la malavita, delinquenza, corruzione, per la vivibilità delle città da restituire ai cittadini, con conseguenti ritorni economici per le Aziende, Artigiani, Commercianti, con conseguente incremento del traffico Turistico, ecc .
  • Aiutare la scuola Superiore adottando a spese della Regione il Tempo pieno a costi ridotti, utilizzando personale altamente professionalizzato, con oltre 30 anni di esperienza, in mobilità e cassa integrazione, per trasferire Know-how ai giovani, creare il collante con il mondo del lavoro e le istituzioni, favorire "l'Online" degli Appalti e delle Gestione degli Enti Pubblici, creando Centri Servizi, risparmiando cifre esorbitanti di una formazione fasulla molto costosa (100 Euro/ora attuali contro i 30-40 possibili), e soprattutto aprendo il mercato del lavoro a giovani altamente professionalizzati da una scuola migliore, senza sperpero di denaro per una formazione fasulla, e soprattutto perdere le enormi energie potenziali dei giovani, che viceversa oggi avviene con un rallentamento del loro ingresso nel mondo del lavoro, che nei fatti si è instaurato da oltre 20 anni
  • Facendo dell'AQP Ente Acquedotto Puugliese leader mondiale oltre che nell'acqua, anche nell'Energia, coinvolgento in questa iniziativa regioni meridionali e settentrionali, oltre che aprendolo in misura minoritaria all'eccellenza dell'Ingegneria Privata che si sta lasciando morire, proiettando invece l'Ente a livello Mediterraneo, del Medio Oriente, Cina India, ecc., oltre che renderlo giustamente leader Europeo essendo il più grande ente pubblico al Mondo.
  • Pensare anche come Puglia possa crearsi e concretizzare nei fatti un ruolo importante per l'EXPO 2015, dandogli la vera Valenza del Made in ITALY, grazie alla laboriosità di una Nazione creatasi in 3 millenni di storia e realizzatasi in uno Stato dall'Unità d'Italia di 160 anni fa', nei fatti concreti della Cultura, Laboriosità, Lavoro, Intelligenza di tutti gli ITALLIANI e non nelle vacuità leghistA del Federalismo del 1800, quando invece già Mazzini sognava una Europa Unita.

C'è TANTISSIMO ALTRO DA DIRE E SOPRATTUTTO FARE CONCRETAMENTE,

Per. Ind. Giacomo Dalessandro

Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi - dal 2010-04-15 ad oggi 2010-07-26

AVVENIRE

per l'articolo completo vai al sito internet

http://www.avvenire.it/

2010-07-26

26 luglio 2010

ROMA

Corruzione, in manette giudice e due avvocati

Un giudice onorario del Tribunale civile di Roma, un imprenditore, la moglie e i due figli, entrambi avvocati, sono stati arrestati dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria di Perugia. Sono accusati a vario titolo di falso materiale in atto pubblico commesso da privato, e falso ideologico commesso da pubblico ufficiale, corruzione in atti giudiziari e abusi in atti d'ufficio.

Due persone sono state arrestate a Roma e sono state trasferite in carcere a Perugia mentre altre tre sono state fermate in Sardegna e si trovano ora nel carcere di Tempio Pausania. Il magistrato arrestato è un giudice onorario che opera presso il Tribunale civile e si chiama Giovanni Dionesalvi. Quanto agli altri arrestati, sono l'imprenditore Giampaolo Mascia, i suoi figli Vittorio e Gianmarco, entrambi avvocati e la loro madre Piera Balconi.

I reati ipotizzati sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione. In particolare i due avvocati avrebbero dato o promesso utilità al giudice Dionesalvi in relazione ad alcune esecuzioni immobiliari affinchè fossero ritardate o quantomeno non eseguite.

L'indagine dei giudici di Perugia si basa su un carteggio che la Procura di Roma aveva inviato nel capoluogo umbro dopo aver ricevuto una segnalazione da parte dell'Avvocatura dello Stato.

 

 

 

25 LUGLIO 2010

INCHIESTA

L’Aquila, sulla ricostruzione

l’ombra del lavoro nero

Al’Aquila una ditta su due non è in regola e un operaio su tre neanche. Il 12 per cento poi è totalmente in nero. Nella città delle impalcature, le mille facce dei forestieri che, alle prime luci dell’alba, vedi aggirarsi nella via dei caporali o davanti ai cantieri ad elemosinare la giornata, fanno rumore quanto i numeri del dipartimento provinciale per il lavoro (Dpl). Così si scoperchia un vaso di Pandora che rende i racconti della disperazione tutt’altro che meteore.

Nei primi sei mesi dell’anno, infatti, il 50% delle aziende della ricostruzione controllate è irregolare, una tendenza già evidenziata nell’ultimo semestre 2009, che però non accenna a fermarsi. Sulle 237 imprese ispezionate, infatti ben 148 sono fuori norma per la sicurezza nel cantiere o per la posizione contrattuale. Se si guarda agli operai, poi, su 411 controllati 123 hanno contratti irregolari e 53 sono addirittura senza contratto. E a poco serve sventolare che anche il lavoro nero qui è al 10%, in linea dunque con la media nazionale (9,6%). L’Aquila è il più imparagonabile scenario lavorativo d’Italia per grandezza e profondità di interventi.

Lo precisa anche il direttore ispettivo del Dpl Maria Carmela Vecchio "C’è un’irregolarità non di poco contro – ammette. – I controlli ci sono, ma all’Aquila si incontra un cantiere aperto ogni dieci passi". Quasi a sminuire una situazione allarmante (e ad accennare, tra le righe, che è impossibile fare controlli abnormi con organici nella norma) aggiunge: "Non c’è mai stato un numero così elevato di aziende al lavoro qui finora". In sostanza, cioè, non si può controllarle tutte senza rinforzi. Ma alla parzialità dei dati si affianca il mondo taciuto, celato, e sfuggito ai controlli, delle centinaia di lavoratori giunti da tutta Italia attirati dal profumo dei soldi.

Una ricostruzione in nero, insomma. "C’è la crisi, non c’è più lavoro per te qui; vai in Abruzzo lì ce n’è per tutti", così si è sentito dire Alì un mese fa dal suo datore di lavoro in Veneto. E lui, con speranza di mandare qualche risparmio alla famiglia in Tunisia, sono due settimane che girovaga per i cantieri dell’Abruzzo. "Mi pagano 40 euro al giorno – dice – l’importante è dire di avere una sistemazione all’Aquila altrimenti non ti prendono". Fa spallucce quando gli si chiede dove abbia passato la notte. La paura di rivelare un nido abusivo è grande quando il morso allo stomaco che ha al passaggio di una volante della polizia. Ma adesso è anche un altro il suo timore, quello di non essere di nuovo pagato; "l’impresa dice di passare domani per i soldi, poi se ne va, prende un altro cantiere e non sai dove ritrovarla", chiosa.

Gli angeli della rinascita, però, parlano anche italiano e li vedi dividersi le brande nei punti di raccolta; qui per meno di trenta euro i privati offrono un posto letto senza chiedere troppi documenti. Gino e Rosario arrivano dalla Sicilia, consigliati da amici di amici. Dormono cinque ore a testa per pagare solo un letto nei container in periferia; sono in nero, ma non si lamentano. "Dalle nostre parti – dicono – non avremmo mai guadagnando cento euro al giorno, le ditte ci fanno i soldi, ma noi almeno prendiamo qualcosa in più per vivere". Come dire no al lavoro, anche irregolare, mormorano "quando l’offerta di lavoro è dieci volte più grande della domanda".

Alessia Guerrieri

 

 

25 luglio 2010

Inaccettabile lo sfruttamento dei lavoratori

Spazzare tutte le ombre da un intervento modello

Niente giustifica il mancato rispetto delle leggi. A maggior ragione di quelle che tutelano i lavoratori, la loro sicurezza, il loro diritto a un regolare contratto, a un giusto salario, a un trattamento corretto. Diritti fondamentali dai quali nulla può far derogare. Neanche la comprensibile necessità di fare in fretta, per ridare una casa a chi l’ha persa drammaticamente. Scopriamo invece che accade all’Aquila nei cantieri della ricostruzione, così come in quelli alla Maddalena, prima per il G8, poi trasferito proprio in Abruzzo, e oggi per la Vuitton World Series. I cantieri dell’emergenza, quella vera del terremoto e quella più labile dei grandi eventi.

Nel capoluogo abruzzese sono state trovate irregolarità nel 50 per cento delle imprese edili controllate nel primo semestre di quest’anno e in un terzo dei lavoratori. Addirittura 53 manovali, più del 10 per cento, erano totalmente in nero. Numeri ufficiali, forniti dal dipartimento provinciale per il lavoro, che chiunque può chiedere e andare a leggere. Molto simili a quelli riscontrate nei cantieri della Maddalena e comunicati addirittura dal governo. Ma, dato ancor più preoccupante, le percentuali di irregolarità sono praticamente uguali a quelle riscontrate nel 2009. Malgrado le tante rassicurazioni che quei cantieri sarebbero stati super controllati. E malgrado i riflettori mediatici costantemente accesi.

Invece c’è chi vergognosamente approfitta di coloro che hanno bisogno di lavorare, italiani o stranieri che siano. Risparmia sulla loro pelle e sulla loro vita, obbligandoli a ricorrere al sostegno delle iniziative Caritas. Lavoratori, ma poveri. Perché bisogna fare in fretta (è giusto) e fare soldi (molto meno). In questi mesi abbiamo imparato che dietro le emergenze più o meno reali ci sono tante deroghe, da leggi e contabilità. In nome dei tempi rapidi, per superare intralci burocratici o assurde inefficienze. Per aiutare meglio, e in fretta, chi si trova in difficoltà. Ma abbiamo, purtroppo, appreso che in alcuni casi queste deroghe sarebbero servite alla "cricca" per ben altri scopi. Interessi privati con strumenti pubblici.

Ora scopriamo che qualcuno, all’Aquila come alla Maddalena, ha pensato bene di derogare dalle norme sul lavoro, al punto di giungere a casi di vero sfruttamento. Imprese che non danno il giusto, che non rispettano gli orari e la sicurezza nei cantieri, e "caporali" che forniscono manodopera a prezzi stracciati. E meno male che sono stati smascherati. Ma queste imprese come sono state scelte, che garanzie di correttezza e legalità avevano dato? L’efficienza e la rapidità non possono bastare. Una recente operazione contro il clan dei casalesi ha confermato le mire della potente cosca camorristica sui cantieri della ricostruzione. Non solo ipotesi: i magistrati della Dda di Napoli hanno spiegato che le ditte colluse hanno operato davvero.

Ma evidentemente non ci sono solo le azioni eclatanti della "cricca" e dei mafiosi, a speculare sulla ricostruzione. C’è un’illegalità meno "rumorosa", quotidiana, e per questo ancora più pericolosa e drammaticamente squallida. Sfruttare vite, anche se per alleviare le difficoltà di altre, è inaccettabile. Servirebbero maggiori controlli. Eppure, benché l’Aquila sia la città con più cantieri aperti d’Italia, gli ispettori destinati alle verifiche sono troppo pochi. Ecco, questi sì sarebbero soldi ben spesi. Per gli aquilani. E per chi sta rimettendo in piedi la loro città.

Antonio Maria Mira

 

 

 

 

2010-07-22

22 Luglio 2010

POLITICA & INFORMAZIONE

Berlusconi: contro di me campagna mediatica

Il Tg1 anticipa il messaggio, è polemica

"In questi giorni sono riprese contro il governo e contro il Popolo della libertà furibonde campagne mediatiche". Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lancia "l'operazione memoria" con un messaggio inviato a tutto il popolo del Pdl e ai simpatizzanti, invitandoli alla mobilitazione. Un messaggio parzialmente anticipato dal sito del Tg1. Quanto basta a scatenare una polemica interna all'opposizione, l'Idv in primis che annuncia iniziative a San Macuto e "in ogni sede competente" contro le scelte del direttore del Tg1 Augusto Minzolini: il messaggio infatti è stato annunciato e in parte anticipato in apertura della homepage.

Il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti, dal canto suo, osserva che "è quanto meno singolare che il sito internet del principale tg del servizio pubblico dia spazio in apertura ad una lettera di propaganda, pubblicitaria, di partito del presidente del Consiglio".

Immediata la replica del tg della rete ammiraglia di Viale Mazzini proprio dal sito: "A chi ha criticato la tempestività con cui abbiamo dato la notizia del messaggio di Berlusconi, rispondiamo che il nostro sito è abituato a dare le notizie. Possibilmente prima degli altri. Cosa che succede spesso. Oggi – prosegue il Tg1 – è capitato con un messaggio di Berlusconi. Che, per inciso, subito dopo è diventato l'apertura dei maggiori siti d'informazione italiani. Domani speriamo che capiti con un messaggio o una qualunque altra iniziativa di Pier Luigi Bersani o Antonio Di Pietro. Questo è quello che dovrebbe fare ogni organo di informazione, cominciando da quello che è investito del compito di fare servizio pubblico. Tutto qui".

 

 

2010-07-17

17 luglio 2010

P3

Cosentino interrogato:

"Mai screditato Caldoro"

L'ex sottosegretario all'economia Nicola Cosentino è sotto interrogatorio alla Procura di Roma nel'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P3: Cosentino viene sentito da circa due ore in qualità di indagato per associazione per delinquere e violazione della legge Anselmi sulle società segrete.

Il gruppo di Flavio Carboni, arrestato nelle scorse settimane, aveva puntato su Cosentino per la candidatura alla presidenza della Regione Campania al posto dell'attuale governatore StefanoCaldoro.

"Penso di avere chiarito tutto quello che c'era da chiarire. I magistrati sono stati gentili e disponibili". e "Non ho in alcun modo tentato di screditare Stefano Caldoro". Ha detto al termine dell'interrogatorio.

Nessun commento da parte del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo salvo che l'atto istruttorio "non ha riguardato la parte relativa al contenuto delle intercettazioni telefoniche poichè quelle relative a parlamentari non sono utilizzabili".

 

 

16 luglio 2010

SPORT INQUINATO

Le mani della mafia sul calcio

Sono più di 30 i club coinvolti

Partite truccate, scommesse clandestine, presidenti prestanome: le mafie hanno messo le mani sul mondo del calcio, perchè, come spiega Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera "si garantiscono visibilità e presidio nel territorio e opportunità di riciclare denaro e arruolare nuove leve".

In Lombardia, in Campania, Basilicata, Calabria, sono più di trenta i clan contati da Libera direttamente coinvolti o contigui al potere della criminalità organizzata e censiti per inchieste giudiziarie per infiltrazioni malavitose. "È uno spaccato inquietante - ha sottolineato Don Ciotti - ma non c'è da stupirsi".

È la denuncia dell'associazione Libera, che ha presentato il dossier "Le mafie nel pallone - Storie di criminalità e corruzione nel gioco più truccato al mondo. Potenza Calcio: il caso limite", un'anticipazione del libro "Le mafie nelPallone", di Daniele Poto, in uscita a settembre.

Già tre anni fa Libera aveva denunciato che nella piana di Gioia Tauro i clan sono entrati nei piccoli club, in quell'occasione "il mondo del calcio si è indignato, ma è una realtà che le mafie siano "nel pallone"". I collaboratori di giustizia, ha ricordato il fondatore di Libera, da anni "dichiarano che i presidenti dei club hanno offerto loro posti di lavoro, che hanno scoperto solo dopo essere manovalanza per le organizzazioni criminali".

Il caso di Giorgio Chinaglia, tutt'ora latitante per la tentata scalata alla Lazio, quello dei giocatori del Potenza che non gioiscono per il gol dei propri compagni di squadra perchè sui risultati delle partite erano stati scommessi migliaia di euro in collusione con la 'ndrangheta, sono solo episodi limite. Il dossier, preparato da Libera, e che verrà pubblicato in settembre, ne cita altri.

 

 

 

2010-07-16

16 luglio 2010

CORRUZIONE E POLITICA

Alfano: "Niente caccia alle streghe"

"Abbiamo una certezza: che il sistema-giustizia ha dentro di sè tutti gli anticorpi per reagire". Così il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, sull'inchiesta P3 e il coinvolgimento di magistrati. "Non si può fare di tutta un'erba un fascio e non si può dare la caccia alle streghe", aggiunge. Parlando a Bruxelles, a margine al Consiglio Giustizia della Ue, Alfano premette che non intende commentare un'inchiesta in corso. "Ciascuno faccia il proprio dovere - ammonisce - Sia dal punto di vista inquirente che dal punto di vista di chi è chiamato a difendersi".

ll Guardasigilli esclude in maniera categorica che la tenuta del governo si a rischio. "Perchè dovrebbe? Ho letto ipotesi di cambiamenti di governo, di governi di transizione", dice Alfano, sottolineando come nel nostro paese siano "difficili da accettare le regole delle democrazie occidentali, che chi vince le elezioni governa, chi non vince le elezioni non può governare".

"Nel nostro paese -continua il responsabile della Giustizia - si confondono la politica e la democrazia con i videogame, ma non è un gioco per cui hai un telecomando e cambi". Il governo italiano, rivendica Alfano, ha vinto le elezioni nel 2008, le europee nel 2009 e le regionali nel 2010, è sempre stato confermato dagli italiani e "continuerà a governare nella certezza che gli italiani hanno che a presiedere questo governo c'è Berlusconi, che sta bene di suo e non ha certo bisogno di mettersi in tasca i soldi della politica, anzi ci ha rimesso".

 

 

15 luglio 2010

INDAGINE

Eolico, bufera sui giudici coinvolti

Il Csm trasferisce Marra

La Procura generale della Corte di Cassazione, titolare dell'azione disciplinare assieme al ministro della Giustizia, rende noto - con un comunicato - di aver avviato "sin dal 12 luglio scorso, una indagine di natura disciplinare" in merito ai "fatti emergenti dall'ordinanza di custodia cautelare" emessa dal gip di Roma nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti nell'eolico e sulla associazione segreta denominata P3.

La nota della procura generale della Suprema Corte non cita i nomi dei magistrati su cui sta compiendo accertamenti. Nell'ordinanza di custodia cautelare si fanno i nomi del presidente della Corte di Appello di Milano Alfonso Marra (su cui la prima commissione del Csm ha oggi avviato una istruttoria per il trasferimento per incompatibilità ambientale), del capo degli ispettori del ministero della Giustizia Arcibaldo Miller (magistrato fuori ruolo su cui possono intervenire a livello disciplinare il ministro della Giustizia e il pg della Cassazione, ma non il Csm), dell'avvocato generale in Cassazione Antonio Martone (che ha presentato la scorsa settimana domanda di pensionamento).

Il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, anch'egli magistrato fuori ruolo fino a qualche mese fa, il cui nome figura nell'inchiesta, è andato in pensione da poco e dunque non è più passibile di accertamenti disciplinari.

CSM APRE PROCEDURA DI TRAASFERMIENTO PER MARRA

All'indomani della richiesta di dimissioni dell'Anm ai magistrati coinvolti nella vicenda della cosiddetta "P3", la prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha aperto oggi una procedura di trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale nei confronti di Alfonso Marra, presidente della Corte d'Appello di Milano, il cui nome era comparso in alcune intercettazioni dell'inchiesta su presunti illeciti in appalti per l'eolico.

"Sono contento per l'apertura del procedimento del Csm perchè cosi si chiarirà la mia posizione", ha detto Marra a Milano parlanco coi giornalisti.

Oltre a Marra, tra i magistrati coinvolti - ma non indagati - nella vicenda ci sono Antonio Martone, presidente della Commissione per la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche, e Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero della Giustizia.

 

 

 

2010-07-15

15 luglio 2010

INDAGINE

Eolico, bufera sui giudici coinvolti

Il Csm trasferisce Marra

La Procura generale della Corte di Cassazione, titolare dell'azione disciplinare assieme al ministro della Giustizia, rende noto - con un comunicato - di aver avviato "sin dal 12 luglio scorso, una indagine di natura disciplinare" in merito ai "fatti emergenti dall'ordinanza di custodia cautelare" emessa dal gip di Roma nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti nell'eolico e sulla associazione segreta denominata P3.

La nota della procura generale della Suprema Corte non cita i nomi dei magistrati su cui sta compiendo accertamenti. Nell'ordinanza di custodia cautelare si fanno i nomi del presidente della Corte di Appello di Milano Alfonso Marra (su cui la prima commissione del Csm ha oggi avviato una istruttoria per il trasferimento per incompatibilità ambientale), del capo degli ispettori del ministero della Giustizia Arcibaldo Miller (magistrato fuori ruolo su cui possono intervenire a livello disciplinare il ministro della Giustizia e il pg della Cassazione, ma non il Csm), dell'avvocato generale in Cassazione Antonio Martone (che ha presentato la scorsa settimana domanda di pensionamento).

Il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, anch'egli magistrato fuori ruolo fino a qualche mese fa, il cui nome figura nell'inchiesta, è andato in pensione da poco e dunque non è più passibile di accertamenti disciplinari.

CSM APRE PROCEDURA DI TRAASFERMIENTO PER MARRA

All'indomani della richiesta di dimissioni dell'Anm ai magistrati coinvolti nella vicenda della cosiddetta "P3", la prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha aperto oggi una procedura di trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale nei confronti di Alfonso Marra, presidente della Corte d'Appello di Milano, il cui nome era comparso in alcune intercettazioni dell'inchiesta su presunti illeciti in appalti per l'eolico.

"Sono contento per l'apertura del procedimento del Csm perchè cosi si chiarirà la mia posizione", ha detto Marra a Milano parlanco coi giornalisti.

Oltre a Marra, tra i magistrati coinvolti - ma non indagati - nella vicenda ci sono Antonio Martone, presidente della Commissione per la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche, e Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero della Giustizia.

 

 

 

 

15 luglio 2010

POLITICA E GIUSTIZIA

Eolico, Cosentino lascia

"Così tutelo il governo"

Quello che Silvio Berlusconi non sopporta di tutta questa avvilente e contorta vicenda è di doverla dare vinta a Gianfranco Fini ancora una volta. Dopo Brancher, anche Nicola Cosentino si dimette da sottosegretario per evitare la conta interna: la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni sarebbe stata votata mercoledì della prossima settimana, come deciso in piena autonomia dal presidente della Camera. Una mossa a sorpresa, quella del numero uno di Montecitorio, che scatena una reazione inevitabile per la tenuta della maggioranza e del governo.

E nel tardo pomeriggio da Palazzo Chigi, dove è riunito il vertice del Pdl, non può che arrivare la conferma: Cosentino si arrende, su richiesta del premier. Resterà alla guida del partito in Campania. La vicenda Caliendo è rinviata a settembre, mentre nulla si dice dell’altro indagato Verdini, se non che – come anticipa il ministro degli Esteri Frattini – ad agosto il Cavaliere ha convocato "alcuni di noi per fare una riflessione sull’organizzazione del partito". Riflessione che potrebbe preludere alla scelta del coordinatore unico.

Di fatto tutto nasce dalla contestata calendarizzazione del presidente della Camera che, in assenza di una decisione dei capigruppo, fissa le mozioni nell’agenda di mercoledì, senza curarsi dell’insorgere di Pdl e Lega, pure questa favorevole alle dimissioni dei sottosegretari sotto inchiesta. Una prova di forza che si fa sentire. Il presidente della Camera insiste sul "progetto ambizioso" del Pdl, dal quale non intende affatto sfilarsi. Parla di confronto necessario, "aspro ma doveroso", ricorda la necessità delle riforme e insiste sulla legalità.

Berlusconi convoca immediatamente Verdini e Cosentino, insieme con i fedelissimi. Fa pressione, malgrado fino all’ultimo dichiari di non voler cedere al giacobinismo di chi emette una sentenza prima ancora del processo. Ma la strategia di Fini ha messo all’angolo il capo del governo, che si ritrova con le mani legate. L’unico modo per liberarsi dalla morsa è offrire la testa del sottosegretario al Tesoro.

Cosentino si piega e mette giù il suo comunicato: "Ho deciso di concerto con il presidente Berlusconi di rassegnare le mie dimissioni da sottosegretario per potermi completamente dedicare alla vita del partito, particolarmente in Campania". Berlusconi esaurisce con poche parole il suo commento: "Ho condiviso la decisione di Nicola Cosentino di dimettersi da sottosegretario. Ho altresì avuto modo di approfondire personalmente e tramite i miei collaboratori la sua totale estraneità alle vicende che gli sono contestate". Di qui la certezza, dice "che la sua condotta durante la campagna elettorale è stata improntata alla massima lealtà e al massimo impegno per ottenere la vittoria di Stefano Caldoro". Una resa ma condizionata.

Subito dopo però inizia la battaglia al veleno. Cosentino si toglie tutti i sassolini: le accuse sono rivolte a Fini e al suo "braccio armato" Bocchino che, secondo il Cosentino-pensiero, "da anni, senza successo, tenta di incidere sul territorio non già per interessi del partito bensì per mere ragioni di potere personale e che alla prova elettorale è sempre stato sconfitto". Altro che questione morale, si sfoga sarcastico l’ex sottosegretario, che sottolinea come per quattro volte sia stata presentata una mozione contro di lui, con gli stessi argomenti. "Il presidente della Camera con solerzia degna di miglior causa, ha ritenuto di volerle calendarizzare in tempi brevissimi basandosi quindi soltanto su indimostrate e inconsistenti notizie di stampa".

Parole che lasciano "del tutto indifferente" Fini. La scelta dell’agenda rientra nelle prerogative del presidente della Camera, ricordano nell’entourage finiano. Quanto al co-fondatore del Pdl, pronto l’apprezzamento per la scelta di Cosentino: "Dimettersi anche per difendersi in sede giudiziaria era per l’onorevole Nicola Cosentino un indispensabile e doveroso atto di correttezza istituzionale, anche per una evidente e solare questione di opportunità politica".

La Lega tace: "C’è un’inchiesta in corso, no comment", sono le parole del ministro Maroni. Ma tira un sospiro di sollievo, preoccupata dalle vicende giudiziarie che travolgono l’esecutivo. E Berlusconi medita la prossima mossa.

Roberta D'Angelo

 

 

 

 

15 luglio 2010

Governo, sottogoverno, dimissioni

Non si può cedere alla logica dell'intrico

Si susseguono scandali, reali o gonfiati per interessi politici, che coinvolgono quello che una volta si chiamava il "sottogoverno": cioè attività, manovre, incontri e (in qualche caso) atti collusivi con poteri economici o persino criminali, esercitati da personaggi che hanno funzioni non proprio centrali nell’esecutivo, ma che hanno uno status di rilievo e finiscono col coinvolgere il governo nelle loro responsabilità. Naturalmente, le eventuali responsabilità penali – che debbono essere accertate e che per ora non lo sono affatto – sono comunque personali, e chiunque deve essere considerato innocente fino a sentenza definitiva. Sul piano politico va però notato che certi tentativi di influenzare organi istituzionali o giudiziari potrebbero forse rivelarsi alla fine un non-crimine, ma sicuramente rappresentano una serie di errori piuttosto marchiani e sono, comunque, sintomo di supponenza e d’incapacità di valutare la situazione e la reattività (anche elettorale) dell’opinione pubblica. Le dimissioni di ieri sera del sottosegretario Nicola Cosentino in qualche modo lo certificano. E dicono anche dell’altro.

Il "sottogoverno" è sempre esistito – ed esiste, purtroppo – sotto tutti i cieli. È un problema che si fa grave e insopportabile se diventa tanto folto e intricato da rendere difficile, ostacolandola, l’effettiva attività di governo. Come accennato, non è solo un problema italiano: il fatto che i giornali francesi nel momento in cui il ministro del Lavoro di Parigi propone una storica riforma delle pensioni si occupano, invece, del suo ruolo di amministratore del partito di maggioranza fa capire come i problemi creati dal "sottogoverno" finiscano con l’oscurare scelte di governo anche obiettivamente assai impegnative, nel bene o nel male.

È importante che sia chi governa sia chi si oppone sappia mantenere il senso delle proporzioni: chi governa dimostrando che la determinazione nelle scelte politiche di fondo non è influenzata da manovrette sotterranee, che vanno anche prontamente stroncate; chi si oppone distinguendo tra le schermaglie costruite su vicende specifiche e personali, ovviamente lecite ma non decisive, e il confronto necessario sulle scelte che determinano il futuro del Paese. Il continuamente ribadito appello del Quirinale a riconoscere coralmente le esigenze di risanamento della finanza pubblica, pur nella dialettica dei rimedi e delle soluzioni prospettate, suona anche un richiamo a mettere al primo posto quel che conta davvero.

In ogni caso, però, non si può dimenticare che chi ha le massime responsabilità ha anche il massimo dovere di chiarezza. Difendere i collaboratori che si sono scelti, non accettare senza contrastarle tutte le accuse mediatiche, è ragionevole, ma anche per il governo, e per chi lo guida, vale la regola della priorità politica. Se, indipendentemente dalle responsabilità individuali, il "sottogoverno" rende più traballante il percorso del governo, se il sottobosco troppo rigoglioso impedisce al bosco di vivere, bisogna potare quel che va potato, per complicato o doloroso che sia (o appaia).

Per chiedere, com’è giusto, agli altri di usare corrette priorità, bisogna agire nello stesso senso. Il passo indietro dell’ex sottosegretario Cosentino è un segnale che può essere letto in questa chiave. Non si tratta, ovviamente, per il presidente Berlusconi di cedere a "campagne" considerate infondate e strumentali, ma di prendere atto che ci sono anche rimostranze, preoccupazioni e allarmi diffusi, comprensibili e giustificati. Non si può cedere alla logica dell’intrico.

Sergio Soave

 

 

 

15 luglio 2010

LA GUERRA ANTICRIMINE

Gli appalti della 'ndrangheta

bombe ecologiche nei cantieri

Pur di lucrare il più possibile sui soldi che arrivavano dagli appalti, la cricca collusa con i boss della ’ndrangheta era disposta a tutto. Anche a mettere a rischio la salute pubblica. Perché l’organizzazione era sicura di farla franca, grazie all’imponente giro di conoscenze politiche di cui potevano disporre. Non solo, stanchi di vivere di subappalti e di taglieggio ai piccoli imprenditori, le cosche avevano pensato di puntare in alto attraverso l’uso di società capaci di vincere da sole importati appalti pubblici, come per esempio la Perego Strade, poi Perego general conctrator.

"Gli scavi effettuati dalla Perego - la quale, si rammenti, ha lavorato in cantieri per la realizzazione di opere pubbliche di notevole importanza - sarebbero pieni di sostanze notoriamente inquinanti e pericolose, come l’amianto". Così ha scritto nell’ordinanza, il gip di Milano Giuseppe Gennari e che martedì all’alba ha portato in carcere oltre 160 persone solo in Lombardia (305 in tutta Italia) tra cui Ivano Perego, presidente della Perego Strade, poi diventata Perego general conctractor, e il boss Salvatore Strangio. Proprio Strangio aveva acquisito per conto "delle ’ndrine di Platì e Natile di Careri la gestione e comunque il controllo delle attività economiche" prima di una poi dell’altra società di Perego, tra le maggiori in Lombardia, nel settore del movimento terra.

E della presunta esistenza di sostanze inquinanti e pericolose nei cantieri in cui ha lavorato la Perego, come si legge nell’ordinanza, ne parla in un interrogatorio un ex dipendente della società, sentito dagli inquirenti. "Quello che posso dire – ha spiegato l’ex dipendente – è che in tutti i cantieri dove ha lavorato la Perego nel corso degli anni sono stati utilizzati per le opere di riempimento materiali fortemente inquinanti, come eternit, amianto e in genere materiali provenienti da demolizioni indifferenziate". Nell’ordinanza il giudice ha sottolineato che la Perego, all’epoca (2008-2010) delle indagini era presente tra l’altro a Milano sui cantieri di Citylife, nella realizzazione del nuovo edificio da adibire a uffici giudiziari, davanti al palazzo di giustizia di Milano, del deposito automobilistico Atm e della polizia municipale di Milano.

E l’altro canale che serviva era appunto il contatto politico. Esponenti locali avvicinati da faccendieri, attraverso lo strumento delle cene elettorali. "Devo organizzarti una cena elettorale ... Io ti presento le persone ... dopodiché sei tu che mi dici: allora a questo qui diamogli spazio, a quest’altro non glielo diamo". Così l’ex assessore provinciale milanese Antonio Oliverio, indagato pure lui nell’inchiesta della Dda di Milano, parlava a Perego. Il mestiere di imprenditore di Perego, secondo Oliverio, "consente a me di stare lì a rompermi i "c....oni"...con la politica e a pagarmi lo stipendio a fine mese ci pensi tu". Anche se ieri Oliverio ridimensiona questi fatti. Il 19 maggio 2009 un altro episodio. Viene organizzata in casa di Andrea Pavone, arrestato e accusato di associazione mafiosa, una cena a cui è stato invitato anche Emilio Santomauro, per due volte consigliere comunale a Milano ed ex esponente dell’Udc. "Cena andata alla grande", racconta Pavone, intercettato, e parlando di Santomauro aggiunge: "È ben inserito anche lui in tutto a Milano, Nord Italia".

In un altra intercettazione del 18 giungo 2009, Oliverio dice a Perego che devono andare a Milano per salutare, come spiega il gip nell’ordinanza "Zambetti Domenico, assessore regionale all’Artigianato e Servizi". Quest’ultimo è solo un tentativo di contatto, andato pure a vuoto, ma che dà l’idea di come la cricca cercasse in ogni modo di infiltrarsi nel sistema degli appalti. E su questa rete di contatti e sulle infiltrazioni della ’ndrangheta il Partito democratico presente nel Consiglio regionale della Lombardia, ha richiesto la convocazione di una seduta straordinaria e la presenza del presidente della Commissione antimafia Giuseppe Pisanu.

Davide Re

 

 

 

 

 

14 luglio 2010

APPALTI IN SARDEGNA

Eolico, Cosentino si dimette

dall'incarico di sottosegretario

"Ho deciso di concerto con il presidente Berlusconi di rassegnare le mie dimissioni da sottosegretario per potermi completamente dedicare alla vita del partito, particolarmente in Campania, anche al fine di contrastare tutte quelle manovre interne ed esterne poste in essere per fermare il cambiamento". Con queste parole, al termine di un incontro con il presidente del Consiglio e dello stato maggiore del Pdl, Nicola Cosentino ha annunciato le proprie dimissioni da sottosegretario all'Economia.

Poco dopo l'annuncio, sulla vicenda interviene anche Silvio Berlusconi: "Ho condiviso la decisione di Nicola Cosentino di dimettersi da sottosegretario. Ho altresì avuto modo di approfondire personalmente e tramite i miei collaboratori la sua totale estraneità alle vicende che gli sono contestate". Il presidente del Consiglio ha poi precisato di essere certo che la condotta di Cosentino durante la campagna elettorale per la regione Campania "è stata improntata alla massima lealtà e al massimo impegno per ottenere la vittoria di Stefano Caldoro"

Oltre a ribadire la propria innocenza (Cosentino è coinvolto nelle indagini della Procura di Roma sull'eolico in Sardegna ed è accusato di essere l'ispiratore del falso dossier su Caldoro, ndr) l'ex sottosegretario ha attaccato il presidente della Camera, Gianfranco Fini: "Vuole ottenere il potere nel partito tramite l'onorevole Bocchino".

In un lungo comunicato si leva anche qualche sassolino nella scarpa. "Il presidente della Camera -scrive Cosentino- con solerzia degna di miglior causa, dopo che già per due volte proprio alla Camera dei deputati analoghe mozioni erano state votate e respinte con larga maggioranza, così come anche una al Senato, ha ritenuto di volerle calendarizzare in tempi brevissimi basandosi quindi soltanto su indimostrate e inconsistenti notizie di stampa"

"Quale atteggiamento -sottolinea- ben si comprende ove si onoscano le dinamiche politiche in Campania e coloro che sono i più stretti collaboratori di Fini, quale Bocchino che da anni, senza successo, tenta di incidere sul territorio non già per interessi del partito bensì per mere ragioni di potere personale e che alla prova elettorale è sempre stato sconfitto".

LE REAZIONI

"Dimettersi anche per potersi meglio difendere in sede giudiziaria era per l'onorevole Cosentino un atto indispensabile e doveroso di correttezza istituzionale per una evidente e solare questione di opportunità politica". Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini.

Esulta il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro: "Era ora. Cosentino non poteva fare altrimenti. Adesso chiediamo, come abbiamo fatto oggi in Aula, che la Camera autorizzi il suo arresto, come ha già chiesto l'autorità giudiziaria"

"E sono tre. Dopo Scajola e Brancher arrivano anche le dimissioni del sottosegretario Cosentino. È un governo in agonia, travolto dagli scandali e dalle guerre intestine della maggioranza e il premier è costretto a usare tutta la sua moral suasion per evitare che la crisi politica esploda in Parlamento", è il commento del presidente del Pd, Rosy

Bindi.

Dal vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino un ringraziamentoa Berlusconi "per aver ascoltato il nostro grido d'allarme rispetto al danno elettorale che la permanenza al governo di Nicola Cosentino stava provocando al Pdl".

EVITATO IL VOTO DI SFIDUCIA

La decisione di fare un passo indietro permette alla maggioranza di tirare un sospiro di sollievo: è saltata infatti la "conta" sulla mozione di sfiducia (presentata da Pd, Udc e Idv) che in mattinata era stata calendarizzata alla camera per mercoledì prossimo. La decisione era stata presa dal presidente della Camera Gianfranco Fini accogliendo la richiesta dell'opposizione.

Una scelta che aveva fatto salire notevolmente la tensione all'interno della coalizione di governo. Una decisione che aveva suscitato la dura la reazione di alcuni esponenti della maggiornaza: "La decisione di Fini è grave perchè contrasta con la maggioranza del Parlamento", ha detto il capogruppo della Lega Marco Reguzzoni, mentre Fabrizio Cicchitto ha manifestato "netto dissenso sulla calendarizzazione".

 

 

 

14 luglio 2010

INCHIESTA EOLICO

L'Anm: i magistrati coinvolti si dimettano

"Bisogna avere la capacità e il coraggio di farsi da parte. Quando il sospetto sulla tua persona getta ombra sulla categoria della è necessario lasciare libera l' istituzione": lo ha detto il segretario dell' Anm, Giuseppe Cascini nel corso della riunione del comitato direttivo. "È necessario un segnale forte" , ha sottolineato, lla luce delle ultime vicende giudiziarie che hanno visto coinvolto magistrati ed ex magistrati.

È necessario quindi, secondo Cascini, che i magistrati lascino il loro incarico. "Poi - ha aggiunto - per questi magistrati c' è la presunzione di innocenza, la disciplinare, primo grado, appello e Cassazione con tutte le tutele. Ma noi abbiamo il dovere di dare risposte chiare e prendere le distanze".

Secondo il segretario dell' Anm, "il tentativo di sottolineare la gravità della vicenda è una linea pericolosa perchè questa ha le caratteristiche analoghe a quelle degli anni ottanta. Le differenze riguardano solo aspetti più grotteschi e poco istituzionali anche rispetto alla loggia P2 ma il rischio maggiore è proprio quello di sottovalutare la gravità del fenomeno". Cascini sottolinea che "i fatti che emergono sono chiarissimi, per questo noi abbiamo espresso subito la nostra indignazione".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2010-07-12

12 LUglio 2010

INCHIESTA

Eolico, Carboni tentò di avvicinare pm G8

Indagati Dell'Utri e Cosentino

Il senatore Marcello Dell'Utri e il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino sono indagati nell'ambito dell'inchiesta che ha portato in carcere nei giorni scorsi Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino. A iscrivere i due politici nel registro degli indagati è stato il pubblico ministero Rodolfo Sabelli al quale è affdata l'indagine stralcio dall'inchiesta sull'eolico.

I reati ipotizzati per Dell'Utri e Nicola Cosentino, come per Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino sono quelli di associazione per delinquere semplice e violazione degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi che vieta la ricostituzione delle società segrete.

Nelle intenzioni di Claudio Carboni, Arcangelo Martino e Raffaele Lombardi, arrestati nei giorni scorsi per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, ci sarebbe stata anche l'intenzione di prendere contatti con i magistrati che a Firenze indagavano sul G8 e sugli eventi affidati alla Protezione civile.

L'avvicinamento dei magistrati fiorentini sarebbe dovuto avvenire attraverso l'attività del Centro studi giuridici per l'integrazione europea diritti e libertà, centro che doveva agevolare l'acquisizione di notizie provenienti dagli ambienti politici e della magistratura. Il progetto però non andò in porto perchè fu annullato allorchè fallì l'intervento per fare accogliere il ricorso elettorale della lista 'Per la Lombardià di Roberto Formigoni.

Intanto sarà interrogato domani dai magistrati ai quali è affidata l'inchiesta sull'eolico in Sardegna il presidente dell'Arpas Ignazio Farris, indagato nell'inchiesta che coinvolge anche Arcangelo Martino, Pinello Cossu, Pasquale Lombardo, Flavio Carbone, Denis Verdini e Ugo Cappellacci, presidente della Sardegna. Fu lui secondo quanto ritengono i magistrati romani ad agevolare la nomina di Farris all'incarico di presidente dell'Arpas così come avrebbe richiesto Flavio Carboni.

E ciò allo scopo di avere una persona di fiducia in previsione della realizzazione del progetto dell'eolico. L'iscrizione di Cappellacci per corruzione e abuso d'ufficio nel registro degli indagati sarebbe proprio conseguente a questo suo intervento. Domani era previsto l'interrogatorio di Cappellacci che è stato però rinviato a richiesta dei suoi difensor

 

 

 

 

12 luglio 2010

INCHIESTA SULL'EOLICO

Tensione nel Pdl, Verdini indagato

per associazione segreta

Il caso Verdini agita il Pdl. Lo stato maggiore del partito difende il coordinatore coinvolto nell'inchiesta sugli appalti per l'eolico e indagato per associazione segreta. Ma i finiani, con Italo Bocchino, ne chiedono le dimissioni. "Mi auguro che Verdini sappia dimostrare la sua innocenza - dice il vicecapogruppo Pdl alla Camera - ma dal punto di vista politico c'è un enorme problema di opportunità che il premier non può far finta di non vedere. Il Berlusconi "ghe pensi mi" come ha risolto il caso Brancher, deve risolvere il caso Verdini".

Parole che infiammano il partito e vengono definite "sciacallaggio politico" da ex aennini come Amedeo Laboccetta ed Edmondo Cirielli, che chiedono piuttosto la cacciata di Bocchino dal partito, "avendo lui l'unico obiettivo di distruggere l'immagine del Pdl". Ma l'ex vicecapogruppo vicario denuncia "un problema della classe dirigente nel Pdl", con operazioni di dossieraggio contro esponenti di partito che dovrebbero portare alle dimissioni anche dell'assessore regionale Ernesto Sica e di Nicola Cosentino, sottosegretario all'economia e segretario regionale del Pdl.

Ma in favore del coordinatore del partito si levano gli scudi nel Pdl, che a vari livelli esprime solidarietà e sostegno. "La cultura del Pdl non è il giustizialismo, nè la condanna preventiva emessa sui mezzi di comunicazione, ma il rispetto della dignità di ogni persona", affermano Sandro Bondi ed Ignazio La Russa, ministri e coordinatori del Pdl insieme a Verdini. Maria Stella Gelmini protesta invece contro i resoconti giornalistici che parlano di un attacco a Verdini nella convention di Liberamente, ieri a Siracusa. Ed anche il ministro Michela Brambilla osserva che "in certi casi è sempre più dignitoso e serio tacere che esprimere giudizi affrettati ed ergersi a rappresentanti di metodi giustizialistì. Gettare fango su Verdini è stato un comportamento grave, strumentale e sospetto".

LASCIANO SICA E MARTONE

Antonio Martone lascia la magistratura, l'assessore della Regione Campania Ernesto Sica si dimette. Entrambe travolti dall'inchiesta della Procura di Roma sull'associazione a delinquere messa in piedi dall'imprenditore sardo Flavio Carboni, nata da una costola delle indagini sugli appalti dell'eolico in Sardegna.

Sia Martone che Sica infatti apparivano nell'inchiesta romana che ha portato nei giorni scorsi all'arresto di Flavio Carboni, dell'ex esponente della Dc campana, Pasquale Lombardi, e dell'imprenditore napoletano, Arcangelo Martino. Inchiesta nella quale risulta indagato anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini con l'accusa di avere violato la legge Anselmi sulla costituzione delle associazioni segrete.

Secondo le carte dell'inchiesta romana Martone avrebbe partecipato ad una cena a casa di Verdini nel corso della quale si sarebbe discusso di un tentativo di avvicinamento dei giudici della Consulta che dovevano decidere sul Lodo Alfano. Una cena che avrebbe visto attorno al tavolo commensali illustri come il senatore Pdl Marcello Dell'Utri, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, il capo degli ispettori del ministero della Giustizia Arcibaldo Miller, oltre allo stesso Carboni.

L'assessore campano dimissionario Sica invece è iscritto nel registro degli indagati della Procura capitolina e, secondo i pm, avrebbe avuto un ruolo nel presunto complotto preparato ai danni dell'attuale governatore della Campania Caldoro per screditarne la candidatura alle recenti Regionali e favorire quella dell'attuale sottosegretario all'economia Nicola Cosentino.

 

 

 

 

12 Luglio 2010

INCHIESTA ROS

Traffico droga, Ganzer

condannato a 14 anni

Il generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer, comandante del Ros, è stato condannato oggi a 14 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. La Procura di Milano aveva chiesto la condanna a 27 anni di reclusione. Secondo l'accusa, Ganzer, con una serie di illeciti, avrebbe creato e favorito traffici di droga per poi poterli reprimere per produrre risultati nella sua attività investigativa. L'inchiesta, nata a Brescia nel 1997, ha avuto un lungo e complicato iter giudiziario, con oltre 160 udienze.

"Nessun commento. Questo è il mio commento". Così si è espresso l'avvocato Tiburzio De Zuani, difensore del comandante del Ros, lasciando l'aula dell'VIII sezione penale di Milano dopo la lettura della sentenza. "Nessun commento", ha ribadito più volte l'avvocato De Zuani ai cronisti che gli chiedevano di commentare la sentenza che ha condannato Ganzer a 14 anni di carcere, pur assolvendolo dal reato di associazione per delinquere che gli veniva contestato in relazione ad irregolarità in operazioni antidroga condotte negli anni Novanta.

"Le sentenze non si possono che rispettare. Aspettiamo le motivazioni". Lo ha detto il generale Ganzer dopo la sua condanna a 14 anni di reclusione.

La sentenza è stata emessa dai giudici dell'ottava sezione penale al termine del processo che vede il comandante del Ros imputato con altre 17 persone per presunte irregolarità in operazioni antidroga negli anni Novanta. I giudici non hanno però riconosciuto l'associazione per delinquere, accusa da cui tutti gli imputati tra cui Ganzer sono stati assolti con la formula "perché il fatto non sussiste".

Il vice di Ganzer, il generale Mauro Obinu, è invece stato condannato a 7 anni e 10 mesi di carcere e 35mila euro di multa. Entrambi i generali sono stati dichiarat interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale durante l'espiazione della pena. Nei loro confronti il pm Laura Zanetti aveva chiesto 27 anni di carcere, ma i giudici, oltre a escludere l'associazione per delinquere, hanno dichiarato prescritte alcune accuse di falso e peculato e hanno assolto gli imputati da alcuni episodi.

 

 

 

2010-07-11

10 luglio 2010

BLITZ DELLA FINANZA

Bancarotta, arrestati i vertici dell’Eutelia

Sono più di sessanta i finanzieri impegnati, dalle prime ore di ieri, nel caso "Agile-Eutelia", dal nome del grosso gruppo di società di telecomunicazioni: 22 perquisizioni in case e uffici in tutta Italia, mentre otto indagati sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Secondo la Guardia di Finanza, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Roma, avrebbero organizzato "un articolato sistema di frode che ha portato l’importante gruppo societario ad una situazione di gravissimo dissesto economico-finanziario" e di "insolvenza per milioni di euro anche nei confronti di migliaia di lavoratori".

In pratica, gli arrestati avrebbero acquistato numerose società con migliaia di dipendenti, finendo con il provocare una "colossale operazione dolosa" volta tra l’altro a "cagionare il fallimento della società Agile per spogliarla dei suoi asset e sottrarre la garanzia ai creditori più importanti, i circa 2.000 dipendenti". L’inchiesta ha coinvolto i vertici di tre società: Samuele Landi e Leonardo Pizzichi, presidenti dei consigli di amministrazione di Agile ed Eutelia, Pio Piccini, presidente e amministratore delegato di Omega e amministratore unico di Eutelia, Claudio Marcello Massa, amministratore di Agile, Marco Fenu, dirigente di Agile e tesoriere del gruppo Omega, Salvatore Riccardo Cammalleri, procuratore di Agile, Antonangelo Liori, dominus del gruppo Omega e Isacco Landi, consigliere di amministrazione di Eutelia. Avrebbero provveduto alla sottrazione di oltre 11 milioni di euro dalla Agile S.r.l. e crediti della stessa società, "ceduti senza corrispettivo a garanzia di obbligazioni assunte da altri soggetti, per un valore pari a oltre 5 milioni e mezzo di euro".

L’attività investigativa, iniziata dopo la cessione di Agile da parte dell’Eutelia, ha accertato che le società acquirenti erano riconducibili ad alcuni soggetti che, nello stesso periodo "avevano avviato numerose trattative finalizzate ad acquisire altri gruppi societari in situazione di grave crisi", sempre operanti nei settori delle telecomunicazioni, dell’information technology, della logistica e dell’immobiliare. Gli arrestati dovranno ora rispondere del reato di bancarotta fraudolenta in concorso.

Ieri, intanto, è stato convocato il tavolo al ministero dello Sviluppo economico per discutere la vertenza: al termine, al termine del quale è stato annunciata l’ammissione di Eutelia alla procedura di amministrazione straordinaria ex legge Prodi. Soddisfatto il capogruppo Pd in commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, soprattutto in previsione di un nuovo incontro alla presidenza del Consiglio. "L’attenzione all’evoluzione della vertenza - ha dichiarato - va mantenuta, dopo questo primo passo in avanti, fino al raggiungimento dell’obiettivo della garanzia di un futuro industriale e di certezza occupazionale per i lavoratori".

Andrea D’Agostino

 

 

 

 

2010-07-08

8 luglio 2010

APPALTI

Eolico in Sardegna, tre arresti

in manette Flavio Carboni

L'imprenditore Flavio Carboni è stato arrestato oggi a Roma dai carabinieri nell'ambito di un'inchiesta su presunti appalti illeciti in Sardegna legati alla realizzazione di impianti eolici, in cui risulta indagato anche il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini. Oltre a Carboni è stato arrestato anche Pasquale Lombardi, magistrato tributario. Entrambi, come Verdini (che si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda), sono indagati per corruzione. L'inchiesta della procura romana riguarda un presunto comitato d'affari che avrebbe gestito l'assegnazione di una serie di appalti pubblici in Sardegna per la realizzazione di parchi eolici. Il legale di Carboni, Renato Borzone, ha fatto sapere che presenterà immediato ricorso al Tribunale della libertà contro il provvedimento che gli è stato appena notificato

Oltre a Carboni e Lombardi, i carabinieri del nucleo investigativo di Roma, coordinati dal maggiore Bartolomeo Di Niso, hanno arrestato a Napoli, anche l'imprenditore Arcangelo Martino, ex assessore comunale del capoluogo partenopeo. Il fascicolo che ha portato agli arresti nasce da uno stralcio, aperto quest'anno, dell'inchiesta sugli appalti per l'eolico in Sardegna in cui è coinvolto, tra gli altri, anche il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellaci. La richiesta d'arresto di Carboni e dell'ex esponente della Dc Campana, Pasquale Lombardi, è stata fatta dal pm della procura di Roma, Rodolfo Sabelli e accolta dal gip Giovanni De Donato.

Carboni, che ha 78 anni, è stato trasferito alle prima luci dell'alba, dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, presso il carcere di Regina Coeli mentre Lombardi, che vive ad Avellino, si trova attualmente nella casa circondariale irpina di Bellizzi. L'ipotesi di reato è quella di associazione a delinquere e di violazione degli articoli 1 e 2 della "legge Anselmi" sulle associazioni segrete.

"Un'associazione per delinquere diretta a realizzare una serie indeterminata di delitti" caratterizzata "dalla segretezza degli scopi" e volta "a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali nonchè degli apparati della pubblica amministrazione". È quanto scrive il Gip del Tribunale di Roma, Giovanni De Donato, nel capo di imputazione dell'ordinanza (circa 60 pagine) di arresto per l'imprenditore Flavio Carboni, di Pasquale Lombardi, ex esponente della Dc e dell'imprenditore napoletano, Arcangelo Martino.

Inoltre, in base a quanto emerso dall'indagine, fra settembre e ottobre 2009 i tre arrestati, tentarono di avvicinare giudici della Corte Costituzionale allo scopo di influire sull'esito del giudizio sul cosiddetto lodo Alfano, la legge che prevedeva la sospensione del processo penale per le alte cariche dello Stato. Lo afferma il gip Giovanni De Donato, nell'ordinanza con cui ha disposto l'arresto per Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino.

Per il gip i tre hanno "sviluppato una fitta rete di conoscenze nei settori della magistratura e della politica da sfruttare per i fini segreti del sodalizio e ciò anche grazie alle attività di promozione di convegni e incontri di studio realizzate tramite una associazione denominata '"Centro studi giuridici per l'integrazione europea Diritti e Libertà". L'associazione era gestita da Lombardi in qualità di segretario e da Martino quale responsabile dell'organizzazione.

Una struttura, scrive il gip, "di fatto finanziata e gestita in modo occulto da Carboni". Per il magistrato i tre "approfittavano delle conoscenze per acquisire informazioni riservate e influire sull'esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate dai membri dell'associazione".

L'INCHIESTA

Il filone di indagine che ha portato all'arresto dei tre è collegato all'inchiesta della procura capitolina su un presunto comitato d'affari che avrebbe gestito l'assegnazione di una serie di appalti pubblici in Sardegna per la realizzazione di parchi eolici.

A fine aprile vi era stato un un blitz dei carabinieri del Nucleo operativo di Roma nel palazzo di viale Trento della Regione Autonoma della Sardegna. I militari, su incarico del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, avevano acquisito tutti i progetti sull'eolico presentati all'Assessorato regionale dell'Industria e l'operazione si era svolta nel massimo riserbo senza alcuna comunicazione ufficiale alla magistratura cagliaritana che indaga, come si appreso successivamente, su analoghe vicende legate alla presentazione di progetti per le energie rinnovabili. Nella sede dell'Assessorato erano state acquisite tutte le pratiche riguardanti domande presentate da privati a partire dal 2009.

Dal canto suo l'attuale Giunta regionale, guidata da Cappellacci (Pdl), ha messo in atto già da tempo una serie di iniziative per evitare speculazioni da parte dei "signori del vento". È stato approvato nel 2009 anche un provvedimento che blocca le domande dei privati, mentre a inizio 2010 sono state approvate delibere che escludono impianti eolici off shore lungo le coste sarde ed è stata decisa la creazione dell'Agenzia regionale che dovrebbe gestire la programmazione degli impianti a terra.

 

 

 

8 luglio 2010

NAPOLI

Tangenti in Trenitalia, il procuratore:

"Il cardinale Sepe del tutto estraneo"

"L'indagine che stiamo conducendo su Trenitalia non riguarda assolutamente il cardinale Crescenzio Sepe". Lo ha detto oggi a Napoli il procuratore della Repubblica, Giovandomenico Lepore, a margine di

una manifestazione sulla sicurezza stradale organizzata dall'Aci.

"Il suo nome è stato fatto in una intercettazione telefonica tra due persone estranee - ha continuato Lepore -: non è stato intercettato mica Sepe". Secondo il procuratore, l'accenno che si fa al cardinale"dimostra anzi che, premesso che lui non è indiziato di reato per alcunché, la sua condotta è stata perfettamente corretta".

 

 

 

 

2010-06-28

28 Giugno 2010

NOTA DELLA SALA STAMPA

La Santa Sede: "Ecco cosa

è veramente Propaganda Fide"

NOTA DELLA SALA STAMPA IN MERITO ALLA CONGREGAZIONE PER L’EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI

Davanti alle notizie che da tempo si continuano a diffondere sul conto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (anticamente detta "De Propaganda Fide"), si ritiene necessario richiamare alcuni dati oggettivi a tutela della buona fama di tale importante organismo della Santa Sede e della Chiesa Cattolica.

La Congregazione è l’organo che ha il compito di dirigere e coordinare in tutto il mondo l’opera dell’evangelizzazione e la cooperazione missionaria (cfr. Cost. ap. Pastor Bonus, 85). Il primo e fondamentale scopo è dunque quello di guidare e sostenere le giovani Chiese, situate in territori di recente o scarsa evangelizzazione, territori che per lunga tradizione sono soggetti alla competenza del Dicastero per tutti gli aspetti della vita ecclesiale. Per tale motivo esso coordina la presenza e l’azione dei missionari nel mondo, sottopone al Santo Padre i candidati all’Episcopato, ha la responsabilità per la formazione del clero locale, dei catechisti, degli operatori pastorali.

Tale funzione di indirizzo viene esercitata al più alto livello dai Membri della Congregazione, in maggioranza Cardinali, molti dei quali provenienti dagli stessi Paesi di missione, che si riuniscono periodicamente. Nella gestione ordinaria il Dicastero è diretto dal Cardinale Prefetto e dagli altri Superiori, secondo le rispettive funzioni.

Al fine di assolvere al proprio compito, la Congregazione dirige e mantiene in Roma una vasta serie di strutture a servizio della formazione, tra cui spiccano la Pontificia Università Urbaniana (circa 1.400 alunni nel corrente anno accademico) e diversi Collegi, nei quali studiano attualmente circa 150 seminaristi, 360 sacerdoti, 150 tra religiose e laici inviati dai cinque continenti.

Tale vasta opera, che richiede una quantità non indifferente di risorse finanziarie, costituisce solo una parte dell’impegno della Congregazione. È noto infatti che essa elargisce ogni anno alle Chiese dei territori ad essa soggetti (1.080 circoscrizioni) un sussidio finanziario ordinario, che in molti casi rappresenta la principale o una delle principali fonti di introito per le diocesi, i vicariati apostolici, le prefetture, le missioni sui iuris ecc. Accanto a ciò la Congregazione invia annualmente sussidi per la formazione del clero locale, che per la Santa Sede è strumento imprescindibile per la crescita e la maturazione di queste Chiese, che sono tra le realtà più vitali e promettenti per il futuro della Chiesa Cattolica. Grazie all’aiuto della Congregazione e di altre innumerevoli opere di sostegno alle missioni da parte dei cattolici di tutto il mondo un notevole numero di sacerdoti, seminaristi e altri operatori pastorali può studiare a Roma, accanto al Successore di Pietro, vivendo un’esperienza formativa unica, tipica della cattolicità, capace di segnare in maniera indelebile il futuro servizio alle rispettive comunità.

Oltre a ciò, viene distribuita annualmente una quantità di aiuti per progetti in favore della costruzione di nuove chiese, istituzioni pastorali, opere di alfabetizzazione, strutture ospedaliere e sanitarie, in particolare a favore dell’infanzia, nonché educative, spesso in regioni che sono tra le più povere della terra. Tutta questa serie di iniziative, e numerose altre, sono promosse e coordinate dalle Pontificie Opere Missionarie, in seno al Dicastero. Se si considera il rapporto tra la quantità del personale impiegato e le risorse distribuite, si potrà verificare con facilità che i costi di gestione sono di gran lunga inferiori a qualsiasi organizzazione internazionale impegnata nel campo della cooperazione (e ciò grazie alla collaborazione diretta e gratuita, in tutto il mondo, da parte di Vescovi, Nunziature Apostoliche, organizzazioni cattoliche).

La Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli ricava le sue risorse principalmente dalla colletta della Giornata Missionaria Mondiale, interamente distribuita tramite le Pontificie Opere Missionarie nazionali, e, in secondo luogo, dai redditi del proprio patrimonio finanziario ed immobiliare. Il patrimonio si è formato nel corso dei decenni grazie a numerose donazioni di benefattori di ogni ceto, che hanno inteso lasciare parte dei loro beni a servizio della causa dell’Evangelizzazione.

La valorizzazione di tale patrimonio è naturalmente un compito impegnativo e complesso, che si deve avvalere della consulenza di persone esperte sotto diversi profili professionali e che, come tutte le operazioni finanziarie, può essere esposto anche ad errori di valutazione e alle fluttuazioni del mercato internazionale.

Cionondimeno, a testimonianza dello sforzo per una corretta gestione amministrativa e della crescente generosità dei cattolici, tale patrimonio ha continuato ad incrementarsi. Al tempo stesso, nel corso degli ultimi anni, si è progressivamente fatta strada la consapevolezza della necessità di migliorarne la redditività e, a tale fine, sono state istituite strutture e procedure tese a garantirne una gestione professionale e in linea con gli standard più avanzati.

Con la presente nota si intende richiamare a tutti l’identità, il valore e il profondo significato di un’istituzione vitale per la Santa Sede e per l’intera Chiesa Cattolica, che risponde al comandamento di Gesù: "Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura" (Mc 16,15). Essa ha meritato e merita il sostegno di tutti i cattolici e di quanti hanno a cuore il bene dell’uomo e il suo sviluppo integrale.

 

 

 

2010-06-22

21 Giugno 2010

INCHIESTA PERUGIA

Sepe: "Regole rispettate

nella massima trasparenza"

L’affetto dei napoletani non è venuto meno, il rispetto delle istituzioni è fermo, ma ai magistrati della procura di Perugia, che lo accusano di corruzione, bisogna rispondere e il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, lo farà in settimana, probabilmente in una sede neutrale. Ma ha voluto anticipare quanto esporrà ai magistrati, sinceramente e semplicemente, in una "Lettera alla città" poiché "fondamento di ogni speranza è la verità e la verifica più impegnativa riguarda il legame di un vescovo con la sua gente", ha sottolineato nel documento letto ieri in arcivescovado. "Ho fatto tutto secondo le regole, nella massima trasparenza, vado avanti sereno, accetto la croce e perdono dal profondo del cuore quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi" ha dichiarato. Fiducioso Bruno von Arx, legale del cardinale: "Nulla di penalmente rilevante. Ho l’impressione che sarà una difesa poco impegnativa perché mancano gli elementi per ipotizzare la corruzione: qui si confondono tempi e circostanze".

Rivolgendosi alla Chiesa, ai fedeli e alla comunità, l’arcivescovo di Napoli ha quindi spiegato gli episodi che gli vengono contestati in qualità di Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, dal 2001 al 2006, per la la gestione del patrimonio immobiliare. Patrimonio che, ha precisato, "ho cercato di inventariare, recuperare e valorizzare per rispetto a quanti nel tempo ne sono stati i donatori e per tutelare le finalità rappresentate dal sostegno alle attività missionarie nei Paesi più poveri e dimenticati della terra".

Il primo dei rilievi mossi al cardinale Sepe riguarda la concessione in uso dell’alloggio in via Giulia a Guido Bertolaso "la cui esigenza – ha raccontato il presule confermando la versione del capo della Protezione civile – mi venne rappresentata dal dottor Francesco Silvano. In prima istanza gli feci avere ospitalità presso il seminario, ma c’era una inconciliabilità degli orari, per cui incaricai lo stesso Silvano di trovare altra soluzione della quale non mi sono più occupato, né sono venuto a conoscenza, sia in ordine all’ubicazione, sia in ordine alle intese e alle modalità". Il secondo caso riguarda la vendita, secondo i magistrati a prezzo di favore, nel 2004 all’allora ministro per le infrastrutture Pietro Lunardi, di un palazzetto in via dei Prefetti, a Roma. Il cardinale ha spiegato come l’immobile presentasse da tempo "segni di vecchiaia e di precarietà", ma i lavori sarebbero stati troppo gravosi per la Congregazione, "per cui venne presa in considerazione l’opportunità della vendita ponendo a carico del futuro acquirente l’onere della ristrutturazione. Solo successivamente mi fu riferito che l’onorevole Lunardi aveva espresso il proprio interesse. La somma venne trasferita all’Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica (Apsa), perché fosse destinata a tutta l’attività missionaria nel mondo".

Il terzo episodio su cui i magistrati gli muovono addebiti riguarda i lavori di messa in sicurezza statica di un lato del palazzo di Propaganda Fide in Piazza di Spagna a Roma che, ha sottolineato il cardinale, "aveva subìto una modificazione strutturale causata da infiltrazioni di acqua e dalle continue vibrazioni della vicina metropolitana. Fu accertata – ha precisato – la competenza dello Stato Italiano e furono eseguiti i lavori di ripristino e ristrutturazione con onere parzialmente a carico della Pubblica Amministrazione". A chiusura della lettera il cardinale ha aggiunto: "Accolgo la prova che oggi mi tocca, ma accanto ad essa avverto la forza di una serenità che non può nascere a caso, maturata via via attraverso i passaggi che da sacerdote mi hanno condotto all’ordinazione episcopale".

Valeria Chianese

 

 

 

Home Page Avvenire > Interni > SEPE: GLI ADDEBITI E LE RISPOSTE

Interni

*

*

stampa quest'articolo segnala ad un amico feed

22 giugno 2010

INCHIESTA PERUGIA

SEPE: GLI ADDEBITI E LE RISPOSTE

1 - La casa di via Giulia abitata da Bertolaso per alcuni anni.

Il primo caso riguarda la concessione in uso di un alloggio al dottorre Guido Bertolaso, la cui esigenza mi venne rappresentata dal dottore Francesco Silvano (strettissimo collaboratore di Sepe, ndr). In prima istanza, gli feci avere ospitalità presso il Seminario, ma mi furono rappresentati problemi di inconciliabilità degli orari, per cui incaricai lo stesso dottore Silvano di trovare altra soluzione, della quale non mi sono più occupato, né sono venuto a conoscenza.

2 - Il palazzetto venduto a Pietro Lunardi.

Si trattava di un immobile che presentava, in maniera evidente e seria, segni di vecchiaia e di precarietà, rappresentati più volte anche dagli stessi inquilini (...) Fu disposto un sopralluogo ricognitivo eseguito dai tecnici della Congregazione, i quali fecero anche una valutazione dei lavori necessari, preventivando anche la spesa che fu ritenuta troppo onerosa (...) per cui venne presa in considerazione l’opportunità della vendita. Solo successivamente mi fu riferito che l’onorevole Lunardi aveva espresso il proprio interesse.

3 - La ristrutturazione del Palazzo di Propaganda in piazza di Spagna.

Era stato registrato un notevole distacco della parete determinato, secondo gli accertamenti tecnici effettuati, da infiltrazioni di acqua sotto il fabbricato e dalle continue vibrazioni causate dal passaggio della vicina metropolitana. Fu accertata la competenza dello Stato Italiano e furono eseguiti lavori di ripristino e ristrutturazione, con onere parzialmente a carico della pubblica amministrazione.

 

 

 

 

 

22 GIUGNO 2010

RAPPORTO

Authority, allarme appalti:

"Corruzione deprime onesti"

"Il mancato rispetto delle regole e la presenza radicata e diffusa della corruzione è causa di una profonda e sleale alterazione delle condizioni concorrenziali che può contribuire ad annientare le imprese oneste, costringendole ad uscire dal mercato". È l'allarme lanciato dal presidente dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, Luigi Giampaolino, che nella relazione annuale al Parlamento, sul 2009, ha rilevato "l'insorgere, all'interno della pubblica amministrazione, di gravi episodi di corruzione

ed illegalità".

"Il sistematico ricorso a provvedimenti di natura emergenziale" preoccupa l'Autorità di vigilanza sugli appalti che, nella relazione annuale al Parlamento, si è soffermata sul'affidamento di lavori pubblici gestito dalla protezione civile, dai "grandi eventi" (G8, mondiali di nuoto, celebrazioni per l'Unità d'Italia...) al terremoto in Abruzzo. C'è "il timore", avverte l'Authority, di "una sistematica ed allarmante disapplicazione delle norme del codice degli appalti".

Per l'Autorità "il continuo riproporsi dell'emergenza" fa cadere i requisiti di eccezionalità e imprevedibilità, che giustificherebbero poteri straordinari e ordinanze in deroga alle regole su procedure di gara a affidamenti, e comporta "una dilatazione dei tempi dell'intervento straordinario oltre ogni riferimento logico e funzionale legato all'emergenza stessa".

La nozione di "grande evento", sottolinea poi l'Autorità, "è stata applicata a fattispecie assai disomogenee e in ogni caso prive dei requisiti di imprevedibilità e urgenza".

Nella relazione annuale L'Authority ha preso in esame anno per anno, dal 2001, l'andamento degli appalti gestiti "in regime di emergenza" con ordinanze di protezione civile. Ed ha rilevato una "tendenza all'incremento" raggiungendo nel 2009 il picco più alto per numero (49 ordinanze) e spesa globale (3,94 miliardi). Picco che "si giustifica prevalentemente" con l'emergenza del terremoto in Abruzzo.

Negli ultimi dieci anni, sottolinea il presidente dell'Authority, Luigi Giampaolino, "una fetta rilevante di

spesa pubblica è stata impiegata per per investimenti relativi a contratti sottratti in tutto o in parte non solo all'osservanza delle procedure previste dal Codice dei contratti degli appalti ma, in alcuni casi di non poca rilevanza e specialmente nell'ambito dei "grandi eventi", anche ad ogni attività di rilevazione e controllo da parte dell'Autorità di vigilanza".

 

 

 

 

 

22 giugno 2010

ROMA

Fisco, è caccia grossa

In Italia 4000 evasori totali

Nel primi 5 mesi del 2010 la Guardia di Finanza ha scoperto redditi non dichiarati al fisco per 22,2 miliardi di euro, a cui devono aggiungersi omessi versamenti di Iva per 3,1 miliardi di euro. Inoltre ha individuato 3.790 evasori totali che non avevano mai presentato le dichiarazioni occultando redditi per 7,9 miliardi di euro. Lo ha reso noto la Gdf tracciando il primo bilancio sull'attività 2010.

Sono inoltre stati individuati filoni di evasione fiscale internazionale per 4,3 miliardi di euro, posti in essere

mediante trasferimenti fittizi della residenza di persone fisiche e società o attraverso esportazioni di capitali nei paradisi fiscali.

Le Fiamme gialle hanno inoltre identificato 12.927 lavoratori irregolari, di cui 8.937 completamente in nero, impiegati da 3.477 datori di lavoro; e hanno accertato un'evasione all'Iva per 1,4 miliardi d'imposta derivante da frodi "carosello", realizzate mediante l'interposizione di imprese "cartiere" (costituite cioè al solo scopo di far girare fatture false) che acquistano merci da altri Paesi comunitari e da San Marino in sospensione d'Iva, le rivendono ai reali destinatari applicando l'imposta, ma poi omettono di versare le somme all'erario, svanendo nel nulla dopo poco tempo.

La Guardia di finanza ha tracciato un primo bilancio della propria attività in occasione della celebrazione della Fondazione del Corpo che oggi compie 236 anni.

 

 

 

 

 

21 Giugno 2010

INCHIESTA PERUGIA

Padre Lombardi: la situazione si chiarirà

Bagnasco:"Vicinanza affettuosa"

Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, nella tarda mattinata di domenica ha letto un breve testo a proposito della vicenda giudiziaria che coinvolge anche il cardinale Crescenzio Sepe, all'epoca dei fatti prefetto di Propaganda Fide. La Santa Sede ha espresso solidarietà e stima al cardinale Crescenzio Sepe, ha auspicato che tutte le ombre sulla sua persona e sulle istituzioni ecclesiastiche siano "pienamente" e "rapidamente" eliminate; ha confermato la volontà del cardinale di essere ascoltato dalla magistratura italiana. "Naturalmente", ha aggiunto padre Lombardi, la collaborazione di Sepe con le indagini dovrà avvenire in un quadro di "corretti rapporti" procedurali e giurisdizionali tra Italia e Santa Sede.

"Il cardinale Sepe è una persona che ha lavorato e lavora per la Chiesa e per il popolo che gli è affidato in modo intenso e generoso, e ha diritto ad essere rispettato e stimato", ha detto. "Auspichiamo tutti e abbiamo fiducia - ha aggiunto - che la situazione venga chiarita pienamente e rapidamente, così da eliminare ombre, sia sulla sua persona, sia su istituzioni ecclesiali. Il cardinale Sepe, come ha già detto egli stesso, collaborerà ovviamente per parte sua a questo chiarimento. Naturalmente - ha sottolineato - bisognerà tenere conto degli aspetti procedurali e dei profili giurisdizionali impliciti nei corretti rapporti tra Santa Sede e Italia, che siano eventualmente connessi a questa vicenda".

Bagnasco. Il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, ha espresso telefonicamente al card. Crescenzio Sepe la sua "vicinanza affettuosa in questo particolare momento", confermando "stima per la sua intensa attività pastorale nella diocesi partenopea ed auspicando che il sollecito accertamento dei fatti ad opera della competente autorità giudiziaria porti piena luce sull'accaduto".

È quanto ha riferito interpellato dai giornalisti, monsignor Domenico Pompili, sottosegretario e portavoce della Conferenza episcopale italiana. Il card. Bagnasco ha infine assicurato a Sepe - ha detto

ancora monsignor Pompili - "il suo costante ricordo nella preghiera".

 

 

 

21 Giugno 2010

INCHIESTA PERUGIA

Chiesta l'autorizzazione a procedere nei confronti di Lunardi

L'autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro Pietro Lunardi è stata chiesta dai pm di Perugia che indagano sugli appalti per i grandi eventi. Nel capoluogo umbro l'ex responsabile delle infrastrutture è indagato per corruzione. La richiesta di autorizzazione a procedere è stata depositata sabato scorso al tribunale dei ministri di Perugia, contestualmente all'invio a Lunardi di una informazione di garanzia.

E' stato il suo difensore, l'avvocato Gaetano Pecorella, a sostenere che la posizione del suo assistito dovesse essere valutata dal tribunale dei ministri. Il legale aveva comunque sottolineato che dovrà essere il suo assistito a scegliere se sollecitare questa strada, non escludendo quindi la possibilità che Lunardi possa comunque presentarsi ai pm di Perugia per chiarire la sua posizione.

 

2010-06-18

18 Giugno 2010

INCHIESTA

Appalti G8, "uso spregiudicato sistema"

La cricca coinvolta negli appalti per la scuola dei marescialli dei carabinieri di Firenze e per altre opere, si muoveva in una "situazione in attuale divenire, caratterizzata dall'utilizzazione spregiudicata di un sistema di relazioni professionali e personali che ha realizzato una rete di interessi intrecciati" non legittimi. Lo sottolinea la Cassazione che ha appena depositato le motivazioni della decisione con la quale lo scorso 10 luglio ha deciso il trasloco dell'inchiesta fiorentina a Roma confermando le misure cautelari per Fabio De Santis, Guido Cerruti, e Francesco De Vito Piscicelli.

Dall'indagine in corso a Perugia sulla presunta cricca degli appalti, intanto, emerge come Diego Anemone "considerasse le società come cosa propria, disponendo in pieno di esse". Lo ha scritto il gip Massimo Ricciarelli motivando il divieto applicato a quattro società del costruttore di contrattare con la pubblica amministrazione. Il giudice ha invece respinto la richiesta dei pm di nominare un commissario giudiziale.

Provvedimento che riguarda Anemone costruzioni, Tecnocos, Redim 2002 e Appalti lavori progetti internazionale. Il gip ha comunque limitato il divieto di contrattare - si legge nel provvedimento - "alla sola assunzione di appalti al di fuori di gare a evidenza pubblica tali da garantire la concorrenza e la segretezza delle offerte".

Il giudice ha tra l'altro rilevato che i reati contestati nell'ordinanza nei confronti della presunta cricca "siano stati commessi nell'interesse dell'intero sistema di società facenti capo all'Anemone e a concreto vantaggio delle quattro società cui la richiesta del pm si riferisce".

 

 

 

2010-06-17

17 giugno 2010

INCHIESTA GRANDI OPERE

Bertolaso: mai gestito appalti

Lo faceva Balducci

"Non mi sono mai occupato della gestione degli appalti, con la sola eccezione di quelli per il G8 che doveva tenersi alla Maddalena". Davanti ai pm di Perugia, Guido Bertolaso aggrava la posizione di Guido De Santis e Angelo Balducci, al quale aveva rinnovato "stima e amicizia". Il capo della protezione civile ha raccontato di essersi accorto che i costi per il vertice in programma in Sardegna (poi trasferito a l’Aquila) stavano andando fuori controllo. "Intervenni sostituendo come soggetto attuatore Fabio De Santis (ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana, ora in carcere, ndr) con Gian Michele Calvi nel novembre del 2008". Per gli altri appalti il capo della protezione civile ha confermato ai pm perugini che a occuparsene era l’allora presidente del consiglio superiore dei Lavori pubblici, Angelo Balducci. Precisazioni che in parte si legano alle parole pronunciate appena dopo l’interrogatorio di martedì: "Mi auguro che si arrivi ad una rapida definizione della mia posizione processuale avendo dimostrato la mia totale estraneità alle accuse che mi sono state mosse".

I pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, non commentano. Intanto incassano una buona notizia. Il giudice sammarinese Rita Vannucci ha aperto un fascicolo su alcune operazioni sospette avvenute in conti bancari di San Marino. L’indagine sulla "cricca" che vede impegnate quattro procure italiane – Firenze, Perugia, l’Aquila e Roma –, inaspettatamente trova ora nei magistrati del Titano la quinta colonna dell’inchiesta. A tal punto che gli inquirenti della Serenissima Repubblica si sono attivati con una loro rogatoria per acquisire documentazione presso i colleghi italiani, con la concreta possibilità che possano firmare mandati di cattura internazionale.

Il tracciato delle operazioni bancarie avvenute su conti di deposito milionari si interseca infatti con movimenti riconducibili ai protagonisti dell’inchiesta umbra. Tra essi il coordinatore del Pdl Denis Verdini, l’ex procuratore aggiunto Toro, e poi Balducci, il costruttore Diego Anemone, il suo ufficiale pagatore Angelo Zampolini, il commercialista Stefano Gazzani e l’ex commissario dei mondiali di nuoto di Roma Claudio Rinaldi. L’ipotesi di reato sulla quale indaga San Marino è quella di riciclaggio di denaro.

L’interrogatorio di Bertolaso ha lasciato in sospeso più di una domanda. Perché – si chiedono gli inquirenti – un uomo come lui dovrebbe mentire su un episodio facilmente riscontrabile, rischiando di essere sbugiardato poco dopo?.

Insomma, per dirla con una fonte investigativa: "Qualcosa ancora ci sfugge". Il capo della Protezione civile solo martedì sera aveva assicurato di avere preso casa per qualche tempo a Roma, in via Giulia, su interessamento – ha dichiarato Bertolaso – di un collaboratore di Propaganda Fide consigliatogli dall’allora presidente della congregazione, il cardinale Crescenzio Sepe. Bertolaso trovò alloggio presso una casa che sarebbe poi stata acquistata dal regista Raffaele Curi. Il capo della protezione civile sostiene di essere stato ospite, non avendo mai pagato l’affitto ma solo le utenze. Ma proprio Curi, poco dopo ha però ribadito che la pigione veniva versata da Angelo Zampolini, l’architetto tuttofare alle dipendenze di Anemone. Le date però non corrispondono. L’affitto sarebbe stato pagato da Zampolini fino al 2007, ma Bertolaso avrebbe liberato l’immobile almeno due anni prima. Perciò si sta cercando di capire a chi davvero Anemone, attraverso il suo architetto, pagasse l’affitto.

Non è questo l’unico rebus dell’inchiesta. Contro l’ex ministro Claudio Scajola ci sono le ammissioni dell’onnipresente Zampolini e delle venditrici dell’appartamento acquistato secondo l’accusa con l’aiuto di Anemone. I magistrati perugini stanno cercando la prova di un eventuale contropartita concessa da Scajola ad Anemone: un appalto, una raccomandazione, un incarico importante, una firma su un documento qualsiasi. Solo quando questo riscontro dovesse arrivare l’esponente del Pdl potrà essere indagato. In caso contrario, Scajola non andrebbe incontro ad alcun processo.

Nello Scavo

 

 

 

 

2010-06-15

15 Giugno 2010

INCHIESTA

G8, indagati a Roma

Balducci e Verdini

Sono sette gli indagati nel fascicolo aperto dalla Procura di Roma riguardo l'inchiesta sull'appalto della scuola marescialli di Firenze dopo che la Cassazione ha disposto la trasmissione degli atti da Firenze a Roma. Al momento l'unico documento presente nel fascicolo è proprio l'estratto della pronuncia della Cassazione. Tra gli indagati l'ex presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici, Angelo Balducci e il coordinatore del Pdl Denis Verdini.

Il procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara e l'aggiunto Alberto Caperna, per "atto dovuto", hanno disposto l'iscrizione nel registro degli indagati di tutte le persone coinvolte nell'accertamento che era stato sviluppato dai pm fiorentini. Si tratta anche di coloro che sono sottoposti a misure cautelari. Oltre a Verdini e Balducci sono indagati il presidente del consiglio dei lavori pubblici della Toscana, Fabio De Santis, l'imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli, l'avvocato Guido Cerruti e i due imprenditori Roberto Bartolomei e Riccardo Fusi. Per i sette il reato ipotizzato è concorso in corruzione.

Intanto restano in carcere Angelo Balducci e Fabio De Santis, arrestati nell'ambito dell'inchiesta sull'appalto Scuola marescialli. Lo ha deciso il tribunale di Firenze, discutendo le istanze presentate dai due imputati che, sulla base della sentenza della Corte di cassazione di giugno chiedevano l'inefficacia della misura cautelare. E' attesa la decisione del tribunale del riesame di Firenze, che ieri si è riunito per discutere i ricorsi di Balducci e De Santis contro il no pronunciato dal gip di Firenze il 5 marzo scorso alle richieste di scarcerazioni. La decisione del giudice del riesame non dovrebbe arrivare prima di domani.

Presidenza del Consiglio parte civile

La Presidenza del consiglio chiederà di costituirsi parte civile per danno all'immagine al processo che si apre stamani a Firenze per l'appalto della scuola Marescialli dei carabinieri, filone toscano dell'inchiesta sui Grandi eventi. Lo ha detto l'avvocato dello Stato, Massimo Giannuzzi, intrattenendosi con i giornalisti prima dell'inizio dell'udienza.

"Fra gli imputati ci sono funzionari che erano in servizio presso il dipartimento dello Sviluppo, della presidenza del Consiglio. Se i reati saranno accertati questa vicenda lede l'immagine dell'amministrazione". Lo ha detto l'avvocato dello Stato, Massimo Giannuzzi parlando della richiesta della presidenza del Consiglio di costituirsi parte civile al processo che si apre stamani a Firenze per l'appalto sulla scuola marescialli.

Gli imputati sono l'ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Angelo Balducci, l'ex provveditore alle Opere pubbliche della Toscana, Fabio De Santis e l'avvocato Guido Cerruti. "Il danno attualmente non è quantificato - ha spiegato Giannuzzi - ma riguarderebbe l'immagine della presidenza del Consiglio. Per costituirsi parte civile serve l'autorizzazione della presidenza del Consiglio. In genere questi atti li firma Letta. Stavolta è stato firmato da Berlusconi".

 

 

 

 

 

 

2010-06-02

2 Giugno 2010

DA BERTOLASO A DI PIETRO

Appalti, pioggia di smentite

dopo le rivelazioni di Zampolini

Il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso ha detto oggi che non fu Diego Anemone -- il costruttore accusato di corruzione e considerato una delle figure centrali nell'inchiesta della procura di Perugia sugli appalti per le Grandi opere -- a mettergli a disposizione l'appartamento romano di via Giulia, come riportano oggi i principali quotidiani italiani. Anche il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro ha smentito le notizie di stampa secondo cui, quando era ministro delle Infrastrutture nel governo guidato da Romano Prodi, ebbe due case in affitto a Roma -- una per il partito e una per la figlia -- da Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici del ministero ora in custodia cautelare in carcere.

Bertolaso ha detto in una nota che "tale appartamento mi venne messo a disposizione gratuitamente da un mio amico personale che, come ho già detto, non era Diego Anemone".

Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, l'architetto Angelo Zampolini, già coinvolto nella vicenda dell'acquisto di un appartamento da parte dell'ex ministro Claudio Scajola e collaboratore di Anemone, il 18 maggio scorso ha detto ai magistrati di Perugia di aver versato l'affitto al proprietario della casa di via Giulia per conto del costruttore -- che aveva anche provveduto a ristrutturala --, che gli forniva i 1.500 euro necessari in contanti.

"Pur non essendo un addetto ai lavori escludo che tale immobile fosse stato appena ristrutturato come confermo di non ricordare di aver mai conosciuto l'architetto Zampolini", aggiunge Bertolaso nella nota, spiegando di essersi avvalso dell'appartamento per un breve periodo verso la fine del 2003, "ben prima quindi di qualsiasi rapporto di lavoro, ancorché indiretto, con l'impresa Anemone".

Il capo della Protezione Civile, che nella vicenda dei grandi appalti è indagato per corruzione, spiega poi di non voler rendere pubblico il nome dell'amico che gli mise a disposizione l'appartamento "per non esporlo alla macelleria mediatica in atto", e di aver chiesto ai magistrati di Perugia di poter essere ascoltato "su questa e le altre vicende che mi riguardano appena possibile".

QUERELE DA PRODI E VELTRONI

Secondo il Corriere, nell'interrogatorio del 18 maggio Zampolini glissò sui rapporti tra Di Pietro e Balducci, ma quattro giorni dopo chiese di essere nuovamente interrogato e rivelò ai pm che l'ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici gli fece avere in affitto due case di proprietà della congregazione Propaganda Fide. "Non è vero nel senso materiale del termine ed ho la prova documentale di quanto affermo. Prova che sono ben felice di consegnare alla magistratura e all'opinione pubblica", ha dichiarato oggi in una nota il leader dell'Italia dei Valori.

Zampolini, secondo il quotidiano di via Solferino, nell'interrogatorio ha descritto anche le dinamiche del sistema di gestione dei lavori per il G8 alla Maddalena, raccontando che durante il governo Prodi i suoi progetti vennero scartati perché "venivano privilegiati altri... Stefano Boeri che era amico di Prodi e Rutelli. E l'architetto Napoletano che era amico di Walter Veltroni". Sia l'ex premier Romano Prodi che l'ex segretario del Pd Walter Veltroni hanno annunciato una querela.

"Ho già dato incarico di sporgere querela nei confronti di questo signore, per grave calunnia e con richiesta di risarcimento danni... Si tratta di affermazioni deliranti: non so di che cosa si stia parlando, e non mi sono mai occupato di queste cose", ha dichiarato in una nota Veltroni.

 

 

 

 

2010-05-13

13 MAGGIO 2010

INCHIESTA G8

Più di 400 nomi nella lista Anemone

Ora sono in molti a tremare: nell'inchiesta della procura perugina sugli appalti spunta una lista di nomi, che sarebbe stata sequestrata dalla Guardia di Finanza in un computer di Diego Anemone nel 2009. Un elenco - trovato nel corso delle indagini sui mondiali di Nuoto a Roma - che allora non aveva avuto particolare rilevanza investigativa e che invece oggi, alla luce degli ultimi riscontri ottenuti dagli investigatori sui fondi del 'riciclatorè Angelo Zampolini, utilizzati per coprire parte dell'acquisto di abitazioni di personaggi importanti tra cui l'ex ministro Scajola, assume tutt'altro rilievo.

La lista, secondo quanto è stato possibile ricostruire, conterrebbe diverse decine di nominativi ai quali sarebbero associati dei lavori svolti dalle imprese di Anemone, considerato dai magistrati una delle figure chiave della cricca. Non sarebbero segnati, invece, gli importi pagati per i servizi ottenuti dal gruppo.

I magistrati perugini Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi vogliono ora chiarire se quei nominativi abbiano avuto lo stesso 'trattamentò ottenuto da coloro che sono già stati tirati in ballo.

In procura a Perugia sono convinti che il vero ammontare del giro di soldi messo in moto da Anemone - secondo l'accusa per compensare i funzionari pubblici che avrebbero favorito le aziende della cricca negli appalti pubblici - sia ancora tutto da quantificare e comunque di molto superiore ai quasi tre milioni scoperti su un conto della Deutsche Banke intestato a Zampolini. Un fiume di denaro che gli investigatori perugini stanno cominciando a rintracciare nei 1.143 rapporti bancari, di cui 263 conti correnti, intrattenuti da Balducci, Anemone, dai loro rispettivi familiari, dagli intermediari e dalle società a loro riferibili.

Nei prossimi giorni gli ulteriori accertamenti svolti dalla guardia di Finanza su una serie di operazioni sospette segnalate dalla Banca d'Italia, nonchè sui conti correnti intestati innanzitutto a Zampolini ma anche ad Alida Lucci, la segretaria di Anemone.

Intanto il legale di Peter Paul Pohl, l'immobiliarista altoatesino legale rappresentante della Schlanderser Bau Srl, la società che ha venduto l'immobile alla Immobilpigna di cui era legale rappresentante Diego Anemone e fiduciari i due figli di Angelo Balducci, Lorenzo e Filippo.

 

 

 

 

 

13 Maggio 2010

PALERMO

Mani della mafia sui rifiuti siciliani

Nuovo tassello nella difficile inchiesta sulle presunte infiltrazioni mafiose nell’affare della costruzione dei termovalorizzatori in Sicilia. La guardia di Finanza, coordinata dalla Procura di Palermo, ha eseguito ieri perquisizioni in tutta Italia nelle sedi di tutte le associazioni temporanee di impresa, delle società consortili e delle agenzie pubbliche interessate alla costruzione degli inceneritori. Sotto la lente di ingrandimento delle Fiamme gialle sono passate tutte le società che facevano parte delle quattro Ati aggiudicatarie della gara, nel 2007 annullata dalla Corte di Giustizia Europea per difetto di pubblicizzazione. Le perquisizioni sono avvenute a Milano, Roma, Palermo, Cagliari, Caltanissetta, Enna e Agrigento, e sono stati sequestrati numerosi documenti relativi alla gara.

Gli inquirenti avrebbero già riscontrato alcune anomalie nell’ambito degli ingenti flussi finanziari attorno all’operazione dei termovalorizzatori e adesso stanno indagando per verificare non solo l’esistenza di infiltrazioni della mafia, ma anche di eventuali episodi di corruzione e altre irregolarità. Perquisite, tra le altre, la Altacoen, ditta ennese, ammessa alla gara anche se priva di certificato antimafia, la Falck, che capeggiava tre dei quattro raggruppamenti di impresa assegnatari dell’appalto, la Daneco Gestione Impianti e l’ente appaltante, l’Arra, l’Agenzia regionale rifiuti e acque.

Una vicenda, quella dei termovalorizzatori in Sicilia, su cui si sono consumati duri scontri politici e che risulta particolarmente attuale alla luce della grave emergenza rifiuti che l’isola si trova a vivere in questi mesi. A causa dell’inadeguatezza delle discariche e delle gravi inefficienze nel servizio di raccolta, spesso gestito da società in cronica situazione debitoria, come l’Amia a Palermo, la Sicilia rischia di trasformarsi in un altro caso Campania.

L’indagine giudiziaria, oltre che su presunte infiltrazioni mafiose nell’affare termovalorizzatori, cerca di far chiarezza sulla regolarità della gara e sull’eventuale esistenza di accordi di cartello tra le Ati aggiudicatarie che, con la compiacenza di funzionari pubblici a cui sarebbero andate tangenti, si sarebbero spartite a tavolino i lavori e poi, dopo la bocciatura europea, avrebbero fatto andare deserte le gare successive per indurre la Regione ad abbandonare la strada del bando pubblico. L’avviso per la realizzazione dei termovalorizzatori venne pubblicato nel 2002 dall’allora commissario straordinario per l’emergenza rifiuti della Regione siciliana. Le gare furono aggiudicate a quattro associazioni temporanee di impresa, costituite da varie società di tutta Italia interessate alla costruzione dei termovalorizzatori a Bellolampo a Palermo, a Casteltermini, in provincia di Agrigento, a Paternò, nel Catanese, e ad Augusta, in provincia di Siracusa.

Un progetto fortemente voluto dal governo regionale presieduto dall’ex governatore Salvatore Cuffaro, ma che, dopo le dimissioni dell’esponente Udc, il nuovo esecutivo guidato da Raffaele Lombardo ha deciso di abbandonare, forte anche di un pronunciamento dell’Alta Corte europea che ha rilevato anomalie nei bandi di gara.

Nei giorni scorsi Lombardo ha presentato alla Procura di Palermo un dossier sul business dei termovalorizzatori. Anzi, questo è uno degli argomenti forti che il governatore, coinvolto nell’inchiesta di Catania, sostiene come prova della sua politica di contrasto alla criminalità organizzata. Il presidente della Regione sarà sentito oggi, alle 16, dai pm titolari dell’inchiesta sui termovalorizzatori, i sostituti Nino Di Matteo e Sergio De Montis e l’aggiunto Leonardo Agueci. Il governatore viene sentito come persona informata sui fatti. Sul suo blog fa una stima del giro d’affari illeciti che sarebbe stato contrastato con l’annullamento della gara: "La mafia si è infilata in un sistema che le avrebbe consentito ... un affare che avrebbe fruttato, chi dice cinque, chi dice sette miliardi di euro, e una rendita annua di centinaia di milioni di euro per i prossimi 20-30 anni".

Alessandra Turrisi

 

 

 

2010-05-11

10 MAGGIO 2010

INCHIESTA G8

Scarcerato Anemone: "Ho sempre

lavorato onestamente"

"È mio prioritario interesse fare luce su ogni fatto e ci riuscirò", continua Anemone. "Tutti i fatti che mi si addebitano saranno certamente smentiti e chiariti nelle sedi competenti". "Intendo ripristinare la mia dignità - aggiunge il costruttore - e quella del nome della mia famiglia che ha sempre goduto di stima e di rispetto da più generazioni, costruendo con duro lavoro e sacrificio una ineccepibile reputazione. Accanto a mio padre ho imparato ad essere infaticabile. Dopo questa esperienza sono ancora più convinto che si possa sopravvivere a tutto".

Anemone affida il ripristino della sua "dignità al corretto operato della Magistratura, sicuro dell'onestà e della serietà del mio lavoro che mi ha reso forte con la coscienza di essere meritevole della fiducia e della stima ricevuta negli anni, pronto ad affrontare anche questa esperienza traumatizzante ma con la consapevolezza che le accuse rivoltemi non abbiano fondamento nè il benchè minimo riscontro. Le imprese di costruzione Anemone hanno sempre operato nel rispetto della legalità. La attenta valutazione delle procedure osservate farà emergere come le opere siano state tutte eseguite con tempismo, con straordinario sacrificio e hanno raggiunto il migliore dei risultati visibili a tutti".

Ieri il ministro Sandro Bondi aveva dichiarato: "Alcuni quotidiani danno il meglio di sè nell'esercizio di lordare anche la mia onestà. Avrò il tempo per medicare le ferite alla mia onorabilità che, attraverso alcuni articoli, mi sono state inferte". Il ministro dei Beni culturali, prende le distanze da presunti coinvolgimenti nelle inchieste di questi giorni su appalti e grandi opere e rivendica "non ho nulla a che fare con faccende e faccendieri di cui si parla".

"Desidero rivendicare il merito - osserva Bondi - di aver proceduto al commissariamento dell'area archeologica di Pompei, dei Fori Romani, di Brera e degli Uffizi. Per quanto riguarda il Museo degli Uffizi - puntualizza - appena ho avuto conoscenza delle indagini della magistratura, ho revocato

immediatamente il commissariamento per agevolare il lavoro della magistratura stessa, proprio perchè - rileva - non ho nulla a che fare con faccende e faccendieri di cui si parla".

 

 

 

 

2010-05-09

ANEMONE DOPO LA SCARCERAZIONE

"Ho sempre lavorato onestamente

sono innocente e lo dimostrerò"

L'imprenditore parla di esperienza "sconvolgente": "Per fortuna non ho letto i giornali"

"Ho sempre lavorato onestamente sono innocente e lo dimostrerò" Diego Anemone

 

ROMA - Piu' magro e senza cravatta, così è apparso Diego Anemone, l'imprenditore al centro dello scandalo del G8 liberato per la scadenza dei termini di carcerazione preventiva a Rieti 1. Anemone in serata ha rilasciato un lungo comunicato all'Ansa: ""Ho sempre lavorato onestamente, con tenacia, senza risparmiarmi e nel massimo rispetto di tutti i miei collaboratori". Anemone si dice certo "che la Giustizia, nella quale continuo ad avere grande fiducia, farà chiarezza sulla mia totale innocenza". "Lavorerò sodo - aggiunge - per far emergere la verità rispetto le vicende delle quali mi si accusa ingiustamente e le carte processuali lo dimostreranno".

LE PRIME FOTO DOPO LA SCARCERAZIONE 2

"Ad un orario imprevisto sono tornato in libero. L'aria libera dopo alcune ore di procedure, notifica di atti processuali e dichiarazioni da rendere mi ha sconvolto e reso come un automa. Poi la realtà, gli affetti più cari e le notizie". Per Diego Anemone, riacquistare la libertà dopo tre mesi di carcere è stata un'esperienza, nel bene e nel male, "sconvolgente".

"Sono grato a chi mi ha consigliato di non leggere i giornali durante gli ultimi tre mesi. Mi accorgo di essere stato infamato e diffamato", dice, pur rispettando "il sacrosanto diritto all'informazione e dovere di cronaca, convinto che debbano basarsi sulle verità processuali nel rispetto della persona e della sua dignità ".

"Ho vissuto un periodo molto doloroso - aggiunge Anemone - soprattutto pensando alla mia famiglia e ai miei bambini. Sono grato e ringrazio pubblicamente tutto il personale penitenziario che ha avuto garbo e umanità e mi ha alleviato i momenti più duri di questa esperienza agghiacciante".

"Intendo ripristinare la mia dignità - sostiene il costruttore - e quella del nome della mia famiglia che ha sempre goduto di stima e di rispetto da più generazioni, costruendo con duro lavoro e sacrificio una ineccepibile reputazione. Accanto a mio padre ho imparato ad essere infaticabile.

Dopo questa esperienza sono ancora più convinto che si possa sopravvivere a tutto".

Le imprese di costruzione Anemone hanno sempre operato nel rispetto della legalità. La attenta valutazione delle procedure osservate farà emergere come le opere siano state tutte eseguite con tempismo, con straordinario sacrificio e hanno raggiunto il migliore dei risultati visibili a tutti".

Il G8, ricorda Anemone "è stato poi annullato per i fatti drammatici sopravvenuti ed imprevedibili", mentre "i lavori di ampliamento del Circolo sportivo sono stati realizzati sostenendone integralmente i costi, nel rispetto della procedura. La realizzazione ha contribuito in modo determinante a rendere possibile l'evento dei Mondiali di Nuoto a Roma; le Società sportive esclusivamente di proprietà mia e di mio fratello hanno dato solo lustro al mondo dello sport con la continua ricerca dell'eccellenza e tutti i numerosissimi soci e frequentatori ne sono stati e ne sono testimoni diretti quotidiani". "Continuerò a tenere fermo il convincimento - conclude Anemone - che le vicende giudiziarie debbano essere giudicate dalla competenza della Magistratura e collaborerò con i miei difensori: sono innocente".

(09 maggio 2010)

 

 

 

 

INCHIESTA G8

Scarcerato Diego Anemone

l'imprenditore della 'banda delle emergenze'

Scadevano oggi i termini di custodia cautelare disposta dal gip per il costruttore

Scuole, piscine e ospedali nel giro di affari grazie agli appalti per i grandi eventi

Scarcerato Diego Anemone l'imprenditore della 'banda delle emergenze' Diego Anemone

RIETI - Questa mattina Diego Anemone, il costruttore considerato una delle figure centrali dell'inchiesta condotta dalla procura di Perugia sugli appalti per i grandi eventi attraverso la Protezione civile, è tornato in libertà. Oggi sono scaduti i termini di custodia cautelare disposti dal Gip di Perugia.

Anemone ha lasciato il carcere di Rieti nelle ore scorse nel massimo riserbo. Ha raggiunto una località che viene mantenuta riservata e comunque non a Roma. Per il momento, Anemone non intende avere contatti con i mezzi di informazione.

Sempre oggi è prevista la scarcerazione del funzionario pubblico Mauro Della Giovanpaola, detenuto nel carcere di Terni.

(09 maggio 2010)

 

 

 

 

IL RETROSCENA

E i Nuovi Uffizi furono affidati

a un manager di parrucchieri

Con il placet del ministro della Cultura Sandro Bondi. Anche De Santis si sfogò: è troppo

DI CARLO BONINI

E i Nuovi Uffizi furono affidati a un manager di parrucchieri Sandro Bondi

ROMA - Con buona pace di Guido Bertolaso e del set allestito venerdì a Palazzo Chigi per restituire onore e lustro alla Protezione civile, c'è una storia (documentata negli atti depositati dalla Procura di Firenze per il giudizio immediato di Angelo Balducci, Fabio De Santis, Francesco De Vito Piscicelli e l'avvocato Guido Cerreti) che torna a raccontare le mosse storte della Cricca. E uno dei suoi miracoli negli appalti per le Grandi opere. Parliamo della decisione che, nel dicembre del 2009, con il placet del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, promuove a direttore dei lavori di restauro dei Nuovi Uffizi un tale Riccardo Micciché, ingegnere agrigentino non solo in odore di mafia, ma soprattutto ricco di una competenza maturata nel ramo del management di aziende specializzate nella "preparazione dei terreni per erbe e piante officinali", e nella "attività di parrucchiere per donna, uomo, bambino, di manicure e pedicure". Epperò, già collega di cantiere, alla Maddalena, di Francesco Piermarini, il cognato di Guido Bertolaso.

Micciché e i Nuovi Uffizi, dunque. Per l'appalto, che vale 29 milioni e mezzo di euro (e di quelli in elenco per i 150 anni dell'Unità d'Italia), nel dicembre del 2009, un'ordinanza di "Protezione civile" della Presidenza del Consiglio dei Ministri raccomanda che sia scelto quale direttore dei lavori, "un soggetto di elevata e comprovata esperienza". E così, quando il 22 dicembre, Salvo Nastasi, capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, comunica ad Angelo Balducci che la scelta è caduta sull'ingegnere Micciché, persino ad un tipo con due dita di pelo sullo stomaco come Fabio De Santis, sembra troppo. Al telefono con il suo amico e collega Enrico Bentivoglio, De Santis, allora provveditore per le Opere pubbliche della Toscana, dice: "Come cazzo si chiama... Micciché. Non ci posso credere... Non ci posso credere (ride)... Ma li mortacci. Quando lo vedo gli dico: "Siamo proprio dei cazzari... Siete proprio dei cazzari. Andate in giro a rompere il cazzo... Ma ti rendi conto? Quando siamo andati che ci stava pure Bondi, abbiamo fatto la riunione, siamo tornati in treno e ci stava pure Salvo Nastasi. Stavamo da soli e gli ho fatto: "Ma siamo sicuri di coso... il siciliano? Siamo sicuri che questo riesce a mettere d'accordo tutti? Perché un conto è fare un grande successo... La Maddalena per carità d'Iddio... un conto è fare il direttore degli Uffizi".

 

Evidentemente, però, l'agrigentino ha amici di peso. Sicuramente - per quel che si legge nelle intercettazioni telefoniche di De Santis - ha l'appoggio di Mauro Della Giovampaola. Certamente, ha un peso decisivo aver lavorato alla Maddalena con Francesco Piermarini, il cognato di Bertolaso, quale "rappresentante della struttura di missione" e avere avuto un qualche legame con il costruttore Diego Anemone (visto che il cellulare di Micchiché, come quello di Piermarini, in quel periodo sono in carico a una delle aziende che lavorano in subappalto per il costruttore romano). In ogni caso, annotano i carabinieri del Ros nella loro informativa del 4 gennaio 2010, "l'ingegnere non appare essere munito di particolare esperienza per condurre i lavori degli Uffizi". Se non altro, per aver seduto nel cda della società "Erbe Medicinali Sicilia" (le piante officinali) ed essere socio della "Modu's Atelier" (parrucchiere e manicure).

Ma quel che è peggio - e sono ancora i carabinieri ad annotarlo - è che il fratello di Riccardo Micciché, Fabrizio, è responsabile tecnico della ditta "Giusylenia srl", impresa "sotto il controllo di esponenti della Cosa nostra agrigentina", accusati di aver favorito la latitanza di Giovanni Brusca e dunque sotto il tallone di Bernardo Provenzano.

Non è dato sapere se in quel dicembre 2009, il ministro Bondi conosca le competenze di Riccardo Micciché e il contesto familiare mafioso che lo definisce. Se lo abbia informato il suo capo di gabinetto o lo abbia fatto il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. È un fatto che Micciché diventa direttore dei lavori di restauro e che le conclusioni del Ros appaiono su questa circostanza radicali: "Si ritiene che l'affidamento dei lavori degli Uffizi sia gestito in una più ampia cornice di interscambio di favori, con la conseguenza che l'importante direzione dei lavori venga affidata a un tecnico che, da un lato non sembra essere un soggetto di elevata e comprovata responsabilità, e dall'altro ha contatti con soggetti iscritti in un contesto di condizionamento mafioso".

(09 maggio 2010)

 

 

 

 

INCHIESTA G8

Battuta di Bertolaso su Clinton

Frattini: "Il governo si dissocia"

Il capo della Protezione civile aveva detto che sia lui sia l'ex presidente Usa hanno "un problema che si chiama Monica". Il ministro degli Esteri prende le distanze a nome dell'esecutivo e poi precisa: "Non era offensiva"

Battuta di Bertolaso su Clinton Frattini: "Il governo si dissocia"

ROMA - "La Farnesina e il Governo si dissociano pienamente dal linguaggio e dalle affermazioni" del capo della Protezione civile Guido Bertolaso "che non riflettono in alcun modo il pensiero del Governo italiano, il quale in maniera ferma e compatta riafferma la massima stima e considerazione nei confronti dell'ex presidente americano Bill Clinton". Lo afferma il ministro degli Esteri Franco Frattini, interpellato sulla battuta pronunciata ieri da Bertolaso 1 sul fatto di aver avuto "un problema che ha lo stesso nome: Monica".

Il capo della diplomazia italiana poi dice, "a chiarimento definitivo", che quella di Bertolaso è stata "una battuta certo non offensiva e non indirizzata in alcun modo a mettere in dubbio l'amicizia e la stima profonda del governo e del popolo italiano nei confronti dell'ex presidente americano Bill Clinton".

Nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi, organizzata per difendersi dalle accuse che gli vengono mosse nell'inchiesta sugli appalti per il G8 della Maddalena, Bertolaso ha, tra l'altro, fatto riferimento ai complimenti ricevuti dall'ex presidente Usa per quanto fatto dall'Italia ad Haiti. Ed ha aggiunto: "Quando ho visto Clinton alla fine di marzo mi era venuta voglia di fargli una battuta che poi non ho fatto: gli volevo dire che lui ed io abbiamo un problema che si chiama Monica, poi ho evitato di farla perché mentre io non credo di avere avuto problemi reali con questa Monica, lui probabilmente invece qualche problemuccio lo ha avuto".

VIDEO La conferenza stampa di Bertolaso 2

La Monica cui fa riferimento Bertolaso è la massaggiatrice brasiliana del Salaria Sport Village che in un'intercettazione pubblicata nell'ambito dell'inchiesta sul G8 racconta di aver "fatto vedere le stelle" al capo della Protezione Civile.

(08 maggio 2010)

 

 

 

 

2010-05-06

Berlusconi: "Mai parlato di congiura"

Sul dopo Scajola La Russa frena la Lega

Il premier smentisce le dichiarazioni riportate ieri dalla stampa e parlando dell'interim allo Sviluppo economico assicura: "Sarà breve". Bossi: "Forse Galan al posto di Scajola e un leghista all'Agricoltura". Il ministro della Difesa: "Sarà un politico del Pdl". Anm al premier: "Facciamo solo il nostro dovere"

Berlusconi: "Mai parlato di congiura" Sul dopo Scajola La Russa frena la Lega Silvio Berlusconi

ROMA - "Non ho mai parlato di congiure e complotti. Il termine congiura lo avete scritto voi, penso di non averlo mai detto in vita mia, è un vocabolo che non mi appartiene" ha detto il premier Silvio Berlusconi conversando con i giornalisti smentendo le dichiarazioni riportate ieri 1 e replicando a chi gli faceva notare che il presidente della Camera, Gianfranco Fini, avesse preso le distanze da un'ipotesi del genere.

Il premier ha quindi esposto il suo pensiero: "Penso che tutto va avanti come è sempre andato avanti, e cioè con alcuni magistrati politicizzati e basta. Io di natura credo di non avere mai detto congiura in vita mia. Mai, non è assolutamente un mio vocabolo". E dunque, ha concluso, "non ho mai detto né congiura né complotto". A queste parole ha risposto l'Associzione nazionale dei magistrati: "Ci sono delle inchieste giudiziarie, i giudici hanno un compito da svolgere che gli assegna la Costituzione, di accertare appunto se determinati fatti costituiscono reato".

Premier: "Interim sarà breve". Poi, parlando dell'interim allo Sviluppo economico, Berlusconi ha assicurato che "sarà breve e sarà un incarico limitato nel tempo". "E' un incarico - ha precisato - diciamo così, tecnico. Durerà giorni". Berlusconi ha aggiunto che sulla scelta del successore di Scajola, serviranno dei giorni perché "devo consultarmi anche con gli alleati, all'interno del governo e mi sono preso qualche giorno di tempo per una decisione che deve essere ponderata". Nomi in campo? "Ci sono alcuni nomi che ho in mente", ha risposto il premier.

Chi sostituirà Scajola? Umberto Bossi ragiona, con i cronisti a Montecitorio, del dopo-Scajola. Si parla di Giancarlo Galan al posto di Claudio Scajola al ministero dello Sviluppo economico e di un leghista al dicastero dell'Agricoltura di Luca Zaia. Uno scenario possibile secondo il leader del Carroccio. "Potrebbe anche essere", replica il senatur. Ma dal Pdl arriva uno stop. "Abbiamo appena fatto un riequilibrio con la Lega - dice il ministro della Difesa, Ignazio La Russa dopo la riunione tenutasi a Palazzo Grazioli tra Silvio Berlusconi ed i vertici del Pdl - Io penso che gli equilibri all'interno della coalizione siano già corretti. Non ci saranno drammi ma credo che sarà un politico del PdL e non un tecnico".

Schifani: "Sul ddl anticorruzione fare presto". Intanto oggi il presidente del Senato, Renato Schifani, ha sollecitato, con una lettera, i presidenti delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia "a una definizione in tempi brevi" del ddl anticorruzione "per consentire una sollecita calendarizzazione del provvedimento in Assemblea".

(06 maggio 2010)

 

 

 

 

Berlusconi: "Mai parlato di congiura"

Sul dopo Scajola La Russa frena la Lega

Il premier smentisce le dichiarazioni riportate ieri dalla stampa e parlando dell'interim allo Sviluppo economico assicura: "Sarà breve". Bossi: "Forse Galan al posto di Scajola e un leghista all'Agricoltura". Il ministro della Difesa: "Sarà un politico del Pdl". Anm al premier: "Facciamo solo il nostro dovere"

Berlusconi: "Mai parlato di congiura" Sul dopo Scajola La Russa frena la Lega Silvio Berlusconi

ROMA - "Non ho mai parlato di congiure e complotti. Il termine congiura lo avete scritto voi, penso di non averlo mai detto in vita mia, è un vocabolo che non mi appartiene" ha detto il premier Silvio Berlusconi conversando con i giornalisti smentendo le dichiarazioni riportate ieri 1 e replicando a chi gli faceva notare che il presidente della Camera, Gianfranco Fini, avesse preso le distanze da un'ipotesi del genere.

Il premier ha quindi esposto il suo pensiero: "Penso che tutto va avanti come è sempre andato avanti, e cioè con alcuni magistrati politicizzati e basta. Io di natura credo di non avere mai detto congiura in vita mia. Mai, non è assolutamente un mio vocabolo". E dunque, ha concluso, "non ho mai detto né congiura né complotto". A queste parole ha risposto l'Associzione nazionale dei magistrati: "Ci sono delle inchieste giudiziarie, i giudici hanno un compito da svolgere che gli assegna la Costituzione, di accertare appunto se determinati fatti costituiscono reato".

Premier: "Interim sarà breve". Poi, parlando dell'interim allo Sviluppo economico, Berlusconi ha assicurato che "sarà breve e sarà un incarico limitato nel tempo". "E' un incarico - ha precisato - diciamo così, tecnico. Durerà giorni". Berlusconi ha aggiunto che sulla scelta del successore di Scajola, serviranno dei giorni perché "devo consultarmi anche con gli alleati, all'interno del governo e mi sono preso qualche giorno di tempo per una decisione che deve essere ponderata". Nomi in campo? "Ci sono alcuni nomi che ho in mente", ha risposto il premier.

Chi sostituirà Scajola? Umberto Bossi ragiona, con i cronisti a Montecitorio, del dopo-Scajola. Si parla di Giancarlo Galan al posto di Claudio Scajola al ministero dello Sviluppo economico e di un leghista al dicastero dell'Agricoltura di Luca Zaia. Uno scenario possibile secondo il leader del Carroccio. "Potrebbe anche essere", replica il senatur. Ma dal Pdl arriva uno stop. "Abbiamo appena fatto un riequilibrio con la Lega - dice il ministro della Difesa, Ignazio La Russa dopo la riunione tenutasi a Palazzo Grazioli tra Silvio Berlusconi ed i vertici del Pdl - Io penso che gli equilibri all'interno della coalizione siano già corretti. Non ci saranno drammi ma credo che sarà un politico del PdL e non un tecnico".

Schifani: "Sul ddl anticorruzione fare presto". Intanto oggi il presidente del Senato, Renato Schifani, ha sollecitato, con una lettera, i presidenti delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia "a una definizione in tempi brevi" del ddl anticorruzione "per consentire una sollecita calendarizzazione del provvedimento in Assemblea".

(06 maggio 2010)

 

 

 

INCHIESTA APPALTI

Verdini: "Mai ricevuto avvisi di garanzia"

Escluse le dimissioni: "Da cosa mi dimetto?"

Intervenuto a "La telefonata" di Mattino5, per il coordinatore nazionale del Pdl si tratta di "un altro processo mediatico". "Avrò fatto qualche telefonata. Ma nulla di sostanziale, non avevo nessuna responsabilità di governo. Io non posso fare niente di concreto"

Verdini: "Mai ricevuto avvisi di garanzia" Escluse le dimissioni: "Da cosa mi dimetto?" Denis Verdini

ROMA - Denis Verdini nega, non sa di essere indagato per corruzione 1 nel business degli appalti dell'eolico in Sardegna, ribadisce che il suo presunto coinvolgimento "è una follia". Intervenuto a "La telefonata" di Maurizio Belpietro a Mattino5, il coordinatore nazionale del Pdl ha dichiarato: "Avvisi di garanzia non ne ho ricevuti. Dicono che sono indagato ma io non so niente".

Per Verdini si tratta di un processo mediatico, una gogna pubblica. "Mi sembra una follia quello che sta accadendo, un'operazione di violazione costante del segreto istruttorio, ti espongono a processi mediatici a quali non voglio stare - ha detto nell'intervento -. Si reclama che i politici vogliono sfuggire ai processi, invece i processi vengono fatti altrove. Mi sento tranquillo e mi attengo ai fatti".

"Quando uno fa politica - ha aggiunto durante il programma - può fare delle cose ma nessuna illegitimità. Avrò fatto qualche telefonata ma non c'è nulla di sostanziale, non avevo nessuna responsabilità di governo o funzioni, non posso fare niente di concreto. Sono opinioni dei magistrati con cui voglio confrontarmi". Verdini ha aggiunto che "nessuno mi ha detto niente, ho letto solo sui giornali. Anemone non lo conosco, mai visto. Ci sono altre persone con cui ho parlato, ma solo quello. Non ho ricevuto alcun avviso di garanzia, è un'inchiesta vecchia, ma io non so nulla".

Per Verdini pensare al complotto è legittimo: "Ci sarà una congiura? Non lo so ma certo si ripetono sempre gli stessi fatti e con puntualità - ha detto -. E quando una cosa si ripete puntualmente diventa scientifica ed è legittimo anche sospettere delle cose".

Ma nessuna dimissione all'orizzonte, secondo Verdini quello di Scajola è stato infatti "un gesto significativo, se no la gente non è contenta di niente. Io da che mi dimetto? Non ho responsabilità di governo, solo di organizzazione del partito". E sulle possibili ripercussioni all'interno del Pdl, invece, secondo Verdini "possono prestare il fianco all'avversario vero, che vuole che il paese resti dove è invece di fare le riforme vere. Se cadesse il governo è logico che si dovrebbe andare al voto, poi ci sono delle regole da seguire ma non vedo questa questione perchè la maggioranza e il governo sono forti".

(06 maggio 2010)

 

2010-05-05

CENTRODESTRA

Caso Scajola, Berlusconi grida al complotto

Fini e Bossi lo stoppano: "Non è vero"

Il Cavaliere ha assunto l'interim e le opposizioni attaccano: "Enorme conflitto di interessi". Il presidente della Camera: "Nessuna congiura". Il leader leghista: "I magistrati fanno il loro lavoro"

Caso Scajola, Berlusconi grida al complotto Fini e Bossi lo stoppano: "Non è vero"

ROMA - "Per ora prendo l'interim, ma è chiaro che c'è una congiura contro il governo". Secondo l'agenzia Agi Silvio Berlusconi si sarebbe rivolto così ad un gruppo di senatori del Pdl a palazzo Grazioli. Il giorno dopo le dimissioni del ministro dell' Attività produttive Claudio Scajola 1 (che "ha creato un precedente pericoloso perché chiunque ora potrà chiedere le dimissioni di un ministro") il Cavaliere evita di sostituire il ministro ed assume sulle sue spalle la carica. Non rinunciando, però, a gridare al complotto. Ma questa volta nessuno segue il premier: né Gianfranco Fini, e questo era scontato, e nemmeno Umberto Bossi. Il presidente della Camera, intervistato da Sky, prende le distanze: "Non c'è nessuna congiura o accanimento dei giudici contro il governo, è un dovere di tutti tutelare il valore della legalità. Acceleriamo sul ddl anticorruzione". E lo stesso fa il leader della Lega: "Congiura? I magistrati fanno il loro lavoro". Fini a Sky ha parlato anche degli attacchi subìti dal Giornale. "Il problema è l'evidente conflitto di interessi in cui si trova l'editore". In serata il Cavaliere ha cercato comunque di recuperare con Fini. Ha convocato alcuni senatori della corrente del presidente della Camera ai quali avrebbe rivolto l'invito a riprendere il dialogo. "E' stato un incontro - aggiungono le stesse fonti - molto positivo".

"Mi prendo l'interim". "Per ora prendo l'interim. C'è da portare avanti il discorso del nucleare che è stato impostato bene" dice Berlusconi, mettendo da parte l'ipotesi di sostituire il titolare del dicastero delle Attività produttive. Non è la prima volta che il premier decide in questo modo. Nel precedente governo fu anche responsabile della Farnesina. Ad un senatore il presidente del Consiglio ha confidato di voler cercare una persona al di fuori della politica ("Se me lo faranno fare...", è stata la sua battuta), a tutti quanti ha poi ripetuto che "al momento non ci sono candidature. Meglio - questo il ragionamento - far decantare le acque e non turbare gli equilibri del governo. La durata sarà proporzionata alle candidature che emergeranno, vediamo più avanti". Nel pomeriggio il Cavaliere è salito al Quirinale dove il presidente Giorgio Napolitano ha firmato il decreto di nomina. E su questo si sono scatenate le opposizioni. Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd è secca: "Il conflitto di interessi è ora in termini solari. Il Presidente imprenditore non può anche essere ministro dello Sviluppo economico". "E' un conflitto di interessi madornale. E' la dimostrazione che ancora una volta questo governo intende farsi solo gli affari propri", aggiunge il leader dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro.

"C'è una congiura". E' solo l'inizio. "Attaccheranno altri personaggi a me vicini ed altri esponenti di governo. Lo hanno fatto e lo faranno ancora" preannuncia Berlusconi ai suoi senatori. "C'è una congiura - ha teorizzato il premier secondo quanto viene riferito - di un sistema esterno al governo che ha in mano delle carte" o che "per via mediatica" tenta di disarcionare l'esecutivo. Il Cavaliere, nel suo ragionamento, ha parlato di "un gruppo quasi organizzato" che minaccia l'azione del governo, "di un 'dossier' aperto a rate che fa parte di un'operazione ben più vasta del 'caso Scajola'".

(05 maggio 2010)

 

 

 

INCHIESTA APPALTI

Appalti, anche Verdini indagato per corruzione

"Irregolarità nei progetti eolici in Sardegna"

Il coordinatore Pdl si difende: "Non mi dimetto". Bondi: "Inchieste sospette contro di noi". A Firenze accolta la richiesta dei pm. il 15 giugno inizierà il processo a Balducci, De Sanctis, Cerruti e De Vito Piscitelli per l'appalto della scuola dei marescialli

Appalti, anche Verdini indagato per corruzione "Irregolarità nei progetti eolici in Sardegna" Angelo Balducci

ROMA - Denis Verdini, uno dei coordinatori nazionali del Pdl, è indagato dalla procura di Roma per corruzione nell'ambito dell'inchiesta riguardante un presunto comitato d'affari che si sarebbe occupato, in maniera illecita, di appalti pubblici, in particolare i progetti sull'eolico in Sardegna. Ieri, a Firenze, è stato perquisito il Credito Cooperativo Fiorentino, istituto bancario presieduto da Verdini. Gli investigatori erano alla ricerca del passaggio di un certo numero di assegni dei quali intendono accertare la provenienza e la destinazione. In procura c'è un grande riserbo sulla natura delle indagini in corso. Verdini, intanto, si difende: "Sono estraneo alle accuse, non mi dimetto, non fa parte della mia mentalità e non ho nessuna necessità di farlo. Anemone? Non lo conosco. Complotto? Qualche sospetto viene".

Gli accertamenti su quello che si ritiene essere stato un giro di appoggi e di promesse per favorire alcuni imprenditori sono stati avviati nel 2008 nel quadro di un'altra indagine avviata dalla Direzione distrettuale antimafia. Oltre a Verdini sono indagati, tutti per concorso in corruzione, anche l'uomo d'affari Flavio Carboni, il costruttore Arcangelo Martino, il consigliere provinciale di Iglesias Pinello Cossu, il direttore generale dell'Arpa della Sardegna Ignazio Farris, e un magistrato tributario, Pasquale Lombardi.

Si aprirà intanto il 15 giugno il processo per l'appalto della scuola marescialli dei carabinieri a Firenze, filone toscano dell'inchiesta sui grandi eventi. Lo ha stabilito il gip Rosario Lupo, accogliendo la richiesta di giudizio immediato avanzata dai pm fiorentini per Angelo Balducci, Fabio De Sanctis, Guido Cerruti e Francesco Maria De Vito Piscicelli. Il gip ha invece rigettato le richieste di arresti domiciliari presentate dalle difese di Balducci e De Sanctis.

Il gip ha spiegato che la richiesta avanzata dalla procura di Firenze era "insindacabile" perché presenti i tre elementi che rendono automatico il giudizio immediato: evidenza della prova, esistenza di uno stato cautelare e il fatto che i termini per presentare istanza al tribunale del riesame fossero interamente decorsi. A questo punto gli atti entreranno nella disponibilità degli avvocati difensori degli indagati, che avranno quindici giorni di tempo per chiedere eventuali riti alternativi. Le posizioni di Denis Verdini e Riccardo Fusi, ex presidente della società di costruzioni Btp, sono state stralciate.

In conseguenza del giudizio immediato, slittano i termini delle custodie cautelari disposte nei confronti di Balducci, De Sanctis, De Vito Piscicelli e Cerruti, quest'ultimi due agli arresti domiciliari. Balducci e De Sanctis sarebbero dovuti uscire dal carcere domenica prossima, 9 maggio, data di scadenza dell'ordinanza di custodia cautelare per l'inchiesta sui grandi eventi eseguita il 10 febbraio scorso. Cerruti e Piscicelli sono ai domiciliari rispettivamente dallo scorso 4 marzo e dagli inizi di maggio.

Nel frattempo dal Pdl arriva il sospetto di "qualcosa di poco chiaro e di allarmante in questa nuova ondata di inchieste a carico di esponenti del nostro movimento politico" dice il coordinatore Sandro Bondi.

(05 maggio 2010)

 

 

L'ANNIVERSARIO

Unità d'Italia, Napolitano a Genova

"Celebrazioni non sono tempo perso"

Il presidente della Repubblica invita le forze politiche a evitare polemiche pregiudiziali e respinge tesi storiche infondate che vorrebbero un Sud da abbandonare a se stesso. Anche perché "la maggioranza dei garibaldini venivanon dal Nord". Bossi polemico: "Al Nord avevano molti dubbi sull'Unità..."

Unità d'Italia, Napolitano a Genova "Celebrazioni non sono tempo perso"

GENOVA - Tutte le iniziative comprese nel "sobrio" programma per celebrare il 150/o dell'Unità d'Italia "non sono tempo perso e denaro sprecato, ma fanno tutt'uno con l'impegno a lavorare per la soluzione dei problemi oggi aperti dinanzi a noi". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a bordo della portaerei "Garibaldi" per il discorso ufficiale di Genova, implicitamente replicando alle dichiarazioni di diversi esponenti della Lega, con Umberto Bossi 1 su tutti. Il capo dello Stato prende la parola nell'hangar della portaerei, al suo fianco, i presidenti del Senato, Renato Schifani, e della Camera, Gianfranco Fini, e il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, insieme ai vertici delle forze armate e delle istituzioni locali. Tra gli esponenti politici, il segretario dell'Udc, Pier Ferdinando Casini.

 

Reagire a tesi storiche infondate.

Per il capo dello Stato, "non è retorica reagire a tesi storicamente infondate, come quelle tendenti ad avvalorare ipotesi di unificazione parziale dell'Italia abbandonando il Sud al suo destino''. Ipotesi queste, ''che non furono mai abbracciate da alcuna delle forze motrici e delle personalità rappresentative del movimento per l'unità''. "Far rivivere nella memoria e nella coscienza del Paese le ragioni di quell'unità e indivisibilità con cui nacque l'Italia serve a offrire una fonte di coesione sociale come base essenziale di ogni avanzamento, tanto del Nord quanto del Sud, in un sempre più arduo contesto mondiale".

Unità d'Italia, no a polemiche pregiudiziali.

Il presidente della Repubblica sottolinea con forza come i festeggiamenti per l'Unità d'Italia "non possono formare oggetto di polemica pregiudiziale da parte di nessuna forza politica. C'è spazio per tutti i punti di vista e per tutti i contributi. Solo così onoriamo i patrioti, gli eroi e i caduti dei mille che salparono da Genova in questo giorno il 5 maggio di 150 anni orsono". Patrioti che "erano in grande maggioranza lombardi, veneti, liguri", "italiani che si sentivano italiani e che accorrevano là dove altri italiani andavano sorretti nella lotta per liberarsi e ricongiungersi in un'Italia finalmente unificata".

Orgoglio nazionale per affrontare il futuro.

Napolitano sui luoghi dove fu conquistata l'unità d'Italia. Per rinfrescare la memoria e rafforzare la consapevolezza comune delle radici. "Celebrando il 150/o dell'Unità d'Italia guardiamo avanti, traendo dalle nostre radici fresca linfa per rinnovare tutto quello che c'è da rinnovare nella società e nello Stato" dice il capo dello Stato. Ma bisogna "recuperare motivi di fierezza e di orgoglio nazionale, perché ne abbiamo bisogno. Ci è necessaria questa più matura consapevolezza storica comune anche per affrontare con la necessaria fiducia le sfide che ci attendono e già mettono alla prova il nostro Paese. Ci è necessaria per tenere con dignità il nostro posto in un mondo che è cambiato e che cambia".

In difesa di Garibaldi.

I mille erano guidati da un "condottiero" coraggioso e capace. A Giuseppe Garibaldi rende omaggio Giorgio Napolitano, per ripulire la sua figura da "grossolane denigrazioni". Il presidente ricorda le "capacità di attrazione e di guida", il "coraggio e la "perizia" del condottiero. Non a caso, prima della cerimonia Napolitano ha voluto recarsi allo scoglio di Quarto, dove la spedizione dei mille salpò. E il prossimo 11 maggio il presidente sarà in Sicilia, dapprima a Marsala, dove le camicie rosse sbarcarono, e poi ancora a Calatafimi.

Bossi polemico. "Nessuno della Lega è stato invitato a Quarto", dice Umberto Bossi. Che poi replica indirettamente al presidente: "All'epoca i lombardi volevano la libertà dall'Austria ma avevano mille dubbi sull'unità e nel 1859 cantavano 'la bella gigogin.." (canzone patriottica dell'epoca risorgimentale, fortemente antiaustriaca).

(05 maggio 2010)

 

 

 

 

* Sei in:

* Repubblica /

* Cronaca /

* Un nuovo sbarco dei Mille "Per …

* +

* -

* Commenta

* Stampa

* Mail

* Condividi

* Delicious

* Facebook

* OKNOtizie

* Technorati

* Twitter

L'INIZIATIVA

Un nuovo sbarco dei Mille

"Per l'Italia una nave dei diritti"

Una spedizione di italiani che vivono all'estero e torneranno a Genova per un giorno il prossimo 25 giugno: "Denunciamo le derive culturali, politiche e sociali del nostro paese"

di PAOLA COPPOLA

Un nuovo sbarco dei Mille "Per l'Italia una nave dei diritti"

MILLE italiani sbarcheranno nel porto di Genova. A bordo della "Nave dei Diritti", così è stato ribattezzato il traghetto di linea che li porterà in Italia alla fine di un viaggio che comincia a Barcellona. Vivono all'estero, non pensano di tornare. Dopo un giorno di navigazione vogliono approdare sulla costa ligure e animare così "Lo Sbarco", un'iniziativa simbolica per denunciare le derive culturali, politiche e sociali del nostro Paese. Appuntamento il prossimo 25 giugno.

Nell'anniversario della spedizione dei Mille, questi italiani e diversi cittadini europei scelgono imbarcarsi per l'Italia, per ribadire l'importanza della Costituzione, la sua origine laica e pluralista, e denunciare le derive della politica. Un'iniziativa nata dal basso dall'idea di un gruppo di italiani che vive a Barcellona, maturata la scorsa estate e che in pochi mesi si è diffusa attraverso il passaparola coinvolgendo anche gli altri gruppi di italiani che vivono nelle altre capitali europee.

Oggi "Lo Sbarco" ha superato le 1000 adesioni e ottenuto l'appoggio di diversi intellettuali, scrittori, musicisti, associazioni. Raccontano perché hanno aderito attraverso videomessaggi diffusi sul sito dell'iniziativa 1. Così il nobel Dario Fo: "Potrebbe essere la nave dei pazzi, gente che viene dal mare e porta un apporto alla propria terra". Oppurel nobel José Saramago, che si chiede: "Non tanto tempo fa l'Italia è stata un esempio per l'Europa con Garibaldi, con Verdi. Com'è che è caduta da queste altezze?". Lo scrittore Erri De Luca, invece, testimonia: "Sto con la nave che vuole riportare l'Italia a se stessa". E poi ci sono Lella Costa e Moni Ovadia, il jazzista Paolo Fresu e tanti altri. Dalla parte dello "Sbarco" anche diverse associazioni antirazziste, i No-Tav, la Rete Scuole e gli operai Vynils che occupano l'Asinara, ma non ci sono sigle né partiti politici dietro questa iniziativa che si sta autofinanziando organizzando eventi culturali.

"Assistiamo seriamente preoccupati a ciò che avviene in Italia", si legge sul manifesto del movimento. Diritti ormai acquisiti sono rimessi in discussione: "Il razzismo cresce, così come l'arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario. I meriti e i talenti delle persone, soprattutto dei giovani, non sono valorizzati. Cresce la cultura del favore, del disinteresse per il bene comune, della corsa al denaro, del privato in tutti i sensi". Queste le motivazioni degli organizzatori.

La "spedizione" è aperta a tutti. L'obiettivo è raggiungere 1000 biglietti acquistati sul traghetto. In pochi giorni - l'iniziativa è stata presentata ufficialmente la scorsa settimana a Barcellona - si sono superati i 100 biglietti venduti e già ci sono 600 prenotazioni. "Vogliamo portare solidarietà e appoggio a chi vive in Italia perché il nostro Paese attraversa un momento difficile, sembra che si sia persa un po' la bussola e che il patrimonio di credibilità e di autorevolezza di cui godeva anche all'estero si stia progressivamente disperdendo", racconta Andrea De Lotto, milanese che vive nella capitale catalana da due anni dove insegna come maestro alla scuola elementare italiana, che è una delle anime dell'iniziativa. Dai media stranieri - dicono gli organizzatori - l'Italia viene descritta come il paese dei campi rom bruciati, delle aggressioni, delle ronde, delle leggi ad personam, dei decreti di espulsione, per citare alcuni episodi dell'ultimo anno. Andrea continua: "Il nostro vuole essere un contributo e un invito a tornare a parlare di diritti su un piano pre-politico"

"Questa è un'iniziativa che si rivolge alla società italiana che sta diventando sempre più intollerante e conservatrice - dice Laura Calosci che insegna Storia economica all'Università di Barcellona - Ci sono, però, realtà di resistenza che vale la pena sostenere". Chiara Bombardi, 39 anni di Forlì, traduttrice: "È un'azione per portare solidarietà in Italia, un Paese dove, rispetto ai diritti umani, stiamo scendendo sotto qualsiasi livello tollerabile".

La mobilitazione ha preso corpo attraverso la Rete, si aggiorna su Facebook e sta ricevendo adesioni da diversi Paesi, coinvolgendo residenti italiani e stranieri. Sotto il nome "Lo Sbarco" sono nati dei gruppi prima a Bruxelles, poi a Parigi, Atene e Madrid. Altri in Italia: a Genova, Milano, Torino, Roma, in Sardegna e Sicilia. La macchina organizzativa va avanti rapidamente. All'approdo a Genova ad attendere la nave ci sarà un comitato d'accoglienza che si è creato intorno ad Heidi Giuliani e Don Gallo. E il giorno dopo lo sbarco, in alcune piazze della città, con l'appoggio del Comune diversi dibattiti sui diritti negati.

(05 maggio 2010)

 

 

2010-05-04

Inchiesta G8, Scajola si dimette

"Lascio il governo per difendermi"

Il ministro, travolto dalla vicenda dell'appartamento al Colosseo, abbandona l'esecutivo: "Non posso continuare, dimostrerò la mia estraneità ai fatti". Il premier: "Scelta dorolosa, alto senso dello Stato"

Inchiesta G8, Scajola si dimette "Lascio il governo per difendermi" Claudio Scajola

* Scajola, Bersani: "Dimissioni inevitabili" Idv: "Ha mentito, non aveva scelta"

articolo

Scajola, Bersani: "Dimissioni inevitabili" Idv: "Ha mentito, non aveva scelta"

*

video

Scajola annuncia le dimissioni

*

video

Bersani: "Scossone per il governo"

* Il Cavaliere non scarta le dimissioni "La situazione è diventata difficile"

articolo

Il Cavaliere non scarta le dimissioni "La situazione è diventata difficile"

* I testimoni e le ricevute che smentiscono Scajola

articolo

I testimoni e le ricevute che smentiscono Scajola

* "Mai preso un soldo per quella casa per Biagi lasciai, ora non lo faccio"

articolo

"Mai preso un soldo per quella casa per Biagi lasciai, ora non lo faccio"

* Un superteste contro Scajola coinvolti anche altri ministri

articolo

Un superteste contro Scajola coinvolti anche altri ministri

* Zampolini smentisce Scajola "Portai io gli assegni nel suo studio"

articolo

Zampolini smentisce Scajola "Portai io gli assegni nel suo studio"

* Scajola: "Vittima di processo mediatico Parlerò dopo la mia audizione in procura"

articolo

Scajola: "Vittima di processo mediatico Parlerò dopo la mia audizione in procura"

* Scajola, ultimatum dell'opposizione "Chiarisca in Parlamento o si dimetta"

articolo

Scajola, ultimatum dell'opposizione "Chiarisca in Parlamento o si dimetta"

ROMA - Claudio Scajola si dimette. Travolto dalla vicenda della compravendita, con presunti fondi neri, di una casa al Colosseo 1 il ministro dello Sviluppo economico ha annunciato la rinuncia all'incarico di governo. "Per difendermi", ha detto in conferenza stampa, "non posso continuare a fare il ministro come ho fatto in questi due anni". In pole position per la successione, l'attuale viceministro con delega alle Comunicazioni Paolo Romani. Nel pomeriggio, poi, il faccia a faccia con Berlusconi a palazzo Grazioli. Poco prima il premier aveva commentato: "Oggi si è dimesso un ministro molto capace. Una decisione sofferta e dolorosa, che conferma la sua sensibilità istituzionale e il suo alto senso dello Stato, per poter dimostrare la sua totale estraneità ai fatti e fare chiarezza su quanto gli viene attribuito".

Scajola aveva resistito fino all'ultimo, ma alla fine la sua posizione è diventata insostenibile, costringendolo ad anticipare il rientro dalla Tunisia e a convocare i giornalisti per annunciare il passo indietro. "Da dieci giorni sono vittima di una campagna mediatica senza precedenti", ha detto ancora. "Vivo una grande sofferenza".

L'ex ministro ha ribadito la sua estraneità ai fatti che gli vengono contestati, in particolare l'aver ricevuto denaro da imprenditori coinvolti nell'inchiesta sugli appalti del G8 per l'acquisto di un appartamento con vista sul Colosseo: "Non potrei mai abitare in una casa comprata con i soldi di altri", ha affermato. Per la prima volta in dieci giorni, Scajola ha però preso in considerazione l'ipotesi che gli assegni che gli vengono contestati siano effettivamente stati versati: "Se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto e l'interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per l'annullamento del contratto", ha affermato. Il procuratore di Perugia, Federico Centrone, ha confermato che al momento Scajola non è indagato e che sarà ascoltato come persona informata dei fatti.

"Le mie dimissioni permetteranno al governo di andare avanti", ha detto Scajola ringraziando Berlusconi e il Pdl per gli attestati di stima ricevuti. Prima della conferenza stampa, Scajola aveva parlato con il premier, che pochi giorni lo aveva incitato a resistere 2. Poi, soprattutto in seguito alle notizie che arrivavano dalla procura di Perugia, il clima è cambiato. Anche Il Giornale di Vittorio Feltri questa mattina era stato netto: "Le risposte che ha dato fin qui non bastano. Se non ha niente da dire oltre a ciò che ha detto, le conviene rassegnarsi. Anzi, rassegnare le dimissioni". Anche Libero si era mosso sulla stessa linea: "Scajola - scrive il direttore Maurizo Belpietro - deve assolutamente uscire dall'angolo e combattere a viso aperto, tentando di smontare ad uno ad uno i dubbi che aleggiano da giorni sulle pagine dei giornali. Noi gli suggeriamo solo di non temporaggiare più perchè attendere i 10 giorni che mancano all'interrogatorio sarebbe troppo".

Il passo indietro era stato suggerito anche dal capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri: "Su questa vicenda finora ha difeso il suo comportamento, se dovessero emergere altre cose vedremo. Io credo che debba riflettere sul modo nel quale la sua difesa possa essere condotta meglio, se con l'incarico di ministro o senza".

(04 maggio 2010)

 

 

Scajola, Bersani: "Governo in una palude"

Donadi: "Una lezione per la Casta"

Per il segretario del Pd si tratta di "uno scossone piuttosto forte in una fase di impasse della maggioranza". Mentre il capogruppo dell'Idv sottolinea come la vicenda dimostri che "nessuno è intoccabile"

Scajola, Bersani: "Governo in una palude" Donadi: "Una lezione per la Casta"

* Inchiesta G8, Scajola si dimette "Lascio il governo per difendermi"

articolo

Inchiesta G8, Scajola si dimette "Lascio il governo per difendermi"

*

video

Scajola annuncia le dimissioni

*

video

Bersani: "Scossone per il governo"

* Il Cavaliere non scarta le dimissioni "La situazione è diventata difficile"

articolo

Il Cavaliere non scarta le dimissioni "La situazione è diventata difficile"

* I testimoni e le ricevute che smentiscono Scajola

articolo

I testimoni e le ricevute che smentiscono Scajola

* "Mai preso un soldo per quella casa per Biagi lasciai, ora non lo faccio"

articolo

"Mai preso un soldo per quella casa per Biagi lasciai, ora non lo faccio"

* Un superteste contro Scajola coinvolti anche altri ministri

articolo

Un superteste contro Scajola coinvolti anche altri ministri

* Zampolini smentisce Scajola "Portai io gli assegni nel suo studio"

articolo

Zampolini smentisce Scajola "Portai io gli assegni nel suo studio"

* Scajola: "Vittima di processo mediatico Parlerò dopo la mia audizione in procura"

articolo

Scajola: "Vittima di processo mediatico Parlerò dopo la mia audizione in procura"

* Scajola, ultimatum dell'opposizione "Chiarisca in Parlamento o si dimetta"

articolo

Scajola, ultimatum dell'opposizione "Chiarisca in Parlamento o si dimetta"

ROMA - "Mi pare che le cose che Scajola ha detto fin qui non siano convincenti per nessuno. Se non ha nient'altro da aggiungere, le dimissioni 1sono inevitabili. Mi auguro che questo verminaio di appalti venga scavato fino in fondo perché questa vicenda è francamente intollerabile". E' il commento del segretario del Pd Pierluigi Bersani, in studio a Repubblica tv 2, all'annuncio delle dimissioni del ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola 3, travolto dalla vicenda di una compravendita, con presunti fondi neri, di una casa a due passi dal Colosseo.

Bersani si è poi lasciato sfuggire una battuta, in risposta alle affermazioni del ministro dimissionario, che ha ammesso che la sua casa possa essere stata pagata in parte da altri, ma a sua insaputa: "Ne abbiamo viste tante, può darsi che siamo davanti a benefattori sconosciuti...". Per il segretario Pd si tratta di "uno scossone piuttosto forte in una fase di impasse politica della maggioranza. Siamo tra la palude delle decisioni del governo e il rischio di precipitare della situazione politica. E' un passaggio complicato, la situazione si sta facendo complicata e paludosa".

"Prima ancora che la vicenda giudiziaria, di cui seguiremo gli sviluppi - ha detto Antonio Borghesi, vice capogruppo dell'Italia dei Valori alla Camera - a travolgerlo in una situazione irrimediabile sono state le sue stesse dichiarazioni sicuramente non veritiere rispetto a fatti accertati. Sicuramente Scajola ha mentito al Paese e tanto bastava perché se ne andasse. Non aveva altra scelta". "Le dimissioni di Scajola sono tardive, ma rappresentano comunque una vittoria delle opposizioni ed una lezione per la Casta: nessuno è intoccabile", ha aggiunto il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi.

''Dopo la scandalosa gestione del G8 di Genova del 2001, il caso Marco Biagi e gli appartamenti con vista sul Colosseo ci permettiamo di suggerire a Scajola di ritirarsi dalla vita politica. Le sue dimissioni sono comunque una bella notizia: la cultura dell'arroganza e della prepotenza, propria del belusconismo, riceve finalmente un durissimo colpo'', ha affermato Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.

Solidarietà a Scajola invece dai compagni di partito. "Esprimo tutta la mia solidarietà al ministro Scajola che, con il suo gesto, ha mostrato un grandissimo senso di responsabilità. Gli siamo grati per il lavoro fatto in questi anni dal suo dicastero per modernizzare il Paese.", ha detto il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi. Per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianfranco Miccichè "Le dimissioni presentate oggi dal ministro Scajola evidenziano la serietà dell'uomo e del politico". Mentre per l'esponente finiano del Pdl Italo Bocchino "Non c'è alcuna ragione per cui le dimissioni di Scajola debbano aprire una crisi di governo". Anche il ministro dei Trasporti Altero Matteoli ha definito le dimissioni di Scajola "un gesto responsabile nei confronti del governo".

(04 maggio 2010)

 

 

 

Scajola, da Biagi alla casa sul Colosseo

un destino da ministro "a breve termine"

Seconde dimissioni anticipate. Nel 2002 fu costretto a lasciare l'incarico al Viminale dopo la bufera per alcune sue dichiarazioni offensive sul giuslavorista ucciso poco tempo prima dalle Nuove br. Era al Viminale anche durante il G8 di Genova

Scajola, da Biagi alla casa sul Colosseo un destino da ministro "a breve termine" Claudio Scajola, dimissionario ministro per le attività produttive

ROMA - Non si può dire che Claudio Scajola sia un ministro su cui puntare nel medio termine. Per la seconda volta in meno di otto anni, la sua avventura dentro il governo si è conclusa malamente con dimissioni anticipate. Oggi è per l'acquisto della casa con vista sul Colosseo, la prima volta invece fu nel 2002 quando Scajola ricopriva la carica di titolare del Viminale. A costargli il posto, però, allora non furono le polemiche seguite al dramma del G8 e alla disastrosa gestione dell'ordine pubblico in occasione del summit di Genova.

Il ministro forzista dell'Interno del governo Berlusconi cadde per le esternazioni su Marco Biagi, il consulente del ministero del Lavoro ucciso dai terroristi quello stesso anno, alle quali si era lasciato andare con alcuni giornalisti durante una visita istituzionale a Cipro: "Biagi era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza". Era il 29 giugno 2002. La frase di Scajola, riportata il giorno dopo dal Corriere della Sera e dal Sole 24 ore, provocò un uragano di proteste e reazioni imbarazzate che alla fine, il 4 luglio, costrinsero Scajola a dare le dimissioni da ministro.

L'esilio in realtà durò molto poco. Il 28 agosto dell'anno dopo, Scajola rientrò in consiglio dei ministri come titolare della delega per l'attuazione del programma. A imporlo ancora una volta è il premier Berlusconi che lo ha sempre considerato concreto e fedele al punto da affidargli prima la carica di responsabile nazionale dell'organizzazione del partito e in seguito anche la presidenza della commissione per la scelta dei candidati alle elezioni del 2002.

Classe 1948, Scajola è un ex democristiano con un potere fortemente radicato sul "suo" territorio elettorale (Oneglia e la provincia di Imperia); tanto influente che, quando sedette al Viminale, prima Alitalia e poi AirOne istituirono un volo diretto Roma-Albenga. Claudio Scajola era già passato per l'esperienza delle dimissioni prima di approdare in Forza Italia. Il 12 dicembre 1983 era sindaco dc di Imperia - ruolo che già era stato ricoperto da suo padre - quando fu arrestato dai carabinieri per concussione. In quell'occasione, alla fine fu prosciolto dalle accuse.

(04 maggio 2010)

 

 

 

 

Bocchino: "Subito il dl anticorruzione"

Bocchino: "Subito il dl anticorruzione" Italo Bocchino

ROMA - Sull'onda del caso Scajola, i finiani chiedono, con un articolo 1 di Italo Bocchino su Generazione Italia, l'immediata approvazione del dl anticorruzione. Bocchino propone "una moratoria legislativa di una settimana che il Pdl deve proporre a maggioranza e opposizione per accantonare tutti i provvedimenti in esame e approvare con consenso bipartisan il disegno di legge". L'esponente del Pdl fa anche un accenno personale al ministro dimissionario: "Siamo sicuri che saprà dimostrare davanti alla magistratura l'innocenza che reclama".

"Il Pdl, essendo il più grande partito italiano -continua Bocchino- ha anche il dovere di dare una risposta all’opinione pubblica sul tema della corruzione e ha le carte in regola per farlo. Il primo marzo scorso, su proposta di Berlusconi, il governo ha approvato il ddl anticorruzione che dà importanti risposte sull’argomento, punendo chi sbaglia con la più dura delle sanzioni, che è l’espulsione dalla politica".

(04 maggio 2010)

 

 

Berlusconi: nel nostro Paese

c'è fin troppa libertà di stampa

Il premier lo dice nel corso della presentazione di un rapporto Ocse sul nostro Paese, l'opposizione insorge. E difende la nostra Protezione civile: "Un sistema che è un esempio internazionale"

Berlusconi: nel nostro Paese c'è fin troppa libertà di stampa Silvio Berlusconi

ROMA - In Italia "abbiamo fin troppa libertà di stampa". Lo ha detto Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Un'affermazione, questa del premier, subito contestata dalle opposizioni. E pronunciata in occasione della presentazione del rapporto Ocse sulla capacità di risposta alle catastrofi naturali, in cui c'è una valutazione favorevole del nostro Paese.

Riferendosi ad altri rapporti internazionali, in cui il grado di libertà di stampa italiana era giudicato assai basso, il capo del governo - alla presenza del segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria - ha dichiarato: "Ci siamo visti mettere in situazioni di grande distanza dai primi ma se c'è una cosa in Italia su cui c'è la sicurezza di tutti è che ce n'è fin troppa di libertà di stampa. Questo non è discutibile".

Parlando del terremoto, Berlusconi ha difeso a spada tratta la Protezione civile di Guido Bertolaso, citando "l'orgoglio di avere un sistema che è esempio a livello internazionale, che ci apre possibilità collaborazioni internazionali". Sull'Aquila, però, ha annunciato che la ricostruzione "prenderà molti anni e nessuno può farci niente. Questa è la risposta a chi ci dice non abbiamo fatto subito. Abbiamo fatto delle scelte: la prima scelta è stata dare la casa a chi non ce l'aveva più; poi sostegno all'economia e per terza andare a ricostruire ciò che è necessario ricostruire per mantenere i segni di identità di una città che ha radici profonde nella storia". Il premier ha anche rivendicato la bontà dei nuovi alloggi costruiti per gli aquilani: "Mi sono visto tra le braccia molte signore che piangevano perchè quasi non credevano ai propri occhi nel vedere che avevano una casa ancora più bella di quella andata distrutta".

Quanto al problema delle macerie ancora presenti nel centro storico dell'Aquila, il presidente del Consiglio ha buttato tutta la responsabilità sull'amministrazione locale: "E' stato lo stesso Consiglio comunale che ha visto nel business della rimozione delle macerie una possibilità di intervento per le aziende locali e quindi ha detto di non intervenire".

Infine, un accenno all'incidente diplomatico che qualche mese fa coinvolse Guido Bertolaso, che allora criticò gli Stati Uniti per la gestione dell'emergenza ad Haiti. Scatenando l'ira di Hillaru Clinton. Oggi però Berlusconi ha dato ragione a Bertolaso: "Le sue critiche erano assolutamente fondate".

Ma a scatenare subito polemiche sono le frasi sulla troppa libertà di stampa. Giorgio Merlo, vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai, ha ricordato che "l'Italia in materia di libertà di stampa, è in fondo alla classifica dei paesi più sviluppati". E che "dal 1994, e cioè dalla discesa in campo di Berlusconi", c'è un "rapporto anomalo e singolare tra la politica e l'informazione, che esiste tuttora". Più tranchant Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera: "Berlusconi le spara fin troppo grosse. Non vorremmo neanche replicare a chi dice che c'è fin troppa libertà di stampa, perchè non è mai troppa. Sappiamo che Berlusconi non gradisce le voci libere ed i giornalisti con la schiena dritta, tanto che tenta continuamente di mettere il bavaglio alla stampa".

(04 maggio 2010)

 

 

 

 

Ciarrapico indagato per truffa

Sequestrati beni per 20 milioni

L'imprenditore, e senatore Pdl, indagato assieme al figlio e ad altre cinque persone per contributi percepiti illegalmente tra 2002 e 2007 dalle sue società. Tra i beni requisiti anche un'imbarcazione di lusso

Ciarrapico indagato per truffa Sequestrati beni per 20 milioni

ROMA - Contribuiti all'editoria percepiti illecitamente dalle sue società: questa l'accusa rivolta al senatore Giuseppe Ciarrapico dalla procura di Roma, che indaga anche sul figlio dell'imprenditore, Tullio, e su altre cinque persone: Umberto Silva, Antonio Maria Sinapi, Leopoldo Pagliari, Marco Tartarini e Silvio Giuliani. Nell'ordinanza viene citato anche Giulio Caradonna, scomparso nel novembre del 2009, per molti anni al fianco di Giuseppe Ciarrapico nelle sue attività imprenditoriali e noto per la militanza nel Movimento sociale italiano, con cui fu deputato per alcune legislature. Sequestrati dalla guardia di finanza beni per circa 20 milioni di euro tra immobili, quote societarie e una imbarcazione di lusso. Venti milioni è il valore dei contributi di cui, tra 2002 e 2007, Ciarrapico avrebbe goduto impropriamente, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti.

Secondo la procura, dopo il 2007 Giuseppe Ciarrapico ha tentato di ottenere ancora i i fondi all'editoria ai danni dello Stato, "fino all'anno in corso", attraverso Nuova Editoriale Oggi Srl e Editoriale Ciociaria Oggi Srl, società che figuravano come cooperative, quando in realtà il loro effettivo proprietario era Ciarrapico.

IL TESTO INTEGRALE DELL'ORDINANZA 1

L'inchiesta è stata avviata sulla base di una indagine della guardia finanza nell'ipotesi di una violazione della legge 250 del '90 sull'editoria, che prevede l'esistenza di determinate situazioni per ottenere sovvenzioni governative. La situazione delle due società era incompatibile con l'erogazione dei contributi statali, ma Ciarrapico e, a vario titolo, gli altri indagati hanno fatto in modo di presentarla diversa dalla realtà. In particolare, si legge nell'ordinanza di sequestro, "fornendo false dichiarazioni" sullo stato di fatto e contabile di Nuova Editoriale Oggi Srl e Editoriale Ciociaria Oggi Srl.

Tra i requisiti richiesti, la legge 250 del 1990 esclude dai contributi "imprese collegate con l'impresa richiedente o controllate da essa, o che la controllano, o che siano controllate dalle stesse imprese". Ebbene, è emerso che le due società editrici di Ciarrapico hanno chiesto i contributi in contemporanea, con concessione di fondi dal 2002 al 2007. Altro requisito è che almeno il 51% del capitale sociale sia posseduto da una cooperativa. Anche in questo caso, Ciarrapico e i suoi hanno mentito: la "loro" cooperativa era di fatto svuotata di ogni potere decisionale. Ed è in questo quadro che si è determinata l'accusa di truffa ai danni dello Stato.

La guardia di finanza, su disposizione del pm Simona Marazza, responsabile dell'inchiesta, ha eseguito sequestri preventivi a Roma, Milano e in altre città di beni e quote societarie riconducibili all'imprenditore, attraverso intestazioni fittizie. L'imbarcazione di lusso era ormeggiata a Gaeta. I beni requisiti saranno affidati a un custode societario. Gli accertamenti sono stati coordinati dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti.

(04 maggio 2010)

 

 

 

 

In manette imprenditore alberghiero

è il genero di Gaetano Caltagirone

All'uomo, Simone Chiarella, 40enne, con interessi anche nella piccola editoria, sono state sequestrate le quote di una società immobiliare e dell'hotel Dolomiti di Cortina per un valore di 25 milioni di euro

di Emilio Orlando

In manette imprenditore alberghiero è il genero di Gaetano Caltagirone

Per bancarotta fraudolenta è stato arrestato dalla Guardia di Finanza Simone Chiarella, 40enne, e genero di Gaetano Caltagirone , il costruttore morto a febbraio a 80 anni. Chiarella è un imprenditore che lavora nel settore alberghiero romano, e ha interessi anche nella piccola editoria. Nell'operazione sono state sequestrate le quote di una società immobiliare e dell'albergo "Dolomiti" a Cortina d'Ampezzo per un valore complessivo di 25 milioni di euro.

Le indagini di polizia giudiziaria, delegate dal sostituto procuratore Stefano Fava dalla Procura della Repubblica di Roma, sono state compiute dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Roma che, ieri, ha eseguito un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell'imprenditore.

Chiarella è l' ex marito di Giuseppina, figlia di Gaetano Caltagirone. L'indagine si riferisce al crack della Immo.C, società di cui Chiarella era socio insieme alla donna. Gli accertamenti degli investigatori sono nati proprio da una denuncia per questioni patrimoniali presentata contro chiarella dalla ex moglie.

Chiarella è accusato di 'infedeltà patrimoniale' e bancarotta fraudolenta. Quest'ultimo reato scaturisce - hanno spiegato gli investigatori - dal fallimento della "Immoc" riconducibile all'arrestato, volutamente portata al dissesto e svuotata del suo patrimonio, in particolare delle quote del capitale sociale dell'Hotel Dolomiti S. r. l. e dell'immobile adibito ad albergo, in favore di un'altra società, la "Agricola Taca" sempre di proprietà dell'imprenditore.

 

Lo svuotamento delle società è avvenuto con operazioni di riorganizzazione societaria, passaggi di quote azionarie e operazioni commerciali simulate, in pratica - hanno accertato i finanzieri - il pagamento non è mai avvenuto. L'imprenditore si trova nel carcere romano di Regina Coeli.

 

Chiarella è manager della società finanziaria "Capital partners".

(04 maggio 2010)

 

 

 

INCHIESTA UFFICIO CONDONI EDILIZI

Indagati Corsini, Morassut e i vertici Gemma

Alemanno conferma fiducia all'assessore

L'assessore all'Urbanistica raggiunto da un avvisio di garanzia nell'ambito dell'inchiesta sulla paralisi dell'Ufficio condoni. Nell'inchiesta anche il suo predecessore, presidente e l'amministratore delegato della società Gemma

Indagati Corsini, Morassut e i vertici Gemma Alemanno conferma fiducia all'assessore L'assessore all'Urbanistica Marco Corsini

 

Avvisi di garanzia in Comune per l'inchiesta sulla paralisi dell'Uce, l'ufficio condoni del Campidoglio. Per i vertici dell'assessorato e di Gemma, la società che ha in appalto il servizio. Nella bufera, l'assessore all'Urbanistica Marco Corsini, il suo predecessore Roberto Morassut, per presidente e amministratore delegato della società Renzo Rubeo e Roberto Liguori. La Gemma (Gestione, Elaborazioni, Misurazioni, Monitoraggi per l'Amministrazione), è una Spa che per conto del Campidoglio si occupa, tra l'altro, di riorganizzare, informatizzare e accelerare le operazioni relative alla gestione del territorio; nonché di gestire le concessioni edilizie in sanatoria per abusi edilizi.

"Questa mattina la Polizia giudiziaria è arrivata in Assessorato per procedere alla perquisizione del mio ufficio e per notificarmi un avviso di garanzia in relazione all'inchiesta in corso sul condono edilizio. Mi sono subito dimesso". È quanto dichiara in nota l'assessore all'Urbanistica, Marco Corsini. Le sue dimissioni sono state respinte dal sindaco Gianni Alemanno. "In sostanza - spiega Corsini - mi si accuserebbe di aver favorito la società Gemma, ex partecipata dal Comune di Roma cui la precedente amministrazione aveva affidato il compito di svolgere pratiche sul condono edilizio, per aver realizzato un atto aggiuntivo che ha permesso di definire oltre 30mila pratiche in quattro mesi. Il contraccambio di questo favore sarebbe il mantenimento all'interno del mio staff di un dipendente della stessa società che ho trovato lì. Inoltre mi si imputerebbe di aver tentato di costringere un mio dirigente a effettuare pagamenti non dovuti in favore di tale società".

Concorso in corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio: è questo il reato che la procura di Roma ha contestato, assieme all'assessore all'urbanistica, anche al suo predecessore Roberto Morassut e ai dirigenti della Gemma spa, la società che gestisce il Condono edilizio per la città, cioè il presidente Renzo Rubeo e l'amministratore delegato Roberto Liguori. Morassut, tra il 2005 e il 2008, e Corsini, dal gennaio 2009 a oggi, secondo il capo di imputazione formulato dal pm Sergio Colaiocco, avrebbero accettato dai due dirigenti della Gemma spa "indebite utilità" (l'assunzione di almeno quattro persone su sua segnalazione per un totale di 500mila euro, l'ex assessore, e le prestazioni d'opera di personale illegittimamente in servizio presso la sua segreteria, Corsini). In cambio, Morassut avrebbe rinegoziato gli obiettivi trimestrali (rinegoziazione conseguente al mancato raggiungimento degli obiettivi contrattuali) con la Gemma spa, mentre Corsini avrebbe aumentato il corrispettivo dell'appalto oltre il quinto previsto dalla legge e prorogato l'appalto di 24 mesi, violando la legge e il contratto stipulato tra le parti nell'agosto 2006.

Corsini è indagato anche per concussione, in concorso con altri pubblici ufficiali, perché, per far ottenere a Rubeo "indebite utilità", avrebbe costretto Paolo Cafaggi, direttore dell'Uce (ufficio condono edilizio), ad apporre la firma necessaria per il pagamento a Gemma spa di 3 milioni di euro. Corsini avrebbe anche minacciato di rimuovere dall'incarico Cafaggi, che si rifiutava di firmare lo stato di avanzamento dei lavori (sal), pur in assenza dei requisiti di legge e del raggiungimento effettivo degli obiettivi fissati dal contratto integrativo dell'appalto. Non riuscendo nell'intento per il fermo rifiuto dello stesso Cafaggi, Corsini avrebbe fatto in modo di trasferirlo presso il segretario generale. Cafaggi avrebbe invece voluto chiudere il contratto con la Gemma spa e chiedere alla stessa il pagamento di una penale pari a due milioni e mezzo di euro. L'indagine della procura punta ad accertare come mai l'amministrazione cittadina abbia tollerato "anni di manifesta inefficienza in un servizio pubblico con esborso notevole da parte della collettività in contrasto con i principi di buon andamento della Pubblica amministrazione".

"Sono assolutamente sereno - dichiara Corsini - perché la prima circostanza appare così assurda da sembrare surreale e la seconda non risponde a verità. Ho fiducia nella magistratura e sono a disposizione per dimostrare l'inconsistenza di questi fatti e la correttezza dell'operato mio e dell'Amministrazione. Ho immediatamente messo a disposizione del sindaco il mio mandato e sono disponibile ad accettare qualunque sua decisione, sicuro che le sue valutazioni saranno le migliori per l'interesse della città". "Confermo tutta la mia fiducia nei confronti dell'assessore Corsini - dichiara in una nota il sindaco di Roma, Gianni Alemanno - Mi pare evidente che tutto il suo operato è stato proteso a fare gli interessi dell'amministrazione e della città per chiudere una vicenda annosa come quella del condono. L'assessore Corsini rimane quindi al suo posto e sono convinto che il lavoro della magistratura, alla quale abbiamo offerto e continueremo ad offrire piena collaborazione, farà al più presto luce sulla vicenda e sull'estraneità ai fatti dell'assessore".

(04 maggio 2010)

 

 

 

 

 

2010-05-02

LEGA

Calderoli: 150 anni dell'unità d'Italia

"Non so se saremo alle celebrazioni"

Il ministro della Semplificazione ospite del programma di Lucia Annunziata. "Unica alternativa al governo Berlusconi sono le elezioni"

Calderoli: 150 anni dell'unità d'Italia "Non so se saremo alle celebrazioni" Roberto Calderoli intervistato da Lucia Annunziata

ROMA - "Il miglior modo per festeggiare l'unità d'Italia è l'attuazione del federalismo". Lo ha detto il ministro per la Semplificazione legislativa, Roberto Calderoli, parlando delle celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia, ospite del programma di Lucia Annunziata In mezz'ora, su RaiTre. "Non ho la minima idea" se ci sarà un ministro leghista a Genova, il 5 maggio, accanto al presidente Giorgio Napolitano. "La migliore risposta all'anniversario", ha spiegato, "sarà la realizzazione, attraverso il federalismo, dell'unità d'Italia. Questa non è un totem, non è fine a se stessa".

Inoltre "la celebrazione in sé ha poco senso. L'anniversario deve essere il momento per approntare le soluzioni, non solo per alzare la bandiera". "Io non so se ci sarò", ha concluso, "io sarò a lavorare per realizzare il federalismo". Per l'esponente del Carroccio il modo migliore per festeggiare la ricorrenza sarebbe quello di far capire come "le diversità presenti nel Paese" non siano degli "ostacoli" ma "valori".

"Non c'e alternativa al governo Berlusconi. Il governo ha i numeri per andare avanti e fare le riforme, in alternativa ci sono solo le elezioni" ha detto poi il ministro, scartando anche l'ipotesi di un governo tecnico guidato da Giulio Tremonti. "L'elettorato ha dato il proprio consenso a una persona che è Berlusconi. E poi la prima persona a non volerlo sarebbe lo stesso Tremonti".

(02 maggio 2010)

 

 

PDL

La Russa: "Fini ha sbagliato?

La strada è restare nel partito"

Il ministro ha riunito i vertici ex An in un convegno sul tema: "La nostra destra nel Pdl". "Non ci interessa dire chi ha ragione, ma la via è di far crescere il Pdl e non di aprire una crisi che fa piacere solo alla sinistra"

La Russa: "Fini ha sbagliato? La strada è restare nel partito" Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa

*

video

La lite in diretta

* Bossi teme "imboscate" dei finiani "Vogliono fermare la nostra avanzata"

articolo

Bossi teme "imboscate" dei finiani "Vogliono fermare la nostra avanzata"

* Silvio vuole "sfiduciare" il cofondatore "E se bloccano il governo si va al voto"

articolo

Silvio vuole "sfiduciare" il cofondatore "E se bloccano il governo si va al voto"

* Berlusconi-Fini: quella ferita al corpo mistico del sovrano

articolo

Berlusconi-Fini: quella ferita al corpo mistico del sovrano

* Fini-Berlusconi: la fotosequenza dello scontro

foto

Fini-Berlusconi: la fotosequenza dello scontro

* Pdl, è rottura tra Fini e Berlusconi Il premier: "Se non si allinea è fuori"

articolo

Pdl, è rottura tra Fini e Berlusconi Il premier: "Se non si allinea è fuori"

* Il Cavaliere chiude la porta a Gianfranco "Ha perso la testa, si faccia il suo partito"

articolo

Il Cavaliere chiude la porta a Gianfranco "Ha perso la testa, si faccia il suo partito"

* Pdl, Fini lancia la propria corrente Vertice Pdl e Lega: "Non ha senso"

articolo

Pdl, Fini lancia la propria corrente Vertice Pdl e Lega: "Non ha senso"

*

link

MILANO - "Fini ha sbagliato? Non ci interessa dire chi ha ragione e chi ha sbagliato: dico che personalmente con grande sacrificio e amarezza ho dovuto rilevare che fosse giusta una strada diversa, quella di rimanere nel Pdl". Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nel corso di un convegno a Milano sul tema "la nostra destra nel Pdl", dove ha riunito di quadri della parte ex An del Pdl.

"La strada - ha detto La Russa - è di far crescere il Pdl, di migliorarlo, e di non aprire una crisi che fa piacere solo alla sinistra in un momento in cui vinciamo tutte le elezioni, in un momento in cui stiamo costruendo un partito nuovo che Fini e Berlusconi hanno voluto insieme". La Russa ha spiegato di auspicare un destra "rispettosa della nostra storia, della cultura e della nostra tradizione, ma nel contempo una destra che sa interpretare anche la realtà di oggi, quindi una destra moderna come quella che abbiamo voluto a Fiuggi. Ma un destra che non rifugga dalla sensibilità che gli uomini di destra hanno sempre portato nella politica".

Alla domanda se ci fosse febbre nel Pdl, La Russa ha risposto: "Non c'è febbre, c'è solo un po' di amarezza almeno da parte nostra, da parte di chi ha una storia in An perché quello che è successo poteva facilmente essere evitato. Non c'erano ragioni profonde, non si viene da una sconfitta, anzi si viene da una innumerevole serie di successi elettorali, da un solo anno di vita del Pdl. Credo che se non ci fosse stato lo spauracchio, l'annuncio da parte di Fini di voler creare gruppi autonomi e quindi di aprire la strada alla secessione si sarebbe potuto arrivare a soluzioni completamente diverse e noi stessi avremmo assunto atteggiamenti diversi".

(02 maggio 2010)

 

 

 

 

LA POLEMICA

Bocchino replica agli attacchi del Giornale

"Soldi Rai a mia moglie? E a Berlusconi?"

Il deputato finiano 'epurato' messo alla berlina dal quotidiano della famiglia del premier oggi nel programma di Maria Latella su Sky 'L'intervista'. "E' vero, mia moglie ha dei contratti con la Tv di Stato. Ma le aziende del premier sono i primi fornitori, se è per questo"

Bocchino replica agli attacchi del Giornale "Soldi Rai a mia moglie? E a Berlusconi?" La prima pagina del Giornale del 30 aprile, che attacca Italo Bocchino

ROMA - "I soldi Rai alla moglie di Bocchino", era il titolo d'apertura del 30 aprile del Giornale, il quotidiano della famiglia Berlusconi diretto da Vittorio Feltri. Un attacco contro il deputato finiano, che qualche giorno fa ha dovuto dare le dimissioni da vicepresidente vicario dei deputati del Pdl 1. Nella trasmissione di Maria Latella "L'intervista", in onda su SkyTg24, Bocchino replica alle accuse, e le rilancia: "E' vero che mia moglie ha contratti con la Rai per diversi milioni, in quanto titolare di una società che produce fiction, vendendole anche alla Tv pubblica. Fanno altrettanto le società della famiglia Berlusconi, che sono infatti i primi fornitori della Rai".

"La consorte del finiano 'rissoso' - si legge sul Giornale del 30 aprile - Gabriella Buontempo, è titolare di una società, la Goodtime Enterprise, che da tempo lavora per la Tv di Stato, producendo fiction, ramo d'oro dell'azienda". In questa veste, la moglie di Bocchino sta producendo una serie in sei puntate, intitolata 'La Narcotici', che andrà in onda a settembre, e per la quale ha ottenuto il compenso di 6 milioni, uno a puntata.

Nello stesso articolo si citano un contratto con una società intestata a Francesca Frau, madre di Elisabetta Tulliani, compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini, e uno con la Casanova di Luca Barbareschi, anch'egli sostenitore di Fini. E, per quanto riguarda la 'suocera' di Fini, si sottolinea come le società della famiglia Frau-Tulliani siano nate pochi anni fa "più o meno da quando la signora Tulliani si è fidanzata con Fini", a differenza della società di Gabriella Buontempo, che produce programmi per la Tv da oltre 20 anni.

Un aspetto che lo stesso Bocchino sottolinea nel corso dell'intervista a Maria Latella: "Mia moglie fa quello di mestiere, e i prezzi indicati dall'articolo sono quelli di mercato. Ricordo che l'ho conosciuta nel '93, e che lei già nel '90 aveva prodotto due documentari firmati da registi importanti per la Rai, in occasione dei Mondiali di calcio". Il deputato insiste poi sul fatto che al momento non è certo un illecito che i familiari degli esponenti politici producano programmi per la Rai: "Se vogliamo fare un codice che lo vieti, io sono d'accordo. Ma al momento è un atto lecito, non riesco a capire come si fa a considerarla un'accusa. E' come se io accusassi il premier del fatto che il maggior produttore di programmi per la Rai sia la Endemol, di proprietà di Berlusconi e dei suoi figli. Ma non lo trovo scandaloso: la Endemol è una grande società che fa produzione, ricchezza e audience".

(02 maggio 2010)

 

 

 

 

2010-04-30

Pdl, scontro aperto sulle dimissioni di Bocchino

Il vicecapogruppo: "Il premier mi ha epurato"

L'esponente finiano lascia "irrevocabilmente" la carica alla Camera. "Il Cavaliere mi ha detto: faremo i conti. E durante la puntata di Ballarò dove ero ospite ha dato la direttiva di farmi fuori". "Colpisce me per educarne cento". La Russa: "Non è una vittima". Berlusconi ai senatori: "Fini mi ha tradito"

Pdl, scontro aperto sulle dimissioni di Bocchino Il vicecapogruppo: "Il premier mi ha epurato" Italo Bocchino

ROMA - "Berlusconi ha chiesto la mia testa. Non esiste un solo partito democratico dove possa accadere ciò che è accaduto oggi". Italo Bocchino accompagna così la lettera di dimissioni da vicepresidente vicario del gruppo del Pdl alla Camera. Una missiva che sembrava poter stemperare il clima di tensione all'interno del partito del Cavaliere. Che, dopo le accuse di Bocchino, riesplode con violenza. E' lo stesso esponente 'finiano' a svelare il retroscena: "C'è stata una direttiva di Berlusconi durante Ballarò - spiega ai giornalisti - che chiedeva la mia testa. Berlusconi commette un grave errore che è quello di colpire il dissenso, colpire chi è in vista per educarne cento. Ma questo non porterà il partito lontano".

L'ex vicecapogruppo è un fiume in piena: "Berlusconi è ossessionato da me. E' da almeno un anno che chiede la mia testa, perchè ritiene che non possa esserci uno non allineato. Berlusconi mi ha pure chiamato per dirmi di non andare in televisione. Che un leader chiami un dirigente per dirgli questo, è una cosa che non esiste al mondo. In una telefonata, con toni concitati, mi ha pure detto: 'Farai i conti con me'".

Il sito di Generazione Italia rilancia lo sfogo di Bocchino. Che nega di essere in cerca di "poltrone" ("sarò uno degli 11 vice e continuerò a lavorare per un Pdl diverso da quello attuale"), puntando il dito contro l'attuale condizione del partito: "Sta diventando il partito della paura, altro che partito dell'amore. Forse Berlusconi ha portato alle estreme conseguenze una famosa frase del Principe di Machiavelli: 'Dal momento che l'amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati".

Berlusconi attacca Fini. "Fini umanamente mi ha tradito". Così alcuni senatori che ieri sera erano a cena a palazzo Grazioli, riassumono quanto detto da Berlusconi parlando della tensione con il presidente della Camera. Quanto alle divisioni interne al Pdl, il premier avrebbe sottolineato come la lealtà al governo si misurerà all'interno delle Aule parlamentari quando ci saranno i provvedimenti da votare. Per il premier poi ha rilanciato il tema della riforme da fare nei prossimi tre anni: da quella costituzionale, a quella della giustizia e la riforma del fisco.

Le reazioni. Prima dell'accusa di Bocchino, la scelta dell'esponente finiano era stata accolta con un certo favore dentro il centrodestra. "Ha fatto bene, aveva esagerato. E anche la vicenda Fini si è già ridimensionata, il clima si è rasserenato" taglia corto il leader della Lega Nord, Umberto Bossi. Per il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, Bocchino "non è una vittima". "E' stato un gesto di responsabilita - dice Fabio Granata, anch'egli finiano - Ora, visto che c'è una situazione di stand by nel partito dopo la direzione, è giusto che ci sia uno stand by anche nel gruppo. Ma è anche chiaro che non ci debbono essere forzature. Non si pensi di calare dall'alto un altro vicacapogruppo vicario. Da adesso in poi le decisioni nel gruppo si prendono votando".

"Ho apprezzato il gesto di chiarezza e dignità. Gli va ascritto onore al merito ma vedo già parecchi avvoltoi volteggiare, ci sono già 5-6-7 candidati per il suo posto" afferma Roberto Menia, uno dei più critici nei confronti di Bocchino. 'Domani - raccontato un altro finiano - il Secolo sottolineerà l'importanza del gesto di Bocchino che si è sacrificato per la pace e per il bene del Pdl, nella speranza che poi non ci sia, dall'altra parte (dagli ex Fi così come da Feltri) una nuova campagna di aggressione". Per la sostituzione del vicecapogruppo i tempi, viene spiegato ancora, non saranno brevi: "Ora è meglio lasciare le cose così, che decantino da sole. Per il vicario ci sarà tempo. Ma questa volta la sua indicazione dovrà essere ratificata dall'assemblea".

(29 aprile 2010)

 

 

Bersani a Fini: "Noi disperati? Lui sia coerente"

E il leader Pd attacca il ddl intercettazioni

Il segretario del Pd: "Lo dimostri sui temi economici e sulla giustizia". Ma D'Alema apre: "Sarebbe un errore non capire che è un interlocutore"

Bersani a Fini: "Noi disperati? Lui sia coerente" E il leader Pd attacca il ddl intercettazioni Pierluigi Bersani

ROMA - Polemizza con Fini che definisce la sinistra "disperata". E annuncia una opposizione durissima al dl intercettazioni. Il leader democratico Pier Luigi Bersani, dai microfoni di Rainews24 parla anche di riforme e del "patto repubblicano" attorno alla Costituzione. "E' un appello che ho rivolto non solo al presidente della Camera e prima del suo strappo. Servono riforme ancorate alla Costituzione ed intorno ad essa si può costruire un patto repubblicano".

Sulle mosse del presidente della Camera si interroga anche Massimo D'Alema. Che, intervistato dal Corriere della Sera, sostiene che sarebbe un "errore" non comprendere che Fini è un interlocutore". Bersani, invece, è più freddo: "Faccia quello che ritiene, io credo però che debba mostrare la sua coerenza in passaggi parlamentari come i temi economici o norme come quella sulle intercettazioni e la giustizia". Il presidente della Camera, secondo Bersani, "solleva problemi veri ma dentro uno schieramento dove è impossibile risolverli, quindi questo battibecco avrà a scarsi esiti pratici". Ma D'Alema la vede diversamente: "'La crisi che si e' aperta nel centrodestra è vera e profonda, non è uno scontro personale o una sceneggiata, e ci sono alcuni temi su cui serve uno "spirito bipartisan".

Poi il segretario del Pd torna sul tema della riforme. Le stesse che D'Alema giudica "impossibili" in questa legislatura. "La nostra proposta nasce dal tema: ci vogliamo convincere che il meccanismo di deformazione populista della nostra democrazia, che prometteva decisioni, è la ragione vera per cui le decisioni non le prendiamo? Vogliamo accelerare in curva, discutendo la bozza Calderoli? Io rivolgo a tutte le forze attente a questo problema, politiche, sociali e culturali, un tema di attenzione: dobbiamo riformare un meccanismo istituzionale ancorandolo saldamente ai principi della nostra costituzione. Attorno a questo bisogna fare il patto repubblicano, che agirà negli appuntamenti parlamentari e mi auguro anche nel Paese" dice Bersani. Per D'Alema, invece, I'ostacolo vero non è Fini "ma la posizione di berlusconi. Per fare riforme serie e stabili è del detto evidente che serva un dialogo vero fra le forze politche. Mentre Berlusconi vuole un monologo, non un dialogo".

Infine, sul dl intercettazioni, il segretario del Pd definisce la la norma "fin qui insufficiente". Per Bersani "non si può indebolire uno strumento essenziale per indagini come quelle di mafia. Se resta così sarà opposizione dura".

(29 aprile 2010)

 

2010-04-27

PDL

Bocchino si dimette da vicario e annuncia

"Mi candido alla presidenza del gruppo"

Il vicecapogruppo alla Camera scrive a Cicchitto per comunicargli le dimissioni e per ricordargli che loro posizioni sono collegate. In assemblea "mi candiderò contro di te o chiunque altro". Menia: "Allora lo farò anch'io". L'ufficio stampa Pdl: "Posizione collegate solo se a dare le dimissioni è il capogruppo"

Bocchino si dimette da vicario e annuncia "Mi candido alla presidenza del gruppo"

ROMA - Italo Bocchino si dimette da vicecapogruppo alla Camera del Pdl ma, ricordando al partito che alla sua posizione è legata anche quella del capogruppo Fabrizio Cicchitto, annuncia la sua intenzione di candidarsi alla presidenza del gruppo Pdl alla Camera.

A Cicchitto Bocchino scrive una lettera per sottolineare come il destino del presidente del gruppo del Pdl è legato a quello del vicario ed è "inevitabile" il ricorso all'assemblea per rinnovare i vertici del gruppo parlamentare alla Camera. Nella lettera l'esponente della minoranza finiana precisa che le sue dimissioni da vice saranno formalizzate nell'assemblea del gruppo, da convocare al più presto. Ma prima della riunione, l'ormai ex vice capogruppo chiede di incontrare Silvio Berlusconi: "Ti prego di favorire un mio incontro con il presidente Berlusconi - scrive Bocchino a Cicchitto - anche alla presenza del coordinatore Verdini, affinché si possa dar vita a un chiarimento politico che faciliti il difficile percorso che il gruppo dovrà fare".

Quindi, l'annuncio di Bocchino. "Visto il rapporto che ci lega - conclude nella lettera - ho il dovere di comunicarti che all'assemblea del gruppo presenterò la mia candidatura a presidente contrapposta alla tua o a quella di altri. Ciò non per distanza politica o personale da te, ma per consentire alla minoranza di esercitare il suo ruolo, di verificare le sue forze e conseguentemente di rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso".

Cicchitto per il momento prende atto delle dimissioni di Bocchino. E prende tempo. "Ci siamo scambiati i rispettivi punti di vista sulla situazione politica - spiega il capogruppo Pdl - e anche sullo statuto del gruppo. E' evidente che il problema delle dimissioni di Bocchino deve essere esaminato anche dal gruppo dirigente del partito. Di conseguenza si è deciso di prendere il tempo necessario per un esame della situazione. Nel frattempo è stato concordato il massimo impegno comune per assicurare l'unità politica e operativa del gruppo a sostegno del governo".

Più tardi, l'ufficio stampa del gruppo Pdl rileva un errore di interpretazione da parte di Bocchino. "L'art.8 del regolamento del Gruppo - fa sapere l'ufficio - non lega affatto il destino del presidente e del vicepresidente vicario, a meno che ovviamente non sia il primo a dare le dimissioni dalla sua carica".

La prima reazione "calda" ai propositi di Bocchino di candidatura alla presidenza del gruppo Pdl è quella di Roberto Menia, finiano doc e sottosegretario all'Ambiente. "Se per davvero l'onorevole Bocchino, vice capogruppo dimissionario del PdL alla Camera, intende candidarsi a presidente dello stesso gruppo 'per consentire alla minoranza di esercitare il suo ruolo', allora lo farò anch'io" dice Menia, portando allo scoperto i malumori di alcuni ex An verso il dimissionario Bocchino. "Non so quale consenso egli pensi di avere - afferma Menia - ma non ha certo il mio nè quello di molti che con lealtà seguono Fini e con altrettanta lealtà sostengono il governo Berlusconi e non si prestano al gioco delle tre carte".

"La questione di Menia è personale e non politica. Riguarda Gianfranco Fini e non riguarda me" la replica di Italo Bocchino.

(27 aprile 2010)

 

 

 

 

IL MESSAGGIO

Il Papa sui diritti dei migranti

"Una vita degna sotto tutti gli aspetti"

MALAGA - "Una vita degna sotto tutti gli aspetti". Benedetto XVI torna sui diritti degli immigrati e, nel messaggio al Congresso sull'Immigrazione del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee) apertosi oggi a Malaga, in Spagna, esprime "la ferma speranza di vedere riconosciuti i diritti degli immigrati e favorite le loro possibilità di una vita degna sotto tutti gli aspetti".

Nel testo, letto dall'arcivescovo Antonio Maria Vegliò ai circa 50 partecipanti all'incontro, presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti, il Papa ha anche invitato i vescovi europei "ad una attenzione pastorale adeguata verso tutti coloro che soffrono le conseguenze di avere abbandonato la loro patria o di sentirsi senza una terra di riferimento".

(27 aprile 2010)

 

 

2010-04-26

Fini: "Lealtà alla coalizione e al governo"

Berlusconi: "Per divorziare basta uno"

ROMA - "Dobbiamo garantire la massima lealtà alla coalizione e al programma di governo". E' uno dei passaggi con i quali Gianfranco Fini sta facendo il punto con deputati e senatori a lui vicini nella riunione nella Sala Tatarella della Camera. Il presidente della Camera ha anche ricordato ai suoi che "Non è in discussione la permanenza nel Pdl o nella maggioranza". Nel primo pomeriggio sullo scontro interno al Pdl era intervenuto anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi con una battuta detta durante la conferenza stampa con Vladimir Putin: "Sono esperto di molte cose, urbanistica, sport, editoria, televisione e amministrazione pubblica. Ma sul segreto di una collaborazione proficua in politica non mi esprimo, del resto non ho un'esperienza particolarmente felice nei matrimoni. Comunque ho già detto di non aver litigato con nessuno, per litigare bisogna essere in due, per divorziare basta uno".

(26 aprile 2010)

 

 

 

 

LE REAZIONI

Il Pdl all'attacco di Bersani

"Sbagliato il suo no alle riforme"

Dopo l'intervista a Repubblica in cui il leader Pd parla di "riforme impossibili" in questo quadro. Calderoli: "Ci si metta invece al lavoro, basta annunci". Bondi: "Rinunciano a un ruolo attivo". Cicchitto: "Pensa solo al 'patto' con Fini..."

Il Pdl all'attacco di Bersani "Sbagliato il suo no alle riforme"

ROMA - Per il leader del Pd le riforme in questo contesto politico "sono impossibili, anche perché Berlusconi vuole solo il voto". E subito, dopo l'intervista di oggi a Repubblica 1, arriva la reazione del Popolo delle LIbertà e della Lega.

Parte Calderoli, che sottolinea come "se si vuole parlare di riforme si parte da un testo, ci si mette attorno a un tavolo e si lavora. Non è con gli annunci o con gli slogan che si fanno". Il ministro aggiunge poi che "il testo che ho portato al Quirinale è la mia proposta, proprio per avere qualcosa di concreto su cui lavorare. La si può correggere, siamo aperti a qualunque tipo di iniziativa, purchè si cominci al lavorare".

Toni molto più severi quelli usati da uno dei coordinatori del Pdl, Sandro Bondi: "Come può un grande partito di opposizione come il Pd, che si propone nel futuro di diventare forza di governo, respingere la possibilità di un lavoro comune sulle riforme istituzionali prima ancora di verificarne l'effettiva possibilità e ignorando in tal senso le chiare intenzioni pronunciate dal Presidente del Consiglio?". Per Bondi "se le dichiarazioni di Bersani fossero ispirate ad una comprensibile prudenza di natura tattica, ciò sarebbe del tutto comprensibile. Se invece ci trovassimo di fronte ad una vera e propria indisponibilità a discutere delle riforme sulla base della ricerca di una condivisione tra tutte le maggiori forze politiche del Paese, allora ci troveremmo di fronte alla rinuncia da parte del Pd di esercitare un ruolo politico attivo, responsabile e positivo".

Segue a ruota Cicchitto, secondo i quale il segretario democratico "ha già dimenticato il fallimento del governo Prodi, imploso addirittura dopo solo due anni. Perché mostra di non pensare certamente al confronto sulle riforme, ma piuttosto a costruire un cosiddetto 'patto repubblicano' nuova versione del fronte popolare, aperto eventualmente a Fini".

(26 aprile 2010)

 

 

 

 

 

L'INTERVISTA

Bersani: "Così riforme impossibili

Berlusconi vuole solo le elezioni"

Il leader Pd: il governo non durerà altri tre anni. "L'opposizione deve essere pronta se ci sarà uno scivolamento di CLAUDIO TITO

Bersani: "Così riforme impossibili Berlusconi vuole solo le elezioni"

ROMA - In questa maggioranza "non ci sono le condizioni per affrontare le riforme". Anzi, Berlusconi utilizzerà il primo pretesto possibile per andare al voto. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, non crede affatto al dialogo offerto dal presidente del consiglio. A suo giudizio, non ha alcuna intenzione di compiere delle "scelte". Semmai, il premier è pronto all'ennesimo "strappo": perché questo governo "non potrà andare avanti così altri tre anni". Ma sulle urne "decide il capo dello Stato" e in quel caso non si può "indicare ora soluzioni a tavolino

Berlusconi ha colto l'occasione del 25 aprile per proporre un'intesa sulle riforme istituzionali.

"Sono parole apprezzabili. Il presidente del consiglio, però, ha scoperto solo di recente la solennità del 25 aprile. Ma più che questi messaggi, colpiscono le sue altalenanti contraddizioni: da mesi va avanti a strappi con i successivi aggiustamenti. Dobbiamo guardare ai fatti, le parole non servono".

In che senso?

"Negli ultimi 9 anni, sette sono stati governati dal centrodestra. E si è visto che la democrazia populista non è in grado di decidere. Non ci sono scelte in nessun campo. Né in economia, né sul terreno istituzionale. Un sintomo evidente è l'impennata orgogliosa di Fini. Una reazione che non è la malattia o la medicina della destra, ma è il sintomo di un malessere. Per questo è necessario uscire dalla chiacchiere".

Sta di fatto che stavolta il premier vi chiede collaborazione.

"Ma il loro modello di azione non è fatto per decidere. È costruito per accumulare il consenso, ma poi non lo usano per governare. Io ho insomma profonda sfiducia che si voglia mettere davvero mano a qualcosa di concreto. È evidente che in questa maggioranza non ci sono le condizioni per affrontare le riforme. Infatti, prima o poi, davanti alla difficoltà di decidere, Berlusconi prenderà un pretesto qualsiasi per accelerare in curva".

Accelerare verso dove?

"Verso le elezioni. O verso un qualsiasi tipo di strappo. La bozza Calderoli che altro era? Un'accelerazione per coniugare solo l'interesse del premier con quello della Lega. In Fini c'è questa consapevolezza. Lui stesso elenca alcuni nodi cruciali: il programma economico da aggiornare alla luce della crisi, il federalismo senza compromettere l'unità del Paese".

Anche il Quirinale, però, vi chiede uno sforzo bipartisan.

"Accettiamo l'appello del presidente della Repubblica. Noi, però, una proposta l'abbiamo presentata. Non conosco quella del Pdl. Fini gliel'ha chiesta. Aspetteremo, ma sono pessimista sulla possibilità che questo governo affronti temi cruciali".

Quindi non ci sono le condizioni per un dialogo.

"L'opposizione è davanti ad un nuova responsabilità. Bisogna stringere le maglie per una piattaforma che abbia il sapore di un'alternativa di governo. Dobbiamo essere pronti perché il Paese sta scivolando".

Per questo ha proposto il Patto repubblicano pure al presidente della Camera?

"Il patto repubblicano non esclude Fini, ma certamente non è rivolto solo a lui. Nella proposta c'è l'esigenza che le forze dell'opposizione sui temi cruciali della democrazia e delle priorità economiche e sociali si rivolgano in modo ampio alle forze sociali civiche e politiche che riconoscono l'esigenza di una svolta che avvenga nel solco della Costituzione".

Questo, però, è uno scenario possibile solo in caso di crisi del governo.

"Io voglio capire chi non accetta la deriva. Qualcuno mi ha accusato di fare tattica sulle alleanze, ma è esattamente il contrario. Voglio che siamo noi a interpretare le grandi esigenze sociali e a proporre una forma nuova e più efficiente di bipolarismo".

Ma se entra in crisi la maggioranza ci saranno le elezioni o ci sarà una soluzione intermedia con un governo tecnico?

"Quel che vedo è che non si potrà andare avanti così altri tre anni e non vedo scenari intermedi".

Qualcuno ha letto il Patto repubblicano come una premessa per un esecutivo di transizione.

"Niente di tutto questo. Non voglio sproloquiare su formule. Credo che, nell'impotenza del centrodestra, qualcuno possa dare uno strattone. Ma la sorte della legislatura non è in mano a un uomo solo, c'è anche il presidente della Repubblica".

Nel '95, quando entrò in crisi il primo governo Berlusconi, nacque l'esecutivo Dini.

"Ogni fase ha il suo schema, ma la storia non si ripete. Vedremo cosa accadrà. Non siamo in condizione ora di indicare soluzioni a tavolino e non abbiamo messo in moto movimenti per un cambio di maggioranza. Quando ho parlato di patto repubblicano, pensavo a cose più profonde. Ad esempio: si può tornare a votare con questa legge elettorale? Si può andare avanti con questo sistema dell'informazione. Possiamo proseguire senza affrontare la crisi economica? Che benefici ci ha portato questa curvatura personalistica della nostra democrazia?".

C'è chi - come il professor Campi - propone di riformare proprio la legge elettorale per poi tornare al voto. Si aspetta che il presidente della Camera opti per questa strada?

"Non arrivo a questo. Penso però, se sarà coerente, che dovrà sciogliere alcuni nodi fondamentali: i temi sociali, le norme sugli ammortizzatori sociali, la giustizia (basti pensare alle intercettazioni), il federalismo che è arrivato ai decreti attuativi. La palla, a quel punto, toccherà a Berlusconi. Se saprà risolvere i problemi, andranno avanti, altrimenti si porrà una questione di stabilità politica. Per quanto ci riguarda, il Paese si aspetta solo che lavoriamo a una piattaforma alternativa. E chi fino ad ora ha sonnecchiato dovrà accorgersi che a Palazzo Chigi non si decide niente".

E chi ha sonnecchiato?

"Ad esempio qualche rappresentanza sociale. Ho assistito all'ultima assemblea di Confindustria e ho notato un certo spaesamento e ho sentito stavolta parole nette dalla presidente Marcegaglia. C'è sempre meno fiducia. Basta pensare al federalismo: ne parlano continuamente ma poi il Tesoro non ci porta le tabelle. Senza numeri e soldi, questa operazione non esiste".

Ma in caso di voto anticipato, il Pd è pronto?

"Non lo vedo per domani ma certamente una fase di logoramento potrebbe portarci fin lì. Stiamo lavorando sul progetto Italia 2011 lanciato nell'ultima direzione. Da lì usciranno le nostre idee per l'alternativa".

(26 aprile 2010)

 

2010-04-25

LIBERAZIONE

Celebrato il 25 aprile, Berlusconi sceglie la tv

"Scriviamo assieme una nuova pagina di storia"

Il capo dello Stato all'Altare della Patria: "Il clima sia sereno". A Roma Contestata la Polverini ("Fascista, vergogna"). Zingaretti la difende. A Milano fischi per la Moratti. Sequestrati 4000 manifesti con l'effige del duce

Celebrato il 25 aprile, Berlusconi sceglie la tv "Scriviamo assieme una nuova pagina di storia"

diretta

25 aprile, Berlusconi in tv "Ora una nuova pagina" Polverini contestata a Roma

* Roma, contestata la Polverini

foto

Roma, contestata la Polverini

* 25 Aprile, la contestazione in piazza Duomo

foto

25 Aprile, la contestazione in piazza Duomo

* 25 aprile, a Genova si commuove Burlando

foto

25 aprile, a Genova si commuove Burlando

*

link

* "Festa della riunificazione d'Italia" Napolitano celebra la Liberazione

articolo

"Festa della riunificazione d'Italia" Napolitano celebra la Liberazione

* Cirielli e il 25 aprile, è ancora bufera Violante: "La Destra riconosca la Resistenza"

articolo

Cirielli e il 25 aprile, è ancora bufera Violante: "La Destra riconosca la Resistenza"

* 25 aprile, manifesti pro Mussolini nel barese

foto

25 aprile, manifesti pro Mussolini nel barese

ROMA - Celebrazioni in tutta Italia per il 65° anniversario della Liberazione dal nazifascismo che anche quest'anno è stato occasione di confronto politico in cui le considerazioni sul passato si sono intrecciate con quelle sul presente. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano ha dato il via alle celebrazioni, all'Altare della Patria: "Che tutto avvenga in un clima sereno", ha detto. Assieme a lui c'erano tra gli altri la presidente della Regione Lazio Renata Polverini, il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti e il sindaco di Roma Gianni Alemanno.

Il messaggio di Berlusconi. Anche il premier Silvio Berlusconi ha celebrato l'anniversario della Liberazione, ma lo ha fatto in "forma presidenziale", con un messaggio agli italiani attraverso la tv. "I nostri padri seppero accantonare le differenze politiche più profonde e sancirono nella Costituzione repubblicana il miglior compromesso possibile per tutti. Dopo 65 anni la nostra missione scrivere una nuova pagina della storia è andare oltre quel compromesso e costruire l'Italia del futuro sempre nel rispetto assoluto dei principi di democrazia e di libertà", ha detto il presidente del Consiglio.

"Il nostro obiettivo - ha aggiunto - è quello di rinnovare la seconda parte della Costituzione del 1948 che è già stata in parte modificata, per definire l'architettura di uno Stato moderno, più vicino al popolo sulla base del federalismo, più efficiente nelle istituzioni e nelle azioni di governo, più equo nell'amministrazione di una giustizia veramente giusta. Vogliamo farlo insieme a tutte quelle forze politiche che - ha concluso - come fecero i nostri padri costituenti, non rifiutano a priori il dialogo e hanno a cuore la libertà".

Il discorso di Napolitano. Come ieri alla Scala di Milano 1, durante il presidente della Repubblica ha voluto sottolineare oggi al Quirinale il valore del 25 aprile come "Giorno della liberazione e insieme della riunificazione d'Italia, a conclusione di una drammatica divisione in due e di una profonda lacerazione del nostro paese". Un valore che bisogna preoccuparsi di trasmettere correttamente alle nuove generazioni, parlando di quel biennio 1943-1945 con "grande serenità", come è avvenuto ieri alla cerimonia di Milano organizzata dal Comune, dall'Anpi e dal Comitato Antifascista. Napolitano ha insistito molto sul "significato nazionale" del 25 aprile, sul "valore di riconquista e condivisione del senso della nazione e della Patria, di riaffermazione di una rinnovata identità e unità nazionale". E ha chiesto di riunirsi in un grande sforzo comune, superando gli steccati politici, proprio come avvenne durante il Risorgimento e la Resistenza. Un richiamo che oggi ha trovato implicitamente eco nel messaggio televisivo di Berlusconi.

Contestata la Polverini. Quando Renata Polverini ha raggiunto Porta S. Paolo a Roma assieme a Nicola Zingaretti per un altro appuntamento nel ricordo del 25 aprile 1945, c'è stata la contestazione di un gruppo di persone che hanno apostrofato la presidente della Regione gridando "Fascista, vergogna" e lanciando frutta. E' intervenuto Zingaretti, nel tentativo di difenderla, ma è stato colpito anche lui da un limone. La Polverini ha subito ringraziato il presidente della Provincia e il sindaco Alemanno ha detto che "va preso come esempio l'atteggiamento di Nicola Zingaretti, che con grande coraggio civile ha difeso Renata Polverini e ha reagito contro i violenti". Mentre Zingaretti ha affermato che "nessuno in questo Paese deve poter anche solo teorizzare che non possa prendere la parola chi professa idee diverse dalle proprie. La differenza con il fascismo è proprio questa". "Era una bella piazza - ha aggiunto il presidente della Provincia di Roma - rovinata da un gruppo di mascalzoni". La Digos ha già identificato due giovani responsansabili del lancio contro Polverini e Zingaretti: saranno denunciati.

Milano, tensione in piazza, contestati Moratti e Podestà. A Milano, il sindaco Letizia Moratti aveva confermato la sua presenza al corteo organizzato dall'Anpi (Associazione nazionale dei partigiani italiani) dicendo di sapere "di rischiare contestazioni". Previsione, purtroppo, giusta. In piazza Duomo sia il sindaco che il presidente della Provincia Guido Podestà sono stati oggetto delle proteste dei giovani dei centri sociali. I militanti se la sono presa soprattutto con Podestà, definito "buffone" e "fascista". La polizia in tenuta antisommossa è riuscita a respingere un tentativo di sfondamento, ma non a impedire che un camion dei centri sociali si piazzasse a ridosso del palco con una scritta nel retro contro i raduni della destra previsti in maggio. Per fermare la contestazione sono intervenuti anche i familiari dei reduci dai lager nazisti, ma non sono stati risparmiati da insulti e lancio di vino e birra. Durante l'ultimo intervento dal palco, il presidente provinciale dell'Anpi, Carlo Smuraglia, ha cercato di far ragionare la folla: "Per tanti anni siamo stati soli a portare avanti questa battaglia - ha detto - oggi se non siamo più soli, se ci sono alcuni rappresentanti delle istituzioni, allora dobbiamo essere capaci di prendere atto di questo. Poi in sede politica possiamo discutere, esiste il voto, ma questa deve rimanere una festa".

I manifesti del Duce. Nel corso della scorsa notte la Digos romana ha sequestrato 4.000 manifesti, in viale XXI Aprile, con sopra la foto del Duce e la frase "25 aprile: un'idea è al tramonto, quando non trova più nessuno capace di difenderla", accompagnata dalla firma di Benito Mussolini. Successivamente è stato perquisito un magazzino, sulla stessa via, utilizzato da un militante di Forza Nuova, dove sono stati sequestrati altri 2.000 manifesti.

Benzina al centro sociale di destra. Sempre stamattina, di fronte a Casaggì, il Centro Sociale di destra in via Maruffi a Firenze, alcuni militanti hanno trovato diversi litri di benzina sparsi su parte dell'ingresso, sulle scalette antistanti l'edificio e sugli stipiti del portone d'accesso. La sede ospita anche la Giovane Italia, movimento giovanile del Pdl, e gli uffici dei consiglieri comunali e circoscrizionali che la struttura ha eletto nelle liste del Popolo della libertà. "Poteva essere una strage - racconta Francesco Torselli, consigliere comunale del Pdl e dirigente nazionale della Giovane Italia - anche alla luce del fatto che all'interno c'erano alcuni ragazzi che erano rimasti a dormire. E' il risultato dell'esasperazione del clima d'odio montato da una certa sinistra in occasione di ogni 25 aprile".

(25 aprile 2010)

 

 

 

 

25 aprile, Berlusconi in tv

"Ora una nuova pagina"

Polverini contestata a Roma

Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano ha inziato le comemorazioni della Liberazione dal nazifascismo all'Altare della Patria, che sono poi proseguite al Quirinale. "Celebrazioni siano serene". Messaggio registrato del premier: "Superare il compromesso dei padri costituenti". Fischi e lanci di oggetti per la presidente della Regione Lazio, colpito anche Zingaretti che commenta: "Un gruppetto di mascalzoni"

18:29 Catania, giunta e sindaco disertano cerimonia Anpi

"L'amministrazione comunale di Catania ha disertato la cerimonia che si è tenuta nel chiostro di piazza Duomo per la celebrazione del 25 aprile promossa dall'Associazione nazionale partigiani d'Italia" e alla quale "hanno partecipato 2.500 persone". Lo rende noto l'Anpi, esprimendo "disapprovazione e indignazione". "Un atto - prosegue l'Anpi - che offende la memoria dei 35 partigiani catanesi, tra i tanti, che hanno immolato la propria vita nella lotta contro i nazifascisti". "Questa mattina, a parte la presenza di due vigili urbani, erano assenti i rappresentanti della Giunta e anche il presidente del consiglio comunale".

18:06 CS Cantiere: "Anpi non ospiti chi finanzia estrema destra"

Il centro sociale Cantiere, protagonista a Milano di una dura contestazione, esprime "rispetto" per l'associazione partigiani e per i reduci, ma chiede risposte all'Anpi per la presenza sul palco della manifestazione di oggi di "chi finanzia le iniziative dei nazifascisti". I militanti hanno spiegato di riferirsi in particolare alla settimana di eventi della destra radicale "finanziata dagli enti locali milanesi" per ricordare il 35mo anniversario dell'uccisione del giovane missino Sergio Ramelli. "Vorremmo ci fosse rispetto anche per i giovani antifascisti milanesi - dicono quelli del Cantiere -. Chiediamo ai partigiani risposte per aver ospitato sul palco chi finanzia oggi le attività dei nazifascisti".

17:51 Imma Battaglia (Gay Project): "Solidarietà a POlverini e Zingaretti"

"Esprimo a nome della comunità gay la piena solidarietà alla presidente della Regione Lazio Renata Polverini e al presidente della Provincia Nicola Zingaretti". E' quanto afferma Imma Battaglia, presidente Dì Gay Project. "Questo modo violento, inutile e dannoso, di contestare rappresentanti istituzionali va respinto con grande fermezza, ancor di più in una giornata come quella che si celebra oggi che deve rappresentare il senso dell'unità istituzionale ben richiamato dal Presidente della Repubblica Napolitano". Solidarietà a Polverini e Zingaretti anche in una nota diramata da Arcigay.

17:48 L'Aquila, carriole anche per la Liberazione

Carriole e fiori nella zona rossa de L'Aquila, per festeggiare la Liberazione. Così i cittadini che per nove settimane si sono dati appuntamento in centro per chiedere la rimozione delle macerie del terremoto hanno deciso di dedicare l'intera giornata di oggi alla rievocazione del 25 Aprile. In Piazza Nove Martiri, dedicata proprio alla memoria di nove cittadini trucidati dai nazisti, è stata allestita una mostra fotografica sulla Resistenza, sono state lette poesie e sono intervenuti alcuni membri dell'Associazione nazionale partigiani.

17:27 Anpi: in 50mila in piazza a Milano, comizi terminati

Secondo gli organizzatori, sono 50 mila le persone in piazza a Milano in occasione del 25 aprile. Il dato è stato riferito da Antonio Pizzinato, presidente regionale dell'Anpi. I comizi dal palco in piazza Duomo sono finiti. La gente inizia a defluire.

17:20 Ugl: "Solidarietà a Polverini e Zingaretti"

"Esprimiamo tutta la nostra solidarietà al presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, e al presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, per la violenta contestazione di oggi". Lo ha dichiarato il segretario dell'Ugl Roma e Lazio, Gianni Fortunato. "Il sindacato - dice - condanna una intolleranza che denuncia assenza di rispetto per le persone e per le istituzioni, e che soprattutto svilisce quei valori come la democrazia e la libertà che proprio oggi tutti gli italiani celebrano. Valori per i quali Polverini, già da sindacalista, si è sempre battuta nel nome della coesione sociale e del dialogo civile".

17:13 Cirielli: "Sinistra intollerante, rinunciato a celebrazioni"

In una nota, il presidente della Provincia di Salerno, Edmondo Cirielli esprime il suo rammarico per aver dovuto rinunciare "alla cerimonia ufficiale per la celebrazione della festa della liberazione" in piazza Vittorio Veneto a Salerno. "Il clima di insulti e di intimidazioni - si legge nel documento - fomentato dall'ultrasinistra e avallato dal Pd mi ha impedito di partecipare". "La strumentalizzazione di verità incontrovertibili - dichiara Cirielli - dimostra che in Italia non soltanto l'estrema sinistra è gravida di intolleranza e di una cultura totalitaria, ma che il Pd deve ancora scrollarsi di dosso i vecchi legami con le sue origini comuniste. Solo facendo ciò non si consentirà più a una banda di facinorosi di offendere la memoria di coloro che sono morti per la libertà".

16:57 Smuraglia (Anpi): "25 aprile deve restare una festa"

Dal palco di piazza Duomo a Milano, Carlo Smuraglia, presidente provinciale dell'Associazione nazionale partigiani, ha così commentato le contestazioni al sindaco Letizia Moratti e al presidente della Provincia Guido Podesta'. "Per tanti anni siamo stati soli a portare avanti questa battaglia, oggi se non siamo più soli, se ci sono alcuni rappresentanti delle istituzioni, allora dobbiamo essere capaci di prendere atto di questo. Poi in sede politica possiamo discutere, esiste il voto, ma questa deve rimanere una festa".

16:54 Vita (Pd): "Messaggio premier improprio"

"E' del tutto insolito che il presidente del Consiglio utilizzi un messaggio, di fatto a reti unificate, per parlare ai cittadini - dichiara Vincenzo Vita, senatore del Pd e membro della commissione di Vigilanza Rai -. E' come se fosse già avvenuta una modifica della Costituzione, attribuendo al Capo del governo un ruolo che non ha. E la Costituzione è un valore supremo che non può essere aggirato nè nella forma nè nel contenuto".

16:49 Di Pietro: "25 aprile, non credere alle sirene di Berlusconi"

"Oggi è una celebrazione troppo importante per credere al canto delle sirene di Berlusconi". Lo afferma Antonio Di Pietro. "Il 25 aprile - prosegue il presidente dell'Italia dei Valori - ha un valore storico fondamentale per la nostra democrazia e non possiamo permettere che Berlusconi faccia carta straccia di un tesoro che hanno costruito i padri costituenti. Come possiamo fidarci di un capo del Governo che in due anni ha portato in Parlamento solo leggi ad personam? Come possiamo fidarci di un capo del Governo che attacca, a giorni alterni e non solo con le parole, la magistratura e la libera stampa?"

16:46 Letizia Moratti: "Serve diversa gestione della sicurezza"

Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, commenta i disordini provocati dai centri sociali lungo il corteo e in piazza Duomo. "Non gestisco io l'ordine pubblico, ma mi sembra che la gestione della sicurezza della piazza debba essere diversa. Una gestione diversa è necessaria nel rispetto di chi ha fatto la Resistenza e dei suoi valori. In piazza devono essere rispettati tutti coloro che si rifanno a quei valori e tutti coloro che vogliono parlare e che ne hanno il diritto".

16:44 Podestà: "Resistenza non è patrimonio di una sola parte"

"C'è un modo di fare contestazione che impedisce all'altro di esprimersi. Dire 'fascista' è una vecchia forma per demonizzare l'altro. La Resistenza non è solo patrimonio di una parte politica e su questo ci deve essere una revisione da parte di tutte le forze politiche". Così il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, ha commentato le lunghe contestazioni che hanno accompagnato il suo discorso in piazza Duomo.

16:40 Piazza Duomo, insultati anche i reduci dei lager nazisti

Per fermare la contestazione degli esponenti dei centri sociali, in particolare del 'Cantiere', sono intervenuti anche i reduci dai campi di sterminio nazisti, ma sono stati a loro volta insultati al grido di "fascisti, fascisti". Avvicinatisi ai giovani con i cartelli che rappresentano lager come Auschwitz e Treblinka, i reduci sono stati oggetto di lanci di birra e vino.

16:27 Tensione a Milano, Rosati (Cgil): "Dov'era la polizia?"

Il segretario della Camera del Lavoro di Milano, Onorio Rosati, critica la gestione dell'ordine pubblico lungo il corteo e in piazza Duomo per le iniziative legate al 25 aprile. "Il camion dei centri sociali è arrivato fino a sotto il palco, è evidente che c'è una responsabilità da parte di qualcuno e quel qualcuno ne dovrà rispondere". "Già un'ora prima che partisse il corteo - aggiunge Rosati - il servizio d'ordine del sindacato si è scontrato con quelli dei centri sociali. Mi domando dove era la polizia".

16:25 Fini: "Discorso Berlusconi alto e nobile"

"Il presidente del Consiglio questa mattina ha fatto un discorso alto, nobile, pieno di riferimenti congrui. Ha citato i padri fondatori, ha detto della necessità di tenere unita l'Italia, ha parlato della necessità di riforme condivise". E' il commento del presidente della Camera Gianfranco Fini, ospite di Lucia Annunziata su Raitre.

16:21 Milano, camion dei centri sociali in piazza Duomo

Un camion dei centri sociali è entrato in piazza Duomo, esponendo nella parte posteriore un grande striscione contro i raduni della destra che sarebbero stati autorizzati dalle istituzioni locali e previsti a inizio maggio. Inutile per il momento il tentativo di farlo spostare. Il cordone di carabinieri e polizia, in tenuta antisommossa, tiene sotto controllo i centinaia di manifestanti che dietro alle transenne continuano a urlare all'indirizzo della Moratti e di Podestà

16:16 Contestazione Polverini: Digos identifica due giovani

Identificati dalla Digos di Roma due giovani appartenenti ai centri sociali responsabili del lancio di oggetti contundenti a Porta San Paolo nel corso delle contestazioni al Presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. I due giovani saranno denunciati e deferiti alla competente autorità giudiziaria.

16:14 Gino Strada: "Festeggiare fine di un incubo chiamato guerra"

"Emergency festeggia il 65esimo dalla Liberazione che per noi vuol dire la liberazione dall'incubo della guerra, che è ammazzarsi e distruzione di massa". Così da Milano Gino Strada, fondatore dell'organizzazione non governativa. Sulle contestazioni che hanno raggiunto la Moratti e Podestà, Strada taglia corto: "Non mi occupo di politica italiana, non voto neanche; cosa vuoi che me ne importi del discorso di tizio o di caio?".

16:11 Piazza Duomo, manifestanti tentano di sfondare e arrivare al palco

In piazza Duomo a Milano, alcune centinaia di giovani hanno tentato di sfondare il cordone della polizia per raggiungere il palco, mentre sta ancora parlando il presidente della provincia, Guido Podestà, contestato per tutta la durata del suo discorso. I giovani mostrano dei cartelli con la scritta "No ai raduni nazifascisti"; il riferimento è al patrocinio dato da un consiglio di zona di centrodestra ad un concerto nazifascista.

16:04 Identificati i due giovani che hanno contestato la Polverini

Sono stati dalla Digos di Roma due giovani appartenenti ai centri sociali presunti responsabili del lancio di oggetti a Porta San Paolo nel corso delle contestazioni al presidente della regione Lazio, Renata Polverini.

15:35 Fischiato il presidente Podestà

Il discorso di Guido Podestà, presidente della Provinciadi Milano, è stato accolto da fischi e al grido "Fascista, buffone, vergogna vattene"

15:11 Il sindaco Moratti: "Ma ho avuto anche tanti applausi"

Il sindaco di Milano non si è detta stupita per i fischi e le contestazioni ricevute ma ha aggiunto di aver avuto anche "tanti applausi e abbracci. In giornate come queste le istituzioni ci debbono essere. E questo è il significato della mia presenza".

15:09 Contestata Letizia Moratti al grido di "Fuori da Milano"

Il sindaco di Milano Letizia Moratti ha raggiunto il corteo all'altezza di piazza San Babila, ma è stata accolta da un coro di contestazioni. "Fuori da Milano", "Via i fascisti dal corteo", alcuni degli slogan.

15:07 Dai centri sociali a Podestà: "Vergogna"

Milano: i giovani dei centri sociali volevano avanzare nel corteo per avvicinarsi il più possibile al presidente della Provincia, Podestà, al grido "vergogna".

15:03 Milano, contestato nel corteo Guido Podestà

Il corteo del 25 Aprile di Milano è partito da Porta Venezia e si sta dirigendo in piazza del Duomo. Contestazioni all'ingresso nel corteo sono state rivolte al presidente della Provincia Guido Podestà.

14:03 Slogan corteo a Roma: "10, 100, 1000 Acca Larentia"

"Dieci, cento, mille Acca Larentia". E' lo slogan intonato da un gruppo di manifestanti in testa al corteo romano organizzato a Roma dalla Rete antifascista e dai centri sociali in occasione dell'anniversario della Liberazione.

13:42 Alemanno: "Manifesti Duce? Demenze nostalgiche"

"Bisogna capire chi ha finanziato queste cose che sono di un certo costo economico. Non si tratta di una scritta ma di una cosa strutturata e penso che la questura ci possa veramente aiutare ad evitare che simili demenze politiche nostalgiche diano un segno di inciviltà alla nostra città". Così il sindaco di Roma Gianni Alemanno, ha commentato i manifesti del Duce apparsi per le strade di Roma.

13:28 Maroni: "Orgogliosi del 25 aprile"

"Il 25 aprile rappresenta un momento della storia d'Italia di cui essere orgogliosi, da quel tributo di solidarietà e di sacrificio discende il riconoscimento di quelle libertà fondamentali che trovano la loro massima espressione nella Costituzione repubblicana". Lo ha detto il ministro dell'Interno Roberto Maroni, intervenendo alla cerimonia in corso al Quirinale.

13:08 Polverini: "Gruppo di violenti, ringrazio Zingaretti"

"Un gruppo di violenti non può macchiare una celebrazione cui il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha giustamente conferito il senso e il valore dell'unità nazionale". Lo dichiara Renata Polverini, che poi ringrazia Zingaretti "per il gesto importante che ha compiuto sotto il profilo istituzionale e personale, lasciando la manifestazione di fronte alla prepotenza".

12:55 In migliaia a San Sabba

Alcune migliaia di persone hanno affollato oggi la Risiera di San Sabba a Trieste, per la cerimonia commemorativa del 65/o anniversario della Liberazione dal nazifascismo. In quello che è stato l'unico campo di sterminio nazista in Italia, le celebrazioni sono state aperte dalla lettura, da parte di alcuni bambini, di scritti o missive degli ex deportati.

12:50 La Russa: "Rinnovata unità nazionale"

Le celebrazioni del 25 Aprile rappresentano la "rinnovata unità nazionale" nel superamento delle "vecchie contrapposizioni". Lo ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa, parlando al Quirinale.

12:41 Solidarietà dei sindacati a Polverini e Zingaretti

"Avrebbe dovuto essere la festa dell'Italia libera e democratica. Invece proprio oggi, di fronte ad una bella piazza gremita e partecipe, questi valori per colpa di un manipolo di teppisti sono stati offesi e ribaltat"i. Così Cgil, Cisl e Uil di Roma e Lazio esprimono solidarietà a Renata Polverini e Nicola Zingaretti.

12:12 Zingaretti: "Una bella piazza rovinata da un gruppo di mascalzoni"

"Ho difeso il diritto di parola di Renata Polverini, nessuno si deve permettere anche solo di teorizzare che qualcuno con un'idee diverse dalla propria non abbia il diritto di parola. La differenza tra il fascismo e democrazia è proprio questa. Era una bella piazza rovinata da un gruppo di mascalzoni".

12:10 Alemanno: "Va preso ad esempio il comportamento di Zingaretti"

"Va preso come esempio l'atteggiamento di Nicola Zingaretti che con grande coraggio civile ha difeso Renata Polverini e ha reagito contro i violenti". Lo ha detto il sindaco Gianni Alemanno commentando quanto accaduto a porta San Paolo.

12:09 Berlusconi: "Andare oltre il compromesso dei costituenti"

Berlusconi: "Dopo 65 anni la nostra missione è ora di andare oltre quel compromesso del padri costituenti e costruire l'Italia del futuro".

11:48 Letizia Moratti conferma: "Andrò al corteo dell'Anpi"

Il sindaco di Milano, Letizia Moratti ha confermato che questo pomeriggio parteciperà al corteo dell'Anpi per comemorare la Liberazione: "Non ho paura di fischi o contestazioni".

11:46 Berlusconi: "Rinnovare la seconda parte della Costituzione"

Le riforme subito e insieme. Questo il messaggio lanciato da Silvio Berlusconi, nel suo messaggio agli italiani in Tv per il 25 aprile. "Il nostro obbiettivo è rinnovare la seconda parte della Costituzione del 1948"

11:36 Napolitano: "Oggi, una rinnovata identità e unità nazionale"

Napolitano: "La Liberazione riunificò una lacerazione e oggi rappresenta la rinnovata identità e unità nazionale".

11:31 Berlusconi: "Costruiamo insieme uno Stato moderno"

Berlusconi non ha partecipato alle celebrazioni, ma ha lanciato un messaggio in tv: "Costruiamo insieme uno Stato moderno e scriviamo una nuova pagina della storia democratica"

11:28 Grida alla Polverini: "Fascista, vergogna"

"Fascista, vergogna", hanno gridato i contestatori alla Polverini salita sul palco. Nicola Zingaretti ha provato ad intervenire per difenderla ed è stato colpito in pieno volto da un limone.

11:05 Formigoni: "Contro i totalitarismi di ogni colore"

Per il presidente della Regione Lombardia, roberto Formigoni "A 65 anni di distanza bisogna riconoscere che è stato il popolo italiano in tutte le sue componenti a volere la libertà, a combattere contro il totalitarismo di ogni colore".

10:59 Colpito dal lancio di frutta anche Nicola Zingaretti

Anche il presidente della provincia, Nicola zingaretti è stato raggiunto dal lancio di un limone a Porta S. Paolo

10:47 La Polverini contestata con fischi e lanci di oggetti

La presidente della Regione Lazio Renata Polverini è stata contestata con fischi e lanci di oggetti mentre partecipava alla manifestazione a Porta san Paolo a Roma in occasione dell'anniversario della Liberazione.

10:46 La Russa: "L'unità nazionale nella memoria condivisa"

La Russa: "Ritrovata l'unità e la concordia nazionale nel solco di memorie condivise".

10:41 Moratti: "Sarò sul palco anche se so che mi contersteranno"

Letizia Moratti, sindaco di Milano, che sarà sul palco delle celebrazioni, anche se cosciente - ha detto - "di essere contestata: Ma le parole del presidente Napolitano ci devono far riflettere".

10:38 Schifani: "Oggi è la festa della coesione sociale"

"Quella del 25 Aprile deve essere la festa dell'unità d'Italia e della coesione sociale. Lo ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani a Palermo, durante la celebrazione del 25 aprile.,

10:37 Alemanno: "C'è ormai memoria condivisa"

"Credo che la maggior parte della gente abbia maturato una memoria condivisa e la consapevolezza dell'importanza di queste celebrazioni", ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno

10:34 Zaia: "Non si sono accorti che la guerra è finita da 65 anni"

"Non si sono accorti che la guerra è finita da 65 anni", è stata la sortita del neo presidente della regione Veneto, il leghista Luca Zaia

10:30 Alla cerimonia in piazza Venezia le alte cariche istituzionali

Presenti alla cerimonia, assieme a Napolitano, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il presidente della Corte Costituzionale, Francesco Amirante. Assente il presidente del Senato, Renato Schifani, sostituito da uno dei vice presidenti, Rosi Mauro. C'erano anche Renata Polverini, Luca Zingaretti e Gianni Alemanno, in rappresentanza di Regione, Provincia e Comune

10:29 Napolitano depone una corona sull'Altare della Patria

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha reso omaggio al Milite Ignoto, deponendo una corona d'alloro all'Altare della Patria, in occasione delle celebrazioni per il 65° anniversario del 25 aprile.

 

 

 

 

PDL

Fini: "La destra moderna sono io"

E sull'ipotesi elezioni: "Irresponsabile"

Il presidente della Camera in tv : "Non mi pento di avere alzato il dito, in Parlamento niente imboscate ma sono contrario al federalismo a ogni costo. Pronto a incontrare Bossi per discuterne"

Fini: "La destra moderna sono io" E sull'ipotesi elezioni: "Irresponsabile" Fini nel corso dell'intervista di Lucia Annunziata

ROMA - E' la prima delle sue (molte e annunciate) apparizioni televisive, dopo il plateale scontro con Silvio Berlusconi nella direzione nazionale del partito. E oggi Gianfranco Fini, intervenendo alla trasmissione In mezz'ora di Lucia Annunziata, rivendica in toto la sua battaglia interna: "Non mi sono pentito di avere alzato il dito - dice - io rappresento la destra moderna, che non ha la bava alla bocca e dialoga con gli avversari". Poi respinge al mittente l'idea di elezioni anticipate: chi ne parla è "irresponsabile", perché andando al voto "si esporrebbe l'Italia a un rischio enorme".

"Credo - prosegue Fini - che anche il premier si sia accorto che non accadrà mai che il presidente della Camera si dimetta perché ha opinioni diverse dal partito e dal presidente del Consiglio. Io mi sento sereno, non mi sono pentito di aver fatto il Pdl, voglio aiutare Berlusconi a migliorare. E quindi perché sentirsi pentiti o pensare di essersi suicidati? La nostra voce sarà più alta di quella dei numeri". Poi una dura critica ai vertici del partito: "Poco di liberale se si fa la lista degli epurandi. Il documento della direzione sembrava fatto apposta per contare gli eretici".

Il federalismo. Fini dice di "conoscere per certi aspetti Berlusconi e Bossi: sono entrambi coscienti che le elezioni anticipate in questo momento sarebbero un fallimento della maggioranza. "Io comunque non sono contro il federalismo", aggiunge, "ma non a ogni costo e deve essere garanzia di coesione". Lui comunque è disposto a incontrare Umberto Bossi per discuterne.

Il ruolo di presidente della Camera. Sulle sue esternazioni politiche Fini spiega: "Non devo lasciare la presidenza della Camera per esprimere opinioni", però "non ci saranno imboscate" in Parlamento. Poi assicura: "Non ho nessuna intenzione di fare altri partiti ma voglio continuare a discutere all'interno del mio partito di fatti politici. Non c'è una questione personale con Berlusconi, che ho risconosciuto essere il leader del Pdl". Positivo il giudizio sul discorso odierno del premier sul 25 aprile: "Alto e nobile". Infine, la difesa della magistratura "baluardo della legalità".

L'annuncio di Bocchino. In un colloquio con il Corriere della Sera, il parlamentare finiano annuncia di avere scritto la lettera di dimissioni da vicecapogruppo Pdl alla Camera che consegnerà a Fabrizio Cicchitto, chiedendo anche "un incontro con il coordinatore Denis Verdini e con Silvio Berlusconi" per avere "una discussione politica". Pronto, poi, "il giorno dopo, se necessario, a presentarmi all'assemblea del gruppo". Ma il suo modo di gestire l'addio alla carica gli provoca altre critiche, all'interno del partito. A prendere posizione contro Bocchino è uno dei tre coordinatori: "Ho letto le sue dichiarazioni, credo che questo modo di presentare le dimissioni non contribuisca al chiarimento politico e a una discussione pacata e serena nel partito. Mi sembra un altro modo per alimentare la confusione, le polemiche e il contrasto".

(25 aprile 2010)

 

 

 

 

Polverini, ecco i nomi della giunta

Buontempo tra i nuovi assessori

L'Udc non entra nella giunta, malgrado i numerosi tentativi di mediazione, anche da parte del leader della Destra Storace e della stessa governatrice che più volte ha tentato di ricucire lo strappo in extremis

di CHIARA RIGHETTI

Ufficializzata la nuova giunta regionale, manca l'Udc. E il segretario del partito centrista Cesa lancia un freddo "buion lavoro". Falliti i numerosi tentativi di mediazione, anche da parte del leader della Destra Storace e della stessa governatrice che più volte ha tentato di ricucire lo strappo in extremis. La Polverini sembra aver obbedito alle indicazioni di Berlusconi, che venerdì le aveva chiesto un ridimendionamento dei "finiani".

La squadra, varata dopo ore di trattativa tra le proteste di molti battitori liberi del Pdl, rimasti fuori dal gioco delle correnti, ha una forte impronta "berlusconiana" : molti i nomi indicati direttamente da deputati del Popolo della libertà, pochi quelli legati alla politica locale. Da Fabiana Santini a lungo assistente del ministro Claudio Scajola, all'ex europarlamentare Zappalà, che sarebbe la longa manus in Regione del senatore di Fondi Claudio Fazzone. Solo due le donne.

Sono quattro gli assessori ex An:

LUCA MALCOTTI, Infrastrutture e Lavori Pubblici - (In quota Augello e quindi 'finiano'). Romano, 43 anni, è sposato con 3 figli. Milita nel Fronte della Gioventù e poi nel Msi. Nel 2001 è consigliere comunale a Roma di An. Dal 2000 è segretario generale di Roma e Lazio della Ugl. Dal 2009 vice coordinatore vicario romano del Pdl.

FRANCESCO LOLLOBRIGIDA, Mobilità e Trasporti - (In quota Rampelli). Nato a Tivoli, 37 anni, sposato con una figlia, Vittoria. E' stato assessore alla Cultura e allo Sport al Comune di Ardea e con la nascita del Pdl è stato nominato coordinatore provinciale.

ANTONIO CICCHETTI, Istruzione e Cultura - (In quota Rampelli). Nato Rieti nel 1952. Già dirigente locale del Fronte della Gioventù e poi del Msi, e consigliere comunale di opposizione dal 1975 al 1994. E' stato sindaco di Rieti dal 1994 al 2002. Nel 2005 è stato capogruppo di An alla Regione

PIETRO DI PAOLOANTONIO, Attività produttive e rifiuti - (in quota Alemanno). Romano, sposato, 37 anni, laureato in lettere e filosofia. Già consigliere per LE relazioni istituzionali per Roma e Provincia del Ministro dell'agricoltura Alemanno. Nel 2005 consigliere regionale. Già segretario provinciale Ugl trasporti di Roma.

Sono sei gli assessori ex Forza Italia

GIUSEPPE EMANUELE CANGEMI, Enti locali e Sicurezza - Romano, nato nel 1970. Diplomato odontotecnico, ha conseguito un Master in Scienze Ambientali. Nel 2006 è caapogruppo di Fi in Provincia di Roma e componente dell'Ufficio di Presidenza dell'Upi. Nel 2008 è nominato nel Cda di Ama. Dal 16 Novembre 2009 è vice coordinatore del Pdl per Roma.

FRANCESCO BATTISTONI, Politiche agricole - Nato a Montefiascone (Viterbo), 43 anni, è sposato con tre figli. Dal '97 al 2000 e' coordinatore provinciale di Fi a Viterbo. Nel 2000 è assessore provinciale all'Ambiente.

FABIO ARMENI, Urbanistica e Territorio - Romano, 54 anni, già consigliere regionale nella legislatura Marrazzo è stato presidente della Commissione speciale Indagine conoscitiva sul fenomeno della sicurezza e prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro.

FABIANA SANTINI, Arte, sport e Politiche giovanili - E' capo della segreteria del ministro Claudio Scajola.

STEFANO ZAPPALA', Turismo e Made in Lazio - Già consigliere regionale del Lazio (1995-2000), consigliere comunale a Latina (1997-2002), e sindaco di Pomezia dal 2002 al 2005. Dal 2004 è eurodeputato eletto per la lista di Forza Italia.

MARCO MATTEI, Ambiente - ex sindaco di Albano Laziale, è stato consigliere provinciale di Roma dal 2003 al 2008, anno in cui si è candidato alla presidenza della Provincia di Roma con la Rosa Bianca di Baccini.

In quota Polverini:

STEFANO CETICA, Bilancio - Sposato con tre figli. E' stato segretario generale dell'Ugl prima di Renata Polverini e dopo è diventato il nuovo presidente dell'organizzazione.

MARIELLA ZEZZA, Lavoro, politiche sociali e Famiglia - Nata a Milano il 23 febbraio 1965 si trasferisce nel 1983 a Roma dove diventa giornalista. E' conduttrice di telegiornale e svolge funzione di capo servizio nella redazione interni di Rainews24. Ambasciatrice del Telefono Rosa e componente del direttivo di D52, associazione che promuove la leadership femminile.

Assessore per La Destra:

TEODORO BUONTEMPO, Casa, Tutela dei Consumatori e terzo settore - Nato a Carunchio (Chieti) nel 1946, sposato e padre di tre figli. Si trasferisce a Roma nel 1968. Dirigente della Giovane Italia, nel 1970 diventa il primo segretario del Fronte della Gioventù di Roma. Per anni consigliere comunale di Roma e parlamentare di An. Dal 2007 è presidente de La Destra.

(25 aprile 2010)

 

 

Il partito di Fini vale almeno il 6%

Ma un altro 38% potrebbe votarlo

Consensi anche dalla Lega, in calo lo share personale. Il presidente della Camera appare a molti come leader di un altro partito di centrodestra

di ILVO DIAMANTI

Il partito di Fini vale almeno il 6% Ma un altro 38% potrebbe votarlo Gianfranco Fini

LA ROTTURA tra Berlusconi e Fini è avvenuta in modo spettacolare. E irreparabile. Come la coabitazione all'interno dello stesso partito e, perfino, della stessa coalizione. Anche se, in politica, non c'è nulla di irreversibile.

Dipende dagli interessi e dalle convenienze. Basta rammentare i rapporti tra Berlusconi e Bossi. Spezzati e ricuciti, dal 1994 al 2000. Per reciproca necessità. E utilità. La questione intorno a cui ruota il futuro del Presidente della Camera, ma anche della legislatura, è, dunque, principalmente una. Quanto può costare, al centrodestra, la defezione di Fini? E, in parallelo, quanto può contare - e costare - la sua presenza e permanenza nel PdL? Il sondaggio condotto da Demos nei giorni scorsi offre alcune indicazioni utili al proposito.

VAI ALLE TABELLE 1

Anzitutto, lo spazio del partito di Fini. Circa il 6% degli elettori afferma che lo voterebbe sicuramente. (Una stima analoga a quella fatta da Renato Mannheimer). Un settore molto più ampio (38%) lo "potrebbe" votare. Si tratta di un'area significativa, che incrocia diversi segmenti del mercato politico-elettorale, anche se gravita, principalmente, nel centrodestra. Il 26% degli elettori "certi" e la stessa quota di quelli "possibili", infatti, attualmente votano per il Pdl. Ma un altro 20% dei "certi" e una quota limitata di "possibili" votano per la Lega.

Il che non deve stupire. Un'ampia componente di elettori del centrodestra ha, da sempre, considerato la Lega un'alternativa a FI, prima, e al Pdl, poi. Un modo per manifestare la propria distanza da Berlusconi e dal governo, senza votare per gli "altri". Tuttavia, l'offerta politica di Fini attira consensi anche da centrosinistra e in particolare dal Pd. Ma attrae, soprattutto, gli elettori indecisi e meno coinvolti (un terzo del totale).

In definitiva, metà degli elettori (che si dicono) "certi" di votare per il partito di Fini (cioè, il 3% dell'elettorato totale) e un terzo di quelli "possibili" (circa il 13% del totale) sono di centrodestra; in particolare del Pdl, ma anche della Lega. Sufficienti a spostare gli equilibri politici a sfavore della coalizione guidata da Berlusconi e Bossi.

La posizione di Fini, tuttavia, oggi è rafforzata da tre elementi: a) il ruolo istituzionale di Presidente della Camera; b) la collocazione - tuttora - interna al centrodestra e al Pdl; c) la conoscenza, non ancora estesa a tutti gli elettori, della rottura con Berlusconi. Anche per questo, Gianfranco Fini resta il leader più stimato dagli elettori. Ma anche quello i cui consensi personali sono calati maggiormente: quasi 10 punti, nell'ultimo anno. Se confrontiamo l'evoluzione del giudizio su Fini in base al voto e alla posizione politica degli elettori, negli ultimi anni, la spiegazione di questa tendenza appare chiara. La quota degli orientamenti positivi nei confronti di Fini, negli ultimi due anni, tra gli elettori del Pdl scende, infatti, dall'89% al 67%.

Si attesta, quindi, allo stesso livello di Bossi. Leader di un altro partito, per quanto alleato. Ma forse anche Fini, nel Pdl, appare a molti il leader di un altro partito. E non necessariamente alleato. La stessa tendenza emerge se si considera la posizione nello spazio politico: fra gli elettori di destra, il Presidente della Camera cala dall'83% al 55% e tra quelli di centrodestra dall'87% al 65%. In parallelo, il suo consenso sale tra quelli di centrosinistra. Di conseguenza, l'elettorato che gli è più favorevole oggi è quello di centro: 70%.

Il Presidente della Camera beneficia, dunque, di una posizione di rendita, che appare vantaggiosa e insidiosa, al tempo stesso. È figura istituzionale, leader di centrodestra, ma anche di opposizione. Apprezzato (in misura calante) dagli elettori di centrodestra, ma anche (in misura crescente) da quelli di centrosinistra. Come appare chiaro se si osserva la mappa che raffigura la posizione dei leader politici, nella percezione degli elettori. Fini si colloca, infatti, vicino al centro, accanto a Casini. In fondo a destra: Berlusconi e Bossi. Pressoché appaiati. Quasi un "unicum". Nel settore opposto, Bersani e Di Pietro. Non lontani da Grillo. Le diverse anime dell'opposizione di (centro)sinistra.

Da ciò i problemi.

Per Fini. Il quale, come abbiamo detto, può svolgere un'azione corsara. Raccogliendo consensi a destra e al centro, perfino a sinistra. Opposizione e oppositore. Dentro il Pdl, nel centrodestra. Ma anche in ambito nazionale. Fini. Anti-berlusconiano e anti-leghista, in un sistema politico in cui Berlusconi e la Lega costituiscono i due principali fattori di divisione e identità.

Per la stessa ragione, però, egli appare esposto alla concorrenza degli altri attori politici. Di destra e di centro. Soprattutto se e quando venisse "espulso" dal Pdl e, ancor di più, dal ruolo istituzionale che ricopre.

Tuttavia, la posizione di Fini può diventare pericolosa anche per gli altri attori politici. Per il centro e, ancor più, il centrosinistra. Che rischiano di venire oscurati da quel dito puntato contro il Premier (assoluto). Dall'accesa polemica lanciata dal co-fondatore del Pdl contro la Lega "egoista" e padana. L'opposizione di Fini, però, appare incompatibile, anzitutto, con la natura del Pdl, che è un partito "personale". La versione allargata di FI. E non può sopportare, all'interno, un'alternativa "personale".

Infine, la sfida di Fini è inaccettabile per la Lega di Bossi. Che rischia di vedersi sottrarre il ruolo di opposizione "nel" governo. Una ragione importante del successo leghista, in passato e nel presente. L'assimilazione Lega-Pdl, Bossi-Berlusconi. Il Giano bifronte che governa il Paese. Una rappresentazione intollerabile per Bossi, trasformato in un leader "romano". E, simmetricamente, per Berlusconi, ridotto a gregario del Nord.

Difficile che possa durare a lungo tutto ciò. Questo Pdl. Questo centrodestra. Questa legislatura.

(25 aprile 2010)

 

 

2010-04-24

PD

Bersani, appello alle forze di opposizione

"Servono unità e nuova responsabilità"

Dal leader democratico allarme per gli "esiti imprevidibili della crisi che si è aperta nel centrodestra". "Da Fini temi veri, irrisolvibili nel partito e nella maggioranza in cui si trova il presidente della Camera". Il capo dei democratici parla anche di un "patto repubblicano" su riforme e crisi economica, anche con l'ex leader di An

Bersani, appello alle forze di opposizione "Servono unità e nuova responsabilità"

* Bossi contro Fini: "Dice bugie" E avverte: "Senza riforme, rischio elezioni"

articolo

Bossi contro Fini: "Dice bugie" E avverte: "Senza riforme, rischio elezioni"

*

video

ROMA - Bersani vede "esiti imprevedibili". I cui rischi "non sono da sottovalutare". Perché le tensioni all'interno della maggioranza possono spingere l'asse Berlusconi-Bossi ad "accelerazioni". Per questo, il leader Pd fa un appello forte alle opposizioni: "Serve unità e responsbailità"

"Le tensioni nella maggioranza in futuro sono certe - dice Bersani all'Ansa -, gli esiti imprevedibili. Le forze di opposizione non possono sottovalutare i rischi che Berlusconi per un verso e la Lega per l'altro possono dare per accelerare una situazione che non riescono ad affrontare. Per le forze di opposizione serve una responsabilità nuova".

Evidente il riferimento a possibili prove di forza in Parlamento, ma non solo. Nelle parole del leader democratico c'è anche, implicitamente, l'eventualità di elezioni anticipate. Non è un caso che parli di "opposizioni", senza escludere per esempio i centristi di Casini, tra l'altro i primi a parlare di un "fronte costituzionale" in caso di forzature del premier in direzione del voto anticipato.

"Serve un impegno più forte - continua Bersani - a discutere e concertare l'azione parlamentare e un lavoro per stringere i contenuti dell'alternativa. Siamo di fronte ad una situazione estremamente confusa. Il paese, pieno di problemi, assiste attonito a lacerazioni molto profonde nella maggioranza che in un colpo solo ha distrutto tutta la retorica berlusconiana dei cieli azzurri e dei mondi felici".

Il giudizio su Fini. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini "con i suoi ha sostenuto e votato tutte le decisioni di questo e degli altri governi del centrodestra ma ora propone con nettezza un'altra piattaforma: nella politica economica, nei rischi di deriva plebiscitaria, nel tema dell'unità del paese". Temi, ribadisce il segretario Pd, "assolutamente veri e assolutamente irrisolvibili nel Pdl e nella maggioranza dove Fini si trova".

"Il patto repubblicano". Per scongiurare i rischi, Bersani sostiene che "dalle opposizioni deve arrivare un appello ad altre forze ma anche a energie sociali ed economiche su due questioni fondamentali: cambiare l'agenda della politica per occuparsi di questioni sociali e un confronto in Parlamento per dare al bipolarismo una forma efficace, più moderna e saldamente costituzionale che blocchi i rischi di derive plebiscitarie".

Le altre forze sono anche personalità come Gianfranco Fini, che non vuol dire, precisa il leader Pd, "fare governi insieme". Lo scopo è "reagire ad una democrazia plebiscitaria, che ha dimostrato di non saper decidere, non è solo questione di opposizioni". Sui problemi economici del paese e sulle riforme serve dunque "un patto largo in parlamento" coinvolgendo però anche personalità e forze esterne.

Di Pietro: ora il candidato il premier. "Mi meraviglio che le idee rilanciate da Bersani facciano notizia perchè sono la fotocopia in carta carbone delle nostre. Ora comunque occorre individuare il candidato premier entro l'anno". Così il presidente dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro, interpellato telefonicamente, risponde all'appello lanciato dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani circa la necessità che le opposizioni si uniscano contro la 'deriva plebiscitaria' del Pdl nonchè quella di fare un patto repubblicano anche con Gianfranco Fini.

"Si dovrebbe trattare di una figura di sintesi - spiega dunque Di Pietro -, e dunque io non posso essere. Posso partecipare infatti ma non governare la coalizione". A chi gli chiede se la scelta potrebbe ricadere su Luca Cordero di Montezemolo, il leader dell'Idv replica: "Non lo tirerei per la giacchetta. Occorre cercare - dice - tra quelli che vogliono partecipare attraverso un percorso trasparente".

Berlusconi "ecumenico". Il premier, da Milano, commenta le parole di Bersani senza polemiche. "Quando si pensa ad una riforma soprattutto dell'architettura istituzionale del nostro Paese, attraverso una legge costituzionale, l'auspicio che dobbiamo avere tutti è che ci sia il massimo della condivisione e della partecipazione ad una fase dialettica per arrivare poi ad una fase di approvazione"

La Lega irritata. "Le riforme si fanno con la maggioranza allargata e non con le opposizioni allargate", ha detto il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli.

Secondo il coordinatore delle segreterie della Lega Nord, "quella del leader Pd sembra la riproposizione di ciò che aveva fatto Casini a dicembre scorso e che non era durato nemmeno un mese. Una cosa destinata a fallire. Là fu una maionese impazzita e qui si sta cercando di aggiungere alla maionese una punta di aceto...".

(24 aprile 2010)

 

 

 

 

 

2010-04-21

Pdl, Fini lancia la propria corrente

Vertice Pdl e Lega: "Non ha senso"

Il presidente della Camera: "Resto, ma deve accettare il dissenso". I 74 ex An in disaccordo avvertono: "Rimaniamo all'interno del partito per rafforzarlo". In serata riunione di maggioranza a palazzo Grazioli: "Richieste confuse e annacquate"

Pdl, Fini lancia la propria corrente Vertice Pdl e Lega: "Non ha senso"

* Il Cavaliere chiude la porta a Gianfranco "Ha perso la testa, si faccia il suo partito"

articolo

Il Cavaliere chiude la porta a Gianfranco "Ha perso la testa, si faccia il suo partito"

*

link

Il Cavaliere: "Gianfranco bluffa, si rimetta in riga"

*

link

Scontro nel Pdl, i finiani vanno verso la conta

ROMA - Resta, ma non tace. Semmai organizza quel dissenso all'interno del Pdl a cui vuol dare voce. Se gli verrà permesso, ovviamente. Gianfranco Fini raccoglie i suoi fedelissimi e rilancia le critiche al Pdl ("deve essere libero e non può essere il partito nato dal Predellino"), negando, però, di aver posto questioni "personalistiche" o di "organigramma". Fini vede un partito che, visto il rapporto privilegiato con la Lega, si muove con scarsa "attenzione alla coesione sociale del Paese". Poi avverte: "Non penso a scissioni o a elezioni e non cerco poltrone: ma non ho intenzione di stare zitto e farmi da parte". Svanisce, così, l'ipotesi di fare gruppi autonomi. Si concretizza invece la nascita di una corrente di minoranza che vede in Fini il suo leader. "Non credo che sia una cosa che si può ipotizzare, non ha alcun senso" è il commento scaturito in serata dal vertice Pdl-Lega a palazzo Grazioli dove le richieste del presidente della Camera sono state definite "confuse e annacquate".

La terza carica dello Stato si presenta a questo appuntamento (blindato ai cronisti) con addosso gli occhi del mondo politico. E non poteva essere altrimenti dopo lo scontro con Berlusconi 1. In sala sono una cinquantina. Tra gli altri, Baldassarri, Siliquini, Laboccetta, Menia (che polemizza con Bocchino), Barbareschi, Tremaglia, Granata, Napoli, Bocchino, Ronchi, Paglia e Urso. Fini parte così: "Ci sono dei momenti in cui bisogna guardarsi allo specchio". Richiama Ezra Pound quando dice che "bisogna essere disposti a rischiare per le proprie idee". E dice di volero fare senza esitazioni: "Questo è il momento. Questa è una fase complicata, non ce la facevo più a porre sempre le stesse questioni a Berlusconi".

Le questioni Fini le elenca l'una dopo l'altra. A partire dalla mancanza di "proposte precise sulle riforme", ai contrasti "politici e non personali" con Tremonti ("senza di lui saremmo come la Grecia"), al rapporto con la Lega "che è un alleato importante ma non può essere il dominus della coalizione". C'è questo ma non solo. C'è anche un disagio a stare in un partito in cui si dice, come ha fatto Berlusconi, che i libri di Roberto Saviano fanno un favore alla mafia: "Come è possibile dire che con il suo libro ha incrementato la camorra? Come si fa a essere d'accordo?. Nessuno nega che Berlusconi sia vittima di accanimento giudiziario, ma a volte dice delle cose sulle quali è difficile convenire...". Poi l'attenzione torna sul Pdl. Con la decisa negazione di tramare ai danni del premier: "Non credo di avere attentato al partito o al governo dicendo che su alcuni temi c'è una distanza politica. Ho posto solo questioni politiche, mai personalistiche, e sempre con spirito costruttivo".

Guarda alla direzione del Pdl di giovedì, il presidente della Camera. Se da quell'appuntamento uscirà "una pattuglia minoritaria in polemica con la maggioranza" significa "che ci sarà un confronto aperto". Ed allora, continua Fini, si aprirà "una fase nuova". Che, però, porterà con sè un interrogativo ancora irrisolto: "Il dissenso interno può esistere o siamo il partito del predellino?. Spero che Berlusconi accetti che esista un dissenso, vedremo quali saranno i patti consentiti a questa minoranza interna. Sarà il momento della verità". E se alcuni giornali grideranno al tradimento, sappiano che "nove volte su dieci chi davanti ti dice sempre sì poi dietro ti tradisce".

Una lunga riflessione messa nero su bianco su un documento che 55 parlamentari firmano. Il testo finale riconosce Fini quale rappresentante della componente interna al Pdl e frena "il solo parlare di scissioni e di elezioni anticipate". Con questo mandato il presidente della Camera si presenterà giovedì alla direzione. Ma la platea che avrà davanti sarà sicuramente meno facile di quella di oggi.

Dentro il partito, però, molti nomi illustri hanno prese le distanze dal loro ex leader: La Russa, Gasparri, Alemanno, solo per citarne alcuni. Lui scivola sulla questione: "La componente che viene da An sarebbe dovuta restare unita, ma invece è andata diversamente". Ma proprio quella componente si mobilità fragorosamente, firmando un documento in cui si chiede di superare "definitivamente" le "quote di provenienza" tra gli ex di Alleanza Nazionale e di Forza Italia e di convocare un nuovo congresso. Riaffermando la scelta "irreversibile" del Pdl, che vogliono rafforzare "restando all'interno". Si tratta per ora, di 41 deputati e di 33 senatori, oltre al sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Per le prossime ore sono attese nuove adesioni. Primi firmatari il capo gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, e i ministri Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Giorgia Meloni. Tutti a chiedere un "costante, libero, proficuo confronto di idee", garantendo al massimo "la democrazia interna".

Dopo gli sviluppi della giornata Berlusconi ha convocato a palazzo Grazioli il vertice di maggioranza per discutere la preparazione della direzione nazionale e la questione Fini. Alla riunione hanno partecipato i ministri Roberto Calderoli e Roberto Maroni, Altero Matteoli, Angelo Alfano, la vice presidente del Senato Rosy Mauro; Denis Verdini, e il sottosegretario Aldo Brancher. Giunti anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi e il sottosegretario alla Presidenza, Paolo Bonaiuti, il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, il capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto e il vicecapogruppo al Senato, Gaetano Quagliarello.

"Non credo che sia una cosa che si può ipotizzare, non ha alcun senso" ha sintetizzato uno dei partecipanti riassumendo il giudizio dato "dai più" sull'ipotesi che Gianfranco Fini formi una corrente nel Pdl. Il documento firmato dai suoi sostenitori è stato considerato "non straordinario", nel senso che "si tratta di richieste espresse in modo abbastanza confuso e annacquato", ha aggiunto. Alla domanda su come si possa impedire la formazione di una corrente, il partecipante ha aggiunto: "Non si può impedire nulla, come non si potrebbe impedirgli di andersene". Berlusconi non si sarebbe comunque espresso sulla mossa di Fini riservandosi di dare risposte nella direzione del partito prevista per giovedì.

(20 aprile 2010)

 

 

 

Il Cavaliere chiude la porta a Gianfranco

"Ha perso la testa, si faccia il suo partito"

di FRANCESCO BEI

Il Cavaliere chiude la porta a Gianfranco "Ha perso la testa, si faccia il suo partito"

* Pdl, Fini lancia la propria corrente Vertice Pdl e Lega: "Non ha senso"

articolo

Pdl, Fini lancia la propria corrente Vertice Pdl e Lega: "Non ha senso"

*

link

Il Cavaliere: "Gianfranco bluffa, si rimetta in riga"

*

link

Scontro nel Pdl, i finiani vanno verso la conta

ROMA - Se Fini fa corrente, Berlusconi chiude lo spiffero. Il premier infatti, nonostante per tutto il pomeriggio coordinatori e capigruppo abbiano provato a farlo ragionare, mantiene fermo il punto e non intende fare concessioni al presidente della Camera. Irritato per la riunione dei finiani alla Camera e per la conta interna, Berlusconi vede nero. "Questo stillicidio è insopportabile - si è sfogato a palazzo Grazioli con il vertice del Pdl - a questo punto sarebbe meglio che si facesse il suo gruppo e il suo partito".

"Molto meglio trattare con un partito - ha concluso il premier - che con una persona che ha perso definitivamente la testa".

Così, al momento, la Direzione di giovedì resta un appuntamento al buio, senza una regia politica. "Domani (oggi, ndr) ci rivedremo - si limita a riferire Denis Verdini -, ancora non c'è una decisione". Un'ipotesi è che ad aprire la riunione siano i tre coordinatori, cui dovrebbe seguire Fini e, da ultimo, Silvio Berlusconi. I vari mediatori in campo non sono riusciti a far cambiare l'umore del premier. Né è migliorato quando, ieri pomeriggio, ha scoperto che a Ballarò erano stati invitati sia Italo Bocchino che Sandro Bondi. Minoranza e maggioranza, le due correnti, la rappresentazione televisiva della spaccatura. "È assurdo prestarsi a questa sceneggiata", ha tuonato il premier, chiedendo a Bondi di lasciare il posto al leghista Castelli.

È proprio Bocchino uno dei finiani che più fa arrabbiare il Cavaliere, che ieri infatti non l'ha invitato a palazzo Grazioli. Il vicecapogruppo del Pdl, che in questi giorni caldi si è molto esposto in tv, catalizza malumori tra i berluscones e non solo. Alessandra Mussolini, in Transatlantico, durante una pausa delle votazioni sulla caccia, non si fa problemi ad esternare la sua antipatia: "L'unico uccello a cui sparerei è quello di Italo Bocchino". Il clima nel partito è questo. Un'altra che il premier non può vedere è la finiana di ferro Giulia Bongiorno, che ha spesso frenato le iniziative più dirompenti di Niccolò Ghedini. Tanto che ora Berlusconi vorrebbe rimettere in discussione il suo posto di presidente della commissione Giustizia a Montecitorio.

La fibrillazione nel Pdl preoccupa anche gli alleati del Carroccio. Inizialmente Bossi aveva invitato il premier a ricucire con Fini, ma ieri, al telefono con Berlusconi, il leader del Carroccio si è mostrato più guardingo. "Silvio stai attento - è stato il consiglio di Bossi - perché, a questo punto, non si capisce dove vuole andare a parere". A insospettire il leader nordista ci sono state ieri anche le dimissioni di Luca Cordero di Montezemolo dalla presidenza della Fiat: "È un nuovo elemento che dobbiamo tenere in considerazione. E se Montezemolo si mette con Draghi, Fini e Casini e rifanno la Dc?". Al momento si tratta soltanto di fantasmi, ma non è un caso se, ai piani alti del Carroccio, non si escluda più un ritorno alle urne in ottobre, in maniera da portare a casa i decreti attuativi del federalismo fiscale.

Intanto il progetto cui sta dando vita Gianfranco Fini suscita curiosità anche oltre lo stretto orizzonte del mondo ex An. Un osservatore interessato è Beppe Pisanu, forzista storico e presidente dell'Antimafia: "Sì, guardo con interesse. E comunque difendo la libertà di manifestare il dissenso dentro al partito". Pisanu, che non ha firmato il documento pro-Fini e non ha aderito alla minoranza interna, anticipa quello che dirà alla Direzione: "C'è un leader che guida la coalizione e quello è il presidente del Consiglio. Noi dobbiamo sostenerlo fino alla fine della legislatura. Ma non dobbiamo nemmeno nascondere che ci sono dei problemi aperti sui quali è necessario discutere". Una "terra di mezzo" tra berlusconiani e finiani, che al momento raccoglierebbe una decina di parlamentari forzisti.

Che il momento sia difficile lo conferma una tesa conversazione, nel pomeriggio di ieri, tra il finiano Andrea Ronchi e i forzisti Cicchitto e Lupi. In un angolo appartato del Transatlantico, Cicchitto insisteva nel chiedere a Ronchi le vere ragioni del dissenso: "Bisogna che ci mettiamo con calma intorno a un tavolo e parliamo. Ma senza strappi". E Ronchi: "Non si capisce cosa vogliamo? Se vuoi chiamo Fini al telefono e te lo spiega lui stesso. A Fini gli stanno dicendo di tutto, non è tollerabile".

(21 aprile 2010)

 

 

 

 

La stagione della diaspora

di MASSIMO GIANNINI

LA diaspora finiana si è dunque compiuta. Non è una rottura che prelude a una scissione, ma neanche un'abiura che prepara una capitolazione. La nascita formale di una componente di minoranza guidata da Gianfranco Fini dentro il Pdl rappresenta comunque una svolta politica importante. Segna la fine del Popolo della Libertà come lo abbiamo conosciuto finora.

Lo "spirito del Predellino", nell'ottica del co-fondatore, non c'è più. Il partito personale si trasforma in un partito (quasi) normale.

Nella logica finiana, questa svolta sancisce l'avvio di un lunghissimo e complicatissimo processo di autonomizzazione. Personale, nei confronti dell'uomo che lo ha sdoganato nel lontano 1993. Politico, nei confronti di un centrodestra ormai a esclusiva trazione forzaleghista. Bisogna dare atto al presidente della Camera di non aver ceduto, e di aver difeso con coerenza la sua posizione, difficile e a tratti quasi insostenibile. Dentro un Pdl forgiato nel freddo di Piazza San Babila dall'"unico fondatore" (Berlusconi) e poi modellato nel fuoco della vandea nordista sui bisogni dell'"unico alleato" (Bossi), per Fini non era semplice far valere e far vivere un'idea radicalmente diversa. Un altro modo di intendere la politica in nome del bene comune. Di rappresentare la cultura di una moderna destra europea. Di convivere dentro un partito autenticamente libero, plurale, democratico.

Con la sua "corrente del Presidente", almeno Fini ci prova. Citando Ezra Pound, cioè rischiando l'osso del collo in nome di quell'"idea diversa". Qui ed ora l'operazione appare quasi temeraria. A giustificare la diaspora manca una vera pietra d'inciampo politico. Manca un "casus belli" chiaro, riconosciuto e riconoscibile (a meno di voler considerare tale, e così non è, la presenza di una poltrona in più nell'organigramma o la mancanza di una politica per il Sud). I suoi ex colonnelli, nella stragrande maggioranza, non lo seguono. E forse i suoi elettori, nella stragrande maggioranza, non lo capiscono.

Ma quella di Fini non è e non può essere una guerra lampo. Sarà piuttosto una guerra di logoramento. Come annunciano nei corridoi i cinquanta "fedelissimi" del presidente, si consumerà nei rapporti istituzionali, nelle aule parlamentari, negli organismi del partito. E questo la dice lunga su cosa sta diventando il glorioso Partito del popolo della Libertà. E su cosa diventeranno i prossimi tre anni di legislatura. Altro che le verdi vallate delle riforme. Piuttosto il Vietnam delle imboscate.

Nella logica berlusconiana, tutto questo è sufficiente per comprendere la portata "eversiva" della metamorfosi in atto. Il battesimo di una "corrente del Presidente" dentro il Pdl, nella visione cesarista del premier, è intollerabile perché incomprensibile. Lo scriveva ieri "Il Foglio" di Giuliano Ferrara (che sa di cosa parla) citando il commento di Wellington, capo di governo di Sua Maestà britannica, alla fine della sua prima riunione del gabinetto: "Non capisco. Ho dato un ordine, e tutti si sono messi a discutere". Questo deve essere lo stato d'animo del Cavaliere, di fronte alle "discussioni" alle quali vuole inchiodarlo il co-fondatore. Lui ha dato e dà i suoi ordini: che bisogno c'è di discutere?

E infatti Berlusconi non vuole discutere. Né con Fini, né con chiunque altro. Il solo interlocutore con il quale accetta il dialogo alla pari è e continuerà ad essere il Senatur, che gli porta in dote la Padania ormai nata. Per questo non farà sconti al presidente della Camera. Ignorerà le sue richieste e le sue proteste. E continuerà a indicargli il ritorno alla "casa del padre" (la vecchia Alleanza nazionale) se della nuova casa non condivide le regole e le gerarchie. Ma è proprio per questo che la diaspora che si è aperta nella coalizione, anche se non sfocerà in una scissione, non potrà mai finire. La "coabitazione" si tradurrà in un equilibrio destabilizzante. La maggioranza sarà costretta a una mediazione estenuante. Il governo sarà condannato a un galleggiamento paralizzante. I danni per il Paese saranno incalcolabili.

Fini sta chiedendo a Berlusconi di non essere più Berlusconi. Questa è la sfida impossibile del co-fondatore. Sta proponendo al fondatore del Pdl di fare il "segretario", mentre lui è sicuro di esserne il "proprietario". Il presidente della Camera affronta questa battaglia quasi a mani nude: ha molte idee, ma pochi soldati. La sua vera arma è l'anagrafe. Ma non è detto che gli basti, contro quello che i giornali di famiglia ormai definiscono "Cav. Il Sung".

(21 aprile 2010)

 

 

 

Mons. Ghedini, avv. Fisichella

Ora non è che il fatto che Berlusconi abbia o meno il permesso di fare la comunione sia decisivo per le sorti del paese. Però le parole con cui mons. Fisichella spiega il sì della Chiesa all’ostia per il Cavaliere sono divertenti assai.

L’alto prelato, già esultante per la vittoria pidielle-leghista alle elezioni regionali, spiega che "la Chiesa sui divorziati non ha affatto cambiato idea", ma segnala che "con la separazione dalla seconda moglie Veronica il Cavaliere non vive più nel peccato".

Vale a dire – è sempre Fisichella a parlare – che il premier "è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante, perché è il secondo matrimonio civile a creare problemi, visto che è solo al fedele separato e risposato che è vietato comunicarsi perché sussiste uno stato di permanenza nel peccato".

Per il diritto canonico sarà anche corretto, ma di certo è esilarante.

Tanto da surclassare perfino l’inarrivabile arringa dell’avvocato Ghedini sull’"utilizzatore finale" ai tempi dello scandalo escort.

 

 

 

 

 

Bossi jr: "Ai Mondiali

non tiferò per l'Italia"

Il figlio del leader della Lega, appena eletto consigliere regionale in Lombardia, non sosterrà gli azzurri nella difesa del titolo in Sudafrica: "Il tricolore, per me identifica un sentimento di cinquant'anni fa". Replica Gigi Riva: "Se non sta bene qui può anche andarsene, nessuno ne farà una malattia"

Bossi jr: "Ai Mondiali non tiferò per l'Italia"

Renzo Bossi

ROMA - Il rito collettivo, come avviene ogni quattro anni quando ci sono i Mondiali (facciamo due, mettiamoci anche gli Europei), sta per compiersi. Bandiera italiana alla finestra pronta per essere agitata, tutti che si fermano per tifare azzurro. Tutti? Non proprio. C'è infatti chi se ne fregherà altamente del destino della Nazionale campione del mondo in Sudafrica. Uno di questi è Renzo Bossi, il figlio del leader della Lega Umberto, che alle ultime regionali ha preso 13 mila preferenze nella provincia di Brescia, diventando il più giovane consigliere regionale eletto in Lombardia. Bossi jr, in una intervista a Vanity Fair, parla senza mezzi termini: "No, non tifo Italia. E poi bisogna intendersi su che cosa significa essere italiano. Il tricolore, per me identifica un sentimento di cinquant'anni fa". Quanto all'Italia meridionale, non la conosce per niente non essendo "mai sceso a Sud di Roma".

RIVA POLEMICO - Non si è fatta attendere la risposta di una gloria della Nazionale azzurra come Gigi Riva, attualmente team manager azzurro: "Se non sta bene può anche andarsene dall'Italia, nessuno ne farà una malattia... E' un'affermazione stupida e grave, se inizia così in politica non va molto lontano. Forse ha voluto farsi conoscere dicendo qualcosa di clamoroso, di esaltante. Ma l'Italia viene prima di lui e resterà anche dopo di lui. La Nazionale è sempre adoperata fuori luogo". Per l'ex Rombo di tuono la maglia azzurra "è l'unica cosa che ancora unisce. La politica ha toccato il fondo. Nel 2006 la vittoria mondiale e il calcio hanno salvato il Paese. Hanno dato un'immagine positiva in tutto il mondo, cosa che la politica non ha dato".

 

VELTRONI: "FRASI ASSURDE" - Duro anche Walter Veltroni: "Si fa sempre il tifo per la nazionale e il proprio paese. E' assurdo che una persona eletta pronunci queste frasi. Purtroppo non c'è da meravigliarsi visto che viene dall'esponente di un partito che continua ad insultare l'unità italiana e la sua bandiera".

RIVERA: "E CHI SE NE ACCORGERA'?" - "Renzo Bossi non tiferà per gli azzurri al Mondiali? Non vedo dove sia il problema, anche perché nessuno se ne accorgerà". Gianni Rivera commenta così le dichiarazioni di Renzo Bossi.

Per l'ex 'Golden Boy' del calcio italiano non bisognerebbe dare risalto ad un certo tipo di esternazioni. "E' un fatto che potrebbe passare inosservato. Anche io da parlamentare europeo ho parlato molte volte, ma non tutto quello che dicevo veniva riportato. Sono cose personali, il problema è che gli si va dietro".

CELLINO: "SE FOSSI IL PADRE..."- Il presidente del Cagliari Massimo Cellino liquida con una battuta l'uscita di Bossi jr sulla nazionale italiana. "Non tiferà l'Italia ai prossimi Mondiali? Per dichiarazioni così, se fossi il padre, incomincerei a preoccuparmi, Stimo Umberto, per me è un grande valore per l'Italia. Ma queste dichiarazioni del figlio... Lo dico da padre. Anch'io - confessa - sono rimasto un po' sorpreso e imbarazzato quando ho visto mio figlio all'Isola dei famosi. Ma almeno Ercole è un po' più giovane".

D'ONOFRIO: "SI MERITA UNA PERNACCHIA" - Francesco D'Onofrio, dirigente dell'Udc, risponde con Totò: "Sono rammaricato che la trota dichiari di non essere mai stata a sud di Roma: gli manca la consapevolezza essenziale del verso che il grande Totò faceva in simili casi: una lunghissima pernacchia. Questa è la risposta a tutti coloro che non tiferanno per l'Italia".

 

(20 aprile 2010)

 

 

 

 

 

 

 

2010-04-18

IL RETROSCENA

Muro del premier, Letta non media più

"Se cedi a Gianfranco poi sarà peggio"

Il Cavaliere all'alleato: "coi gruppi autonomi vai al voto da solo

Berlusconi convinto che Fini non abbia numeri significatividi FRANCESCO BEI

Muro del premier, Letta non media più "Se cedi a Gianfranco poi sarà peggio"

Silvio Berlusconi

ROMA - Se persino Gianni Letta, dopo il pranzo con Fini, è diventato pessimista, significa che la situazione si sta facendo davvero ingarbugliata. E, in certi frangenti, basta un granello di sabbia per piegare gli eventi verso un esito imprevisto. Così due sere fa, mentre Berlusconi ascoltava Cicchitto, Alfano e altri che gli spiegavano quanto quella di Fini fosse "una piccola fronda senza numeri per impensierirci", il sottosegretario è intervenuto con aria grave: "La state facendo troppo facile". E non sarà un caso allora se Letta, che in altre situazioni sarebbe già stato all'opera per mediare, fino a ieri sera non si sia fatto sentire con il presidente della Camera. Soluzioni a portata di mano infatti non ce ne sono, mentre Berlusconi, in privato, continua a dire fuoco e fiamme del "cofondatore". Quello che Letta si è limitato a raccomandare al premier è di non concedere nulla a Fini sul fronte degli organigrammi: "Dobbiamo stare attenti - è stato il consiglio - a non rafforzarlo consentendogli di creare una squadra interna al partito. Altrimenti, tra un anno, il problema si ripresenterà in forma peggiore".

Letta comunque può stare tranquillo, visto che il Cavaliere a fare concessioni non sta pensando affatto. Anzi, proprio per mettere un dito nell'occhio a Fini, ieri si è fatto accompagnare (in elicottero) al Salone del mobile e al funerale di Raimondo Vianello da Daniela Santanché. Al pranzo con gli imprenditori qualcuno ha provato a chiedergli perché avesse "rubato" a Fini tutti i colonnelli ex An, e il premier ha risposto beffardo: "Non glieli ho portati via, io non ho fatto proprio niente. Quella è gente che adesso lavora con noi perché hanno capito la differenza che c'è tra me e lui". Battute velenose, come quella sul futuro politico del presidente della Camera: "È chiaro che non ha i numeri per fare i suoi gruppi, ma se anche ci riuscisse poi dove va? È un fantasma che cammina, alle prossime elezioni andrà da solo perché è chiaro che con il Pdl non sarà mai più alleato". Inoltre, spiega Berlusconi, "in caso di rottura io necessariamente dovrei alzare tutti i ponti. Non potrei riconoscerlo come interlocutore, altrimenti il giorno dopo mi troverei in Parlamento altri 12 gruppi "autonomi". Sarebbe la fine del Pdl e del governo".

 

Uno scenario di balcanizzazione del partito che, in ogni caso, per Berlusconi non ha alcuna possibilità di realizzarsi. La riprova, secondo il premier, la si è avuta ieri con il pranzo dei senatori "finiani". Quando gli hanno portato le agenzie di stampa con le dichiarazioni dei 14 senatori che frenavano sulla costituzione del gruppo autonomo, il Cavaliere ha sorriso soddisfatto: "Cosa vi avevo detto? Alla fine saranno solo una manciata, perché un conto è firmare un documento, un altro è fare una scissione. Fini ha scoperto di essere debolissimo".

Berlusconi prepara una vendetta fredda, senza rabbia. Riceve e sta ad ascoltare i mediatori che bussano alla sua porta (nelle ultime ore Gianni Alemanno e Giorgia Meloni), ma alla fine fa di testa sua. "Capite? Mi ha chiesto di cambiare i ministri di An, adesso vuole anche la testa di Cicchitto. Parla di politica, ma pensa al potere. Chiede maggiore democrazia interna, ma i suoi mi dicono che, quando c'era An, decideva sempre tutto da solo". E comunque, "se vuole sostituire La Russa come coordinatore, ci vada lui stesso, ovviamente dimettendosi da presidente della Camera". Insomma, di una ricomposizione al momento non se ne parla. "Faccia come crede, io vivo benissimo". Si capirà solo giovedì, alla direzione, se queste schermaglie sono solo pretattica oppure se si tratta davvero dell'inizio della fine.

© Riproduzione riservata (18 aprile 2010)

 

 

 

 

MAPPE

Pdl, il partito senza terra

di ILVO DIAMANTI

C'E' LA TENDENZA - e la tentazione - di trattare il conflitto fra Berlusconi e Fini come un caso "personale". L'ultimo episodio di una lunga "guerra di successione" (come ebbe a definirla Adriano Sofri). D'altronde, in questa democrazia personalizzata, non può sorprendere che i conflitti politici abbiano retroscena personali - e viceversa. Tuttavia, gli argomenti critici espressi da Fini a sostegno della propria minaccia difficilmente possono essere considerati "personali". Perché sono politicamente fondati. E, al tempo stesso, percepiti - e condivisi - in ampi settori del Pdl con inquietudine. L'egemonia della Lega sulla coalizione. Ma soprattutto, la debolezza del Pdl e il suo squilibro territoriale crescente. Non sono invenzioni polemiche. Soprattutto oggi, dopo il voto regionale. Non a caso - e non per gusto della provocazione - Bossi ha dichiarato l'intenzione della Lega di esprimere il futuro premier, nel 2013. Fra i propri leader. Interni o di riferimento (un nome a caso: Tremonti).

La polemica sollevata da Fini, anche per questo, contribuisce a svelare quante difficoltà abbiano prodotto i risultati delle elezioni regionali nel Pdl.

Anche se la ri-conquista di 3 regioni importanti, come la Campania, il Piemonte, e il Lazio, ha indotto ad attribuire la vittoria al centrodestra, nell'insieme. E, dunque, al suo leader. Al premier. Che da sempre fanno tutt'uno. Tuttavia, il voto ai partiti ha sancito un evidente insuccesso del Pdl. Si tratta di un aspetto già osservato da altri analisti (per primo, dall'Istituto Cattaneo). Eugenio Scalfari, domenica, vi si è soffermato a lungo. Il Pdl, in valori assoluti, anche considerando la Lista Polverini in provincia di Roma, ha perso consensi, rispetto alle europee del 2009 (2.600.000) e alle regionali del 2005 (400.000). In termini percentuali, si è attestato sui valori del 2005. Cioè: il più basso della seconda Repubblica, considerando tutte le elezioni dal 1994 fino ad oggi. (Si veda, al proposito, l'articolo di Luigi Ceccarini su Repubblica. it).

 

Il buon risultato della Lega ha - in parte - compensato queste difficoltà. E le ha - in parte - acuite. Perché ha aumentato in misura rilevante il peso leghista. Nell'alleanza con il Pdl, infatti, nel 2005 la Lega rappresentava il 16% dell'elettorato, nel 2009 il 24%, oggi il 29%. Il fatto che fino al 2006 l'alleanza di centrodestra comprendesse anche l'Udc, peraltro, riduceva la forza contrattuale della Lega. (Che, anche per questo, considerava i neodemocristiani degli intrusi e dei nemici). Ma il peso assunto dalla Lega appare più evidente su base territoriale. Considerato insieme a quello del Pdl, nel 2005 l'elettorato leghista costituiva il 29%, nel Nord: oggi è salito al 47%. La crescita è ancora più evidente nelle regioni rosse del Centro (compresa l'Emilia Romagna). Dall'8% del 2005, oggi è salito al 26%. In altri termini: la Lega, per il Pdl, è un partner fedele. Ma anche necessario. E, al tempo stesso, un concorrente. (Si vedano mappe e tabelle sul risultato elettorale del Pdl nel sito di Demos), Nel Sud, la Lega non c'è, per ora. Ma il Pdl ha, comunque, incontrato difficoltà di tenuta elettorale. Certo, ha conquistato la Campania e la Calabria. In più ha strappato il Lazio. In complesso, nelle regioni meridionali, allargate al Lazio, ha recuperato 300 mila voti rispetto alle regionali del 2005, ma ne ha persi quasi un milione rispetto alle europee del 2009 e oltre due rispetto alle politiche del 2008.

Così, il Pdl continua ad apparire un partito fortemente meridionalizzato. Visto che il 41% del suo elettorato, alle recenti elezioni, proviene dalle regioni del Sud e dal Lazio. Eppure, anche in quest'area si è indebolito. Nel Sud, infatti, alle regionali ha ottenuto il 32% dei voti validi, ma alle europee del 2009 ne aveva conquistati il 42% e nel 2008 il 45%. Da ciò l'impressione che le critiche di Fini siano tutt'altro che infondate. Ma, al contrario, rivelino alcune ragioni di disagio e tensione che attraversano il Pdl. Sfidato dall'interno, più che dall'esterno. Dagli amici, più che dagli avversari. Da destra e dal centro, più che da sinistra. Nel Centro-Nord, come abbiamo già detto, è incalzato dalla Lega. Alle regionali del 2010, primo partito in 9 province, alle europee del 2009 in 6. Nel 2005 in nessuna. Mentre il Pdl nel 2005 era primo partito in 25 province, nel 2009 in 32. Oggi in 20. La concorrenza della Lega, peraltro, rimette in discussione l'accesso alle risorse e ai centri di potere. Nelle istituzioni, nel credito, nella finanza (come ha puntualmente mostrato Tito Boeri, su questo giornale).

Nel Sud, invece, il Pdl deve fare i conti con il malessere dei gruppi politici e di interesse a cui fa riferimento. Insoddisfatti e preoccupati, per il conflitto distributivo con gli "alleati" del Nord. Frustrati dall'asimmetria fra peso elettorale e politico. Dal contrasto fra un partito centromeridionale e un governo nordista. Queste tensioni hanno già prodotto strappi vistosi. Soprattutto in Sicilia, dove Raffaele Lombardo, leader del Mpa e presidente della Regione, agisce in aperto contrasto con il governo e il centrodestra. Dove Micciché e altri leader del Pdl parlano di costituire un Partito del Sud. Nel Mezzogiorno, il Pdl deve, inoltre, fare i conti con l'Udc, che ha ottenuto successi significativi. Ha, infatti, "conquistato" 15 comuni tra i 29 (a scadenza naturale) dove si è votato nelle scorse settimane. Partecipando a coalizioni per metà di centrosinistra e per metà di centrodestra.

Più che dal centrosinistra e dal Pd, quindi, l'opposizione alla maggioranza viene dalla maggioranza. L'opposizione al Pdl dal Pdl. Dalla sua - contraddittoria - presenza nella società e nel territorio. Dove appare poco radicato. Stressato da una fusione - tra Fi e An - mai del tutto compiuta, soprattutto a livello periferico. Frammentato in gruppi locali e particolaristici. Incalzato dalla compattezza della Lega. Disorientato - più che da Fini - dall'incertezza sui fini comuni e condivisi. Per comprendere le difficoltà e i conflitti nel Pdl, allora, conviene non concentrarsi solo sui gruppi parlamentari, sui dirigenti nazionali di partito, sui luoghi della "politica dell'audience". Meglio spostare lo sguardo anche sul territorio. Dove si rischia di capire il significato della sfida di Fini a Berlusconi meglio che in un talk-show.

© Riproduzione riservata

(18 aprile 2010)

 

 

 

LA LETTERA

Caro Saviano, non è una censura

mio padre può anche criticare

Dopo la lettera aperta dello scrittore, seguìta agli attacchi del presidetne del Consiglio, Marina Berlusconi scrive al nostro giornale. Perché è presidente del Gruppo Mondadori. E perché "il diritto di esprimere il proprio pensiero, di approvare o dissentire, non può valere per alcuni e non per altri"di MARINA BERLUSCONI

Caro Saviano, non è una censura mio padre può anche criticare

Marina Berlusconi

GENTILE direttore, la lettera di Roberto Saviano sulla Repubblica di ieri, in replica ad alcuni giudizi di mio padre sul "supporto promozionale" che serie tv come "La piovra" e libri come "Gomorra" fornirebbero alle mafie, mi impone una risposta. Innanzitutto perché mi ha profondamente colpito la reazione di Saviano di fronte a quella che era né più né meno che una critica. Una critica che può anche non essere condivisa, ma che, come tutte le opinioni, è più che legittima. E quando dico "tutte le opinioni" intendo davvero tutte, comprese quelle, piaccia o non piaccia, del presidente del Consiglio.

Voglio anticipare subito che è una critica con la quale concordo. Credo che nessuno si sogni nemmeno lontanamente di pensare che sulle mafie si debba tacere. Al contrario. Sappiamo tutti quanto abbia pesato e pesi l'omertà nella lotta alla criminalità organizzata e quanto sia importante rompere il muro del silenzio. Ma certo una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più efficace per l'immagine del nostro Paese. Saviano scrive che l'Italia ha la migliore legislazione antimafia del mondo, ma da cittadina italiana penso che tutti dovremmo essere fieri anche del fatto che il governo guidato da mio padre ha ottenuto sul fronte della lotta alle mafie risultati clamorosi, forse mai raggiunti prima. E questo non lo dico io, lo dicono i fatti, gli arresti, i sequestri di patrimoni sporchi. "Quando c'è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l'allarme"? si chiede retoricamente Saviano su Repubblica. A me pare che il governo non solo non lasci fuggire nessuno, ma si applichi anzi ad un'altra attività non secondaria: quella di spegnerle, le fiamme. Parlare di più anche di questi successi sicuramente aiuterebbe a cancellare quella assurda equazione che troppo spesso viene applicata all'estero: Italia uguale mafia.

 

Personalmente, la penso così. E questo, è ovvio, poco importa. Ma sono anche presidente del gruppo Mondadori, che Saviano tira ampiamente in ballo. E lo fa in un modo su cui non posso tacere. La Mondadori fa capo alla mia famiglia da vent'anni. In questi venti anni abbiamo sempre assicurato, com'è giusto e doveroso, secondo il nostro modo di intendere il ruolo dell'editore, il più assoluto rispetto delle opinioni di tutti gli autori e della loro libertà d'espressione. A cominciare, in una collaborazione che mi è parsa reciprocamente proficua, da Roberto Saviano. Il quale ce ne dà atto, scrivendo di aver sempre pensato che la Mondadori "avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse". Salvo poi aggiungere che dopo le parole di mio padre "non so se sarà più così". E perché? Che cosa è cambiato? Silvio Berlusconi non può permettersi di criticare un'opera edita dalla Mondadori, la quale naturalmente continua ad avere la più totale e piena libertà di fare le scelte editoriali che ritiene più opportune? Questo non è forse un bell'esempio di dialettica democratica? Mi pare che Saviano non riesca a distinguere tra una libera e legittima critica e una censura. Ma in questo modo è lui stesso ad applicare una censura, non riconoscendo al presidente del Consiglio il diritto di criticare. E forse sottovaluta, e non di poco, l'autonomia di pensiero e di azione di quanti lavorano in Mondadori. Un'azienda nella quale ognuno, a cominciare dagli azionisti e dall'editore, la pensa come vuole. Un'azienda nella quale le scelte non sono guidate da valutazioni politiche ma da criteri esclusivamente editoriali e professionali.

Il gruppo Mondadori ha garantito a Saviano e a tutti gli altri suoi autori la massima libertà di espressione. Lo ha sempre fatto e continuerà a farlo. Perché, da editori liberali quali siamo, consideriamo la libertà il valore supremo. Ma allo stesso tempo riteniamo che il diritto di esprimere il proprio pensiero, di approvare o di dissentire, non possa valere per alcuni e non per altri. Rivendico quindi anche per me questa libertà. Quando sentirò di dover formulare una critica, nemmeno io starò zitta. Mi pare un po' eccessivo prometterlo o addirittura giurarlo. Ma ci tengo a dirlo. E, sempre che mi sia consentito, anch'io, come Saviano, ad alta voce.

l'autore è presidente

della Mondadori spa

© Riproduzione riservata

(17 aprile 2010)

 

 

 

 

LO SCRITTORE

Il mio dovere

è difendere la libertà

Roberto Saviano replica alla lettera di Marina Berlusconi dopo gli attacchi del presidente del Consiglio. "Dal capo del governo non una critica ma parola finalizzate a intimidire chiunque scriva di mafie e capitali mafiosi"di ROBERTO SAVIANO

Il mio dovere è difendere la libertà

Roberto Saviano

Ho LETTO la lettera del presidente della Mondadori Marina Berlusconi e colgo occasione per precisare alcune questioni. Il capo del governo Berlusconi non ha espresso parole di critica. Critica significa entrare nel merito di una valutazione, di un dato, di una riflessione. Nelle sue parole c'era una condanna non ad una analisi o a un dato ma allo stesso atto di scrivere sulla mafia. Il rischio di quelle parole, ribadisco, è che ci sia un generico e preoccupante tentativo di far passare l'idea che chiunque scriva di mafia fiancheggi la mafia. Come se si dicesse che i libri di oncologia diffondono il cancro. Facendo così si avvantaggia solo la morte.

Non capisco a cosa si riferisce quando la presidente Berlusconi dice: "Sappiamo tutti quanto abbia pesato e pesi l'omertà nella lotta alla criminalità organizzata... ma certo una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più efficace per l'immagine del nostro Paese". In Gomorra sono raccontate anche le storie di coloro che hanno resistito alle mafie, un intero capitolo dedicato a Don Peppe Diana, c'è il racconto di una Italia che resiste e contrasta l'impero della criminalità. Quale sarebbe il senso unico? Ho anche più volte detto e scritto, che l'azione antimafia del governo c'è stata ed è stata importante, ricordando però al contempo che siamo ben lontani dall'annientare le organizzazioni, siamo solo all'inizio poiché le strutture economiche e politiche dei clan che continuano ad essere intatte.

Ecco perché alla luce di quanto scrivo ho trovato le parole del capo del governo finalizzate a intimidire chiunque scriva di mafie e di capitali mafiosi. Ho io stesso visto e conosciuto la libertà della casa editrice Mondadori. Ci mancherebbe che uno scrittore non fosse libero nella sua professione. Una libertà esiste però solo se viene difesa, raccolta, costruita nell'agire quotidiano da tutti coloro che lavorano e vivono in una azienda. Ed è infatti proprio a questi che mi sono rivolto ed è da loro che mi aspetto come ho già scritto una presa di posizione in merito alla possibilità di continuare a scrivere liberamente nonostante queste dichiarazioni.

 

Non può che stupire però che un editore non critichi ma bensì attacchi lo stesso prodotto che manda sul mercato, e lo attacchi su un terreno così sensibile e decisivo come quello della cultura della lotta alla criminalità organizzata. Sono molte le persone in Italia che per il loro impegno nel raccontare pagano un prezzo altissimo non è possibile liquidarle considerando la loro azione "promotrice" del potere mafioso. Una dichiarazione del genere annienta ogni capacità di resistenza e coraggio. E questo da intellettuale non è possibile ignorarlo e da cittadino non posso ascrivere una dichiarazione del genere alla dialettica democratica. È solo una dichiarazione pericolosa che andrebbe immediatamente rettificata.

©2010 Roberto Saviano/ Agenzia Santachiara

© Riproduzione riservata

(17 aprile 2010)

 

2010-04-17

L'EDITORIALE

Che cosa farà Fini

quando sarà grande

di EUGENIO SCALFARI

Che cosa farà Fini quando sarà grande

Gianfranco Fini

CHE COSA farà da grande Gianfranco Fini? È ancora un possibile delfino di Silvio Berlusconi? Oppure uno dei suoi competitori? Un uomo di destra? Oppure un liberale? Rilevante o irrilevante? Questo gruppo di domande sollecita risposte alcune delle quali possono essere date fin d'ora, ma altre si vedranno col tempo perché lo stesso Fini oggi non saprebbe darle, neppure dopo aver inghiottito il siero della verità. La prima risposta certa è questa: non è mai stato il delfino di Berlusconi e mai lo sarà e la ragione è semplice: Berlusconi non vuole delfini. Non soltanto perché non se ne fida, ma perché non c'è nessuno come lui nel panorama politico italiano. Lui è un'anomalia assoluta, un fantastico imbonitore, capace di indossare qualunque maschera e di compiere qualunque bassezza che gli convenga.

Quando sarà arrivato al culmine del percorso che si è prefisso, non avrà altri pensieri che godersi la felicità d'aver gustato e posseduto tutto: il potere, la ricchezza, l'ubiquità, l'immunità. Che cos'altro può desiderare chi ha il culto di se stesso come obiettivo supremo da realizzare? Perciò nessun delfino, nessun successore designato. "Dopo di me il diluvio, che io comunque non vedrò". Perciò Fini non ha nessun avvenire dentro il Pdl dove i suoi colonnelli d'un tempo l'hanno già tradito e i suoi marescialli di campo che stanno ancora con lui finiranno con l'abbandonarlo anche loro se il percorso da lui intrapreso sarà troppo lungo e troppo accidentato.

Salvo forse Giulia Bongiorno e un Dalla Vedova e pochi altri che privilegiano le convinzioni agli interessi. La Polverini l'ha mollato il giorno stesso in cui fu eletta alla Regione; Alemanno è sulla soglia, Ronchi appena un passo indietro. Il presidente della Camera, a questo punto del suo percorso, ha assunto l'immagine d'un liberale, anzi d'un liberal-democratico, attento ai diritti e ai doveri e alla legalità. Allo Stato di diritto. Di qui il suo accordo con Napolitano. Quale avvenire politico può avere un uomo che ha scelto questa strada e questa immagine in un partito come il Pdl? Nessuno. E fuori dal Pdl? Fini è ancora rilevante perché potrebbe mettere in crisi il governo, ma nella canna del suo fucile ha soltanto quella cartuccia. Sparata quella non ne avrebbe più nessun'altra e la partita passerebbe in altre mani. A questo punto il suo futuro si potrà realizzare soltanto nelle istituzioni e non nella politica. È e potrà continuare ad essere un buon presidente della Camera o del futuro Senato federale o addirittura aspirare al Quirinale.

 

Non è poi un brutto avvenire anche se non è affatto facile; presuppone molta intelligenza, molta correttezza e coerenza di comportamenti ed anche un'Italia assai diversa da quella berlusconiana. Fargli gli auguri oggi significa perciò farli a tutti quelli che in un'Italia berlusconiana si trovano decisamente male. Nel breve termine può darsi che Fini giovedì prossimo formalizzi la sua rottura con Berlusconi o accetti un provvisorio armistizio per guadagnar tempo; ma la sostanza delle cose non cambierà e i voti dei quali dispone in Parlamento si faranno comunque sentire in qualche passaggio essenziale.

* * *

L'altro protagonista è la Lega. Molto più rilevante di Fini perché ha dietro di sé milioni di voti e controlla la parte più ricca e più produttiva del Paese. Bisogna capir bene quale è il rapporto della Lega con il Pdl con il quale è alleata e il suo rapporto con Berlusconi. Può sembrare che si tratti della stessa cosa, invece non è così. L'alleato della Lega non è il Pdl ma Berlusconi in prima persona. La Lega non lascerà mai Berlusconi perché è lui il suo amplificatore su scala nazionale e anche nel Nord leghista. La Lega non ha nessun uomo che possieda le capacità demagogiche di Berlusconi; Bossi è un'icona ma non ha carisma. La Lega perciò ha bisogno di Berlusconi almeno quanto Berlusconi ha bisogno della Lega. Il Pdl dal canto suo senza Berlusconi non esisterebbe. La figura geometrica che illustra questo trinomio è dunque quella d'un triangolo rovesciato; nei due angoli superiori ci sono Berlusconi e la Lega, nell'angolo inferiore c'è il Pdl. Due padroni e un sottopadrone. Fini si ribella proprio a questa geometria ma non ha la forza per disfarla anche perché il cemento che sostiene l'intera costruzione è nelle mani di Giulio Tremonti.

* * *

Guardate ora alla questione delle banche del Nord. E' stata esaminata con attenzione su vari giornali. Ne ha parlato più volte "24 Ore" con apprezzabile preoccupazione. Sulle nostre pagine sono intervenuti Massimo Riva e Tito Boeri mettendone in rilievo aspetti importanti e inquietanti ai quali ne aggiungerò uno che mi sembra il principale: la Lega vuole instaurare una sorta di autarchia finanziaria e bancaria nordista. Il senso della banca territoriale è questo. Se riescono in questo intento sarà una catastrofe per l'intero sistema economico italiano.

Bossi è stato assai esplicito e preciso su questa questione capitale. Ha detto: "La gente ci chiede di prenderci le banche e noi le prenderemo". Infatti le prenderanno passando attraverso le Fondazioni bancarie e insediando persone fidate nei consigli e nei vertici delle banche. Fidate per la Lega e per Tremonti, due ganasce della stessa tenaglia. Ma perché la gente fa quella richiesta a Bossi? Quale gente?

La Padania è un tessuto di medie, piccole e piccolissime imprese; le grandi e le grandissime si contano ormai sulle dita di una sola mano, anzi su un solo dito. Le banche e le Casse di risparmio hanno in quel tessuto la loro clientela naturale per una parte dei depositi raccolti e degli impieghi erogati. Ma soltanto una parte. Se sono banche di grandi dimensioni i loro sportelli di raccolta sono su tutto il territorio nazionale e i loro impieghi e intermediazioni sono ovunque in Europa. Ma "la gente" di Bossi e il messaggio leghista vogliono che il grosso degli impieghi rimanga su quel territorio anche se si tratta di impieghi non garantiti e concessi a condizioni di favore.

La territorialità bancaria nella visione leghista ha questo significato: raccolta di depositi ovunque, impieghi prevalentemente nel Nord. Questa è l'autarchia finanziaria leghista. Con altre parole questa è la politicizzazione del credito. Nella famigerata Prima Repubblica, un concetto del genere non era neppure pensabile. Ai tempi di Menichella, di Carli, di Baffi, di Ciampi, di Mattioli, di Cingano, di Siglienti, di Rondelli, una concezione del genere equivaleva ad una bestemmia.

Il credito è una linfa che circola in tutto l'organismo e affluisce là dove c'è bisogno ed è il mercato a stabilire la sua locazione ottimale. Perciò suscita preoccupato stupore vedere il sindaco di Torino che discetta sulla maggiore o minore "torinesità" dei dirigenti di Banca Intesa e i presidenti leghisti del Piemonte e del Veneto occuparsi della dirigenza di Unicredit, nel mentre il ministro dell'Economia si adopera per la creazione della Banca del Sud e consolida i suoi rapporti con le Generali.

La conclusione sarà l'isolamento del sistema bancario italiano dal sistema internazionale. Un'aberrazione che basterebbe da sola a squalificare un intero sistema politico. Ho scritto domenica scorsa che la Lega somiglia per molti aspetti ad una Vandea. Questo delle banche è un elemento qualificante di una concezione vandeana dell'economia. Anche la Chiesa di papa Ratzinger sta assumendo aspetti vandeani e per questo è aumentata la sua attenzione (ricambiata) verso la Lega. Ma qui il discorso è più complesso e ne parleremo una prossima volta.

* * *

Mentre questi fatti accadevano nell'area del centrodestra si è riunita ieri la direzione del Pd dando luogo ad un lungo dibattito privo tuttavia di apprezzabili novità e di concrete proposte. Il Pd è in attesa con le armi al piede, si direbbe in gergo militare. Nell'aria aleggia però una domanda: in tempi ormai remoti i due grandi partiti nazionali della Prima Repubblica avevano un invidiabile radicamento nel territorio. Come mai gli eredi di quelle due tradizioni politiche non sono riusciti a coniugare la concezione nazionale del partito e il suo radicamento territoriale?

La ragione è molto semplice e la storia ce la racconta. La Dc era radicata nelle parrocchie, nelle associazioni cattoliche, negli oratori, nelle cooperative bianche. Il Pci ricavava invece quel radicamento dal fatto che i comunisti erano licenziati dalle fabbriche o mandati nei reparti di confino. Occupavano le terre insieme ai contadini, morivano sotto il piombo dei mafiosi insieme agli operai scioperanti nelle zolfare siciliane e nelle cave calabresi. Leggete "Le parole sono pietre" di Carlo Levi e saprete come e perché i comunisti erano radicati sul territorio.

Il radicamento sul territorio non dipende dal numero dei circoli o delle sezioni. Dipende dalla condivisione della vita dei dirigenti con quella del popolo che li segue. Se quella condivisione non c'è e al suo posto c'è separatezza, il contenitore è una scatola vuota e il gruppo dirigente galleggia appunto nel vuoto. Non è questione di età, di giovani o vecchi, di donne o di uomini, di settentrionali o di meridionali, di colti o meno colti. È questione di creare una comunità e viverla come tale. La dirigenza del Pci era fatta di intellettuali che vivevano come proletari e in mezzo ai proletari. Se non c'è comunità, se non si sa suscitarla, non ci sono partiti ma gusci vuoti in balia della corrente. Anzi delle correnti. Questo è il problema del Pd. Mancano i don Milani e i Di Vittorio d'un tempo. Se risuscitassero sotto nuove spoglie molte cose cambierebbero in quest'Italia di maschere e di generali senza soldati.

© Riproduzione riservata

(17 aprile 2010)

 

 

 

 

Berlusconi: "Il governo resisterà

Su riforme costituzionali sentiremo tutti"

Al Salone del Mobile il premier scherza sui contrasti con Fini: "Gli ho fatto la corte"

Riunione di 14 senatori finiani: "Basta attacchi al presidente della Camera"

Berlusconi: "Il governo resisterà Su riforme costituzionali sentiremo tutti"

Silvio Berlusconi

MILANO - "La maggioranza resisterà e il governo durerà". Silvio Berlusconi è ottimista e distensivo sulle sorti del partito creato due anni fa con quel Gianfranco Fini al quale, dice, "ho fatto la corte" e che "conosco da 15 anni". Certo, "adesso non andiamo d'accordo" ma quello che accade nella maggioranza sono "fatti superabili". Il premier lo dice a Milano, parlando agli imprenditori del settore del mobile. E arriva persino a dire che "anche se non ci compatteremo, non ci saranno problemi per la maggioranza". Una disponibilità che arriva nel giorno in cui, dal versante finiano, i senatori più vicini alle posizioni del presidente della Camera si riuniscono in un ristorante della capitale e mettono nero su bianco la loro contrarietà a elezioni e scissioni, ma pretendono rispetto per il cofondatore del partito, le cui posizioni devono essere discusse nella direzione fissata per il 22.

Berlusconi si è poi soffermato sulle riforme istituzionali, ribadendo che "la riforma costituzionale è qualcosa a cui vale la pena di lavorare". E rasserena: "Sentiremo tutti", cercando "l'assenso di un'opposizione responsabile, se l'opposizione diventerà responsabile". Da superare, secondo il premier, anche alcune delle prerogative del presidente della Repubblica, anche se questo, ha tenuto a precisare, non implica "alcuna critica nei confronti dell'ottimo capo dello Stato". Dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, una risposta cauta: "Aspettiamo domani" per vedere nei fatti le proposte della maggioranza.

Sul versante interno del Pdl, è il giorno della riflessione volta a sdrammatizzare. Il sindaco di Roma Alemanno assicura che "la rottura tra Fini e Berlusconi non si concretizzerà" e il problema è "fare un confronto sulle tesi politiche, trovare una soluzione che renda possibile avere un partito forte che dia una casa a tutte le anime". I senatori finiani respingono nel frattempo come "incomprensibili" ipotesi di scissioni o di elezioni anticipate, mentre auspicano una "fase più incisiva dell'azione del governo". A farsi portavoce dell'esito dei colloqui è il senatore Andrea Augello che evidenzia la "solidarietà incondizionata al presidente Fini per gli inaccettabili toni astiosi" utilizzati, soprattutto da organi di stampa, da parte di chi "pensa di fare politica come se fosse a una partita di calcio". Il vicepresidente dei deputati Italo Bocchino chiede una "svolta" sui temi economico-sociali, un piano per il Sud che funzioni concretamente e occorre ridiscutere il rapporto preferenziale del presidente del Consiglio con la Lega. "E' del tutto errata la lettura di chi scorge dietro l'iniziativa di Fini una richiesta di nuove e più poltrone all'interno del governo o di un nuovo assetto del partito che, ricordiamolo, Fini ha co-fondato. Quello che noi chiediamo è innanzitutto una svolta sulle questioni economiche e sociali".

 

La lettura dei fatti da parte di Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, capogruppo e vice di coloro che si sono riuniti nel centro di Roma, è che il documento scaturito dalla riunione "rappresenta un implicito invito all'unità dei gruppi parlamentari". La richiesta di approfondimento delle questioni politiche che vengono sollevate "troverà senz'altro risposta nel solco di quel confronto che il gruppo del Pdl al Senato ha sempre garantito". Gasparri e Quagliariello colgono il documento come "positivo contributo alla neutralizzazione dell'ipotesi di una divisione innaturale". Resta Fabio Granata, alla Camera, ad avvertire che "il brand del nostro gruppo, se verrà alla luce, sarà Pdl Italia. Per quanto ci riguarda abbiamo detto che non si tocca la maggioranza e neanche il governo. Quindi nessun rimpasto né ritiro dei ministri".

(17 aprile 2010) Tutti gli articoli di Politica

 

 

 

MAFIA

Libertà e Giustizia con Saviano

"Orrore per le parole del premier"

L'associazione ha chiesto alle Camere di far convocare Berlusconi, perché spieghi le proprie dichiarazioni. A fianco dello scrittore si schiera anche il Pd, da Rosy Bindi a Dario Franceschini

Libertà e Giustizia con Saviano "Orrore per le parole del premier"

Lo scrittore Roberto Saviano

ROMA - "Profonda riconoscenza" per il lavoro che svolge, sfidando la criminalità organizzata e "i suoi complici in colletto bianco". E' Libertà e Giustizia che si schiera al fianco di Roberto Saviano dopo le parole di Berlusconi su Gomorra e La Piovra. Insieme alla richiesta alle Camere di far convocare il premier per spiegare le proprie dichiarazioni. Con Saviano si schiera anche il Pd. La presidente del partito Rosy Bindi ha aperto infatti i lavori della direzione del partito ricordando proprio lo scrittore, "vittima di gravi attacchi del premier".

Contro l'attacco di Berlusconi si è espresso anche Dario Franceschini: "L'attacco di Berlusconi a Saviano è disgustoso e parla molto più di mille altre cose. Noi siamo con Roberto, senza esitazioni e fino in fondo", ha scritto su Twitter, commentando le parole di ieri del presidente del Consiglio.

Così Libertà e Giustizia scrive per esprimere la sua solidarietà "a Roberto Saviano la profonda riconoscenza per il lavoro civile che continua a compiere, sfidando le minacce della criminalità organizzata e dei complici in "colletto bianco" che da sempre la sostengono con parole, silenzi, comportamenti, ispirando e gestendo la sciagurata politica di distruzione di anime, vite, risorse del territorio e dell'ambiente".

L'associazione esprime orrore per le dichiarazioni di Silvio Berlusconi su Gomorra, chiede al presidente del Consiglio se quando parla è cosciente del carattere di incitamento che possono avere le sue parole". E proprio per quersto ritiene che le forze politiche che in Parlamento "non condividono le dichiarazioni di Berlusconi, pretendano che si presenti alle Camere per spiegare la sua esternazione e per dare il sostegno esplicito del governo a un italiano che tiene alti i valori di quell'Italia civile e coraggiosa che si batte per il riscatto delle terre abbandonate al predominio delle mafie più spietate e sanguinose".

(17 aprile 2010) Tutti gli articoli di Politica

 

 

 

 

Bersani: "Un patto repubblicano

contro derive popoliste"

D'Alema replica alle critiche di Franceschini sulla proposta di un eventuale dialogo con Fini: "Una scemenza dire che vorrei fare il governo con lui. Ma non vorrei che lo rimproverassimo in nome del bipolarismo di dar fastidio a Berlusconi"

Bersani: "Un patto repubblicano contro derive popoliste"

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani

ROMA - Il Pd è pronto a dare vita ad un "patto repubblicano" contro eventuali forzature "populiste e plebiscitarie" in materia di riforme. Il segretario Bersani lo ha detto aprendo i lavori della direzione del partito. Le riforme, secondo Bersani, vanno fatte "nel solco costituzionale".

Poi chiede al partito di "mettersi subito al lavoro sul progetto per l'Italia". "Il futuro è una sfida: mettiamoci all'altezza di questa sfida. Serve un progetto per l'Italia, un'agenda che ci porti a fare emergere la nostra visione del Paese". Per il segretario Pd servono innanzitutto pochi punti programmatici: lavoro inteso come lavoro delle nuove generazioni, fisco, educazione e cioè scuola e università, istituzioni, giustizia e informazione". "Lavoriamo per l'Italia e lavoreremo per noi. Dobbiamo - esorta - trasmettere positività".

In particolare, per quanto riguarda il fisco, la riforma va fatta subito e non dopo l'introduzione del federalismo, ha affermato Bersani, precisando che il tema del fisco "è il luogo del tradimento della destra verso gli italiani". Inoltre "la riforma del fisco non può essere rinviata a dopo il federalismo" come invece afferma il governo.

Il segretario del Pd ha anche affrontato il tema della compatibilità finanziaria di una riforma: "Il primo obiettivo - ha spiegato - è la fedeltà fiscale" in modo tale che "ogni euro in più che deriva dalla lotta alla evasione si trasformi in un euro in meno di tasse".

Fini: polemica Franceschini-D'Alema. E' polemica tra Massimo D'Alema e Dario Franceschini sulla possibilità di un dialogo tra il Pd e Gianfranco Fini. "Non dobbiamo fare un torto a Fini per coinvolgerlo in scenari confusi mentre sta facendo una battaglia per una destra normale", ha detto Franceschini nel suo intervento alla direzione del Pd, prendendo le distanze da quanto detto ieri da Massimo D'Alema ad una iniziativa in cui era presente lo stesso capogruppo democratico.

D'Alema ha replicato definindo "una scemenza dire che vorrei fare un governo con Fini". Il presidente di Italianieuropei è tornato a spiegare il suo ragionamento: "Non voglio fare il difensore di Fini che non ha bisogno di essere difeso da nessuno. Ma non vorrei che, nel nome del bipolarismo, lo rimproverassimo di dar fastidio a Berlusconi. Mi sembrerebbe uno zelo eccessivo".

(17 aprile 2010) Tutti gli articoli di Politica

 

 

2010-04-16

CENTRODESTRA

Berlusconi, appello a Fini: "Avanti insieme

Ma se fai i gruppi, scissione inevitabile"

Nell'Ufficio di presidenza deI Pdl il Cavaliere, prima attacca il cofondatore del partito

Poi nega la dipendenza della Lega, infine tenta la mozione degli affetti e promette il congresso

Berlusconi, appello a Fini: "Avanti insieme Ma se fai i gruppi, scissione inevitabile"

ROMA - Prima toni duri, quasi sprezzanti e la sensazione che i margini per ricucire con Fini siano molto risicati: "Se vuoi andare, vai". Poi, in serata, alla fine dell'ufficio di presidenza, Silvio Berlusconi cambia strada. Parole e accenti diventano quasi un commosso appello. Il Cavaliere mette da parte invettive e minacce e prova con la mozione degli affetti: "Invito Fini a desistere dai gruppi autonomi e a continuare insieme la nostra avventura... Sono certo che le incomprensioni saranno superate". Sul piatto, il Cavaliere mette la promessa di un congresso straordinario tra un anno e mezzo.

Ma lo stesso Berlusconi non deve essere certo di una chiusura positiva perché, proseguendo il suo discorso di chiusura del vertice Pdl, ridisegna anche scenari più cupi: "Mi aspetto una risposta positiva da Fini, ma se fa i gruppi la scissione è inevitabile". E il premier ricorda due cose che piacciono pochissimo al suo interlocutore: lo spauracchio di elezioni anticipate ("Noi vogliamo evitarle, ma...") e la minaccia che già ieri aveva tirato fuori e che era poi stata smentita dai suoi: "Se fa dei gruppi suoi, non può continuare ad essere il presidente della Camera".

Insomma, una giornata di passione nel Pdl. Difficile ipotizzare come andrà a finire. Come ha detto La Russa, c'è tempo fino a martedì. Adesso, le carte sono quasi tutte sul tavolo. Berlusconi promette un accordo forte per superare le incomprensioni anche se (a parte il congresso e l'affermazione un po' apodittica che il Pdl non è condizionato dalla Lega Nord) non ha spiegato come intende sostanziare la promessa. La palla, dunque, è a Fini che potrebbe andare a vedere e prender per buone le promesse (già accaduto altre volte senza molti risultati) oppure decidere che le assicurazioni del premier non sono sufficienti e mancano di chiarezza. In questo caso, la formazione dei nuovi gruppi sarebbe quasi inevitabile. Il Cavaliere, è chiaro, non la prenderebbe bene. Elezioni anticipate e scissione nel Pdl diventerebbero scenari probabili.

 

La giornata in altalena. Il premier, in mattinata, minimizza: "Sono piccoli problemi interni ad una forza politica". Poi, nella prima parte della riunione dell'ufficio di presidenza del Pdl (Fini ha fatto sapere di aver apprezzato la convocazione del gruppo dirigente del partito) , respinge tutte le critiche di Fini sull'egemonia della Lega e taglia corto: "Ho provato a dissuaderlo, ma Fini vuole fare i gruppi autonomi. Se vuole farlo se ne assume la responsabilità". E ancora: "La verità è che alla base di tutto non c'è un problema politico". Frasi lontanissime da ogni volontà di chiarimento. Al punto che anche Umberto Bossi si dice preoccupato: "Non ho certezze, ma temo che la cosa non si rimetterà a posto. In caso di rottura ci sono le elezioni". E a questo proposto il presidente del Senato Renato Schifani torna a ripetere che, in caso di crisi, bisognerebbe tornare al voto. E lo fa nonostante queste sue parole abbiano già creato imbarazzo con il Colle (a cui spetta la decisione in caso di crisi di governo). "Rispetto il Quirinale ma resto della mia idea - dice Schifani che potrebbe partecipare alla direzione di martedì - La creazione di gruppi autonomi creerebbe fibrillazione ed una divisione del progetto di maggioranza". Più tardi, prima dell'ultimo discorso di Berlusconi, il ministro della Difesa Ignazio La Russa comunica che il premier "ha voluto illustrare all'ufficio di presidenza il colloquio avuto ieri con Fini, ma non era prevista oggi nessuna conclusione o reazione da parte dell'ufficio di presidenza" perché "le opinioni stanno venendo, ci si ferma, come detto c'è tempo fino a lunedì o martedì".

Berlusconi non arretra. Durante l'ufficio di presidenza, Berlusconi è intervenuto più volte rispondendo un po' a tutti. Questo, in sintesi, il suo ragionamento riferito da chi c'era: "Io non mi riconosco in nessuna accusa. I progetti di riforma non sono nati certamente in una riunione conviviale con la Lega. Di riforme si è discusso nell'ufficio di presidenza". Ed ancora: "Non sono affatto succube delle posizioni di Bossi. Io certamente non mi sono defilato, anzi al contrario di altri ho fatto campagna elettorale. Fini non si riconosce più in La Russa e Gasparri? E allora significa che non è più titolare della quota del 30% che spetta ad An. Se vuole occuparsi del partito lo può fare, c'è il posto di La Russa...". Il premier avrebbe ribadito che "i problemi che evoca Fini non esistono e che Fini che non vuole contarsi negli organi democratici così come succede in ogni partito. La minoranza dovrebbe accettare ciò che viene deciso. Se poi vuole fare l'anti Berlusconi, allora buona fortuna. Vuole fare gruppi autonomi? Chiaramente questa è una scissione". Parole che l'ufficio stampa del Pdl prova a smorzare: "Berlusconi ha raccontato in modo asettico l'incontro di ieri e poi ha aperto la discussione all'interno dell'ufficio politico".

I finiani si organizzano. Una ventina di senatori vicini al presidente della Camera si incontreranno domani a pranzo per fare il punto sulla situazione del Pdl anche in vista della direzione di giovedì prossimo del partito e della riunione dei parlamentari ex An alla Camera martedì prossimo con Fini. All'ordine del giorno l'ipotesi di gruppi autonomi dell'area in Parlamento.

Bersani. Le tensioni tra Berlusconi e Fini dipendono dal fatto che il premier, nel famoso "predellino", abbia fatto "un patto con Bossi e non con Fini" dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Per quanto riguarda le ipotesi future, per Bersani "parlare di elezioni anticipate è una pazzi", ma "pensare di andare avanti così è un'illusione, non è possibile perchè il sistema politico non regge".

Il Secolo con Fini. Questa mattina Il Secolo d'Italia si è schierato con il presidente della Camera. Il pensiero del quotidiano è affidato comunque all'editoriale di prima pagina della direttrice Flavia Perina ("Ora si gioca a carte scoperte"). "Non è solo la partita delle riforme, non è solo il rapporto con la Lega, il Sud, lo sviluppo, il diritto al dibattito interno, l'irritazione per certe esibizioni cesariste. Non è più - aggiunge la Perina - la tanto celebrata differenza antropologica tra il tycoon che si è fatto premier e l'ex-ragazzo di Bologna che fa politica dall'adolescenza. Nel gioco a carte scoperte che ieri si è aperto nel Pdl, dopo un anno di schermaglie e mezze verità, c'è un elemento poco valutato dei media e che invece conta moltissimo: la sensazione che senza un atto di 'rupture', di autentica discontinuità nel modus operandi del partito e della maggioranza, i prossimi tre anni possano segnare la fine della storia della destra italiana, sostituita da un generico sloganismo e dall'ottimismo dei desideri in luogo dell'antico ottimismo della volontà". Anche l'Avvenire commenta lo scontro tra Berlusconi e Fini. "Comunque vada a finire - si legge sul quotidiano dei vescovi - è chiaro che la navigazione nell'ultima fase della legislatura, che appariva abbastanza tranquilla dopo l'esito delle elezioni regionali e amministrative, ritorna in acque assai agitate".

(16 aprile 2010

 

 

 

 

 

Lo strappo definitivo di Gianfranco

"Rimanere così non è più dignitoso"

Berlusconi-Fini, è rottura. Il presidente della Camera: "Farò gruppi miei". Il premier: "Ma dove va? Sono solo quattro gatti, dei fighetti. Mi sono tolto un peso. Ora possiamo correre più liberi"di FRANCESCO BEI

Lo strappo definitivo di Gianfranco "Rimanere così non è più dignitoso"

Gianfranco Fini

e Silvio Berlusconi

ROMA- L'annuncio arriva alla fine del pranzo, dopo un confronto teso durato quasi due ore. "Silvio, visto che il Pdl è un nostro patrimonio comune, ma abbiamo idee diverse su come coltivarlo" osserva Fini senza alzare la voce "non ci vedo nulla di male a farlo fiorire con un gruppo autonomo". Berlusconi resta basito. Il premier prova a convincere il presidente della Camera che "i problemi si possono risolvere, come abbiamo sempre fatto". Ma per Fini le cose sembrano ormai andate troppo oltre. E lo stesso Berlusconi, in serata, appare ai coordinatori quasi sollevato: "Mi sono tolto un peso. Se ne vada pure. Abbiamo un problema in meno e possiamo correre. Farà la fine di Follini. Ma se esce, va via per sempre".

Più tardi, nelle varie riunioni con i suoi fedelissimi, il presidente della Camera prova a svolgere il filo di una delle giornate più difficili della sua vita politica: "Con calma, ho posto a Berlusconi solo questioni politiche, alle quali non mi ha saputo rispondere. O meglio, ha risposto a tutto, dicendo sempre "va tutto bene". Invece non va bene per niente e basta vedere cosa è successo in Sicilia, dove da un anno e mezzo viene tollerata una situazione che, in qualsiasi altra organizzazione, avrebbe portato a una decisione". Proprio il caso Sicilia, con lo sdoppiamento del Pdl in due tronconi, l'un contro l'altro armati, per Fini è paradigmatico di cosa il Cavaliere pensi dei partiti: "Li considera meno di zero. Io invece li ho sempre considerati con rispetto e il nodo, alla fine, è venuto al pettine". Un esempio che vale anche per gli altri campi: "I problemi vanno affrontati - ha spiegato Fini ai tanti che, in processione, sono andati a trovarlo - non si può nasconderli sotto il tappeto come fa Berlusconi, far finta che non esistano". Questioni che il presidente della Camera non ha posto solo ieri. "Sono settimane che gli dico le stesse cose, in privato, in pubblico e attraverso intermediari. E lui mi ha risposto schivando i problemi. Diceva: questo lo risolviamo. Oppure: non è come dice Fini. O peggio: ma Fini dove va? Sono solo quattro gatti, sono dei fighetti".

 

La scena ritorna al primo piano di Montecitorio. Berlusconi alza la voce, sbatte due volte i pugni sul tavolo. Ma Fini torna alla carica. Freddo: "Io pongo problemi perché desidero che il governo lavori meglio, che la tua maggioranza sia più forte". In concreto, cosa chiede? Molto ruota intorno al ruolo debordante della Lega, a quella che Fini considera la sudditanza del Pdl rispetto a Bossi. La risposta del Cavaliere, anziché tranquillizzare il presidente della Camera, lo rafforza nella sua determinazione: "Gianfranco, la Lega siamo noi, con Bossi siamo amici, garantisco io per lui". Finito il pranzo, Fini racconta ai suoi di non essere stupito dalla concezione dei rapporti politici di Berlusconi: "Non gliene faccio una colpa, sono categorie politiche che non possiede. È come se io parlassi in italiano e lui mi rispondesse in russo". Per farsi capire, si serve di una metafora: "Certe volte la direzione della Dc si riuniva e stilava un chiaro invito rivolto al presidente del Consiglio a fare questo o quello. Anche il premier era democristiano, ma quella presa di posizione serviva ad aiutare il governo". Il Cavaliere lo scruta perplesso scuotendo la testa. Anche la condizione del Pdl viene gettata sul tavolo, insieme alla politica sociale del governo "che non esiste", la politica istituzionale "che deve essere più equilibrata", la politica economica, che "nemmeno tu conosci, perché Tremonti non ne parla con nessuno". "Ma ti rendi conto dello stato del partito al Sud??", chiede Fini. E il premier: "Cosa dici? Al Sud abbiamo vinto!". Fini, di rimando: "Serve un Pdl nazionale che non sia al traino della Lega, che sia attento alla coesione del Sud". L'altra richiesta è quella di azzerare tutti gli organigrammi, per tornare al rispetto di quel 70-30 pattuito all'inizio.

È un dialogo fra sordi. Il presidente della Camera gli imputa anche la scarsa considerazione in cui viene tenuto. Episodio sintomatico quello della riforma della Costituzione: "Ti rendi conto - punta il dito Fini - che durante una cena avete tirato fuori una bozza di Costituzione, l'avete portata al Quirinale e l'avete resa pubblica senza che il presidente della Camera e fondatore del Pdl ne fosse informato?". Il Cavaliere minimizza: "Quella bozza non ha valore, non è nulla di definitivo. Anche Umberto mi ha detto: quel Calderoli lì ha esagerato, ha fatto di testa sua".

Il pranzo è terminato, Berlusconi prova a stemperare il clima con una barzelletta, ma c'è poco spazio per le risate. Fini sembra deciso a lanciare il suo gruppo "Pdl-Italia", che voterà i provvedimenti del governo "a condizione di contribuire sempre alle decisioni prese: è l'Abc della politica, ma lui non ce l'ha". Insomma, a chi lo vuol seguire il presidente della Camera ripete che non gioca "a far cadere il governo", ma la partita interna sarà molto dura. "Metto in conto - confessa - che Berlusconi scatenerà i cani per provare a sbranarmi. Già mi aspetto Feltri. Ma prima o poi, per un politico, arriva il momento della verità". Quanto ai colonnelli di An, Fini non si fa illusioni e attende le loro decisioni: "Sono preoccupati. Sta arrivando il momento in cui si accorgeranno che, senza dignità politica, si può svolgere solo un ruolo ancillare".

Berlusconi lascia il vertice con una minaccia: "Pensaci bene prima di fare una cosa del genere".

Tornato a palazzo Grazioli, il premier si sfoga: "Fini mi aveva promesso che, se si fosse rimesso a fare politica attiva, si sarebbe dimesso dalla carica. Mi aspetto che onori questa promessa". E ancora: "In ogni caso, è liberissimo di fare il suo gruppo, nessuno è obbligato a restare nel Pdl. Ma è chiaro che, per statuto, chi fa un gruppo per conto suo non fa più parte del Pdl e non potrà essere ricandidato". Fatti conti con i coordinatori e i capigruppo, il premier ritiene di poter ancora dare le carte. "Al Senato Fini non ha i numeri per fare un gruppo e anche alla Camera, se arriverà a 20-22 deputati, me li riprenderò uno a uno". Ma finirà davvero così?

© Riproduzione riservata (15 aprile 2010)

 

 

 

GOVERNO

Galan nominato ministro

giuramento al Quirinale

L'ex governatore è il nuovo titolare dell'Agricoltura. Ha preso il posto di Luca Zaia eletto presidente della Regione Veneto

Galan nominato ministro giuramento al Quirinale

Giancarlo Galan

ROMA - Cerimonia di giuramento questa mattina al Quirinale per il nuovo ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Giancarlo Galan, che prende il posto di Luca Zaia, eletto alla presidenza della Regione Veneto. Poco prima il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha ricevuto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Napolitano ha quindi firmato il decreto con il quale sono state accettate le dimissioni di Zaia ed è stato nominato ministro dell'Agricoltura l'ex governatore della giunta regionale di Venezia. Dopo la cerimonia Berlusconi e il nuovo ministro sono andati a palazzo Chigi per la riunione del Consiglio dei ministri.

(16 aprile 2010)

 

 

 

LA POLEMICA

Berlusconi contro Gomorra e la Piovra

"La mafia è più famosa che potente"

Il premier critica sceneggiati e libri: "E' la sesta al mondo, ma la più conosciuta perché se ne parla"

Veltroni attacca: "Saviano va solo rispettato". E Di Pietro: "Chieda scusa allo scrittore"

Berlusconi contro Gomorra e la Piovra "La mafia è più famosa che potente"

Roberto Saviano

ROMA - Il governo ha fatto tantissimo contro la criminalità organizzata: "Abbiamo superato le 500 operazioni di polizia giudiziaria, che hanno portato a quasi 5000 arresti di presunti appartenenti a organizzazioni criminali". Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza stampa con il titolare del Viminale, Roberto Maroni, a Palazzo Chigi, rivendica i risultati, sferrando un affondo contro chi, in tv e in libreria, affronta il tema della criminalità. Berlusconi sottolinea che "la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta" anche per i film e le fiction che ne hanno parlato, come "le serie della Piovra" e in generale "la letteratura, Gomorra (di Roberto Saviano ndr) e tutto il resto".

Non è la prima volta che Berlusconi se la prende con chi avrebbe, a suo dire, fatto pubblicità alla mafia. Lo aveva già fatto lo scorso novembre quando aveva detto chiaro e tondo di voler "strozzare" chi ha fatto le serie della Piovra e chi scrive libri sulla mafia "che non ci fanno fare una bella figura". Un affondo che però, si era rivelato un boomergang. "La piovra è roba di tanti anni fa, mentre le fiction tv più recenti sulla mafia, da Il capo dei capi a quelle su Falcone e Borsellino, le ha fatte suo figlio per Mediaset. Quando Gomorra è stato scritto ed è diventato di successo internazionale, le immagini sullo scandalo immondizia e i problemi della camorra avevano già prima fatto il giro del mondo" gli aveva risposto Michele Placido, il popolare commissario Cattani proprio nella Piovra. Oggi, invece, reagisce Antonio Di Pietro: "Berlusconi chieda scusa a Saviano". E Veltroni attacca: ""Roberto Saviano è uno dei protagonisti della lotta alle mafie e il presidente del consiglio del nostro Paese avrebbe il dovere di rispettarlo e non di attaccarlo e isolarlo. Mentre Saviano è costretto a vivere da anni sotto scorta e minacciato da un potere, quello criminale, per aver denunciato con nomi e cognomi i boss e i loro legami con la politica; la mafia, la camorra, la 'ndrangheta allungano le mani su nuovi territori, nuovi affari, condizionano la vita delle imprese, l'economia e la vita di tante comunità al Nord come al Sud".

 

Maroni. Oltre 10 miliardi di euro sottratti alle mafie, 23 superlatitanti catturati dei 30 più pericolosi. Il ministro dell'Interno Roberto Maroni elenca i risultati dell'azione di contrasto alla criminalità organizzata, aggiornati al 31 marzo. Definendola un' azione "efficace", "senza precedenti", che ha portato a "risultati eccezionali" che "ci vengono riconosciuti da tutti i nostri partner internazionali". In particolare sui beni sequestrati e confiscati: "Sono 16.679 I beni sequestrati per un controvalore di 8,2 miliardi, e 4.407 confiscati per un controvalore di 2 miliardi". Complessivamente il patrimonio sottratto supera i 10 miliardi di euro. Anche sui latitanti, Maroni rivendica risultati: "Dei 30 più pericolosi quando ci siamo insediati al governo ne abbiamo arrestati 22".

Sbarchi. "Un anno fa - ricorda Maroni - Lampedusa bruciava e nel centro di accoglienza c'erano oltre 200 immigrati, che appiccavano il fuoco. Oggi i clandestini sono pari al numero zero: non ce n'è uno. Abbiamo posto fine agli sbarchi di barconi provenienti dalla Libia, riducendo nei primi tre mesi del 2010 del 96 per cento il numero degli sbarchi rispetto al 2009, mentre rispetto al 2008 c'è stata una riduzione del 90 per cento".

(16 aprile 2010) Tutti gli articoli di Politica

 

 

 

 

LA POLEMICA

Tre scrittori con Saviano

Grossman: "Premier irresponsabile"

Tre scrittori con Saviano Grossman: "Premier irresponsabile"

Lo scrittore David Grossman

ROMA - Tre scrittori, Rushdie, Grossman e Englander, a fianco di Saviano. Dure le loro reazioni alle parole di Berlusconi contro l'autore di Gomorra. "Un capo di Stato non può fare dichiarazioni così irresponsabili" commenta David Grossman. Salman Rushdie parla di "disgrazia per l'Italia" e aggiunge: "Sono indignato per la dichiarazione di Berlusconi su Saviano. Considero la sua testimonianza importante ed estremamente coraggiosa". Nathan Englander sottolinea: "Un paese in cui si attaccano gli scrittori e la letteratura è considerata qualcosa di sovversivo è profondamente malsano".

Leggi i commenti dei nostri lettori

(16 aprile 2010)

 

 

 

2010-04-15

PDL DIVISO

Fini: "Pronto a creare gruppi autonomi"

Incontro e scontro con Berlusconi

Duro faccia a faccia tra il premier e l'ex leader di An che invita "a non appiattirsi sulla Lega"

"Berlusconi deve governare, ma Pdl badi alla coesione nazionale". Il Cavaliere chiede 48 ore

Fini: "Pronto a creare gruppi autonomi" Incontro e scontro con Berlusconi

ROMA - E' scontro aperto tra il premier Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini. La giornata che doveva servire al chiarimento finisce con parole che suonano come minacce e ultimatum ai limiti della crisi istituzionale.

I due leader del Pdl si incontrano a pranzo, poi segue un silenzio che lascia presagire tempesta. Previsione esatta. Lo sfida è durissima e Fini minaccia di costituire gruppi autonomi in Parlamento. La replica (poi smentita) sarebbe stata l'invito a dimettersi dalla presidenza di Montecitorio. In serata, il presidente del Senato, Renato Schifani non getta acqua sul fuoco: "Se la maggioranza si divide, si torna al voto". Il finiano Bocchino, invece, esclude categoricamente l'eventualità di una crisi di governo: "Si vota quando non c'è la maggioranza, non quando è divisa". Poi arriva la nota dei coordinatori del Pdl La Russa, Verdini e Bondi che fanno quadrato intorno al Cavaliere e puntano l'indice contro il presidente della Camera: "Siamo amareggiati - scrivono - il tuo atteggiamento è incomprensibile".

Il vertice a pranzo. Berlusconi e Fini si vedono a Montecitorio poco dopo le 13. Colazione di lavoro prevista dopo il malumore del presidente della Camera per l'incontro di Arcore con la Lega. Al termine del pranzo, nessuno dei due vuole dire nulla. Niente frasi di circostanza sulla cordialità dell'incontro. Berlusconi si limita a un giudizio positivo sulla qualità del cibo. Poi, a pomeriggio inoltrato, fonti della maggioranza rivelano che, a tavola, i toni sono stati piuttosto irritati e che Fini si è detto pronto a costituire suoi gruppi autonomi accusando premier, governo e Pdl di andare a traino della Lega. Berlusconi - secondo le stesse fonti - avrebbe chiesto 48 ore di riflessione e replicato con altrettanta durezza: "Se lo farai, l'inevitabile conseguenza dovrebbe essere quella di dover lasciare la presidenza. E chi porta avanti iniziative autonome è naturalmente fuori dal partito". Successivamente, dal Pdl arriverà una smentita anonima secondo la quale il Cavaliere non avrebbe mai parlato della necessità che Fini si dimetta.

 

La riunione dei finiani. Dopo il pranzo con Berlusconi, Fini si è riunito con i "suoi" ex An. Nello studio del presidente della Camera, il presidente vicario del Pdl a Montecitorio Italo Bocchino, il vicecapogruppo Carmelo Briguglio, il viceministro e segretario generale di FareFuturo Adolfo Urso e il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia, raggiunti poi da Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia della Camera, e da Flavia Perina, direttore del Secolo d'Italia e parlamentare Pdl vicina a Fini.

Al termine della riunione Fini diffonde un comunicato che suona come un richiamo alle responsabilità del premier e del partito ma che, di fatto, conferma quanto raccontato dalle fonti di maggioranza. I toni sono attenti e sottolineano più volte che Fini non vuole mettere in crisi la maggioranza alla quale conferma fedeltà: "Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perché così hanno voluto gli italiani - premette il presidente della Camera - il Pdl, che ho contribuito a fondare, è lo strumento essenziale perché ciò avvenga. Pertanto il Pdl va rafforzato, non certo indebolito. Ciò significa scelte organizzative, ma soprattutto presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell'intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise. Ho rappresentato tutto ciò al presidente Berlusconi. Ora egli ha il diritto di esaminare la situazione e io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni".

E Italo Bocchino, uscendo dall'incontro con Fini, pur allontanando lo scenario di una crisi di governo, conferma che "eventuali gruppi autonomi possono essere questioni successive a risposte negative a problemi politici". Ovvero, che in caso di mancate risposte da parte di Berlusconi ai problemi sollevati da Fini, gli ex An fedeli al loro leader possano dar vita a un gruppo autonomo. A quanto si sa, sarebbe anche già pronto il nome: "Pdl-Italia". Secondo fonti finiane sarebbero pronti ad aderirvi 50 deputati e diciotto senatori.

La nota dei coordinatori Pdl. L'atteggiamento di Fini provoca "amarezza" ed è "sempre più incomprensibile". Lo affermano in una nota i coordinatori del Pdl Ignazio La RUssa, Denis Verdini e Sandro Bondi in una nota congiunta diffusa al termine di un incontro con Berlusconi. "Le recenti elezioni regionali e amministrative - si legge - hanno riconfermato la validità politica della decisione di dar vita al Pdl, traguardo storico irreversibile. Gli italiani, dimostrando anche in questa occasione maturità ed intelligenza, hanno premiato l'azione del governo e creato le migliori condizioni per proseguire sulla strada delle riforme che abbiamo intrapreso e dell'ulteriore rafforzamento del nostro partito". "Da queste inoppugnabili considerazioni - continua ancora la nota - nasce la nostra profonda amarezza per l'atteggiamento dell'onorevole Gianfranco Fini che appare sempre più incomprensibile rispetto ad un progetto politico comune per il quale abbiamo lavorato concordemente in questi ultimi anni, un progetto di importanza storica che gode di un consenso maggioritario nel popolo italiano. Come dimostrano il successo alle politiche del 2008, le elezioni amministrative, nelle quali il centrodestra è passato ad amministrare la maggioranza delle province italiane, e le regionali che ci hanno visto passare in questi anni dal governo di 4 regioni a quello di 11 regioni".

Come cambierebbe la maggioranza. L'eventuale costituzione di gruppi parlamentari 'finiani' potrebbe sconvolgere la mappa politica e dare un volto completamente nuovo alla maggioranza, se non addirittura metterla in affanno numerico. Gli ex di An presenti nel gruppo del Popolo della libertà alla Camera (270 deputati) sono una novantina e tra questi i cosiddetti finiani 'doc' sarebbero una trentina. Al Senato su 47 senatori ex An (il gruppo Pdl è composto di 144) i finiani sarebbero 10-12. Attualmente alla Camera la maggioranza di centrodestra può contare su 270 voti Pdl, 60 della Lega, 2 repubblicani e popolari del gruppo misto e 9 tra Mpa rimasti fedeli a Lombardo ed 'ex', vicini al sottosegretario agli Esteri, Enzo Scotti. Al Senato il gruppo Pdl è di 144 unità e i leghisti sono 26, più alcuni senatori Mpa o 'ex'. In realtà, basterebbero una trentina di deputati e meno di 15 senatori per mettere in seria difficoltà il governo già nel prossimo esame di provvedimenti come la giustizia o le eventuali riforme.

Il Pd: "Hanno più problemi di quanto ammettono". Di fronte ai mal di pancia della maggioranza, il leader del Pd Pierluigi Bersani commenta: "Credo che il centrodestra abbia più problemi di quanto dice, anche in tema di riforme. E sono sempre stato convinto che, a differenza di quello che si racconta in giro, il centrodestra sta producendo molte discussioni e chiacchiere ma non ha presentato alcuna proposta in Parlamento. Vuol dire che c'è un problema".

(15 aprile 2010) Tutti gli articoli di Politica

 

 

 

 

 

SCHEDA

Fini minaccia gruppi autonomi

In Parlamento la conta dei fedelissimi

ROMA - Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Andrea Ronchi, Flavia Perina, Roberto Menia, Giulia Bongiorno, Enzo Raisi, Amedeo Laboccetta, Adolfo Urso, Pasquale Viespoli, Alessandro Ruben. Sono alcuni dei "finiani" di stretta osservanza che, immediatamente dopo il teso vertice tra Berlusconi e Fini si sono riuniti nello studio del presidente della Camera.

Sul tappeto c'è l'ipotesi di creare gruppi autonomi dei deputati e senatori fedeli a Fini e in dissenso con la linea maggioritaria del Pdl nei due rami del Parlamento. I numeri minimi per costituire gruppo sono di venti deputati alla Camera e dieci senatori a Palazzo Madama. E stando alla conta che in queste ore i finiani vanno svolgendo, si può toccare la soglia.

Alla Camera, tra gli esponenti della vecchia Alleanza Nazionale di sicuro rito finiano si possono enumerare Donato Lamorte, Francesco Proietti, Angela Napoli, Silvano Moffa, Riccardo Migliori, Mirko Tremaglia, Basilio Catanoso, Giuseppe Scalia, Antonino Lo Presti. Ai quali vanno aggiunti i "nuovi finiani" come Gianfranco Paglia o Fabio Granata. Aggiungendo questi deputati agli altri oggi riunitisi nello studio di Fini a Montecitorio, il numero minimo di venti componenti è superato.

Al Senato, per fare gruppo servono dieci senatori. E come finiani possono essere reclutati Pasquale Viespoli, Filippo Berselli, Luigi Ramponi, Pierfrancesco Gamba, Laura Allegrini, Antonino Caruso, Giuseppe Valentino, Mario Baldassarri, Domenico Gramazio, Domenico Benedetti Valentini, Vincenzo Nespoli. Anche al Senato la soglia dei dieci è superata. Per la nuova componente parlamentare, i finiani hanno già in mente un nome: si chiamerebbe "Pdl-Italia". Secondo fonti finiane, i deputati che vi aderirebbero sarebbero 50 e 18 i senatori.

(15 aprile 2010)

 

 

 

CORRIERE della SERA

per l'articolo completo vai al sito Internet

http://www.corriere.it

2010-07-26

in manette anche Rudy Citterio. Indagato l'ex comandante dei vigili Bezzon

Droga e corruzione, chiuso l'Hollywood

Coinvolti funzionari, Belen tra i testi

Cene e serate gratis nei privé ai dirigenti comunali e regionali in cambio di favori: 5 arresti, 19 indagati

in manette anche Rudy Citterio. Indagato l'ex comandante dei vigili Bezzon

Droga e corruzione, chiuso l'Hollywood

Coinvolti funzionari, Belen tra i testi

Cene e serate gratis nei privé ai dirigenti comunali e regionali in cambio di favori: 5 arresti, 19 indagati

MILANO - Sigilli a due dei "templi" del divertimento notturno milanese. L'autorità giudiziaria ha disposto il sequestro delle discoteche "Hollywood" e "The Club", e cinque persone sono finite agli arresti domiciliari, mentre altre 19 risultano indagate, nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Milano su presunte mazzette per "addomesticare" i controlli nei locali notturni milanesi. Anche Belen Rodriguez è tra i testimoni dell'inchiesta: nell'ordinanza di custodia cautelare a carico di cinque persone, tra cui il presidente del Sindacato italiano dei locali da ballo, Rodolfo "Rudy" Citterio, compare infatti anche la testimonianza della showgirl e conduttrice televisiva, che nel 2007, interrogata per l'inchiesta "Vallettopoli", ha raccontato agli inquirenti che all'interno dell'"Hollywood" veniva consumata abitualmente droga, in particolare cocaina. Diverse starlette, tra cui Alessia Fabiani e Fernanda Lessa, sentite dal pm Di Maio, hanno ammesso di aver fatto uso di cocaina all'interno della discoteca. Secondo le accuse, all'interno delle discoteche era prassi che vip e industriali ordinassero champagne nel privè e che le consumazioni venissero accompagnate da uso di cocaina. Tra i 19 indagati risultano esserci diversi funzionari, dirigenti e dipendenti del Comune e della Regione, oltre ai pusher della discoteca.

Belen Rodriguez e Fabrizio Corona in una foto del settembre scorso (Fotogramma)

Belen Rodriguez e Fabrizio Corona in una foto del settembre scorso (Fotogramma)

I FOTORICATTI DI CORONA - L'inchiesta, coordinata dal pm di Milano Frank Di Maio, è nata da uno stralcio di quella che ha riguardato Fabrizio Corona in relazione a presunti fotoricatti ai danni di vip. Gli investigatori hanno anche piazzato delle microcamere per filmare il via vai nei bagni dell'Hollywood, dove alcuni vip e frequentatori della discoteca hanno sniffato cocaina. Nelle carte dell'inchiesta ci sarebbe anche una intercettazione nella quale Emiliano Bezzon, ex comandante della polizia locale di Milano, parla con Citterio, chiedendogli di fargli sapere quali sono i locali dove si spaccia, in modo da intervenire con un blitz delle forze dell'ordine. Bezzon risulta indagato nell'inchiesta, per abuso d'ufficio e rivelazione di segreto d'ufficio.

GLI ARRESTATI - I destinatari delle ordinanze di custodia cautelare sono in tutto cinque. Tre sono legati alla proprietà dell'"Hollywood" e del "The Club", e sono accusati di agevolazione dell'uso di droga. Si tratta di Alberto Baldaccini, socio della Vimar Srl, società proprietaria dell'"Hollywood", di Davide Guglielmini, gestore della nota discoteca di corso Como, e di Andrea Gallesi, responsabile del privè. Alle altre due persone sono contestati i reati di corruzione, concussione e falsità materiale. Si tratta del 42enne Aldo Centonze, dipendente dell’ufficio del demanio del Comune di Milano, arrestato, e di Rodolfo "Rudy" Citterio, in passato membro della commissione comunale di vigilanza sui locali e presidente del Sindacato dei locali da ballo (Silb) - non ricopre più incarichi nel sindacato da marzo 2009-, già coinvolto in un'inchiesta per licenze "facili". Inizialmente era stato riferito che si trovava all'estero: invece è finito in manette alle 13.30 in Stazione Centrale, appena sceso da un treno in arrivo da Roma. A Centonze, Citterio avrebbe offerto la "partecipazione gratuita a serate e cene in locali notturni, quale compenso corrisposto" affinché compisse o per aver compiuto "atti contrari ai doveri d'ufficio".

DIRIGENTI E POLITICI - Indagata per abuso d'ufficio anche la ex vice direttrice generale del Comune di Milano, Rita Amabile. In particolare, nell'ordinanza si parla di "rapporti di amicizia e conoscenza" tra Citterio e la stessa Amabile. Citterio, secondo l'accusa, avrebbe chiesto una tangente da 40 mila euro ad Alberto Savoca "per fargli ottenere" il "parere di agibilità" dalla commissione comunale di vigilanza per aprire il locale "Qin" nella zona del parco Lambro. Citterio, sempre stando all'ordinanza, avrebbe manifestato a Savoca i suoi "rapporti di amicizia e conoscenza" con la Amabile, che all' epoca dei fatti era alla direzione generale del Comune, e con Maria Teresa Broggini Moretto, "direttore centrale delle attività produttive". Rodolfo Citterio avrebbe chiesto aiuto anche ad altri politici "di intercedere per lui con De Corato". "Citterio - annota il gip - chiede ad alcuni politici, quali Pasquale Salvatore, capogruppo dell'Udc a Palazzo Marino, di intercedere per lui con De Corato". Il 28 gennaio 2008, Pasquale scrive a Marino in un sms: "Ciao Rudy parlo con De Corato in questi giorni, poi ti dico". Pochi giorni dopo, Citterio dice a Pasquale di aver già parlato con De Corato, ma aggiunge: "Ti sarei grato comunque se insistessi nell'azione in modo tale che si convinca totalmente vista la tua autorevole posizione". Salvatore, in consiglio comunale lunedì pomeriggio, ha subito smentito: "Io parlo con tutti come atto di cortesia ma non ho esercitato nessuna pressione a favore di Rodolfo Citterio nei confronti di chicchessia, né politici né tecnici, rispetto a qualunque tipo di pratica amministrativa legata a locali da ballo".

Un'immagine ripresa dalle "cimici" della polizia (Fotogramma )

Un'immagine ripresa dalle "cimici" della polizia (Fotogramma )

LA COCA NEI BAGNI: ANCHE I VIP - Nel corso delle indagini e degli interrogatori, volti della televisione e veline avevano ammesso di fare uso personale di cocaina anche in diversi locali tra cui i bagni o i privé dell’"Hollywood" e del "The Club". Proprio nelle aree riservate e controllate dalla security delle discoteche, gli agenti in borghese della prima sezione della mobile milanese hanno documentato (anche con fotografie e filmati) tra il 2007 e il 2008 la continua cessione e il consumo di cocaina, che ha portato i magistrati, per la prima volta nel capoluogo lombardo, a contestare ai soci e ai gestori dei due locali (attivi attraverso le società Vimar Srl e B&N and Company Srl) il reato di agevolazione all’uso di stupefacenti. Secondo il gip infatti, "più persone e in più tempi ed occasioni, avendovi accesso quali clienti" avevano fatto dei privé e dei bagni dei due locali "luogo abituale di convegno utile al consumo di sostanza stupefacente". Dalle intercettazioni sullo spaccio e il consumo di droga si è aperto un altro filone d’inchiesta, questa volta curato dagli agenti della Quinta sezione della Mobile dedicata ai reati contro la pubblica amministrazione, in cui sarebbe emerso come Centonze e altri dipendenti e funzionari del Comune e della Regione Lombardia (sono una decina quelli indagati), dietro presunte mazzette, si fossero attivati per far aprire o per impedire la chiusura coatta di alcuni locali milanesi. Non solo: secondo l’accusa avrebbero anche avvertito i gestori che ci sarebbero stati dei controlli o posticipavano i controlli per permettere alle discoteche di effettuare i lavori necessari per essere in regolare, che sarebbero stati dati in appalto sempre agli stessi studi "amici". Nella notte tra domenica e lunedì gli agenti della mobile hanno fatto tra l’altro alcuni controlli, in cui sarebbero emerse piccole irregolarità, anche al "Just Cavalli", al "The Beach" (location estiva del "The Club"), e all’"Hollywood Bar" tutti locali di gran moda gestiti direttamente o indirettamente dalle società Vimar Srl e B&N and Company Srl.

La polizia mette i sigilli all'Hollywood (Fotogramma)

La polizia mette i sigilli all'Hollywood (Fotogramma)

IL RACCONTO DI BELEN - "È notorio che all'Hollywood circoli cocaina, un po' come in altri locali, e mi è capitato anche domenica scorsa di vedere all'interno del bagno esterno al privè tre ragazze cubane che assumevano cocaina": così la testimonianza di Belen Rodriguez nell'ambito dell'indagine "Vallettopoli" davanti al pm di Milano, Frank Di Maio. Una deposizione, era il 27 marzo 2007, che ha dato impulso alle indagini che ora hanno portato al sequestro delle note discoteche Hollywood e The Club. "Ho fatto uso di cocaina - prosegue la Rodriguez - insieme a Francesca Lodo, a casa sua, solo due volte nei primi giorni di gennaio 2007. In entrambe le occasioni la droga me l'ha data Francesca. Non so dove Francesca la prenda, ma sono certa del fatto che ne fa assai uso. Lei mi invitava spesso ad andare nei bagni dell'Hollywood, le domeniche sere in cui stavamo insieme con tutti i componenti del gruppo Lele Mora, ma io non la seguivo perché temevo l'effetto della cocaina". Fernanda Lessa, sentita come testimone il 27 marzo 2007, aveva detto: "Ho assunto cocaina insieme a Tavallini parecchie volte, in diverse circostanze e talvolta all'interno di qualche locale come l'Hollywood o il The Club". La stessa versione è stata data da Francesca Lodo, sentita dieci giorni prima. Pietro Tavallini, arrestato tempo fa, interrogato sempre nel marzo 2007, aveva affermato di aver visto anche "Aida Yespica e Annalaura Ribas assumere cocaina e so che l'hanno fatto insieme".

FRANCESCA LODO: LA QUERELO - Dopo aver appreso delle dichiarazioni di Belen, l'ex "letterina" Francesca Lodo ha annunciato querela tramite il suo avvocato, Francesco Murgia: "Le dichiarazioni di Belen al riguardo sono da considerarsi false, diffamatorie e calunniose. Ho dato mandato al mio legale di perseguire in ogni sede, sia civile sia penale e con i mezzi più appropriati, l'autrice di tali affermazioni". In sostanza, la Lodo ha intenzione di avviare un'azione civile e penale nei confronti della sua ex amica Belen perché quest'ultima l'ha accusata, come ha precisato l'avvocato Murgia, "di averle ceduto droga e questo è un reato". Reato che la Lodo nega di aver mai commesso.

Redazione online

26 luglio 2010

 

 

 

 

2010-07-25

Milano - L’inchiesta sugli illeciti compiuti dalla "Security" di Telecom

Dossier Telecom: Tronchetti indagato

Ipotesi di associazione a delinquere anche per Buora

Milano - L’inchiesta sugli illeciti compiuti dalla "Security" di Telecom

Dossier Telecom: Tronchetti indagato

Ipotesi di associazione a delinquere anche per Buora

MILANO—Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora sono indagati a Milano nell’inchiesta sul dossieraggio illegale praticato dalla "Security" di Telecom negli anni in cui a guidarla era Giuliano Tavaroli. E la loro messa sotto inchiesta non avviene ora, ma è rimasta "blindata" da almeno 6 mesi. A cavallo, peraltro, degli uffici giudiziari di Roma e Milano.

Gli ex presidente e vicepresidente di Telecom, infatti, non sono indagati ora come conseguenza del supplemento di indagini sollecitato di fatto alla Procura milanese dal giudice Mariolina Panasiti con la trasmissione il 28 maggio ai pm di alcuni atti dell’udienza preliminare, e in particolare degli interrogatori dei testi ammessi dal gup su richiesta delle difese degli imputati (come lo 007 privato Cipriani) o delle parti civili (come il giornalista Mucchetti) più attive nel sostenere la consapevolezza dei vertici aziendali rispetto agli illeciti commessi dalla loro "Security" e sinora sanzionati con sedici patteggiamenti (tra cui quelli di Tavaroli e delle persone giuridiche Telecom e Pirelli per corruzione in base alla legge 231) e dodici rinvii a giudizio al 22 settembre.

Carlo Buora e Marco Tronchetti Provera (Imagoeconomica)

Carlo Buora e Marco Tronchetti Provera (Imagoeconomica)

L'emersione dell'indagine su Tronchetti e Buora è invece l’ultimo atto di una carambola giudiziaria nata nel 2006 a Roma dove, dopo i primi arresti milanesi di settembre, il procuratore aggiunto Pietro Saviotti era titolare di un fascicolo di modesta origine (beghe di un divorzio nel quale la moglie aveva rinfacciato al marito circostanze tratte da suoi tabulati telefonici) ma di importante materia: il mercimonio di tabulati telefonici (registri di chi e quando parla con chi) attuato all’epoca in Telecom grazie a un applicativo informatico della Tim (il sistema Radar) che, nato per contrastare legalmente le frodi contrattuali, era però poi stato utilizzato per le impreviste potenzialità di un suo difetto, e cioè il fatto che consentiva di conoscere il traffico telefonico di qualunque persona senza che rimanesse traccia di chi aveva interrogato il sistema. A Roma il pm Saviotti inizia dunque a procedere "contro ignoti" e finisce per chiedere al gip Aldo Morgigni l’archiviazione. Ma il gip la respinge perché non condivide l’impostazione "contro ignoti" e valuta, alla luce di quanto le indagini milanesi avevano via via evidenziato, che, se il sistema Radar aveva quelle caratteristiche, esse non potevano che rientrare in una responsabilità aziendale in ipotesi riportabile ai vertici societari. Così ordina al pm di formulare un’imputazione a carico di Tronchetti e Buora, nel contempo ravvisando un profilo di incompetenza territoriale.

Dalla Procura di Roma, dunque, alla fine del 2009 vengono trasmesse per competenza territoriale a Milano le posizioni di Tronchetti e Buora, indagati per alcune delle stesse ipotesi che Milano stava contestando a Tavaroli-Cipriani-Mancini nell’inchiesta principale, e cioè associazione a delinquere finalizzata agli accessi abusivi informatici e alla corruzione dei pubblici ufficiali prestatisi a consultare abusivamente le banche dati. A Milano, a quell’epoca, i pm Napoleone-Civardi-Piacente avevano già chiesto il rinvio a giudizio di una trentina di indagati e delle due società, ma non di Tronchetti e Buora, sui quali non avevano ritenuto di avere elementi per procedere a una iscrizione nel registro degli indagati: neppure per la vicenda del sistema Radar, che pure avevano vagliato sin da quando a segnalarla era stata la stessa Telecom in un esposto presentato nel giugno 2006.

A posteriori, adesso, sono dunque logicamente ricostruibili le due scelte dei pm milanesi tra fine 2009 e inizio 2010. Da un lato non hanno archiviato il fascicolo romano, ritenendo invece di coltivarlo nei primi 6 mesi di termini e, al loro scadere qualche settimana fa, anche di chiedere al gip una proroga per altri 6 mesi di indagini, sulla quale il difensore Roberto Rampioni non ritiene oggi di fare commenti non avendone ancora notizia formale dagli ufficiali giudiziari: tanto che solo ora si comprende perché nella primavera scorsa circolarono voci, evidentemente mezze sbagliate ma nel contempo mezze giuste, che indicavano i vertici Telecom indagati sulla scorta di un’imprecisata denuncia proveniente da Roma, si diceva forse di associazioni di consumatori.

Dall’altro lato i pm hanno scelto di "blindare" totalmente la notizia. Dovunque. E con tutti. Con le parti processuali, anche a costo di subire le critiche degli imputati e delle parti civili che rimproveravano ai pm d’aver risparmiato penalmente Tronchetti. E perfino con la giudice dell’udienza preliminare su Tavaroli e gli altri. Quando infatti la giudice Panasiti, nell’ammettere alcuni testi (compreso Tronchetti) invocati da Cipriani, in febbraio chiese alla Procura in quale veste giuridica (testi o indagati) dovessero essere convocati, la Procura rispose che non riteneva di dover fornire, e quindi non avrebbero mai dato, alcuna indicazione sull’iscrizione o meno delle varie persone nel registro degli indagati. Una risposta sibillina, che non a caso aveva fatto ripartire l’odierno tam tam sul coinvolgimento degli ex vertici Telecom. Il primo segnale che qualcosa di nuovo fosse accaduto.

Luigi Ferrarella

24 luglio 2010

 

 

 

LA DIFESA

I legali: Tronchetti e Buora estranei ai fatti

""Radar" risale al 199, ben prima del loro arrivo in Tim"

LA DIFESA

I legali: Tronchetti e Buora estranei ai fatti

""Radar" risale al 199, ben prima del loro arrivo in Tim"

L'avvocato di Pirelli Roberto Rampioni é intervenuto sulle notizie che vogliono Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora, ex presidente e vice presidente di Telecom, indagati a Milano nell'ambito dell'inchiesta sui dossier illegali. E nota che comunque "tale circostanza non preoccuperebbe perchè a tali fatti Tronchetti Provera e Buora sono estranei". "È estremamente difficile - afferma Rampioni - commentare qualcosa di cui non si ha alcuna evidenza, al di là della sommaria ricostruzione riportata dalla stampa e precisamente dal Corriere della Sera di oggi.

"VICENDA RISALE AL 1999" - Ricostruzioni, interpretazioni e sottolineature non possono tuttavia modificare i fatti, che sono molto lineari: la vicenda riguarda un sistema informatico (Radar) presente in Tim dal 1999 (ben prima dunque dell'arrivo di Tronchetti Provera e Buora: 2001). Tale sistema fu scoperto e segnalato nel giugno 2006 sia all'Autorità Giudiziaria di Milano sia al Garante della Privacy dalla Telecom di Tronchetti Provera: su espressa indicazione di Tronchetti Provera. Per questi fatti, che, si badi bene, nulla hanno a che vedere con la vicenda dei dossier, i Pubblici Ministeri di Milano non hanno mosso alcuna contestazione nè a Tronchetti Provera nè a Buora all'esito delle indagini nel luglio 2008 (e, per vero, a identiche conclusioni sembra esser giunto il pm di Roma, avendo anch'egli chiesto l'archiviazione)". "Anche per questo - aggiunge il legale -, seppur attualmente, stando alle notizie di stampa, fosse pendente presso la Procura di Milano un fascicolo in indagini preliminari derivante dalla trasmissione da parte del Gip di Roma, tale circostanza non preoccuperebbe perchè a tali fatti Tronchetti Provera e Buora sono estranei. Salvo pensare che, ma è oltre il paradosso, denunciando loro Radar, volessero "autodenunciarsi". (ANSA).

24 luglio 2010

 

 

 

il Presidente della repubblica

P3, Napolitano: "Che squallore,

la magistratura vada a fondo"

"Intervenire senza incertezze. Ma il paese ha gli anticorpi. Occorre guardare avanti senza catastrofismo"

il Presidente della repubblica

P3, Napolitano: "Che squallore,

la magistratura vada a fondo"

"Intervenire senza incertezze. Ma il paese ha gli anticorpi. Occorre guardare avanti senza catastrofismo"

(Infophoto)

(Infophoto)

ROMA - Giorgio Napolitano, durante la cerimonia del Ventaglio, alla vigilia dell'approvazione finale alla Camera della manovra finanziaria, ha lanciato molti avvertimenti al Paese e, in particolare, alla classe politica. Uno prima di tutti gli altri: "Ci indigna e ci allarma l'emergere di fenomeni di corruzione e di trame inquinanti, anche ad opera di squallide consorterie". Per il Presidente della Repubblica "si deve intervenire senza alcuna incertezza o reticenza su ogni inquinamento o deviazione nella vita pubblica e nei comportamenti di organi dello Stato ma senza cedere a nessun gioco al massacro tra le istituzioni e nelle istituzioni". Ma l'allarme non scalfisce l'ottimismo verso il futuro del paese da parte del Presidente: "il Paese ha gli anticorpi". E poi una nota di ottimismo: "Occorre guardare avanti e misurarsi con le sfide del futuro. Nessun catastrofismo sulla situazione dell'Italia ma consapevole realismo nel valutare la situazione. Si sta risalendo la china da una crisi pesante".

PRIMO PROBLEMA: "DISOCCUPAZIONE DEI GIOVANI" - Alla ripresa produttiva non corrisponde una ripresa dell'occupazione. Da noi, le questioni storiche dell'occupazione e del Mezzogiorno si rispecchiano, esaltate, nella condizione giovanile. Il problema dei giovani non impegnati nè in un lavoro nè in un percorso di studio, è oggi il problema numero uno se si guarda al futuro dell'Italia". Così il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, nel corso della Cerimonia del Ventaglio che si è svolta al Quirinale.

LA COSTITUZIONE NON E' UN INTRALCIO - Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha poi invitato a non lasciarsi andare a considerazioni sulla Costituzione vista come intoppo. "Può essere utile", ha detto nel corso della cerimonia del Ventaglio, "per evitare semplificazioni eccessive e sommarie polemiche su quel che la nostra Costituzione può consentire o non consente, riflettere sul fatto che da noi è stato possibile approvare, tra giugno e luglio, una rilevante manovra di aggiustamenti dei conti pubblici; in Germania le misure annunciate il 7 luglio diventeranno legge di bilancio non prima di dicembre".

SERVE NUOVO MINISTRO PER LO SVILUPPO - Nel discorso del Presidente della Repubblica non sono mancati i richiami, a cominciare dall'invito al governo a nominare il nuovo ministro dello Sviluppo Economico.

NESSUNA INTERFERENZA SULLE INTERCETTAZIONI - "Il ruolo del presidente della Repubblica è risultato chiaro. Non vedo come si possa equivocare. Nessuna interferenza nella dialettica politica e nell'attività parlamentare che rappresenta la sovranità popolare fatta salva la facoltà dell'articolo 74 da parte del presidente della Repubblica". Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto così chiarire il suo ruolo nell'iter del ddl intercettazioni. "Il mio impegno e dovere - ha affermato Napolitano - è valorizzare i poteri del Parlamento e l'invito ad ascoltare l'opinione pubblica e il paese reale".

"TANTO SQUALLORE" - A margine della cerimonia del Ventaglio, il presidente della Repubblica ha aggiunto: "Per ora sicuramente vedo tanto squallore. Poi vedremo cos'altro emergerà. L'importante è che si riesca a far fare alla magistratura il proprio lavoro fino in fondo per accertare fatti e responsabilità".

 

23 luglio 2010(ultima modifica: 24 luglio 2010)

 

 

 

2010-07-22

"sono riprese le furibonde campagne mediatiche, serve coesione dirigenti-leader"

Berlusconi : "Nel Pdl tutto è a posto,

tutto è perfetto"

Anticipato dal sito del Tg1 il messaggio del premier ai simpatizzanti del partito, poi pubblicato su Forzasilvio.it

*

NOTIZIE CORRELATE

*

La mediazione nel Pdl sottolinea i limiti della tattica del premier (21 luglio 2010)

"sono riprese le furibonde campagne mediatiche, serve coesione dirigenti-leader"

Berlusconi : "Nel Pdl tutto è a posto,

tutto è perfetto"

Anticipato dal sito del Tg1 il messaggio del premier ai simpatizzanti del partito, poi pubblicato su Forzasilvio.it

MILANO - "Tutto è a posto, tutto è perfetto". È stata l'unica battuta che Berlusconi ha concesso ai giornalisti che gli domandavano conto della situazione all'interno del Pdl. Il presidente del Consiglio ha fatto entrare i reporter nel cortile di Palazzo Grazioli dopo il vertice del Pdl per mostrare un mosaico di marmo raffigurante lui e la madre donato da una cooperativa di Cautano (Benevento).

"FURIBONDE CAMPAGNE MEDIATICHE" - "In questi giorni sono riprese contro il governo e contro il Popolo della libertà furibonde campagne mediatiche". È questo l'incipit del messaggio che il premier ha rivolto ai simpatizzanti del Pdl, in vista della riunione che si è tenuta poi nel pomeriggio con i coordinatori regionali e nazionali. Le parole del Cavaliere, destinate al sito Forzasilvio.it, sono state anticipate in mattinata dal sito del Tg1, prima ancora di essere pubblicate intorno a mezzogiorno sulla home page della pagina web del co-fondatore del Pdl.

"DIRIGENTI E LEADER SIANO COESI" - Il messaggio di Berlusconi riportato dal Tg1 è un appello all'unità del Pdl: Berlusconi parla di "calunnie" contro il governo e contro esponenti della maggioranza, che tuttavia non riusciranno a oscurare il lavoro dell'esecutivo "se il Popolo della libertà sarà unito attorno al proprio governo, coeso tra leader, dirigenti e popolo". "I nostri avversari - si legge ancora nel testo - sono maestri nelle chiacchiere, con le quali cercano di nascondere i loro demeriti e di oscurare il tanto di buono che abbiamo fatto in questi due anni difficili". Per questo, viene lanciata quella che il sito definisce "Operazione Memoria", "per dire le tante cose buone che abbiamo fatto finora e che sono la premessa per quelle che porteremo a compimento nella seconda parte della legislatura". "La forza del nostro stare insieme - sottolinea ancora il presidente del Consiglio - è nella moralità del fare. Proprio per questo cercano di toglierci l'orgoglio di essere nel Popolo della libertà, motore principale del governo del fare".

"HO RIPRESO IN MANO LA SITUAZIONE" - "Come mi ero impegnato a fare - scrive il premier -, ho ripreso in mano la situazione e sto lavorando con il consueto impegno su entrambi i fronti (esecutivo e Pdl, ndr), forte del sostegno attivo di persone come te". "Per questo motivo - prosegue il Cavaliere - ti sottopongo in anteprima il pieghevole che riassume le cose fatte dal governo: è il primo di una serie di materiali di comunicazione che distribuiremo a settembre nelle Feste della libertà, a Gubbio, ad Atreju, alla Summer school di Magna Carta, ai banchetti dei Promotori della libertà, ovunque sia possibile". "Sono convinto - aggiunge - che conoscere e divulgare le tante realizzazioni del nostro "Governo del fare" sia la migliore risposta contro le calunnie e le campagne mediatiche". Quindi l'attacco a quelli che genericamente il capo del governo definisce "avversari", "maestri nelle chiacchiere".

L'IDV CRITICA IL TG1 - Il Tg1 e la scelta di pubblicare il messaggio del premier sono finiti nel mirino dell'Italia dei valori. "È indegno - ha detto il capogruppo Idv in commissione di Vigilanza Rai, Pancho Pardi - che le offese del presidente del Consiglio ai giornalisti debbano campeggiare nell'apertura della homepage del Tg1. È vergognoso che un Tg, pagato con i soldi dei cittadini, diventi megafono di Berlusconi, in questo modo spudorato, abdicando al ruolo di servizio pubblico". A Pardi fa eco il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. "È quanto meno singolare - ha spiegato - che il sito internet del principale tg del servizio pubblico dia spazio in apertura a una lettera di propaganda, pubblicitaria, di partito del presidente del Consiglio quasi fosse un organo di famiglia. Ma ormai è difficile distinguere. Di questo passo Minzolini susciterà l'invidia di Emilio Fede". "A chi ha criticato la tempestività con cui abbiamo dato la notizia del messaggio di Berlusconi - è la replica del Tg1 contenuta in una nota sul sito - , rispondiamo che il nostro sito è abituato a dare le notizie. Possibilmente prima degli altri. Cosa che succede spesso".

"TUTTO A POSTO, TUTTO PERFETTO" - Polemiche a parte, il vertice del Pdl a Palazzo Grazioli è iniziato intorno alle 14. Vi hanno preso parte i tre coordinatori nazionali La Russa, Verdini e Bondi, i capigruppo di Camera e Senato, Cicchitto e Gasparri, Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori del Pdl, e i ministri Frattini, Alfano e Matteoli. A Palazzo Grazioli era inoltre presente Paolo Bonaiuti.

GRANATA - Dal vertice del Pdl è arrivato poi un giudizio duro e negativo nei confronti delle dichiarazioni di Fabio Granata, esponente finiano del partito di maggioranza. "Abbiamo rilevato negativamente - ha detto Cicchitto lasciando il vertice - le dichiarazioni dell'onorevole Granata sul problema della mafia e sul fatto che lui ha detto testualmente che pezzi di istituzioni e di governo ostacolano la ricerca della verità sulle stragi del '92-'93. Questo - ha scandito il parlamentare Pdl - è destituito di fondamento e inoltre l'azione del governo contro la mafia è sotto gli occhi di tutti", conclude il capogruppo del Pdl.

Redazione online

22 luglio 2010

 

 

 

 

"Con Berlusconi corruzione da anni '90"

D'Alema: non si tratta di casi singoli, è una rete

*

NOTIZIE CORRELATE

*

D'Alema: dalla crisi non si esce per via giudiziaria, ora governo di transizione di M. T. Meli (Corriere, 15 luglio 2010)

LA POLEMICA

"Con Berlusconi corruzione da anni '90"

D'Alema: non si tratta di casi singoli, è una rete

Berlusconi "ha riportato il paese agli standard di corruzione della vecchia Italia, della tanto vituperata prima Repubblica". Lo ha detto Massimo D’Alema arrivando alla festa dell’Unità di Roma commentando le ultime notizie emerse dall’inchiesta sulla cosiddetta P3. "Emerge intorno al potere berlusconiano una rete di interessi, una rete affaristica che appare come un vero e proprio sistema di potere - dice il presidente del Copasir - non si tratta di casi singoli come dice il premier ma di qualcosa che assomiglia alla rete degli anni ’90". Secondo D’Alema "Berlusconi ha sottovalutato" la vicenda e "ho trovato incredibile la sua battuta sul fatto che certe cose accadono anche a preti e carabinieri. Questa vicenda fa venire alla luce la crisi di un sistema di potere, la crisi di un governo, la crisi di un leader che ha riportato il Paese agli standard di corruzione della vecchia Italia, della tanto vituperata prima Repubblica". (fonte Apcom)

21 luglio 2010

 

 

 

 

a montecitorio la cerimonia del ventaglio

Fini e la questione morale:

"La politica sia intransigente"

Appello sulle riforme: "Riparta il dibattito". E sulle intercettazioni: "Corrette le parti inadeguate del ddl"

a montecitorio la cerimonia del ventaglio

Fini e la questione morale:

"La politica sia intransigente"

Appello sulle riforme: "Riparta il dibattito". E sulle intercettazioni: "Corrette le parti inadeguate del ddl"

Il presidente della Stampa Parlamentare Pierluca Terzulli consegna il Ventaglio al presidente Gianfranco Fini (Adnkronos)

Il presidente della Stampa Parlamentare Pierluca Terzulli consegna il Ventaglio al presidente Gianfranco Fini (Adnkronos)

MILANO - La questione morale esiste e la politica, a riguardo, deve essere intransigente. Una convinzione di cui Gianfranco Fini non fa mistero, ma che anzi esplicita nel corso della tradizionale cerimonia del Ventaglio alla Camera. "Bisogna essere drastici - ha detto il leader di Montecitorio - nel ribadire che se vogliamo che la politica sia in sintonia con la società, nei confronti di comportamenti che sono scarsamente in sintonia con l'etica pubblica e con il rispetto delle regole del vivere civile, la politica deve essere intransigente. "La contrapposizione tra garantismo e legalità - ha aggiunto - non ha motivo di esistere. Se è vero che uno non è colpevole fino a quando la sua sentenza non è passata in giudicato non si può giustificare ciò che giustificabile non è". Per il presidente della Camera, inoltre, "l'etica del comportamento pubblico è una precondizione per non far perdere la fiducia nella politica da parte della società civile".

INTERCETTAZIONI - Alla cerimonia del Ventaglio, Fini è anche tornato sulla questione, assai spinosa, delle intercettazioni, alla luce del recente dietrofront dell'esecutivo. Una svolta che dimostra, a detta del leader della Camera, che "quando il Parlamento discute in modo aspro ma approfondito è capace di correggere impostazioni iniziali che si rilevano inadeguate". Per Fini, dunque, è stato giusto rivendicare la centralità del Parlamento. "Lo dico in modo felpato - ha chiarito il numero uno di Montecitorio -, ma gli emendamenti di maggioranza e governo in commissione Giustizia profondamente innovativi hanno segnato una pagina importante non solo per chi crede nella centralità del Parlamento ma anche sull'intento di correggere impostazioni".

"L'ESTATE FINISCE IL 21 SETTEMBRE" - Ai giornalisti che gli chiedevano un parere sulle parole del Guardasigilli Angelino Alfano, secondo il quale il ddl intercettazioni sarà approvato entro l’estate, Fini ha risposto che "l’estate finisce il 21 settembre...". "Prevedo che si lavori la prima settimana di agosto e non lo considero un fatto stravagante, non mi scandalizza" ha aggiunto il presidente della Camera. Fini ha spiegato quindi che "all’inizio della prossima settimana ci sarà la capigruppo, il 29 la discussione generale sulle intercettazioni, poi se c’è una pregiudiziale si vota e se è respinta si passa all’esame degli articoli". "Visto che il 31 è sabato - ha proseguito - si andrà a lunedì 2 e martedì 3 agosto. Poi ci sono due decreti che arrivano dal Senato e che scadono a settembre. La mia previsione, quindi, è che si lavori la prima settimana di agosto. Chi ha detto che il 31 luglio si debba andare in ferie? È ridicolo. Non siamo la Fiat e non succede più nemmeno lì".

RIFORME - Quanto alle riforme, il presidente della Camera si è detto fiducioso. "Auspico la ripresa del dibattito e che si arrivi a farle" ha spiegato Fini. "Mi auguro che il tema delle riforme torni in agenda da settembre, anche se è al momento difficile sperare che riparta uno spirito costituente" ha chiarito il leader di Montecitorio, riferendosi alla situazione determinata dalla mancata elezione dei membri laici del Csm. "Sarebbe davvero una dimostrazione di scarsa responsabilità e uno scarso esempio di democrazia - ha aggiunto a riguardo il presidente della Camera - se non si fosse capaci di eleggere entro il 31 luglio gli otto membri laici del Csm".

BERLUSCONI - No comment del presidente della Camera sui suoi rapporti con il premier Silvio Berlusconi. Nel lungo discorso ai giornalisti della Stampa Parlamentare, Fini ha scelto di tenere fuori la politica "militante". Così alla domanda sul "difficile momento" che vive il rapporto con l'altro cofondatore del Pdl, il primo inquilino di Montecitorio ha detto: "Se c'è la facoltà di non rispondere, allora mi avvalgo...".

150 ANNI UNITÀ ITALIA - Durante la cerimonia a Montecitorio, infine, Fini ha anche affrontato il tema dei festeggiamenti per il 150 anni dell'Unità d'Italia, annunciando che il 17 marzo del 2011 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlerà nell'Aula di Montecitorio davanti ai deputati e senatori riuniti. Quello del capo dello Stato "sarà una sorta di messaggio alla nazione", ha spiegato Fini, ribadendo la convinzione che le celebrazioni del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia saranno una occasione per "riflettere sui valori dell'identità e sulla coesione nazionale". Il 21 marzo poi, in collaborazione, con il teatro dell'Opera di Roma si svolgerà, sempre nell'Aula di Montecitorio, un concerto diretto dal maestro Muti.

Redazione online

21 luglio 2010

 

 

Il capo della corte d'appello di Palermo trasferito d'ufficio per incompatibilità ambientale

P3, primi interventi sui giudici coinvolti

Nessun rinvio per l'audizione di Marra

Da Csm e Cassazione i provvedimenti conseguenza dell'inchiesta sulla nuova loggia

Il capo della corte d'appello di Palermo trasferito d'ufficio per incompatibilità ambientale

P3, primi interventi sui giudici coinvolti

Nessun rinvio per l'audizione di Marra

Da Csm e Cassazione i provvedimenti conseguenza dell'inchiesta sulla nuova loggia

ROMA - Le conseguenze dell'inchiesta sulla cosiddetta "P3" iniziano a farsi sentire per alcuni dei magistrati rimasti a vario titolo coinvolti. La Prima Commissione del Consiglio superiore della magistratura ha avviato una procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale a carico di Umberto Marconi, il presidente della Corte di Appello di Salerno, il cui nome compare nelle intercettazioni associate all'indagine. Il pg della Cassazione, Vitaliano Esposito, ha invece aperto un procedimento disciplinare a carico di Angelo Gargani, dal 1 dicembre 2008 al ministero della Giustizia con l`incarico di capo del Servizio di controllo interno. Anche Gargani, attualmente fuori ruolo dalla magistratura, sarebbe rimasto coinvolto nello scandalo.

PER MARRA NESSUN RINVIO - Sempre la prima commissione del Csm ha deciso che non ci sarà alcun rinvio all'audizione di Alfonso Marra fissata per lunedì prossimo a Palazzo dei Marescialli. A carico del presidente della Corte di Appello di Milano, a sua volta comparso nelle carre relative all'inchiesta, è stata aperta una procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale. Non è stata dunque accolta la richiesta di slittamento avanzata dal legale di Marra, il magistrato di Cassazione Piercamillo Davigo. Questi, con una nota inviata all'organo di autogoverno dei giudici, chiedeva più tempo per poter esaminare le carte e sottolineava anche come le contestazioni mosse dalla Prima Commissione a Marra nell'ambito della procedura di trasferimento fossero le stesse alla base delle quali il pg di Cassazione ha avviato l'azione disciplinare per il magistrato. A votare contro il rinvio sono stati i consiglieri Mario Fresa (togato del Movimento per la giustizia) e Mauro Volpi (laico di centrosinistra). Astenuti la presidente della prima Commissione, Fiorella Pilato (Md) e Antonio Patrono (magistratura indipendente). Contrario il laico di centrodestra Gianfranco Anedda. Non ha partecipato al voto Giuseppe Berruti (Unicost).

22 luglio 2010

 

 

 

plenum a Palazzo Marescialli: "Il Consiglio ha sempre tutelato l'autonomia delle toghe"

L'inchiesta: indagini sui conti di Verdini

Mancino: "P3? Cono d'ombra sul Csm"

Il coordinatore del Pdl: "I 2,6 milioni di euro? Normali introiti frutto dei miei sacrifici nel 2004"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Napolitano: "P3, ci pensi il nuovo Csm". Al vaglio il trasferimento di Marra (19 luglio 2010)

*

Caso Verdini, ora la finanza indaga su 2,6 milioni di euro (21 luglio 2010)

plenum a Palazzo Marescialli: "Il Consiglio ha sempre tutelato l'autonomia delle toghe"

L'inchiesta: indagini sui conti di Verdini

Mancino: "P3? Cono d'ombra sul Csm"

Il coordinatore del Pdl: "I 2,6 milioni di euro? Normali introiti frutto dei miei sacrifici nel 2004"

Denis Verdini, coordinatore del Pdl (Eidon)

Denis Verdini, coordinatore del Pdl (Eidon)

ROMA - L'indagine sulla cosiddetta loggia "P3" si sposta sul fronte bancario. I pm della procura di Roma hanno disposto indagini su tutti i conti correnti aperti dal 2004 a oggi in istituti del gruppo Unicredit e gestiti dal coordinatore del Pdl Denis Verdini e da Flavio Carboni. L'obiettivo del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e del sostituto Rodolfo Sabelli è di accertare se, attraverso quei conti correnti, siano state effettuate operazioni illecite o siano comunque transitati fondi riconducibili a eventuali tangenti. Nel decreto i pubblici ministeri chiedono alla Guardia di Finanza di acquisire presso il gruppo Unicredit tutta la documentazione per ricostruire "talune operazioni finanziarie" effettuate da Verdini e da Carboni dal gennaio 2004 a oggi. Un accertamento disposto dagli inquirenti in seguito all'acquisizione degli assegni circolari per 800 mila euro - con causali diverse e non tutti Unicredit - negoziati in gran parte da Antonella Pau, moglie di Carboni. L'accertamento non riguarda solo i conti correnti attivi: i militari dovranno infatti acquisire gli estratti conti dei rapporti anche estinti, "la documentazione relativa a cassette di sicurezza, libretti di deposito a risparmio sia nominativi che al portatore, dossier titoli anche per quei rapporti laddove lo stesso abbia agito per delega o mediante qualsiasi altro strumento sostitutivo o di interposizione".

VERDINI: "NORMALI INTROITI" - Intanto Verdini replica al Corriere della Sera: "Visto che per l'ennesima volta vengo trascinato in un processo di piazza, alla piazza intendo rispondere. I 2,6 milioni di euro, che il Corriere della Sera sembra presentare come il frutto di chissà quale misfatto, rappresentano invece il risultato di operazioni aziendali del 2004 fra imprese e soci dello stesso gruppo editoriale che nulla hanno a che spartire con questa indagine", scrive in una nota il coordinatore del Pdl. "Questo denaro è stato esclusivamente utilizzato per l'attività del Giornale della Toscana e delle aziende ad esso collegate. E comunque, a scanso di equivoci e di strane dietrologie, si tratta di risorse personali, frutto di enormi sacrifici economici fatti da me, dalla mia famiglia e dai miei soci". Poi Verdini se l'è presa con la stampa e con quella che il coordinatore del Pdl definisce una regia occulta dietro l'uscita delle notizie sul suo conto: "Adesso basta! Da parecchi giorni, praticamente in tempo reale con gli arresti, le redazioni di tutti i quotidiani e delle agenzie di stampa sono in possesso di una 'chiavetta', altrimenti detta 'pen drive', che contiene le oltre 14mila pagine dell'inchiesta relativa alla fantomatica P3. Non posso fare a meno di notare che le notizie relative alla mia persona vengano distillate giorno dopo giorno, quasi vi fosse una regia, facendo finta che si entri all'improvviso in possesso di nuovi elementi".

FIDUCIA A CALIENDO - Il governo, intanto, per bocca del Guardasigilli, Angelino Alfano, fa sapere che resterà al fianco di Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia, contro cui l'Italia dei valori ha già annunciato una mozione di sfiducia sul modello di quella che venne presentata contro Nicola Cosentino e che poi non fu discussa per le dimissioni decise dal diretto interessato. L'esecutivo, ha spiegato Alfano durante il question time alla Camera, "intende ribadire la piena correttezza dell'operato di Caliendo in due anni di lavoro". "Non prendiamo neppure in considerazione l'ipotesi" che Caliendo "non si occupi più della materia delle intercettazioni per il governo", ha aggiunto Alfano rispondendo all'interrogazione presentata dall'Idv. "A maggior ragione - ha affermato - dopo che proprio ieri Caliendo ha presentato l'emendamento del governo" al ddl intercettazioni che "in buona parte recepisce indicazioni provenienti da soggetti istituzionali auditi in commissione anche dalle opposizioni".

Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino (Ansa)

Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino (Ansa)

L'AUTONOMIA DELLE TOGHE - Nella vicenda sono rimasti coinvolti anche alcuni magistrati e per questo il plenum del Consiglio superiore della magistratura, che si è riunito in mattinata, non ha potuto non occuparsene. Aprendo i lavori il vicepresidente Nicola Mancino ha spiegato che il consiglio ha sempre tutelato l'autonomia e l'indipendenza delle toghe: "L'interferenza sulla libera attività del magistrato non è mai stata posta in discussione - ha detto - il lavoro della sezione disciplinare dimostra con quanta attenzione ci siamo posti il problema di garantire l'indipendenza e l'autonomia".

FACCENDIERI E SCHIENE DRITTE - Tornando al plenum del Csm, Mancino aprendo la riunione, ha riferito della lettera inviatagli dal presidente Napolitano nella quale il capo dello Stato sottolineava che sarà la prossima consiliatura ad affrontare il tema della questione morale. Il togato del movimento per la giustizia, Ciro Riviezzo, ha voluto dunque sottolineare che in questi giorni sui giornali "si rappresenta una magistratura fatta di faccendieri", mentre "ci sono tanti magistrati con la schiena dritta che svolgono onestamente il loro lavoro e resistono a qualunque pressione". Questa osservazione è stata condivisa dal vicepresidente Mancino, il quale ha osservato che "sia nelle situazioni di emergenza, sia nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali, il magistrato è parte di un ordine che tocca interessi generali e li risolve nell'interesse dell'ordinamento. L'esperienza di questi 4 anni - ha ricordato Mancino - dimostra la validità di un impianto istituzionale che rende il giudice obbligato ad assumere la legge come guida nell'esercizio della sua attività".

IL "CONO D'OMBRA" - Intervistato da Sky Tg24 Mancino aveva anche parlato espressamente dell'inchiesta sull'associazione segreta ribattezzata "P3": "Gli ultimi avvenimenti - ha detto - gettano un cono d'ombra, ma non credo che possano incidere sulla sostanza dell'attività che abbiamo svolto al Csm". "Peraltro - ha aggiunto - è in corso un’inchiesta da parte della Prima commissione e lo stesso procuratore generale presso la Cassazione avverte la necessità di avviare un procedimento disciplinare. Vediamo cosa succederà".

"MARRA? VOTAI IN AUTONOMIA" - Mancino, sempre ai microfoni di Sky, è poi tornato a ribadire la propria autonomia nella scelta di votare a favore di Alfonso Marra per la presidenza della Corte d’Appello di Milano e ha sottolineato di "non aver potuto immaginare che esistesse una loggia P3: non ne conosco la consistenza, non so se esista o no e sarà la magistratura a fare chiarezza su questo punto. Non potevo mai immaginare - dice Mancino a Sky Tg24 - che un geometra (Pasquale Lombardi, ndr) potesse convincermi a votare Marra. Io ho esercitato la mia funzione di elettore in autonomia e indipendenza". "Tengo inoltre a ricordare - ha aggiunto - che all’epoca in cui il Parlamento ha trattato le conseguenze dell’appartenenza alla P2 io ho fatto dichiarazioni di voto a favore dell’entrata in vigore di una legge che punisse quelli che ne facevano parte".

IL CSM E LA QUESTIONE MORALE - Mancino ha poi parlato dell'esigenza di affrontare la "questione morale" all'interno del Csm, divenuta impellente dopo la notizia del coinvolgimento di alcuni magistrati nell'inchiesta sulla P3. "Certo va fatta non solo al termine del quadriennio - ha sottolineato - ma anche all'inizio di quello successivo". Mancino ha spiegato che "se per questione morale intendiamo il complesso delle attività che hanno un rilievo di carattere etico e morale allora la questione va affrontata perchè qui è l'organizzazione stessa che viene messa in discussione".

AVVENIRE E LE MELE MARCE - Di "questione morale" parla anche il quotidiano dei vescovi, Avvenire, che sottolinea come essa, a Milano e in Lombardia, non sia "un piagnisteo" e forse ad averla aperta "non sono solo quattro mele marce" come invece aveva rilevato Berlusconi: c'è "un'economia del disastro consegnata alla generazione futura, il peggio immaginabile della diserzione morale" si legge in un editoriale che prende spunto dal sequestro dell'area di Santa Giulia, dalle inchieste sulla contaminazione mafiosa e dal rapporto sulle ecomafie di Legambiente.

Redazione online

21 luglio 2010(ultima modifica: 22 luglio 2010)

 

 

 

 

La rete segreta

Anche la moglie di Verdini

negli intrecci di società e soldi

Verifiche bancarie su 10 persone

La rete segreta

Anche la moglie di Verdini

negli intrecci di società e soldi

Verifiche bancarie su 10 persone

Denis Verdini, coordinatore del Pdl

Denis Verdini, coordinatore del Pdl

ROMA - Accertamenti bancari sui conti di dieci persone e tre società che ruotano intorno a Denis Verdini e a sua moglie Maria Simonetti Fossombroni, beneficiaria di una parte del versamento da 2 milioni e 600 mila euro. Le carte del nucleo di polizia valutaria che indaga sui passaggi di soldi tra il coordinatore del Pdl e il faccendiere Flavio Carboni rivelano la rete di soggetti finiti sotto il controllo del gruppo investigativo Antiriclaggio. E danno conto di quanto è stato rivelato dai due ispettori della Banca d’Italia che hanno passato al setaccio la contabilità del Credito Cooperativo Fiorentino del quale Verdini è presidente. Sono numerose le operazioni finanziarie finite nell’inchiesta sulla società segreta che avrebbe cercato di orientare nomine e affari. E alcune riguardano la "Ste, Società Toscana di Edizioni" e la "Nuova società editrice" che secondo l’accusa potrebbero essere state utilizzate dallo stesso Verdini per far transitare il denaro che avrebbe ricevuto dagli imprenditori per favorire il loro ingresso nell’affare dell’eolico.

La lista dei conti

È un’informativa trasmessa il 14 maggio scorso a dare conto dell’"operazione sospetta" effettuata. In quel periodo Carboni riceve "un’ingente somma di denaro proveniente da una società riconducibile al suocero del commercialista Fabio Porcellini (e alla società "Sardinia Renewable energy project" ndr) su un conto di una prestanome, la sua convivente Antonella Pau. Il trasferimento è avvenuto mediante l’emissione, in data 26 giugno 2009, di alcuni assegni circolari per un valore di 850 mila euro. Gli assegni sono stati successivamente consegnati a Carboni, nel corso di un incontro riservato svoltosi in Romagna dal suocero di Porcellini Alessandro Fornari e poi versati dalla stessa Pau presso un’agenzia Unicredit di Iglesias. Successivamente al versamento dal conto della donna sono stati prelevati 430.000 e una parte di questi, per un valore di 230.000 euro, sono risultati essere stati poi negoziati presso il Credito Cooperativo Fiorentino". Appena venti giorni prima la stessa Pau aveva effettuato un’altra transazione finita ora nell’inchiesta. Quel giorno si era infatti presentata presso il Credito Cooperativo assieme a Pierluigi Picerno, legale rappresentante della Società Toscana Edizioni. A raccontare quanto accade dopo è il vicedirettore generale Maurizio Morandi, secondo il quale "Picerno disse che due imprenditori dovevano entrare nella compagine della società e che la signora Pau avrebbe versato 250 mila euro in assegni circolari non trasferibili. La donna affermò che il denaro proveniva da una disponibilità familiare e che lei era imprenditrice con interessi economici in Sardegna e aveva intenzione di replicare lì una iniziativa editoriale simile a quella del Giornale della Toscana. Mi consegnarono una scrittura privata e si parlò della documentazione relativa all’operazione del 2004 riferibile alla promessa di acquisto di crediti per un importo di 2 milioni e 600 mila euro, che però non fu mai consegnata". Secondo la Guardia di Finanza sono proprio i soldi che sarebbero stati versati dalla Ste a Verdini e al coordinatore del Pdl in Toscana Massimo Parisi. Per questo sono stati avviati "accertamenti che possano consentire la ricostruzione dei flussi finanziari" sui conti di Antonella Pau, di sua madre Vittoria Sirigudello, dello stesso Carboni e del suo collaboratore Giuseppe Tomassetti, della ex moglie del faccendiere Maria Laura Scanu Concas, di Pierluigi Picerno, dell’imprenditore Alessandro Fornari, di Verdini e di sua moglie Maria Simonetta Fossombroni, di Parisi, oltre che delle tre società editrici utilizzate per le operazioni.

Il verbale

Sono stati proprio i due funzionari di Bankitalia a confermare, durante un lungo interrogatorio, le "criticità" e a evidenziare come "la posizione della Ste rappresenta un grande fido per la banca, in quanto l’esposizione è superiore al 10 per cento del patrimonio ". E poi l’ispettore Vincenzo Catapano aggiunge: "Ci siamo soffermati su un credito esposto nel bilancio del 2008 verso terzi rilevante, per circa 2 milioni e 600 mila euro. La cui natura non era sufficientemente illustrata nel bilancio.

Dalla relazione della società di revisione emergeva che questo credito era stato oggetto di cessione nel giugno 2009. E solo il 7 maggio 2010 abbiamo ricevuto copia del documento da cui si evince che deriva da un preliminare di acquisto di quote partecipative del 70 per cento della Nuova Toscana Editrice stipulato l’8 settembre 2004 tra la Ste e i signori Verdini e Parisi. Peraltro dall’esame del conto della Ste erano emersi, nel periodo giugno-dicembre 2009, diversi versamenti in contanti derivanti dal cambio di assegni circolari".

Catapano entra nel dettaglio: "Dall’esame del conto della Ste, dal 2005 in poi, sono emersi effettivamente pagamenti dalla Ste ai signori Verdini e Parisi avvenuti il 31 gennaio e il 22 febbraio 2005 per un totale di 2 milioni e 600 mila euro con causale "acquisto quote". In particolare quest’ultima transazione risulta in parte erogata su un conto corrente intestato al dottor Verdini e alla signora Fossombroni e l’intera operazione sembra essere collegata a un’operazione su un immobile: Ste ha riscattato tale immobile fino ad allora condotto in leasing e lo ha rivenduto alla Agrileasing che poi lo ha concesso nuovamente in leasing alla società Edicity che fa capo alla signora Fossombroni ". Un intreccio di società e conti sui quali si cerca di fare luce.

Fiorenza Sarzanini

22 luglio 2010

 

 

 

Intercettazioni, abolita l'autorizzazione delle Camere per i parlamentari

Ok a un altro emendamento sulla possibilità di pubblicare le intercettazioni rilevanti ai fini delle indagini

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Un’apertura apprezzabile che garantisce diritto e privacy di V.Grevi (21 luglio 2010)

*

Intercettazioni, il governo fa dietrofront I finiani esultano, Berlusconi deluso (20 luglio 2010)

IL DISEGNO DI LEGGE

Intercettazioni, abolita l'autorizzazione delle Camere per i parlamentari

Ok a un altro emendamento sulla possibilità di pubblicare le intercettazioni rilevanti ai fini delle indagini

ROMA - Non sarà più necessaria l’autorizzazione delle Camere per le intercettazioni indirette di parlamentari. La commissione Giustizia della Camera ha infatti approvato all’unanimità un emendamento dell’Udc che sopprime la norma inserita nel ddl intercettazioni al Senato con la quale si estendeva la necessità dell’autorizzazione della Camera di appartenenza anche nel caso in cui le intercettazioni dovessero essere eseguite nei confronti di soggetti diversi dai parlamentari se, da qualsiasi atto di indagine, fosse emerso che tali operazioni fossero finalizzate ad accedere alla sfera di comunicazione del parlamentare. "È un segnale anti-casta", ha commentato il deputato Udc Roberto Rao. "Si tolgono i privilegi di cui si parlava in questa legge, è un atteggiamento serio del governo e della maggioranza". Per la capogruppo del Pd in commissione, Donatella Ferranti, è "un importante riconoscimento da parte del governo di avere introdotto solo un privilegio per i parlamentari".

PUBBLICAZIONE - Inoltre la commissione Giustizia della Camera ha approvato l'emendamento presentato dal governo al disegno di legge sulle intercettazioni. La proposta di modifica prevede sostanzialmente la possibilità di pubblicare le intercettazioni rilevanti ai fini delle indagini. A favore della proposta di modifica ha votato la maggioranza insieme ai rappresentanti di Pd e Udc. Solo l’Italia dei valori ha votato contro. "Rispetto al precedente testo", ha spiegato Rao, "è comunque una riduzione del danno e comunque c’è la fissazione fondamentale del termine entro il quale celebrare l’udienza filtro".

Redazione online

22 luglio 2010

 

 

 

Complessivamente sono stati tolti all'organizzazione beni per un valore di 100 milioni

Le mani della camorra sull'Abruzzo

I Casalesi volevano gli appalti post sisma

La Guardia di Finanza ha arrestato sei persone e sequestrato 21 società e 118 immobili

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Sigilli al Lago d'Averno: era in mano ai Casalesi (10 luglio 2010)

Complessivamente sono stati tolti all'organizzazione beni per un valore di 100 milioni

Le mani della camorra sull'Abruzzo

I Casalesi volevano gli appalti post sisma

La Guardia di Finanza ha arrestato sei persone e sequestrato 21 società e 118 immobili

La Casa dello Studente sotto le macerie: un'immagine simbolo del terremoto che ha devastato l'Aquila nell'aprile del 2009 (Emblema)

La Casa dello Studente sotto le macerie: un'immagine simbolo del terremoto che ha devastato l'Aquila nell'aprile del 2009 (Emblema)

ROMA - La camorra tentava di infiltrarsi negli appalti per la ricostruzione dopo il terremoto dell'Aquila. È uno degli elementi centrali emerso da un'azione della Guardia di Finanza contro i Casalesi, che ha portato all'arresto di 6 persone. Gli arrestati, secondo quanto emerso dagli uomini del Gico, il gruppo di intervento delle Fiamme Gialle, sono considerati "espressioni economiche" del clan che abitualmente opera nel Casertano, ma che ha propaggini anche in altre Regioni d'Italia ed in particolare nel Lazio, in Abruzzo ed in Toscana.

BENI SEQUESTRATI - Circa 500 militari sono impegnati da ore in questa operazione, denominata "Untouchable" e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che ha portato, appunto, ai sei arresti - le accuse sono di associazione per delinquere di stampo mafioso - e al sequestro di 21 società, 118 immobili ed altri beni e valori per un valore complessivo di 100 milioni di euro.

OBIETTIVO COMMESSE - Questa indagine ha consentito di monitorare "in diretta" le infiltrazioni della camorra casalese nelle commesse per la ricostruzione della città di L'Aquila, a seguito del devastante sisma del 6 aprile 2009. Infatti sono stati intercettati i colloqui telefonici con i quali gli arrestati disponevano l'invio del denaro necessario a finanziare le imprese costituite a L'Aquila, per loro conto, con il fine di aggiudicarsi i lavori per la ricostruzione.

LIBERA: "NON ABBASSARE LA GUARDIA" - "E' una conferma alle nostre denunce - commentano a Libera, il coordinamento delle associazioni antimafia presieduta da don Luigi Ciotti - . Sin dalle primi giorni avevamo monitorato, documentato e denunciato i tentativi ed i primi casi di infiltrazione della criminalità organizzata nella gestione degli appalti dell'emergenza e lanciato l'allarme sulla mancata o ritardata attivazione di tutti gli strumenti di contrasto. E' necessario mantenere alta la guardia sul post terremoto in Abruzzo, soprattutto in vista dell'inizio della ricostruzione vera in una terra impreparata a fronteggiare fenomeni di questa natura e che già prima del terremoto era terra di reinvestimento delle mafie. Desta preoccupazione la nascita, in territorio aquilano, di aziende con soci provenienti da altre regioni e che già dall'estate scorsa hanno aperti sedi nei comuni del cratere futuro. L'esperienza del passato ci insegna che piu' si andrà avanti con la ricostruzione cosiddetta pesante piu' saranno appetibili gli appalti e gli affari per la criminalità organizzata".

Redazione online

22 luglio 2010

 

 

 

 

 

2010-07-19

lettera del capo dello stato a Mancino

Napolitano: "Sarà il nuovo Csm

a occuparsi della vicenda P3"

Il Presidente invita a non gettare ombre sui consiglieri che ebbero a pronunciarsi liberamente a favore di Marra

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Napolitano: "Subito le nomine del nuovo Csm"

(19 luglio 2010)

lettera del capo dello stato a Mancino

Napolitano: "Sarà il nuovo Csm

a occuparsi della vicenda P3"

Il Presidente invita a non gettare ombre sui consiglieri che ebbero a pronunciarsi liberamente a favore di Marra

Napolitano con Nicola Mancino (Ansa)

Napolitano con Nicola Mancino (Ansa)

ROMA - Inchiesta P3 e giudici. Interviene Napolitano che, in una lettera a Nicola Mancino, precisa che "sarà il nuovo Csm, quando si insedierà, a occuparsi dei tentativi di interferire sugli orientamenti di alcuni consiglieri per favorire la nomina del presidente della Corte d'Appello di Milano, Alfonso Marra, come emerge dalle inchieste sulla cosiddetta P3.

LA LETTERA - La lettera è stata letta al Comitato di presidenza del Csm. "La richiesta prende le mosse, in particolare, dalla esistenza di investigazioni su condotte indebitamente tese a interferire sul voto di alcuni componenti di questo Consiglio in occasione della nomina del presidente della Corte di Appello di Milano. La questione, lei mi scrive, dovrebbe essere dibattuta in termini generali e propositivi prescindendo dalla esistenza di indagini penali, disciplinari e amministrative sull'episodio". La lettera così continua: "A parte la seria preoccupazione, che è lecito mantenere, di non interferire in tali indagini, ritengo da un lato che il tema non possa essere affrontato in termini "generali e propositivi" con la necessaria ponderazione nel momento terminale di questa Consiliatura, mentre è corretto lasciare alla prossima le appropriate decisioni in merito, e dall'altro che si debba essere bene attenti a non gettare in alcun modo ombre sui comportamenti di quei consiglieri che ebbero a pronunciarsi liberamente, al di fuori di ogni condizionamento, su quella proposta di nomina concorrendo alla sua approvazione".

LE PREMESSE - Il mandato dell'attuale Consiglio scade il 31 luglio prossimo. Erano stati alcuni consiglieri togati, fra i quali Livio Pepino, a sollevare la questione e a chiedere di metterla all'ordine del giorno. Su una decisione di tale delicatezza Mancino ha ritenuto opportuno acquisire il parere del presidente della Repubblica, che presiede di diritto il CSM e ne fissa l'ordine del giorno. In mattinata l'Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica ha reso noto il testo della lettera di Napolitano al Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, "in risposta alla informazione ricevuta sulla richiesta avanzata da componenti del Consiglio di porre all'ordine del giorno la questione delle 'regole deontologiche minimè che debbono caratterizzare i comportamenti dei Consiglieri, della quale oggi Š stata data lettura al Comitato di Presidenza del CSM". "La richiesta fa osservare Napolitano - prende le mosse, in particolare, dalla esistenza di investigazioni su condotte indebitamente tese a interferire sul voto di alcuni componenti di questo Consiglio in occasione della nomina del Presidente della Corte di Appello di Milano. La questione, lei mi scrive, dovrebbe essere dibattuta in termini generali e propositivi prescindendo dalla esistenza di indagini penali, disciplinari e amministrative sull'episodio. A parte la seria preoccupazione, che è lecito mantenere, di non interferire in tali indagini, ritengo da un lato che il tema non possa essere affrontato in termini 'generali e propositivì con la necessaria ponderazione nel momento terminale di questa Consiliatura ? mentre è corretto lasciare alla prossima le appropriate decisioni in merito - e dall'altro che si debba essere bene attenti a non gettare in alcun modo ombre sui comportamenti di quei consiglieri che ebbero a pronunciarsi liberamente, al di fuori di ogni condizionamento, su quella proposta di nomina concorrendo alla sua approvazione".

IL GIP: "CARBONI TRASFERITO IN OSPEDALE" - Intanto si è saputo che le condizioni di salute di Flavio Carboni sono a rischio e per questo si dispone il trasferimento dal carcere ad un centro diagnostico-terapeutico protetto che dovrà essere individuato dal Dap, direzione affari penitenziari. E’ questa la decisione del gip Giovanni De Donato che ha negato la revoca o la modifica della misura cautelare in atto. Carboni, 78 anni, è accusato di associazione per delinquere finalizzata alla violazione della legge Anselmi sulle società segrete, ed insieme con l’imprenditore campano Arcangelo Martino e il geometra Pasquale Lombardi, è stato arrestato l’8 luglio scorso. L’istanza era stata presentata dagli avvocati Renato Borzone e Anselmo De Cataldo. Secondo il giudice per Carboni "esiste una severa cardiopatia ischemica multivasale". Al momento, comunque, non è stata definita alcuna incompatibilità con il regime carcerario, ma risulteranno decisivi i prossimi accertamenti clinici e medici.

19 luglio 2010

 

 

 

Nota del capo dello Stato: "Confido nell'impegno attivo dei Presidenti delle Camere"

Napolitano: "Subito le nomine del Csm"

"Definire senza ulteriore indugio le intese necessarie perché le prossime votazioni vadano a buon fine"

Nota del capo dello Stato: "Confido nell'impegno attivo dei Presidenti delle Camere"

Napolitano: "Subito le nomine del Csm"

"Definire senza ulteriore indugio le intese necessarie perché le prossime votazioni vadano a buon fine"

ROMA - Napolitano vuole che le nomine del Csm siano rinnovata interamente entro il 31 luglio. "Nell'imminenza di una nuova seduta del Parlamento a Camere riunite per l'elezione dei membri laici del Csm, rinnovo un vivo appello a tutti i gruppi parlamentari a definire senza ulteriore indugio le intese necessarie perché‚ le prossime votazioni vadano a buon fine".

LA NOTA - Lo chiede in una nota il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. "Confidando nell'attivo impegno dei Presidenti delle Camere - aggiunge il capo dello Stato - sottolineo la assoluta necessità che alla scadenza del mandato dell'attuale Consiglio, il 31 luglio, l'istituzione sia stata rinnovata interamente così da poter svolgere senza soluzione di continuità e nella pienezza dei poteri le sue più che mai essenziali e delicate funzioni".

19 luglio 2010

 

 

 

 

L'INCHIESTA SULL'EOLICO

P3, in settimana nuove iscrizioni

I pm esamineranno i verbali finora acquisiti

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Carboni: venivano da me perché li facevo arricchire

(17 luglio 2010)

*

Caldoro l’"offeso": con Cosentino non finisce qua

(16 luglio 2010)

*

Lombardi in cella col Barbato sbagliato

(15 luglio 2010)

*

Le trame della cricca

(14 luglio 2010)

L'INCHIESTA SULL'EOLICO

P3, in settimana nuove iscrizioni

I pm esamineranno i verbali finora acquisiti

Carboni (Ansa)

Carboni (Ansa)

MILANO - Si apre un'altra settimana cruciale per l'inchiesta sulla cosiddetta P3. Non come quella appena conclusa e segnata dagli interrogatori del governatore della Sardegna Ugo Cappellacci, dell'ex sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino e dell'ex assessore regionale della Campania, Ernesto Sica. Nei prossimi giorni, secondo quanto si è appreso, non sono fissati interrogatori, ma gli inquirenti, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ed il sostituto Rodolfo Sabelli intendono esaminare gli elementi raccolti, anche alla luce delle ultime deposizioni, e valutare le posizioni di altri soggetti i cui nominativi compaiono nelle carte processuali e nelle intercettazioni telefoniche. Probabile, quindi, che ci saranno altre iscrizioni nel registro degli indagati.

INTERROGATORI - La settimana successiva riprenderanno invece le convocazioni in procura. Dopo le audizioni del governatore della Sardegna Ugo Cappellacci, dell'ex sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino e dell'ex assessore regionale della Campania, Ernesto Sica, seguiranno quindi gli interrogatori di testimoni ed indagati. Tra i personaggi eccellenti destinati a varcare l'ingresso di piazzale Clodio ci sono, tra gli altri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, l'ex presidente della corte di cassazione Vincenzo Carbone, il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, il presidente della corte di appello di Milano Alfonso Marra, il capo dell'ispettorato del dicastero della Giustizia Arcibaldo Miller e l'ex avvocato generale della Cassazione Antonio Martone. A metà settimana, infine, il tribunale del riesame si occuperà del ricorso presentato dai legali dell'imprenditore Arcangelo Martino, arrestato insieme con Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, e ritenuto uno dei principali indagati dell'inchiesta.

DI PIETRO INDIGNATO - "La seconda Repubblica sta cadendo sotto i colpi di un nuovo scandalo giudiziario. L'inchiesta sull'eolico e sulla cosiddetta P3 ha messo all'angolo il governo. Ma in tutto questo bailamme senza fine mi chiedo dove sia finito il cittadino italiano. L'Italia è una nazione che non si indigna più". E' questa l'annotazione di Antonio Di Pietro affidata al suo blog sulle ultime novità dell'inchiesta P3 che coinvolgfono il governo. "Berlusconi nega - afferma il leader dell'Italia dei Valori - l'esistenza della P3 e parla di una montatura. Smentisce, con una bella faccia tosta, il certo e il provato. Nonostante le carte processuali, infatti, e le intercettazioni, le stesse che vorrebbe abolire e dalle quali emerge il quadro di una situazione indecente e preoccupante. Eppure alcuni cittadini mantengono delle riserve e dei dubbi sulla disonestà di questo governo. Eppure i sondaggi sembrerebbero non punirlo, lo darebbero ancora capace di vincere le elezioni". Di Pietro se la prende poi con Tg1, accusato di parzialità: "Con la direzione sciagurata di Minzolini il Tg1 non informa più. Non ha parlato della P3, ha nascosto le vergogne di Brancher e Cosentino, non parla di Cesare, non ha mai detto ai telespettatori che pagano il canone a chi si riferiscono i membri dell'associazione segreta quando usano questo pseudonimo. Un quadro desolante che coincide con lo share in picchiata". Per questo, "le forze d'opposizione dovrebbero ritirare dal Cda Rai i propri rappresentanti e fare in modo che il servizio pubblico ritorni in mano ai cittadini e che la gestione venga affidata ai professionisti dell'azienda".

Redazione online

18 luglio 2010(ultima modifica: 19 luglio 2010)

 

 

 

per il convegno 75.000 euro da un conto della moglie

Governatori e giudici tutti al Forte Village

Così Carboni lanciò la sua "rete"

Le intercettazioni: per Bassolino un aereo privato

per il convegno 75.000 euro da un conto della moglie

Governatori e giudici tutti al Forte Village

Così Carboni lanciò la sua "rete"

Le intercettazioni: per Bassolino un aereo privato

Flavio Carboni (Ansa)

Flavio Carboni (Ansa)

ROMA— Settantacinquemila euro in assegni circolari presi da un conto intestato alla moglie di Flavio Carboni per finanziare — assieme alla Regione Sardegna di Ugo Cappellacci— il convegno-cenacolo organizzato dall’associazione Diritti e Libertà a Santa Margherita di Pula, in provincia di Cagliari, nel lussuoso albergo Forte Village, a metà settembre del 2009. I carabinieri del comando provinciale di Roma hanno scoperto il versamento alla società che gestisce l’hotel, e l’hanno collegato con una delle tante telefonate in cui Pasquale Lombardi, anima dell’associazione e tessitore dei rapporti fra il "gruppo di potere occulto" e i magistrati, batteva cassa proprio con l’imprenditore-faccendiere sardo.

"Ci vogliono ancora parecchi soldi...", dice Lombardi alla fine di luglio 2009. "Adesso mi metto d’accordo, mi devi spiegare a che cosa... in che modo posso intervenire...", risponde Carboni. Lombardi fa una specie di lista della spesa: "Ci vogliono intorno ai 36-38mila euro per le partenze. Poi ci vogliono circa 10.000 euro pr l’addobbo, e quindi tutti i microfoni eccetera, e poi circa 3.000 per una presentazione di libri... Formigoni e tutti gli altri candidati".

A proposito di partenze, Carboni ricorda che Arcangelo Martino, il terzo organizzatore dell’impresa e terzo arrestato, stava provvedendo per far venire il presidente della Campania. "Ha affittato l’aereo per Bassolino, solo per Bassolino", ribatte Lombardi. Carboni: "Viene con un aereo privato", e Lombardi: "Eehh, capito pe’ fà venì Bassolino...". Il nome dell’ex governatore ospite al convegno sardo sul tema "federalismo fiscale, problemi prospettive", compare qualche altra volta nelle telefonate intercettate. Una del febbraio scorso, quando Arcangelo Martino, dopo l’esclusione di Nicola Cosentino per la corsa alla guida della Regione, dice "di aver incontrato Bassolino il quale gli ha detto che anche loro andranno in collaborazione con De Luca (candidato del centrosinistra, ndr) ". Un’altra volta se ne parla a luglio 2009, quando Martino chiede a Carboni: "Sai se hanno fatto quella telefonata a Bassolino?", e Carboni risponde: "No, dunque... è quello che io purtroppo non l’ho potuto chiedere in questo momento... la posso chiedere domani tramite Denis... quando lo incontro".

Per gli altri invitati alla riunione di Forte Village sono stati prenotati i voli di linea, spiegava Lombardi a Carboni mentre insisteva per avere soldi: "O mi fai un bonifico, come vuoi tu. Perché ti ripeto, devi dare anche gli acconti a tutta questa gente che mi prestano! Cioè, ti ripeto, quello che deve fare la sala, eccetera".

Nell’interrogatorio sostenuto in carcere Carboni ha detto che "l’unica cosa di cui veramente mi sono occupato è di stare lì a pranzo e a cena, in quelle noiosissime due serate quali sono state a Forte Village". Ed ha ammesso il finanziamento, spiegandone i motivi: "Per aderire a quel rapporto che io trovavo interessante, non tanto con Lombardi quanto con il dottor Martino, che per quanto mi risultava è una persona che poteva, anche nel mondo imprenditoriale, che diceva di avere trecento dipendenti solamente a Napoli, con relazioni ovunque". Per l’imprenditore Carboni è utile "poter intervenire e favorire, fare alcune cose, perché così si conquistano, diciamo così, talvolta le simpatie... Anche partecipando a spese e a cose, questo va nelle relazioni comuni e quotidiane, quando si può. Questo è il motivo per cui ho dato un contributo anche per Forte Village", conclude Carboni, mentre nel suo interrogatorio Lombardi ha negato il finanziamento del faccendiere.

Nel rapporto inviato ai pubblici ministeri, i carabinieri scrivono che Lombardi, Carboni e Martino "utilizzano l’associazione Diritti e libertà, in nome della quale curano l’organizzazione di convegni in località amene e pranzi, per stringere rapporti confidenziali con importanti magistrati e alti funzionari della pubblica amministrazione. Tali rapporti vengono poi coltivati con la finalità, talvolta dichiarata esplicitamente, di conseguire importanti vantaggi per il gruppo, per qualche componente dello stesso o per qualche soggetto collegato".

Per l’appuntamento di Santa Margherita di Pula, Carboni aveva preteso che s’invitassero anche il sindaco e il presidente del Consiglio di Stato, "che se non si vede incluso nell’elenco sta un po’ male". E aveva annunciato che la sua presenza sarebbe stata molto discreta, forse per non mettere in imbarazzo qualche partecipante visti i suoi trascorsi giudiziari, come spiega ancora a Lombardi due giorni prima del convegno: "Io ti ho detto che farò solo delle apparizioni, solo fra di noi e basta... Ciao caro".

Durante i lavori del convegno, gli investigatori hanno registrato anche una telefonata dove Lombardi dà disposizioni a un suo collaboratore su come sistemare i relatori di una sessione: "Al centro è Carbone (all’epoca presidente della Cassazione, ndr). Poi ci metti Formigoni vicino a Bassolino da quest’altra parte... sulla sinistra ci metti Cappellacci, poi ci metti Martone e ci metti Caliendo... poi metti... devo essere io e coso, quel pepe di Verusio (procuratore di Grosseto, presidente dell’associazione, ndr). Da quest’altra parte invece metti Arcangelo".

Qualche mese dopo, all’inizio del 2010, il gruppo era pronto per un’altra occasione d’incontro, stavolta a Milano. I carabinieri lo scoprono attraverso una telefonata di Lombardi al giudice Martone: "Siccome con i nostri amici del centro studi vorremmo fare il giorno 26 febbraio un convegno a Milano, avendo come tema la giustizia, la riforma e tutte ’ste cazzate all’italiana... quale sarebbe secondo te il tema migliore da poter toccare?". È in occasione di quell’appuntamento che Lombardi farà, a metà febbraio, una telefonata al procuratore di Firenze (che non conosceva) per invitarlo; il sospetto è che ci fosse l’intenzione di succhiare qualche notizia sull’inchiesta sugli appalti per i Grandi Eventi che coinvolgeva Denis Verdini, oggi indagato per associazione segreta assieme a Carboni, Lombardi e Martino.

Giovanni Bianconi

19 luglio 2010

 

 

 

 

interpellato sulle VICENDE GIUDIZIARIE

Caso Finmeccanica, Guarguaglini:

"Ho la fiducia dell'azionista "

L'a.d. e presidente: "Per ora resto dove sono"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

"Da Roma a Singapore la pista dei fondi esteri" (18 luglio 2010) di F. Sarzanini

*

"Sull' azienda solo teoremi" (18 luglio 2010) Riccardo Acquaviva (Finmeccanica)

interpellato sulle VICENDE GIUDIZIARIE

Caso Finmeccanica, Guarguaglini:

"Ho la fiducia dell'azionista "

L'a.d. e presidente: "Per ora resto dove sono"

MILANO - "Se l'azionista non ha fiducia in me, me lo deve dire, per ora ho la sua fiducia e sto dove sto". Così il presidente e a.d. di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini, interpellato dai giornalisti in merito alle vicende giudiziarie in cui è coinvolto il gruppo. Il presidente era presente all'inaugurazione del salone aerospaziale londinese di Farnborough, debutto europeo per il B787 Dreamliner, il jet della Boeing in grado di trasportare 330 passeggeri, prodotto al 50% con materiali compositi (resine e fibre di carbonio)su cui Alenia Aeronautica, del gruppo Finmeccanica, ha realizzato due sezioni: quella centrale e quella posteriore, della fusoliera e lo stabilizzatore orizzontale del B-787.

COL SENNO DI POI -"Ho già detto 10mila volte che non abbiamo fondi neri all'estero" , ha detto Guarguaglini, dopo la conferenza stampa del gruppo al Farnborough air show, dove si è soffermato brevemente sull'inchiesta della Procura di Roma relativa all'affare Digint e per cui è in carcere, tra gli altri, l'ex consulente di Finmeccanica, Lorenzo Cola. "Io sono tranquillo", ha ribadito il presidente e a.d. di Finmeccanica. "Della presenza" all'interno di Digint del gruppo facente capo a Gennaro Mokbel "non sapevamo niente" ha aggiunto, sottolineando che "non c'è un'intercettazione in cui io parlo". E ha aggiunto, mettendo in evidenza che, nella vicenda "noi siamo testimoni e non imputati, ma certo chi legge le cronache dei giornali si può fare un'idea sbagliata". Durante la conferenza stampa, Guarguaglini, si era soffermato sulla Digint, la società che si occupa di sicurezza informatica di cui Finmeccanica a metà 2007 aveva acquisito per 2 milioni il 49% (ma con il diritto di nominare gli amministratori) dalla società lussemburghese Financial Lincoln. La Digint è finita nel mirino degli investigatori perché, successivamente, il 51% della società è stato ceduto per un periodo, sempre dalla Financial Lincoln, al gruppo facente capo a Mokbel per oltre 8 milioni, e in questo passaggio gli inquirenti sospettano che queste risorse siano, in realtà, servite per costituire fondi neri all'estero da parte degli indagati. Guarguaglini ha detto che Digint non è affatto una scatola vuota, ma una società che ha sviluppato un sistema tecnologicamente molto interessante e dalla prospettive interessanti: "Noi abbiamo fatto una valutazione tecnica del prodotto e abbiamo pensato che fosse all'avanguardia. E poi non abbiamo visto nulla di strano nel fatto che fosse" controllata da "una società lussemburghese" e quando "ne abbiamo acquisito il 49%, attraverso dei patti parasociali, avevamo completamente la governance dalla nostra parte. Ma, forse, col senno di poi - ha aggiunto Guarguaglini - la società lussemburghese era meglio non farla, ma lì per lì non c'era niente di male".". Quanto all'attività attuale di Digint, il numero uno di Finmeccanica ha detto: il suo sistema di protezione informatica "lo abbiamo installato presso quasi tutte le società del gruppo ed è stato fornito a un'altra società importante di cui non posso fare il nome. Il sistema è stato anche valutato positivamente dalla Drs", la società americana del gruppo attiva nell'elettronica per la difesa.

TRASFERTA IN SVIZZERA - Nel frattempo, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo è arrivato in Svizzera per fare una rogatoria nell'ambito dell'inchiesta sul riciclaggio di 2 miliardi di euro e, in particolare, sulle disponibilità di Lorenzo Cola, consulente esterno di Finmeccanica e arrestato nei giorni scorsi per l'accusa di riciclaggio internazionale. Al centro dell'indagine la disponibilità e le linee di credito che Cola ha in Svizzera dove avrebbe aperto dei conti correnti. Cola è stato arrestato dai carabinieri del Ros l'8 luglio scorso e secondo quanto sospettano gli investigatori sarebbe coinvolto nel riciclaggio di 8,3 mln di euro pagati da Gennaro Mokbel per acqusire quote della Digint. Il 21 luglio prossimo il Tribunale del riesame dovrà decidere sulla revoca dell'ordine di custodia cautelare chiesta dai difensori di Cola.

Redazione Online

19 luglio 2010

 

 

 

 

2010-07-18

Le carte I verbali del geometra-giudice tributario: sono un nullatenente

Lombardi: "Feci pressioni sui giudici Volevo fare bella figura con il premier"

"Contattai esponenti del Csm per la nomina di Marra. Mancino? Lo conosco da 40 anni"

Le carte I verbali del geometra-giudice tributario: sono un nullatenente

Lombardi: "Feci pressioni sui giudici Volevo fare bella figura con il premier"

"Contattai esponenti del Csm per la nomina di Marra. Mancino? Lo conosco da 40 anni"

ROMA — Anche Pasquale Lombardi, il "ministro della Giustizia" della presunta associazione segreta che avrebbe condizionato o tentato di condizionare la vita pubblica italiana, non ha beni patrimoniali da dichiarare davanti al giudice che l'interroga nel carcere di Avellino dov'è rinchiuso. Nonostante l'età avanzata, una carriera politica che l'ha portato a fare il sindaco del suo paese, il ruolo ricoperto di giudice tributario. Titolo di studio geometra, professione pensionato, 77 anni il prossimo 19 agosto. Il 10 luglio scorso, all'indomani dell'arresto, accetta di rispondere alle domande per difendersi dalle accuse e comincia dalla vicenda più spinosa: le ipotetiche trame per influenzare i giudici della Corte costituzionale e salvare la legge che bloccava i processi al presidente del Consiglio. "Con riferimento alla vicenda del giudizio di costituzionalità relativo al cosiddetto lodo Alfano — dice Lombardi, intercettato in decine di conversazioni su questo argomento — ho tentato di interessarmi per acquisire meriti con il capo del mio partito, onorevole Silvio Berlusconi, affinché potesse ritenersi che ero in grado di arrivare anche ai giudici della Corte costituzionale". Niente di più. La telefonata con l'ex presidente della Consulta Mirabelli, nella quale chiede di avvicinare una giudice-donna non può negarla, ma dice: "Lui ormai non conta più nulla". Specifica di non ricordare il nome della giudice a cui faceva riferimento, "è stata segnalata dal partito Pdl". In realtà l'unica donna presente alla Corte costituzionale è Maria Rita Saulle, nominata nel 2005 dal presidente della Repubblica Ciampi.

Gli incontri con Verdini e le telefonate a Carbone

Lombardi conferma gli incontri a casa del coordinatore del Pdl Denis Verdini, ma — con Carboni — sostiene che s'è parlato della possibile candidatura del capo degli ispettori del ministero della Giustizia Arcibaldo Miller (anche lui presente ad almeno una riunione) alla presidenza della Regione Campania. Ma da una telefonata successiva col sottosegretario Caliendo s'intuisce che invece s'è discusso anche del "lodo Alfano": "Si è trattato di un riferimento fatto soltanto di sfuggita", ribatte Lombardi, che non sa spiegare altre frasi sullo stesso tema; "non ricordo" risponde una volta, e "non sono in grado di dire a chi facessi riferimento quando dicevo "lui è rimasto contento di quello che stiamo facendo"; nego tuttavia che si tratti dell'onorevole Verdini".

Pasquale Lombardi (Ansa)

Pasquale Lombardi (Ansa)

Le telefonate con l'ex presidente della corte di Cassazione Vincenzo Carbone, spiega Lombardi, sono dovute al fatto che "con lui ho un rapporto di familiarità", ma non ricorda se ricevette indicazioni su come trattare il ricorso presentato in Cassazione dall'onorevole Cosentino. Al quale ha comunque tentato di dare una mano, su sua richiesta, anche perché "ho sempre sostenuto la candidatura del predetto" al governo della Campania. Con Carbone, Pasquale Lombardi parla anche due giorni prima di una decisione su Cosentino, "annunciandogli una piccola regalia", si legge nell'ordine d'arresto: "Stammi a sentì ... mi sò fatto portare l'olio e te lo porto domani mattina ( ... ). Ci vediamo in Cassazione e facciamo il trasbordo". Di che si tratta? "Si fa riferimento effettivamente a olio di oliva", risponde Lombardi, che lui prende presso un'azienda dalle sue parti: "Provvedo io, spesso, a fornire olio di oliva, previo regolare pagamento, affidandolo a un carabiniere che presta servizio in Cassazione", originario del paese dove si produce l'olio e di cui l'indagato indica il nome al giudice. Lombardi nega di essersi interessato al dossier anti Caldoro e alle concessioni degli appalti per l'energia eolica in Sardegna, mentre si sofferma sulla sua attività di animatore dell'Associazione diritti e libertà "di cui presidente è stato sempre un magistrato", che raduna circa 400 magistrati e organizza convegni come quello del settembre 2009 a Forte Village in Sardegna, finanziato "dalla Regione e da piccoli contributi di alcune società; nego di aver ricevuto finanziamenti da Carboni Flavio". Il quale, però, nel suo interrogatorio, ha sostenuto il contrario.

Gli interventi sul Csm e il nome di Mancino

Sulle nomine effettuate dal Consiglio superiore della magistratura Lombardi spiega che alcuni giudici suoi amici da oltre vent'anni (Alfonso Marra, Gianfranco Izzo, Paolo Albano) gli hanno sollecitato un interessamento per ottenere incarichi direttivi: "Lo hanno chiesto a me perché ho molte conoscenze e amicizie nell'ambito politico e giudiziario, e come si sa queste nomine sono influenzate in maniera determinante dalle quattro correnti dell'Associazione nazionale magistrati e dalla politica, che può tutto". Per sostenere Marra alla carica di presidente della Corte d'appello di Milano e altri magistrati di cui si parla nell'ordine di arresto, precisa Lombardi, "ho intrattenuto contatti con due consiglieri togati del Csm (Ferri e Carrelli Palombi) e con i componenti laici Tirelli, Saponara e Bergamo. Nego di aver avuto contatti con il vicepresidente de Csm Nicola Mancino, con il quale peraltro ho rapporti di consuetudine da oltre quarant'anni". Ma nel provvedimento che l'ha spedito in carcere è riportato il testo di una telefonata registrata il 24 novembre 2009, subito dopo un incontro proprio con Mancino. "Ho fatto quello che dovevo fare, è andata bene — diceva Lombardi all'altro arrestato Arcangelo Martino —... Abbiamo fatto un ottimo lavoro (...) per i nostri amici... Il mio intervento è stato decisivo". Spiegazione dell'indagato al giudice: "Effettivamente mi sono incontrato con l'onorevole Mancino, con il quale avrò parlato incidentalmente della nomina di Marra". Argomento che trattò anche con un avvocato: "Gli ho chiesto di parlare con Mancino della nomina di Marra, senza tuttavia avere riscontro, evidenziando che è sempre bene avere amicizie per chiedere qualcosa in caso di difficoltà".

La lista Formigoni esclusa dalle Regionali

Lombardi parla anche dell'esclusione della Lista Formigoni dalle elezioni regionali in Lombardia. "Ho contattato il presidente Marra per sapere l'esito della commissione elettorale; con riferimento al tentativo di sollecitare un'ispezione ministeriale presso la Corte d'appello di Milano in seguito al rigetto del ricorso, intendo dichiarare che si tratta soltanto di sciocchezze". Agli atti c'è una conversazione piuttosto esplicita fra Lombardi e Martino, a proposito di quell'agognata ispezione che non ci fu mai, ma il geometra-ex giudice tributario risponde: "Non ricordo la conversazione che la Signoria vostra mi contesta".

Giovanni Bianconi

18 luglio 2010

 

 

 

 

Cappellacci: "Sono stato un babbeo..."

"Leggo che Carboni si lamenta di me... Verdini? si dimostrerà innocente... Le ville? Non le frequento"

L'intervista Il governatore sardo sotto inchiesta

Cappellacci: "Sono stato un babbeo..."

"Leggo che Carboni si lamenta di me... Verdini? si dimostrerà innocente... Le ville? Non le frequento"

DAL NOSTRO INVIATO

CAGLIARI — Esce dalla macchina un po' stropicciato: per la trasferta a Roma, le sei ore davanti ai pm, il caldo africano. S'alza di colpo un refolo dal mare, e Ugo Cappellacci respira a fondo, "ahhh, il vento è una grande risorsa per la Sardegna!", dice, senza pensarci. Frase pericolosa, di questi tempi... Il governatore ride. "Ho detto quello che avevo da dire ai magistrati, è andata bene, penso". Ci tiene a specificare che Capaldo e i suoi colleghi gli hanno dato "un'impressione di serietà", proprio nelle ore in cui i berlusconiani doc sparano a palle incatenate contro il procuratore. Ma ha una posizione un po' più esposta, lui. "Si decide la mia vita", dice, di colpo serio, fissando il cronista.

C'è un punto in cui si dimetterebbe?

"Solo se mi rendessi conto di non avere avuto come faro il bene dei sardi ma l'interesse personale". Entra nel palazzone di viale Trento con lo staff. È sabato mattina, gli uffici della Regione sono deserti.

Togliamoci il pensiero: lei lo sapeva chi era Carboni?

"Di fama. Ma non conoscevo nei dettagli le sue vicende".

Li legge i giornali?

"In termini generali sapevo chi era, sì. Però ho ben chiari i limiti tra la cortesia e gli atti amministrativi".

Cortesia?

"Allora, diciamo che sono stato un babbeo (pausa) ma solo al principio! Quanto devo scontare per questo? Mi diano qualche giorno per dabbenaggine! La verità è che sono stato troppo educato e cortese, ne sono pentito".

Ne fa una questione di educazione? È opportuno che un governatore vada in giro con uno che ha attraversato le storie più sporche della Repubblica?

"Senta, non c'è un solo atto che io abbia fatto contro la legge. Anzi, proprio sul Corriere leggo che Carboni si lamenta, e molto, di me. Mi sono preso anche insulti, sa?".

Ha avuto pressioni politiche?

"Sollecitazioni. È normale".

Qual è la differenza?

"Vogliamo dire raccomandazioni?".

E diciamolo. Per Carboni?

"Sì".

Da Verdini? Da altri?

Qui Cappellacci dismette la sua famosa cortesia. "Non mi porti dentro la vicenda giudiziaria, mi avevano detto che era un'intervista politica".

Parliamo di politica, allora: da queste parti il Pdl è a pezzi. Sarà anche per questa storia?

"È evidente che questo si trasferisce anche sulla vicenda politica. Io voglio rilanciare il progetto politico. Avremo più politica nella giunta, serve un riequilibrio".

Ecco, il progetto. Lei, agli esordi, tuonò contro gli "yes-men". Potrebbe rifarlo ora? "Certo. Guardi che ciò che resterà di me è che sono un no-man. Ho detto no. Non è stato consentito né un centimetro né un foglietto a sostegno di certi progetti e anzi il risultato va nell'interesse della Sardegna".

Cosa ha detto ai suoi figli?

"Che possono continuare a essere orgogliosi del papà".

I suoi guai hanno un nome: Farris. Pentito di averlo nominato al vertice dell'Arpas?

"Sì. Altrimenti non lo avrei poi revocato".

Ebbe sollecitazioni per lui?

"Si cerca di fare una nomina anche in funzione di un equilibrio politico. A volte va male, altre malissimo".

Una bella mano verso il malissimo dicono gliel'abbia data il suo assessore Asunis.

"Ha avuto la sfortuna di presentarmi Carboni. Ma, credo, senza... premeditazione".

Anche Asunis spingeva per Farris, no?

"È agli atti. Premessa: Asunis era un profondo conoscitore della macchina amministrativa. Normale, per me, consultarlo. All'inizio, però, ebbi il dubbio che Farris fosse vicino all'altra parte, cioè a Soru. Quindi opposi delle riserve. Ma i suoi titoli erano i migliori".

Cioè, lei era perplesso non sulle qualità ma sull'appartenenza di scuderia?

"Alla fine mi diedero rassicurazioni".

Ne parlò con Verdini?

"Sì, lui prese informazioni e me le diede. In una telefonata mi passò Carboni e parlammo di questo".

E a lei non rizzò il pelo?

"Mi pare che il pelo non si rizzasse neanche a politici e magistrati che avevano rapporti con Carboni e che certo sono persone di valore e buonafede. Guardi qui". (Cappellacci mostra gli atti di due convegni organizzati da Pasquale Lombardi, pieni di toghe, dove Carboni circolava tra palco e parterre: li ha forniti anche ai pm di Roma, è parte della sua linea di difesa).

Le carte sull'eolico che hanno sequestrato a Carboni e soci sono atti della Regione? Bozze di atti vostri?

"No, sono cartacce loro. Fantasie loro".

Raccontano che l'anno scorso, in campagna elettorale, parlasse sempre Berlusconi e che, quando toccava a lei, lui le dicesse: Ugo, spicciati che dobbiamo andare a mangiare...

"Falsissimo. Berlusconi ha fatto sei o sette comizi. Io decine e decine. Questa era la strategia per dipingermi come il Signor Nessuno. Io ho un vero curriculum politico".

Con Berlusconi però ha anche un rapporto da figlio.

"Mi ha conosciuto che avevo 21 anni. Mio padre era il suo commercialista. Poi il rapporto con Confalonieri e Comincioli è diventato d'amicizia".

Ora dicono che lei sia passato da Comincioli a Verdini...

"Le chiamo il mio amico Romano Comincioli e le faccio vedere... non esiste proprio che lo abbandoni".

È normale che lei in questa storia sia andato cinque o sei volte da Verdini? "Assolutamente. È il mio coordinatore nazionale e io sono anche un dirigente nazionale del partito".

Verdini, più che "l'uomo verde" come lo chiamano i "vecchietti" della P3, pare ormai l'uomo nero d'Italia...

"C'è un punto giudiziario, e sarà in grado di dimostrarsi estraneo alle accuse. E uno politico: è un ottimo coordinatore. Abbiamo un rapporto eccellente".

E com'è Dell'Utri?

"Colto, capace, gli si deve la nascita di Forza Italia".

Dice che per questo lo perseguitano...

"Non sono in grado di valutare".

Lombardi dice che lei si metteva sempre a disposizione...

"L'ho conosciuto ai convegni, che motivo avevo di dubitare di lui?".

Questa è anche una storia di ville sarde. Sica, il Cagliostro del caso Caldoro, le frequentava parecchio...

"Io no. Preferisco stare con moglie e figli, in barca".

Ma come? Vive nel lunapark e...

"Ha capito bene: non mi piacciono le giostre".

Goffredo Buccini

18 luglio 2010

 

 

 

 

RICICLAGGIO - L'INCHIESTA

Roma -Singapore, la pista dei fondi esteri

Il "mediatore" Lorenzo Cola ammette: "da Finmeccanica 10 milioni in Svizzera". I rapporti con Mokbel

RICICLAGGIO - L'INCHIESTA

Roma -Singapore, la pista dei fondi esteri

Il "mediatore" Lorenzo Cola ammette: "da Finmeccanica 10 milioni in Svizzera". I rapporti con Mokbel

Pierfrancesco Guarguaglini, presidente di Finmeccanica

Pierfrancesco Guarguaglini, presidente di Finmeccanica

ROMA - I vertici di Finmeccanica hanno incontrato almeno due volte l'avvocato di Singapore accusato di essere il "riciclatore" del gruppo criminale che sarebbe stato creato da Gennaro Mokbel. Si chiama Randhir Chandra, ha 53 anni, ed è l'uomo che ha creato la società lussemburghese utilizzata per l'acquisizione della "Digint" da parte della holding che poi cedette il 51 per cento proprio a Mokbel per otto milioni e 300 mila euro. Sono stati i carabinieri del Ros a documentare gli appuntamenti e di fronte ai magistrati sia il presidente Pierfrancesco Guarguaglini, sia il direttore generale Giorgio Zappa hanno dovuto ammettere di averlo visto nella sede di piazza Montegrappa. Il sospetto degli inquirenti è che proprio lui sia stato una delle pedine utilizzate per l'accantonamento dei fondi all'estero. Mediatore dei contatti si conferma Lorenzo Cola, il consulente della holding arrestato la scorsa settimana con l'accusa di riciclaggio nell'ambito dell'operazione che — questa la tesi dei pubblici ministeri — sarebbe stata portata a termine proprio per il trasferimento di denaro. I verbali e le relazioni investigative depositate al tribunale del Riesame che dovrà pronunciarsi sulla permanenza in carcere del manager confermano il progetto di effettuare operazioni in Asia proprio come auspicato da Mokbel nelle conversazioni con i suoi complici che sono state intercettate. Ed evidenziano i riferimenti a conti correnti e società straniere — in una triangolazione che passa per Londra, New York e la Svizzera — che sarebbero stati utilizzati per accantonare le provviste economiche ottenute anche grazie alla sovrafatturazione. Del resto è stato lo stesso Cola ad ammettere nel suo interrogatorio di aver ricevuto "più o meno dieci milioni di euro in Svizzera, frutto del mio lavoro con Finmeccanica". Cola ha anche sostenuto che dell'ingresso di Mokbel nella vicenda Digint "Finmeccanica non ha mai saputo nulla". E adesso si attende l'esito delle rogatorie su tutti i depositi rintracciati nelle banche straniere. In particolare un conto presso il Credito Agricole di Lugano e altri due riconducibili a Cola che potrebbero essere stati utilizzati per il transito delle somme.

L'UOMO CHE COMPRAVA VILLE E DIAMANTI - Scrivono i carabinieri in un capitolo dell'informativa: "Dalle conversazioni emerge un progetto secondo cui allo scadere del triennio 2007-2010 Finmeccanica avrebbe rilevato interamente la "Digint" il cui valore avrebbe dovuto nel frattempo essere artatamente incrementato. Tramite questa operazione sarebbe così venuta a crearsi una cospicua plusvalenza da ripartire tra le persone interessate. Le intercettazioni evidenziano che per tale operazione Mokbel aveva incaricato l'avvocato Nicola Di Girolamo, ora senatore, Marco Toseroni (tutti e tre tuttora in carcere ndr) che a loro volta si erano avvalsi dell'avvocato Chandra e della società lussemburghese "Hagal Capitale" appositamente costituita e controllata dalla holding di Singapore del sodalizio, identificata nella "Rhuna Investment"", che fu appunto utilizzata nell'operazione "Digint". Prosegue la relazione del Ros: "Giova rilevare come la "Hagal Capital" sia stata impiegata per l'acquisto della villa di Antibes, in Francia, più volte utilizzata dal comitato d'affari per definire le strategie future di investimento". Non solo: "Nel periodo settembre-dicembre 2007 il sodalizio iniziava a pianificare nuove strategie per la costituzione di società estere necessarie a intraprendere un'attività di compravendita di pietre preziose anche al fine di immettere sul mercato i diamanti già acquistati con i proventi illeciti occultati a Hong Kong" e proprio di questo Toseroni discuteva con Chandra anche per sapere "se conosce qualcuno in grado di tagliare pietre preziose".

INCONTRI E PRANZI CON LA DIRIGENZA - L'operazione "Digint" era stata avviata già dalla primavera del 2007. Il 12 luglio scorso, durante il suo interrogatorio di fronte al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, il presidente Guarguaglini non specifica le date ma ammette: "Ho visto una volta l'avvocato Chandra. L'ho incontrato una volta in quanto Cola mi disse aveva parlato di una persona che aveva conoscenze importanti nel governo dell'Indonesia e poteva essere interessante per Finmeccanica avere contatti a tali livelli. Io ho fatto fissare dalla mia segretaria un pranzo dentro Finmeccanica con Cola e Chandra. Nell'incontro Chandra mi disse che aveva conoscenze nel governo indonesiano e che questo governo aveva grossi budget da investire nel settore della difesa e che potevano essere di interesse per società del Gruppo. Gli chiesi di fissarmi un incontro con qualcuno del governo dell'Indonesia e dopo ne avremmo parlato ma non si è fatto più vedere, né Cola me ne ha più parlato". In realtà un altro incontro ci fu con Zappa. Guarguaglini nega di averlo saputo. Il direttore generale — che in precedenza lo aveva smentito — davanti al magistrato adesso invece dichiara: "Effettivamente consultando la mia agenda ho avuto modo di verificare che il 6 maggio 2008 era fissato un appuntamento per il quale risulta annotato "Cola + personaggio di Singapore": a quanto ricordo all'appuntamento c'era sicuramente Cola, questa persona che ho letto chiamarsi Chandra e un'altra persona, ma non sono in grado di dire se effettivamente sia quel Toseroni di cui ho letto sui giornali perché delle persone indicate non ho reperito nel mio archivio i biglietti da visita".

TROPPO ALTO IL PREZZO DELLA DIGINT - Quello stesso giorno viene convocato al palazzo di giustizia di Roma Lorenzo Borgogni, componente del comitato esecutivo di Finmeccanica. Ammette di aver saputo delle riunioni con Chandra e Toseroni soltanto dopo l'avvio dell'inchiesta e chiarisce: "A quanto mi è stato detto da Guarguaglini e Zappa queste persone volevano aprire un'agenzia nell'area del Pacifico con rappresentanza di Finmeccanica ma poi non se n'è fatto più nulla. Ho parlato anche con Cola che mi ha detto di non sapere che personaggi c'erano dietro questo signore e quando lo ha scoperto, nell'ottobre 2008, l'ha allontanato poiché i Servizi gli avevano riferito che Chandra era un tipo poco raccomandabile". Che il Sismi fosse informato risulta dalle carte che documentano la presenza del capocentro di Milano a una delle riunioni preparatorie. E adesso è lo stesso Borgogni a dichiarare che quell'operazione non era un buon affare per Finmeccanica: "Posso dire che la "Digint" certamente non valeva la cifra che si è letta sui giornali, circa 8 milioni e 300 mila euro, neppure in prospettiva di futura valorizzazione della società".

Fiorenza Sarzanini

18 luglio 2010

 

 

 

"Sull'azienda solo teoremi"

La lettera

"Sull'azienda solo teoremi"

Caro direttore, le ricostruzioni pubblicate oggi che descrivono i verbali degli interrogatori tratti probabilmente dagli atti depositati al Tribunale del Riesame di Roma, proseguono l'azione di diffamazione messa in atto e basata su notizie non corrispondenti alla realtà che danneggiano gravemente l'immagine del Gruppo Finmeccanica. Si vuole attivare teoremi atti ad identificare Finmeccanica come azienda creatrice di fondi neri. In tale contesto si è costretti per l'ennesima volta a riconfermare i seguenti punti: Finmeccanica non ha mai costituito fondi neri all'estero. L'operazione Digint, che viene erroneamente identificata come il tramite per la creazione di riserve finanziarie all'estero, per Finmeccanica in realtà ha avuto come unico obiettivo l'acquisizione di un software particolarmente efficace ed evoluto. Il software della Digint che sta per essere adottato da quasi tutte le società del Gruppo, produce significativi risultati, ed è stato anche venduto e installato presso società esterne. Tale software è sviluppato e gestito da alcuni tecnici che sono rimasti soci della società a garanzia della manutenzione e sviluppo del software stesso, nonché dei loro interessi come progettisti di quell'impianto. Da qui la richiesta di mantenere una quota di maggioranza nella nuova società dopo aver dato tutte le garanzie di governance a Finmeccanica. Queste persone erano infatti i fondatori della IKON, società leader in Italia delle intercettazioni telefoniche e dotata di software molto evoluto. Tale società ha tra l'altro lavorato per le principali Procure. La IKON attraverso l'intervento di Lorenzo Cola in qualità di consulente Ernst&Young, offrì a Finmeccanica la sua tecnologia. Finmeccanica, dopo alcuni approfondimenti tecnici e la richiesta di trasformare la tecnologia da attiva a passiva (da dedicata alle intercettazioni, alla difesa dei sistemi informatici) accettò di valutare una proposta che venne poi affidata alla consulenza della società Ernst&Young. Finmeccanica non ha mai chiesto di schermare in alcun modo l'operazione Digint con la società lussemburghese Lincoln. Contrariamente a quanto si afferma il coinvolgimento del Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, nei vari passaggi dell'iniziativa, è esattamente lo stesso dedicato alle numerose iniziative del gruppo Finmeccanica di queste dimensioni, vale a dire, alla valutazione strategica e tecnologica. In particolare, non è mai stato coinvolto sui passaggi azionari della quota non posseduta da Finmeccanica e, come affermato più volte, non ha mai conosciuto Gennaro Mokbel. Finmeccanica precisa, infine, che non c'è stata nessuna irregolarità nelle le modalità di pagamento di Lorenzo Cola. Direzione Comunicazione

Riccardo Acquaviva (Direzione Comunicazione Finmeccanica)

18 luglio 2010

2010-07-17

Ghedini: "Cesare non è Berlusconi"

Lo provano gli atti e l'agenda del presidente del Consiglio

LA DIFESA

Ghedini: "Cesare non è Berlusconi"

Lo provano gli atti e l'agenda del presidente del Consiglio

"Come era facile intuire il nome "Cesare" non si riferisce affatto al Presidente Berlusconi. Dall'esame degli atti, così come riportato anche da alcuni quotidiani, in una intercettazione fra Carboni e Martino del 16.9.2009, un mercoledì, si legge testualmente che Cesare "è a Catania e rientra sabato". Lo sottolinea in una nota Niccolò Ghedini, parlamentare del Pdl e avvocato del premier. "Si indica poi - fa osservare ancora Ghedini - che possa rientrare venerdì sera e che non sarebbe andato al Congresso. Il Martino ipotizzava altresì di fare andare da lui il Cesare. Da tali indicazioni del tutto sconnesse dagli impegni del Presidente Berlusconi e da un controllo degli impegni dei suoi spostamenti tutti documentati, si è potuto acclarare che pacificamente mai si è recato in Catania in quella settimana. È quindi del tutto evidente - conclude - che Cesare è da individuarsi in altro soggetto e ci• fa irrimediabilmente venir meno tutte le illazioni prospettate in questi giorni". (fonte Ansa)

17 luglio 2010

 

 

 

 

Carboni: venivano da me

perché li facevo arricchire

E su Cappellacci: è vero, l’ho sostenuto Ma poi ha fatto solo danni a tutti

Il documento - Il faccendiere parla del tentativo di candidare un magistrato

Carboni: venivano da me

perché li facevo arricchire

E su Cappellacci: è vero, l’ho sostenuto Ma poi ha fatto solo danni a tutti

"Rappresento uno che sa produrre ricchezza. Mi hanno sempre dato fiducia, che si tratti di eolico, di immobiliare". E’ una delle tante verità di Flavio Carboni, in carcere dal 9 luglio scorso e accusato con altri di far parte di una presunta "associazione segreta" che avrebbe interferito su attività di organi istituzionali e della pubblica amministrazione. Nell’interrogatorio Carboni ha anche raccontato degli incontri con Denis Verdini per candidare il giudice Miller in Campania. "All’epoca bisognava nominare i candidati per la Regione ". E Cappellacci, il governatore della Sardegna: "L’ho sostenuto, ma poi ho avuto solo svantaggi"

ROMA—"Sono Carboni Flavio, nato a Sassari il 14 gennaio 1932".

"Titolo di studio?".

"La frequenza del liceo"

"Diploma di scuola media superiore?".

"No, la frequenza. Non ho conseguito il diploma ".

"Ha beni patrimoniali?".

"Non dispongo".

"Nessuno? Automobile, abitazione, niente?".

"No, li ho in uso, ma non sono miei...".

"È sottoposto ad altri procedimenti penali?".

"Sì".

"Condanne ne ha avute?".

"Sì".

Comincia così l’interrogatorio dell’imprenditore sardo— noto alle cronache come "faccendiere ", definizione che lui respinge sdegnato— del 9 luglio scorso a Regina Coeli, davanti al giudice che l’ha fatto arrestare. Carboni è accusato di far parte (con altre persone, di cui almeno un paio parlamentari del Pdl) di una presunta "associazione segreta" che avrebbe interferito su attività di organi istituzionali e della pubblica amministrazione. Il giudice riassume i motivi dell’arresto e l’indagato — preoccupato per il suo stato di salute, "ho avuto tre infarti, il quarto non lo vorrei avere" — annuncia di voler ribattere punto su punto, per dimostrare la propria innocenza: "C’è questa meravigliosa, enorme, abnorme raccolta di dati dei carabinieri, ma io non mi riconosco in nessuna di queste affermazioni. Quest’Arma alla quale mi rivolgevo tutte le volte che non mi fidavo della polizia... In questo caso, probabilmente per errore, hanno raccolto dati molto diversi da quella che è la realtà ".

Martino e Lombardi: "Sono estraneo a quei due"

Carboni nega di avere legami d’affari e d’interessi con Martino e Lombardi, gli altri due arrestati. Anzi, cerca di mettere una linea di demarcazione fra loro e sé: "Per me sono due estranei, emi hanno creato solo guai, altro che complicità ". L’ex politico napoletano Arcangelo Martino, dice Carboni, "mi è stato presentato come uomo importantissimo, pieno di mezzi, di conoscenze innumerevoli", e un imprenditore non deve farsi sfuggire occasioni simili: "Quando conosco una persona importante me la coltivo, e ritengo che Martino meritasse questo tipo di interessamento". Che poi si sarebbe limitato a "qualche sporadico incontro". Il geometra e giudice tributario Pasquale Lombardi, invece, era uno che parlava troppo e a sproposito: "Uno stupido che al telefono diceva quello che a me non interessava... Io non ho mai avuto nessun rapporto di inciuci... Se poi i due soggetti, gli altri che sono incriminati, avessero altre intenzioni o avessero altre malefatte ai danni dello Stato, questo lo chieda a loro, non a me perché io con loro non ho nulla a che fare, né prima né dopo... I miei rapporti sono stati solo e unicamente quelli di ricevere richieste da entrambi, ma soprattutto da Martino, quello che frequentavo di più". Il giudice prova a controbattere che dalle intercettazioni telefoniche emergono interessi comuni e discorsi su interventi provocati da reciproche richieste, ma Carboni non si smuove: "Al Grand Hotel di Roma incontrai due o tre volte il signor Martino e gli dissi "Non mi far parlare più con quel coglione, scusi l’espressione, che al telefono mi dice queste cose"... Non ero tanto ingenuo da non immaginare, scusi sa... Io ho sempre immaginato di essere intercettato ".

Flavio Carboni 78 anni

Flavio Carboni 78 anni

"Dopo tre infarti, arrestato come un volgare criminale"

Più avanti il giudice obietta: "Lei è persona acuta, ma deve sapere che io non sono un ingenuo ", e Carboni sbotta: "Ma neanche io, signor giudice, ma neanche lei può condannare un innocente. Signor giudice, che non ha nulla a che fare con quei mascalzoni! Né tantomeno con Cappellacci (il presidente della Regione Sardegna indagato per corruzione nella stessa inchiesta, ndr)... Io le sto dicendo che cosa ho fatto, non voglio ingannare lei... Mai un fatto reale, però... ". Nel suo sfogo—"dopo tre infarti, arrestato come un volgare criminale... senza aver fatto nulla!" — l’imprenditore-faccendiere si sente male, l’interrogatorio s’interrompe. Il suo avvocato Renato Borzone, che l’ha fatto assolvere in primo e secondo grado dall’accusa di aver ucciso il banchiere Roberto Calvi nel 1982, invita Carboni a calmarsi e a continuare a rispondere. Alla fine farà mettere a verbale i "non ne sapevo niente" del suo assistito sul dossieraggio a danno di Caldoro (candidato Pdl in Campania, ndr), sulle interferenze nelle nomine del Csm, sulla tentata ispezione ai giudici che avevano escluso la Lista Formigoni dalle elezioni in Lombardia.

La candidatura di Arcibaldo Miller

Alla ripresa si parla delle riunioni a casa del coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, che per l’accusa servivano a pianificare le pressioni sulla corte costituzionale per far dichiarare legittimo il "lodo Alfano" che bloccava i processi a carico di Silvio Berlusconi. Col padrone di casa c’erano i tre arrestati, il senatore Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Caliendo, il capo dell’ispettorato dello stesso ministero Arcibaldo Miller, il giudice Antonio Martone. Ma Carboni nega che si sia parlato dei problemi giudiziari del premier, dando un’altra versione: "Bellissima riunione... All’epoca bisognava nominare i candidati della Regione Campania. Miller era la persona più idonea, era considerati da Verdini la persona ideale. E perché proprio io che di politica...? Perché io avevo una certa frequentazione, soprattutto con Verdini". La candidatura del magistrato napoletano a capo degli ispettori ministeriali, spiega Carboni, interessava soprattutto Martino e Lombardi: "Essendo io più amico, probabilmente, di Verdini rispetto a Miller, potevo influenzare, potevo raccomandare. Cosa che ho fatto... che io trovo estremamente normale... Non so se ricordo bene, credo che sia stato Miller a rinunciare... Evidentemente ritenevano che io potessi influire, perché Verdini potesse convincere il dottor Miller, a cui loro tenevano moltissimo, perché accettasse la canditatura ". Carboni esclude accenni al "Lodo Alfano", dice solo che era una cosa di cui scrivevano molto i giornali, e insiste sulla scelta dei candidati: "Si è parlato di Cosentino, si è parlato di un altro, di Altieri, si è parlato di quello che c’è attualmente... Ogni tanto veniva, "vediamoci, vedi di dire a Verdini di sostenere questo e quello", e questo non lo consideravo un reato di alcun genere... ".

Ugo Cappellacci e l’energia eolica

Il giudice, che pare poco convinto dalle risposte, passa al tema Cappellacci e investimenti nell’energia eolica in Sardegna. Carboni è categorico: "L’ho sostenuto, Cappellacci, è vero", ma poi ne avrebbe avuto solo svantaggi. Perché ha cancellato la "legge Soru", dice, che "consentiva alle grandi società di intervenire nel mondo dell’eolico". Insomma: "Da quando è stato eletto questo signore ha creato danni a tutti, non solo a me. E’ vero che è ricolmo di sorrisi, che è venuto da Verdini, è venuto a Roma, ci siamo incontrati, ma per tutto l’anno non ha fatto nessuna legge". Però ci sono telefonate in cui Carboni, dopo gli incontri col governatore, riferiva che "è andata benissimo", ma l’indagato replica: "Ecco, guardi i risultati. Meno male che è andata benissimo... ". Ci sono pure conversazioni su provvedimenti normativi che Carboni e soci dovevano preparare in bozza, per farli approvare. Risposta: "Questo è normale, mi scusi.. Per qualunque imprenditore, cosa che è successa e continua a succedere sia nel campo immobiliare che nel campo dell’energia, di qualunque iniziativa commerciale, la cosa migliore da fare è andare a trattare con il sindaco, con gli assessori, e quindi si va dal presidente... Lo facciamo tutti". E quando il giudice chiede quale fosse la ragione del sostegno di Martino a Cosentino in Campania, Carboni risponde: "Mi permetto di dire che qualunque imprenditore, dico proprio qualunque, più onesto del mondo, ha interesse a che il politico che va a governarlo sia magari suo amico, e questo non credo che costituisca reato...".

"Io sono uno che sa produrre ricchezza"

Carboni ammette quello che per l’accusa è un altro indizio di partecipazione all’associazione segreta, cioè il finanziamento al convegno svoltosi a Fort Village, in Sardegna, nel quale Lombardi aveva radunato decine di giudici. Dando tutt’altra spiegazione, però: "Incontrare le persone e avere rapporti con la gente importante è una cosa che mi interessava, mi interessa e mi interesserà sempre, ma non per finalizzarla a reati ". Ha ricevuto soldi dagli imprenditori romagnoli, almeno 4 milioni di euro; non per la corruzione in vista degli appalti nell’eolico, come sostiene l’accusa, ma perché "io, Flavio Carboni, rappresento uno che sa produrre ricchezza, cosa che è successa sempre nel passato, con 24 lottizzazioni e iniziative di tanti tipi, legali. Mi hanno dato fiducia, che si tratti di eolico, di immobiliare. Quei soldi io li potevo destinare all’eolico o anche al casinò, se poi li facevo produrre... ". E gli assegni per alcune centinaia di euro negoziati nella banca di Denis Verdini (secondo gli investigatori dallo stesso parlamentare-presidente del Credito cooperativo fiorentino) erano un investimento nel quotidiano locale Il Giornale di Toscana: "Non è la prima volta, la Nuova Sardegna era mia, sono stato socio dell’editoriale L’Espresso... Così come ho finanziato Paese Sera... E’ un mondo diverso al quale io tengo moltissimo". Stavolta ha scelto il giornale del coordinatore del Pdl: "Con Verdini c’è un rapporto molto molto intrinseco, direi molto cordiale, molto affettuoso. Naturalmente queste situazioni di questi momenti hanno creato disagi a tutti, come può immaginare, signor giudice...".

Giovanni Bianconi

17 luglio 2010

 

 

 

 

Anche il Sismi nell’operazione Finmeccanica

Un teste: al primo incontro il capocentro di Milano

I verbali

Anche il Sismi nell’operazione Finmeccanica

Un teste: al primo incontro il capocentro di Milano

Anche il Sismi era informato della acquisizione da parte di Finmeccanica della società "Digint", poi ceduta all’organizzazione criminale che farebbe capo a Gennaro Mokbel. A rivelarlo è stato uno dei soci di "Ernst & Young", ritenuto testimone chiave nell’inchiesta che mira a dimostrare come l’affare servisse in realtà a costituire "fondi neri" all’estero. ROMA — Il Sismi, il servizio segreto militare, era informato dell’acquisizione da parte di Finmeccanica della società "Digint", poi ceduta all’organizzazione criminale che farebbe capo a Gennaro Mokbel. Un alto funzionario dell’intelligence avrebbe addirittura partecipato a una delle riunioni preparatorie e poi sarebbe diventato responsabile del settore sicurezza di Alenia in America. A rivelarlo è stato uno dei soci di "Ernst & Young", che gestì l’operazione finanziaria, adesso ritenuto testimone chiave nell’inchiesta che mira a dimostrare come l’affare servisse in realtà a costituire "fondi neri" all’estero. Dopo l’arresto di Lorenzo Cola, il consulente di Finmeccanica accusato di riciclaggio proprio perché avrebbe trasferito sui propri conti correnti i proventi pari a 8 milioni e 300 mila euro, il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e i pubblici ministeri delegati alle indagini hanno interrogato numerosi manager dell’azienda specializzata nei sistemi di difesa—compreso il presidente Pierfrancersco Guarguaglini — e anche quelli che ebbero un ruolo esterno. I loro verbali mostrano le contraddizioni nella ricostruzione dei fatti, ma soprattutto rivelano l’esistenza di altre operazioni riconducibili a Cola per il trasferimento di denaro su depositi stranieri.

L’incontro a Milano con il capo degli 007

Il 9 luglio scorso viene convocato al palazzo di giustizia della capitale Giuseppe Mongiello, responsabile del settore fiscale dello "Studio Legale Tributario " partnership di "Ernst & Young". Cola è stato bloccato da poche ore mentre si accingeva a partire per gli Stati Uniti. Il testimone non si sottrae alle domande dei magistrati. "I miei rapporti con Finmeccanica per quanto riguarda la Holding sono con il presidente Guarguaglini, con il responsabile delle comunicazioni Borgogni e con il responsabile del settore fiscale Correale. Ho conosciuto Lorenzo Cola in quanto mi è stato presentato circa a metà del 2006, circa sei o sette mesi prima che avesse inizio l’operazione "Digint", da Guarguaglini o da persona di Finmeccanica vicina a Guarguaglini, come consulente esterno di Finmeccanica. Posso dire però con tranquillità che successivamente ho incontrato Cola in Finmeccanica e ho avuto la conferma dei rapporti molto stretti tra i due: posso qualificare Cola, se non come il braccio destro di Guarguaglini, sicuramente come suo uomo di fiducia. Dopo qualche mese Cola mi disse che Finmeccanica era intenzionata a rilevare una tecnologia di avanguardia di cui era in possesso la società Ikon, ma con modalità riservate. Ricordo anche che la prima volta Cola mi parlò di questa cosa a casa sua a Milano alla presenza di un militare, tale Maurizio Pozzi, che si presentò come capocentro Sismi di Milano e che ora so essere capo sicurezza Alenia in nord America (società che fa parte del Gruppo Finmeccanica, ndr). Pur non avendo modo di dubitare che Cola parlasse a nome di Finmeccanica per i suoi rapporti con la dirigenza, ne parlai con Luca Manuelli che era l’amministratore di "Finmeccanica Group Services" e anche perché era uso dello studio avere documentazione che attestasse gli incarichi ricevuti e ci fu uno scambio di note scritte. I miei interlocutori per questa operazione erano Cola, Manuelli e Borgogni, però ho assistito a telefonate fatte da Manuelli a Guarguaglini per ragguagliarlo direttamente su questa operazione". Dopo poco Mongiello aggiunge: "Avevo saputo da Cola che la tecnologia Ikon, che doveva essere trasferita a Finmeccanica tramite "Digint", gli era stata segnalata proprio da Pozzi, il capocentro Sismi. Per questo ragione io ho sempre ritenuto che Cola fosse vicino o comunque collegato ai Servizi. Questa circostanza, unita al fatto che essere molto vicino ai vertici di Finmeccanica mi induceva a non fare molte domande sulle indicazioni che mi forniva di volta in volta per effettuare le operazioni che mi venivano richieste. Voglio precisare, a conferma dei rapporti di cui godeva Cola all’interno di Finmeccanica, che lo stesso dava del "tu" a tutti i massimi vertici del Gruppo, cioè a Guarguaglini, Manuelli, Zappa, Borgogni, Giordo, alla moglie di Guarguaglini che è amministratore della "Selex Sistemi Integrati", e ad altri".

Riunioni e affari con gli uomini di Mokbel

È ancora Mongiello a confermare come l’operazione sia stata gestita sin dall’inizio con i personaggi—in particolare il senatore Nicola Di Girolamo e la "mente finanziaria " Marco Toseroni — poi arrestati con l’accusa di aver fatto parte dell’associazione criminale che farebbe capo a Mokbel. Circostanza che Guarguaglini e gli altri vertici della holding hanno sempre negato. L’indagine condotta dai carabinieri del Ros ha consentito di verificare che attraverso la lussemburghese "Financial Lincoln " è stata costituita la società "Digint" che ha acquisito appunto il ramo d’azienda dalla Ikon che riguardava il tracciamento dei dati. Così il fiscalista ne ricostruisce i passaggi salienti: "Al momento della proposizione dell’operazione, Cola mi disse che le quote della società che venne individuata in una società lussemburghese — ottimo strumento per garantire la riservatezza della titolarità delle quote — dovevano essere divise in modo che il 51 per cento venisse riservato a lui o società che avrebbe indicato per conto di Finmeccanica e il restante 49 per cento diviso in parti uguali tra Albini e Mugnato (soci della Ikon ndr). Il 51 per cento riservato a cola fu in via provvisoria intestato a mia moglie in attesa di indicazione di Cola e preciso che lo sollecitai più volte a fornirmi indicazioni sull’intestazione definitiva. Posso dire che tutta l’operazione finalizzata al rilievo della "Financial Lincoln" e alla costituzione di "Digint" con tecnologia "Ikon" è stata effettuata su richiesta e per conto di Finmeccanica. Tutte le cariche interne a "Digint", amministratori e collegio sindacale, sono avvenute sempre su indicazione di Finmeccanica, in particolare di Manuelli su indicazione del vertice, ritengo Guarguaglini e Borgogni che si occupa delle cariche del Gruppo. Effettivamente ricordo che Cola ci presentò all’interno dello studio di via Romagnosi l’avvocato Di Girolamo e Toseroni come soggetti interessati, io ritenevo per suo conto, all’intestazione del 51 per cento delle quote che all’epoca erano, provvisoriamente, ancora in capo a mia moglie. Non ricordo se ci sono stati altri incontri con Di Girolamo e Toseroni. Sicuramente è venuto spesso Marco Iannilli (anche lui arrestato per concorso in riciclaggio con l’organizzazione di Mokbel, ndr) che seguiva l’operazione per Cola".

Il Fondo "schermo" voluto dal presidente

Secondo il testimone i vertici erano informati passo dopo passo dell’operazione. E per dimostrarlo cita un’altra circostanza: "Cola ci disse che Guarguaglini non gradiva che risultasse che Finmeccanica partecipasse in minoranza a una società controllata da una piccola società con minimo capitale sociale e peraltro di diritto lussemburghese, per cui Cola stesso ci disse che occorreva "schermare" questa titolarità riferendo la titolarità delle quote della "Financial Lincoln" al Fondo Allianz. Di questo si occupò Corrado Prandi, ex dipendente di "Ernst & Young" che io stesso ho presentato a Cola. Economicamente ho sempre ritenuto che si trattasse di un’operazione "neutra" nel senso che avveniva tutta all’interno di Finmeccanica, senza quindi pagamenti per le intestazioni di quote. Sono rimasto pertanto sbalordito quando ho letto su internet che Cola avrebbe ricevuto in pagamento per questa società "Digint" la somma di 8 milioni e 300 mila euro ". Proprio per conoscere il grado di conoscenza dell’operazione da parte dei vertici di Finmeccanica il 12 luglio scorso viene convocato come testimone il presidente Guarguaglini. Nel suo verbale ci sono diverse parti "omissate", ma nella sostanza ribadisce la regolarità dell’operazione "che mi fu proposta nella primavera del 2007 dallo studio "Ernst & Young" e per esso da Cola e Mongiello che mi parlarono di un software molto avanzato adatto alla difesa dei sistemi informatici di Finmeccanica che avrebbe potuto avere successo sia all’interno del Gruppo che in un momento successivo, attraverso la sua commercializzazione ". Guarguaglini sembra voler prendere le distanze da Cola e infatti afferma: "L’ho conosciuto tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, ma l’ho frequentato poco". In realtà a smentire questa circostanza, oltre a Mongiello, è il direttore generale di Finmeccanica Giorgio Zappa, che viene interrogato il giorno successivo e subito nega di essersi occupato dell’affare "Digint". "Ho conosciuto Cola dopo circa un anno e mezzo dal mio arrivo nel 2004 a Finmeccanica dalla Alenia di cui ero amministratore delegato. Cola, che frequentava il 7˚ piano di piazza Montegrappa, si era presentato nel mio ufficio ma io già sapevo che era ben conosciuto dal presidente Guarguaglini con cui peraltro successivamente l’ho visto più volte. Cola mi disse di provenire da Ms, ora diventata "Selex Sistemi Integrati", settore radar, e quindi già in precedenza dal mondo Finmeccanica. Ricordo che quando lo conobbi lui mi disse che conosceva Guarguaglini e la mogli Grossi da circa sette, otto anni. Con Cola ho avuto frequentazioni che si sono concretizzate in sette, otto incontri formali e quattro, cinque pranzi o cene ad alcune delle quali ha partecipato anche l’attuale presidente della Fondazione Ansaldo di genova, Luigi Giraldi. Cola vantava frequentazioni e conoscenze di rilievo in America, anche al Congresso, tanto che io ricordo di averlo segnalato al presidente di Alenia Nordamerica qualche mese prima del giugno 2007, epoca di aggiudicazione della gara in America per l’aereo C27J per la quale potevano essergli utili le conoscenze in America di Cola". Il 9 luglio, poco dopo l’arresto di Cola, viene interrogato Corrado Prandi, l’uomo che ne avrebbe gestito almeno in parte le disponibilità finanziarie. Anche nel suo verbale ci sono svariati "omissisi".

Operazioni all’estero ordinate da Cola

"La prima volta che ho fatto ingresso in Finmeccanica - racconta - è stato nel 2006, 2007 emi ha portato Mongiello. Non avevomai saputo che Cola fosse interessato a "Digint" e quando è venuta fuori la notizia sulla stampa, Cola mi disse che era stata creata da lui per fare una cortesia ai suoi due amici Mugnato e Albini. Nel 2008 ho conosciuto Iannilli e ho saputo che era il commercialista di Cola. Io avevo due conti utilizzati per Cola: il primo si chiamava Pinefold, aperto e chiuso perché confluito in Yorkel nel 2008, e Yorkel stesso. Cola mi ha chiesto il numero di conto Yorkel per far fare dei trasferimenti a Iannilli in suo favore. Iannilli ha trasferito sul conto di Cola complessivamente due o tre milioni di euro circa: ciò è avvenuto sul conto Yorkel nel 2008". Prandi inizialmente esclude "di aver ricevuto per conto di Cola trasferimenti di denaro dalla Smi di San Marino da parte di Iannilli nel 2007 e lo escludo quasi certamente anche per il 2008. Ho invece ricevuto nel 2009 somme di denaro, complessivamente inferiori a un milione di euro da Marco Iannilli dal conto Smi per conto di Cola". Ma di fronte alle contestazioni dei magistrati ammette di "aver conosciuto Iannilli nel 2007" e a questo punto rivela anche "l’esistenza di un conto in Svizzera che Cola aveva presso il Credito Agricole di Lugano". Quattro giorni dopo torna in Procura e "sciogliendo la riserva rispetto ad alcune dichiarazioni precedenti" aggiunge dettagli ritenuti molto importanti dagli inquirenti per la ricostruzione di altre operazioni finanziarie all’estero. Racconta Prandi: "Presso la Duddley, Cola riceve la somma di 780 mila dollari nel periodo agosto-ottobre 2007. Dallo stesso conto di Lugano, nei mesi successivi, vengono trasferite somme per l’importo complessivo di quattro milioni di dollari presso il conto Pamgard di Londra, da dove poi confluiscono presso lo studio legale Pavia di New York. Il motivo di trasferimento di questa somma è il seguente: in quel momento Cola aveva pensato di acquistare un immobile in un condominio cooperativa di New York che però non andò a buon fine per cui le somme pervenute allo studio Pavia per metà sono ritornate in Svizzera presso il conto Riolite e in parte sono confluite in un Trust poi utilizzato per l’acquisto di un appartamento a New York nella (5˚. Sul conto Riolite sono pervenute al Cola altre somme. In particolare è pervenuta a Cola dal 19 luglio al 14 agosto 2007 la somma di quattro milioni e 400 mila euro e poi nel settembre 2007 la somma di 200 mila euro. La provenienza delle somme sono da "Gartime" e "Emerald" società riferibili a Iannilli".

Fiorenza Sarzanini

17 luglio 2010

 

 

INCHIESTA digint

Finmeccanica: non abbiamo fondi neri

Caso Mokbel, nota del gruppo: "Si tratta di teoremi"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Gli affari con Mokbel

di Fiorenza Sarzanini

INCHIESTA digint

Finmeccanica: non abbiamo fondi neri

Caso Mokbel, nota del gruppo: "Si tratta di teoremi"

Finmeccanica "non ha mai costituito fondi neri all'estero". A ribadirlo in una nota è la società, secondo cui le notizie sulle indagini finora filtrate "descrivono i verbali degli interrogatori tratti probabilmente dagli atti depositati al Tribunale del Riesame di Roma". La nota diffusa dal gruppo guidato da Pier Francesco Guarguaglini punta a chiarire soprattutto il punto dei finanziamenti occultati al fisco: "Si tratta di teoremi atti ad identificare Finmeccanica come azienda creatrice di fondi neri".

IL SOFTWARE L'operazione Digint, precisa Finmeccanica, "viene erroneamente identificata come il tramite per la creazione di riserve finanziarie all'estero, per noi in realtà ha avuto come unico obiettivo l'acquisizione di un software particolarmente efficace ed evoluto. Contrariamente a quanto affermato nell'articolo, il software è in adozione da parte delle società del gruppo, sta producendo significativi risultati, ed è stato anche venduto e installato presso società esterne". Tale software, rileva ancora Finmeccanica, "è sviluppato e gestito da alcuni tecnici che sono rimasti soci della società a garanzia della manutenzione e sviluppo del software stesso, nonchè dei loro interessi come progettisti di quell' impianto. Da qui la richiesta di mantenere una quota di maggioranza nella nuova societá dopo aver dato tutte le garanzie di governance a Finmeccanica. Queste persone erano infatti i fondatori della Ikon, società leader in Italia delle intercettazioni telefoniche e dotata di software molto evoluto. Tale società ha tra l'altro lavorato per le principali Procure". La Ikon attraverso l'intervento di Lorenzo Cola in qualità di consulente Ernst&Young, rileva ancora la società, "offrì a Finmeccanica la sua tecnologia. Finmeccanica, dopo alcuni approfondimenti tecnici e la richiesta di trasformare la tecnologia da attiva a passiva (da dedicata alle intercettazioni, alla difesa dei sistemi informatici) accettò di valutare una proposta che venne poi affidata alla consulenza della societá Ernst&Young". (AdnKronos)

17 luglio 2010

2010-07-16

P3, Sica interrogato su Caldoro:

"Voci sui trans? Colpo basso, ma politico"

L'ex assessore della Regione Campania risponde sui dossier diffamatori sul neogovernatore: schermaglie pre-elettorali di cui ha ammesso di essere a conoscenza

L'INCHIESTA

P3, Sica interrogato su Caldoro:

"Voci sui trans? Colpo basso, ma politico"

L'ex assessore della Regione Campania risponde sui dossier diffamatori sul neogovernatore: schermaglie pre-elettorali di cui ha ammesso di essere a conoscenza

Ernesto Sica (Ansa)

Ernesto Sica (Ansa)

ROMA - Ha ammesso di conoscere il contenuto delle voci diffamatorie diffuse sul conto di Stefano Caldoro, ma di considerarle un tiro basso di natura politica, un gossip, e che lui non nutriva "nulla di personale" verso l’attuale governatore della Campania. L’ex assessore regionale con delega all’avvocatura, Ernesto Sica, indagato nell'ambito dell'inchiesta su una presunta associazione occulta, ha offerto una sua ricostruzione dei fatti agli inquirenti della Procura di Roma che l’hanno interrogato per circa 2 ore negli uffici di piazzale Clodio. Per la procura capitolina Sica resta uno dei responsabili della presunta campagna diffamatoria architettata dal gruppo per screditare l'allora candidato alla presidenza della Regione Campania, Stefano Caldoro, spargendo la voce che frequentasse transessuali, a vantaggio dell'ex sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino (anche lui indagato) e lo ritengono vicino all'associazione segreta che è costata il carcere all'imprenditore napoletano Arcangelo Martino, al geometra Pasquale Lombardi e all'uomo d'affari sardo Flavio Carboni.

30 MILA PREFERENZE - Sica si è spiegato, giustificato, sottolineando che l’azione nei confronti di Caldoro, riguardo a presunte e false voci su sue frequentazione con trans, "era in un periodo pre-elettorale" quando insomma si doveva decidere ancora il candidato del centrodestra in Campania, quando c’era anche la possibilità che lui stesso, Sica, venisse designato. L’ex assessore ha poi ribadito che quando alla fine, da Roma, è stata fatta la scelta, lui ha sostenuto Caldoro senza tentennamenti e convogliando sull’attuale governatore tutto il suo consenso. Sica, che è stato con oltre 30mila preferenze uno dei candidati più votati alle elezioni, ha ribadito di non avere nulla di personale nei confronti di Caldoro. Uno dei suoi difensori, l’avvocato Fabrizio Merluzzi, ha spiegato: ""E’ stato un interrogatorio tranquillo, chiaro, limpido. Il mio assistito ha spiegato che la contrapposizione era connessa alla normale contesa politica e che comunque questa era stata superata". Infine Sica ha spiegato di non conoscere Flavio Carboni o Pasquale Lombardi, i presunti vertici della cosiddetta P3, e di aver avuto rapporti sporadici solo con Arcangelo Martino. "Non ha mai incontrato nessuno degli altri indagati", ha sottolineato il penalista.

Redazione online

16 luglio 2010

 

 

 

 

 

Ghedini: "Berlusconi "CESARE"? interpretazione ridicola"

P3 e toghe, Alfano: no a caccia alle streghe

Il ministro: "Non si può fare di tutta un'erba un fascio". Berlusconi: "Vogliono delegittimarci"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Gli affaristi citano il premier: dobbiamo vedere "Cesare" di G. Bianconi (15 luglio 2010)

*

"Il gruppo agì per conto di Formigoni. "Cesare" pseudonimo del premier" (14 lulio 2010)

Ghedini: "Berlusconi "CESARE"? interpretazione ridicola"

P3 e toghe, Alfano: no a caccia alle streghe

Il ministro: "Non si può fare di tutta un'erba un fascio". Berlusconi: "Vogliono delegittimarci"

Angelino Alfano (Lapresse)

Angelino Alfano (Lapresse)

BRUXELLES - "Abbiamo una certezza: che il sistema-giustizia ha dentro di sé tutti gli anticorpi per reagire". È la convinzione espressa a Bruxelles dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a proposito del coinvolgimento di magistrati nell'inchiesta P3. "Non si può fare di tutta un'erba un fascio e non si può dare la caccia alle streghe. Ciascuno faccia il proprio dovere, sia dal punto di vista inquirente che da quello dei diritti di chi è chiamato a difendersi" ha aggiunto il Guardasigilli.

GHEDINI: "IL PREMIER NON SAPEVA NIENTE" - Sull'inchiesta e sulle indiscrezioni emerse dai verbali negli ultimi giorni è intervenuto anche il deputato Pdl e avvocato del premier, Niccolò Ghedini. "L'interpretazione data negli atti di indagine che "Cesare" sarebbe riferibile alla persona del presidente Berlusconi oltre che inveritiera è ridicola" ha spiegato il legale. "In relazione agli articoli apparsi in questi ultimi giorni su alcuni quotidiani, tendenti a far ritenere che vi fosse una consapevolezza da parte del presidente Berlusconi di attività antigiuridiche di terzi, si deve ribadire - ha aggiunto - come tali prospettazioni siano del tutto inveritiere e contraddette dagli stessi atti processuali". "Ancora una volta, con la parziale pubblicazione di atti di indagine, in palese violazione di legge, si tenta di gettare discredito nei confronti del presidente Berlusconi" ha concluso Ghedini, annunciando che "saranno esperite tutte le azioni giudiziarie del caso".

BERLUSCONI: "VOGLIONO DELEGITTIMARCI" - In mattinata, lo stesso Silvio Berlusconi aveva invitato gli esponenti dell'esecutivo, riuniti in Consiglio dei ministri, ad "andare avanti", "nonostante i tentativi di delegittimazione" in corso, secondo quanto riferiscono fonti ministeriali. "Non date retta ai giochi di palazzo. Non c'è da essere preoccupati, occorre continuare a lavorare con tranquillità. Dobbiamo concentrarci sulle cose concrete, parliamo dei fatti e dei risultati che abbiamo raggiunto", avrebbe suggerito il presidente del Consiglio. Il Cavaliere, riportano le stesse fonti, ha fatto un accenno alle ultime inchieste giudiziarie quando ha spiegato che si tratta solo di "chiacchiere che non ci scalfiscono. C'è un disegno per delegittimarci. Noi andiamo avanti per la nostra strada". Il presidente del Consiglio ha annunciato poi di volersi concentrare sul partito, rinunciando anche alle vacanze, e ha invitato i ministri a non prestare il fianco a polemiche sterili, soprattutto con i finiani. Berlusconi dopo il Consiglio dei ministri ha poi avuto un incontro con Umberto Bossi sul federalismo.

FORMIGONI - Sulle inchieste che ruotano attorno all'eolico in Sardegna e alla cosiddetta P3 è toprnato a dire la sua anche Roberto Formigoni, chiamato in causa da una informativa dei carabinieri, secondo la quale sarebbe il "mandante" delle pressioni del gruppo per la riammissione della sua lista alle ultime elezioni regionali. "Ovviamente non ho dato un mandato a nessuno" ha detto il governatore della Lombardia. "Non c'è nessun coinvolgimento né presunto né reale" ha aggiunto Formigoni, rispondendo ai giornalisti e dicendo che quelle uscite finora sono "tutte notizie false e infondate".

Redazione online

16 luglio 2010

 

 

 

probabile ora il ricorso in cassazione della difesa

Appalti sull'eolico, tribunale del riesame: restano in carcere Carboni e Lombardi

I due erano stati arrestati l'8 luglio per associazione a delinquere e violazione della legge sulle società segrete

probabile ora il ricorso in cassazione della difesa

Appalti sull'eolico, tribunale del riesame: restano in carcere Carboni e Lombardi

I due erano stati arrestati l'8 luglio per associazione a delinquere e violazione della legge sulle società segrete

MILANO - Restano in carcere Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, due dei principali indagati dell'inchiesta della cosiddetta P3. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Roma presieduto da Guglielmo Muntoni. Respinti quindi i ricorsi presentati dalla difesa.

LA SENTENZA - I due, considerati tra i principali artefici della presunto sodalizio che avrebbe agito in modo occulto, erano stati arrestati l'8 luglio scorso per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulle società segrete, insieme con l'imprenditore napoletano Arcangelo Martino (il cui ricorso al riesame sarà esaminato il 21 luglio) . Nel respingere i ricorsi il tribunale del riesame ha ritenuto non attenuate le esigenze di custodia cautelare. Nella discussione che si è tenuta oggi in aula il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ed il sostituto Rodolfo Sabelli avevano espresso parere negativo alla revoca delle ordinanze di custodia cautelare. Tra i motivi invocati dalle difese a sostegno delle proprie argomentazione c'erano, tra l'altro, l'inutilizzabilità di alcune intercettazione telefoniche nelle quali sono coinvolti politici, e, soprattutto, nel caso di Carboni, anche l'età, 78 anni. A questo punto non è eslcuso che i difensori, Renato Borzone e Anselmo De Cataldo, per l'uomo d'affari, e Corrado Olivero, per Lombardi, ricorrano per Cassazione una volta esaminate le motivazioni dell'ordinanza del riesame.

Redazione online

15 luglio 2010

 

 

 

Lo Scandalo eolico-P3

Il Csm avvia la procedura di trasferimento d'ufficio per il giudice Alfonso Marra

Per incompatibilità ambientale nella sede giudiziaria di Milano. L'interessato: "Contento, così chiarisco"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Eolico, Cosentino lascia e attacca Fini (14 luglio 2010)

Lo Scandalo eolico-P3

Il Csm avvia la procedura di trasferimento d'ufficio per il giudice Alfonso Marra

Per incompatibilità ambientale nella sede giudiziaria di Milano. L'interessato: "Contento, così chiarisco"

Il presidente della corte d'Appello di Milano Alfonso Marra (Cavicchi)

Il presidente della corte d'Appello di Milano Alfonso Marra (Cavicchi)

MILANO - Il presidente della Corte d'Appello di Milano Alfonso Marra sarà convocato per un'audizione nei prossimi giorni dalla prima commissione del Csm, che giovedì mattina ha deciso di aprire nei confronti del magistrato una procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale, alla luce di quanto è emerso nell'inchiesta romana sugli appalti per l'eolico e sulla associazione segreta (soprannominata P3, ndr). La decisione è passata con quattro voti a favore. Ha votato contro il laico del centrodestra Gianfranco Anedda.

LE CONTESTAZIONI - Il presidente della commissione, nonchè relatrice del fascicolo, Fiorella Pilato (Magistratura democratica) metterà a punto il documento con le contestazioni rivolte a Marra, che sarà portato lunedì prossimo in commissione; successivamente, dunque, il presidente della Corte d'appello di Milano verrà convocato a palazzo dei Marescialli. La commissione cercherà di chiudere l'iter di questo trasferimento entro la fine dell'attuale consigliatura, ossia entro il 31 luglio, ma i tempi tecnici non permetterano di portare in plenum la questione prima di settembre: gli atti, infatti, prevede la procedura di trasferimento, vengono depositati dopo la chiusura dei lavori della commissione, e il magistrato in questione a un margine di 20 giorni per mettere a punto la sua difesa e presentare documenti. Dunque, il caso Marra sarà il primo fascicolo rilevante che il nuovo Csm si troverà ad affrontare in plenum dopo la pausa estiva. Quanto agli altri magistrati - tra cui il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller - citati nell'ordinanza di custodia cautelare del gip la Prima Commissione ha disposto un'istruttoria chiedendo all'autorità giudiziaria gli atti anche per capire la loro esatta posizione e le eventuali contestazioni nei loro confronti. La Commissione ha anche deciso di chiedere alla Procura di Roma un'informativa sugli altri magistrati coinvolti, come il capo dell'Ispettorato di Via Arenula, Arcibaldo Miller, e l'ex avvocato generale della Cassazione, Antonio Martone, anche per sapere se i magistrati della capitale abbiano già inviato atti ai titolari dell'azione disciplinare.

CASSAZIONE - Ma anche la Procura generale della Corte di Cassazione, ha avviato un'indagine disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti nell'inchiesta sull'eolico condotta dalla procura di Roma i cui nomi vengono più volte citati negli atti del fascicolo penale. "La Procura generale della Corte di Cassazione - si legge in una nota - con riferimento ai fatti emergenti dall'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Roma nei confronti di Flavio Carboni+ 2, comunica che è stata avviata, sin dal 12 luglio scorso, una indagine di natura disciplinare".

IL VOTO - Di Alfonso Marra parlano alcune delle persone finite in carcere per l'inchiesta della Procura di Roma, facendo riferimento a pressioni su alcuni consiglieri del Csm per favorire la sua nomina alla guida della Corte d'Appello di Milano. A votare per l'avvio della procedura di trasferimento di ufficio sono stati i consiglieri Pilato, Fresa, Volpi e Patrono. Non ha partecipato al voto, invece, Giuseppe Maria Berruti che nelle intercettazioni viene indicato come il consigliere che rappresentava il maggior ostacolo alla nomina di Marra.

CONTENTO PER DECISIONE CSM - "Sono contento che il Csm abbia aperto la procedura così si chiarirà la mia posizione" ha detto Alfonso Marra, raggiunto al telefono dall'Ansa, in merito all'apertura da parte del Csm della procedura per il suo trasferimento per incompatibilità ambientale.

L'INCHIESTA - Il nome di Marra appare in alcune intercettazioni dell'inchiesta sugli appalti per l'eolico. in particolare in una informativa del 18 giugno, parlando dell'attività svolta dal gruppo occulto, i carabinieri definiscono emblematica la "vicenda che ha visto protagonista il neo presidente della Corte d'appello di Milano". "Non appena Marra - spiegano i militari dell'Arma - ha ottenuto, dopo un'intensa attività di pressione esercitata dal gruppo (e in particolare da Pasquale Lombardi) sui membri del Csm, l'ambita carica, i componenti dell'associazione gli chiedono esplicitamente, peraltro dietro mandato del presidente Formigoni, di porre in essere un intervento nell'ambito della nota vicenda dell'esclusione della lista "Per la Lombardia"". Al riguardo, i carabinieri citano una telefonata del primo marzo 2010 di Formigoni all'imprenditore campano Arcangelo Martino nella quale chiede: "Ma l'amico, l'amico, l'amico Lombardo, Lombardo lì, Lombardi è in grado di agire".

Redazione online

15 luglio 2010(ultima modifica: 16 luglio 2010)

 

 

 

Dietro le quinte - I voti determinanti erano di Mancino e Carbone

La nomina a sorpresa che spaccò il Csm

e innescò i primi sospetti

Dietro le quinte - I voti determinanti erano di Mancino e Carbone

La nomina a sorpresa che spaccò il Csm

e innescò i primi sospetti

ROMA — Quella nomina fu una ferita mai rimarginata. E con le intercettazioni sulle manovre sotterranee per ottenerla è tornata a sanguinare. Al punto da dover correre ai ripari in tutta fretta, per quanto si può. La decisione di far presiedere la corte d’appello di Milano ad Alfonso Marra divise a metà il Consiglio superiore. Era il 3 febbraio scorso. Marra ottenne 14 voti contro i 12 dell’altro candidato, Renato Rordorf. Fu una spaccatura trasversale, anche all’interno delle correnti. Dentro Unicost e Magistratura indipendente, i due gruppi "moderati", Berruti e Patrono si schierarono a favore di Rordorf, considerato "di sinistra". E tra i "laici" eletti dall’Ulivo, Celestina Tinelli preferì Marra. Come i tre membri dell’ufficio di presidenza (Mancino, il presidente della Cassazione Carbone e il procuratore generale Esposito); per motivi di opportunità, fecero trapelare, legati a un precedente voto unanime in favore dello stesso giudice, e perché Rordorf aveva lavorato al Csm.

 

Spiegazioni che all’epoca non convinsero. Perché nei corridoi del palazzo dei Marescialli, sede del Csm, si sussurrò fin da subito che dietro i voti determinanti della Tinelli, di Mancino e di Carbone c’era qualcosa di strano. Niente di dimostrabile, ma molto di avvertito. Nell’abituale resoconto per gli aderenti alla sua corrente, la consigliera di Magistratura democratica Elisabetta Cesqui—già pubblico ministero nel processo alla Loggia P2 —sulla nomina di Marra si lasciò andare a considerazioni amare: "L’aria viziata delle pressioni si è sentita fortissima... Il Consiglio può fare tutti gli sforzi di rinnovamento che vuole, ma quando si parla di decisioni veramente importanti, l’esigenza di presidio di certi territori e di certi uffici prevale sistematicamente sulle logiche di merito effettivo".

 

Ora le registrazioni di alcuni colloqui messi a fondamento dell’arresto dei tre ispiratori della presunta "associazione segreta" che si sarebbe adoperata, fra l’altro, per la nomina di Marra, ha dato nuovi argomenti a chi sosteneva quella tesi. Al di là della loro rilevanza penale. I dialoghi fra Pasquale Lombardi, il "ministro della Giustizia" del gruppo, con lo stesso Marra e con il sottosegretario Giacomo Caliendo (ex magistrato di Unicost) sembrano dare concretezza ai sospetti. Come se avessero strappato un velo.

 

"Mi pare che ho concluso, per te, col capo", diceva Lombardi a Marra dopo un incontro con Carbone. "Ma bisogna avvicinare ’sto cazzo di Berruti... ", ribatteva Marra. E Lombardi a Caliendo: "Per quanto riguarda Berruti te la devi vedere tu". Poi ancora a Marra: "Ho parlato con Giacomino e... stiamo operando". Alla Tinelli chiedeva: "È opportuno che ne parli un poco con il presidente Carbone?". E lei: "Sì, assolutamente". In altri dialoghi Lombardi faceva intendere che il voto di Carbone si poteva conquistare prolungando la sua permanenza al vertice della Cassazione, con un emendamento sull’eta pensionabile; riferiva di incontri con Mancino, e consigliava Marra di rivolgersi all’ex ministro Diliberto per convincere la "laica" Letizia Vacca.

 

Tutte chiacchiere e millanterie, replicano gli interessati; Carbone avrebbe persino avvisato il ministro della Giustizia che non avrebbe accettato proroghe della sua presidenza. Ma è difficile districarsi tra intercettazioni e giustificazioni. Restano la puzza di bruciato che si avvertì al tempo della nomina e le conversazioni che oggi rivelano le pressioni. Almeno tentate, visto il tempo trascorso al telefono da Lombardi per il suo amico Marra. "Pasqualì, poi facciamo ’na bella festa, aMilano o a Roma", diceva il giudice. E l’altro: "Eh, ce la facimm’ ’na bella festa!". La rapidissima decisione del Csm — giunto a fine mandato, scadrà fra due settimane — di avviare la pratica per la rimozione di Marra sembra il tentativo di cancellare una pagina opaca della propria storia. Quasi certamente toccherà al prossimo Consiglio decidere il destino di quel giudice, ma chi l’ha nominato ha voluto mettere le basi per dissipare l’ombra di una scelta condizionata da un gruppo di potere occulto e illegale, almeno secondo l’accusa. Lo stesso Csm ha chiesto alla Procura di Roma "ogni utile informazione" su altri magistrati i cui nomi emergono dall’inchiesta. A cominciare da Arcibaldo Miller, il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, che—hanno scritto i carabinieri nel loro rapporto— "forniva il proprio contributo alle attività di interferenza". Al pari del sottosegretario Caliendo e dell’ex avvocato generale della Cassazione Antonio Martone, che però hanno abbandonato la toga.

Anche la decisione della Procura generale di aprire l’istruttoria per un procedimento disciplinare a Marra suona come uno squillo di riscossa rispetto alla "questione morale" nella magistratura; e così l’allarme del segretario dell’Associazione magistrati Giuseppe Cascini, che confessa di aver provato "vergogna, indignazione e rabbia" a leggere i dialoghi dei suoi colleghi intercettati. L’Anm ha chiesto ai probiviri di valutare sanzioni, fino all’eventuale espulsione. Come se ci fosse l’urgenza di fare pulizia nella corporazione, a costo di dividere i magistrati e le loro correnti, pure al proprio interno. Per dare un esempio alla politica, l’altro potere toccato dall’indagine giudiziaria, col quale le toghe (non tutte, a leggere i resoconti dell intercettazioni) sembrano in perenne conflitto.

Giovanni Bianconi

16 luglio 2010

 

 

 

2010-07-15

Lo Scandalo eolico-P3

Il Csm avvia la procedura di trasferimento d'ufficio per il giudice Alfonso Marra

Per incompatibilità ambientale nella sede giudiziaria di Milano. L'interessato: "Contento, così chiarisco"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Eolico, Cosentino lascia e attacca Fini (14 luglio 2010)

Lo Scandalo eolico-P3

Il Csm avvia la procedura di trasferimento d'ufficio per il giudice Alfonso Marra

Per incompatibilità ambientale nella sede giudiziaria di Milano. L'interessato: "Contento, così chiarisco"

Il presidente della corte d'Appello di Milano Alfonso Marra (Cavicchi)

Il presidente della corte d'Appello di Milano Alfonso Marra (Cavicchi)

MILANO - Il presidente della Corte d'Appello di Milano Alfonso Marra sarà convocato per un'audizione nei prossimi giorni dalla prima commissione del Csm, che giovedì mattina ha deciso di aprire nei confronti del magistrato una procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale, alla luce di quanto è emerso nell'inchiesta romana sugli appalti per l'eolico e sulla associazione segreta (soprannominata P3, ndr). La decisione è passata con quattro voti a favore. Ha votato contro il laico del centrodestra Gianfranco Anedda.

LE CONTESTAZIONI - Il presidente della commissione, nonchè relatrice del fascicolo, Fiorella Pilato (Magistratura democratica) metterà a punto il documento con le contestazioni rivolte a Marra, che sarà portato lunedì prossimo in commissione; successivamente, dunque, il presidente della Corte d'appello di Milano verrà convocato a palazzo dei Marescialli. La commissione cercherà di chiudere l'iter di questo trasferimento entro la fine dell'attuale consigliatura, ossia entro il 31 luglio, ma i tempi tecnici non permetterano di portare in plenum la questione prima di settembre: gli atti, infatti, prevede la procedura di trasferimento, vengono depositati dopo la chiusura dei lavori della commissione, e il magistrato in questione a un margine di 20 giorni per mettere a punto la sua difesa e presentare documenti. Dunque, il caso Marra sarà il primo fascicolo rilevante che il nuovo Csm si troverà ad affrontare in plenum dopo la pausa estiva. Quanto agli altri magistrati - tra cui il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller - citati nell'ordinanza di custodia cautelare del gip la Prima Commissione ha disposto un'istruttoria chiedendo all'autorità giudiziaria gli atti anche per capire la loro esatta posizione e le eventuali contestazioni nei loro confronti. La Commissione ha anche deciso di chiedere alla Procura di Roma un'informativa sugli altri magistrati coinvolti, come il capo dell'Ispettorato di Via Arenula, Arcibaldo Miller, e l'ex avvocato generale della Cassazione, Antonio Martone, anche per sapere se i magistrati della capitale abbiano già inviato atti ai titolari dell'azione disciplinare.

CASSAZIONE - Ma anche la Procura generale della Corte di Cassazione, ha avviato un'indagine disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti nell'inchiesta sull'eolico condotta dalla procura di Roma i cui nomi vengono più volte citati negli atti del fascicolo penale. "La Procura generale della Corte di Cassazione - si legge in una nota - con riferimento ai fatti emergenti dall'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Roma nei confronti di Flavio Carboni+ 2, comunica che è stata avviata, sin dal 12 luglio scorso, una indagine di natura disciplinare".

IL VOTO - Di Alfonso Marra parlano alcune delle persone finite in carcere per l'inchiesta della Procura di Roma, facendo riferimento a pressioni su alcuni consiglieri del Csm per favorire la sua nomina alla guida della Corte d'Appello di Milano. A votare per l'avvio della procedura di trasferimento di ufficio sono stati i consiglieri Pilato, Fresa, Volpi e Patrono. Non ha partecipato al voto, invece, Giuseppe Maria Berruti che nelle intercettazioni viene indicato come il consigliere che rappresentava il maggior ostacolo alla nomina di Marra.

CONTENTO PER DECISIONE CSM - "Sono contento che il Csm abbia aperto la procedura così si chiarirà la mia posizione" ha detto Alfonso Marra, raggiunto al telefono dall'Ansa, in merito all'apertura da parte del Csm della procedura per il suo trasferimento per incompatibilità ambientale.

L'INCHIESTA - Il nome di Marra appare in alcune intercettazioni dell'inchiesta sugli appalti per l'eolico. in particolare in una informativa del 18 giugno, parlando dell'attività svolta dal gruppo occulto, i carabinieri definiscono emblematica la "vicenda che ha visto protagonista il neo presidente della Corte d'appello di Milano". "Non appena Marra - spiegano i militari dell'Arma - ha ottenuto, dopo un'intensa attività di pressione esercitata dal gruppo (e in particolare da Pasquale Lombardi) sui membri del Csm, l'ambita carica, i componenti dell'associazione gli chiedono esplicitamente, peraltro dietro mandato del presidente Formigoni, di porre in essere un intervento nell'ambito della nota vicenda dell'esclusione della lista "Per la Lombardia"". Al riguardo, i carabinieri citano una telefonata del primo marzo 2010 di Formigoni all'imprenditore campano Arcangelo Martino nella quale chiede: "Ma l'amico, l'amico, l'amico Lombardo, Lombardo lì, Lombardi è in grado di agire".

Redazione online

15 luglio 2010

 

 

 

 

Gli affaristi citano il premier:

dobbiamo vedere "Cesare"

Gli investigatori: soldi a Verdini dalla moglie di Carboni

*

NOTIZIE CORRELATE

*

"Il gruppo agì per conto di Formigoni. Cesare pseudonimo usato per il premier" (14 luglio 2010)

L’inchiesta

Gli affaristi citano il premier:

dobbiamo vedere "Cesare"

Gli investigatori: soldi a Verdini dalla moglie di Carboni

Marcello Dell'Utri e Denis Verdini a Montecatini Terme (Imagoeconomica)

Marcello Dell'Utri e Denis Verdini a Montecatini Terme (Imagoeconomica)

ROMA — Le telefonate tra i componenti della presunta "associazione segreta" che secondo l’accusa cercava di condizionare la vita pubblica italiana, cominciavano di prima mattina. E andavano avanti fino a tarda sera. Alle 8.48 di mercoledì 28 ottobre 2009, ad esempio, l’ex assessore napoletano Arcangelo Martino chiamò il geometra e giudice tributario Pasquale Lombardi; ora sono tutti e due in carcere, come l’imprenditore-faccendiere Flavio Carboni.

"Hai visto — dice Lombardi —il fatto del Lodo è stato rinviato, e poi... Mills è stato condannato, confermato quattro anni". Si riferisce alle notizie sul verdetto d’appello per l’avvocato inglese David Mills, imputato di corruzione con Silvio Berlusconi al quale il processo era stato sospeso grazie al "lodo Alfano " giudicato illegittimo dalla Corte costituzionale, e al rinvio della causa per il maxi-risarcimento alla Mondadori da parte della Fininvest, decisa da un altro giudice milanese. Ma il processo che interessa Lombardi, perché secondo il rapporto dei carabinieri se n’è occupato direttamente, è un altro: "E poi stamattina, pare che il 28 c’è l’altro rinvio... Vabbè, quello che facciamo noi". Martino dice: "Oggi che cos’è, non è 28?". E Lombardi: "Eh, e oggi c’è il rinvio". Si tratta della causa per 400 miliardi di debiti della Mondadori con lo Sato risalenti al 1991, che in Cassazione era stata spostata dalla Sezione tributaria alle Sezioni unite. Con conseguente slittamento, per il quale si sarebbe prodigato proprio Lombardi. Ma Martino vuole sapere a quando, e Lombardi si spazientisce: "Io non è che faccio l’avvocato! Viene regolarizzato dalle parti a quando viene rinviato". Poi invita Martino a Roma: "Vieni che ne parliamo, perché ci sono tre quattro casi che ancora sono importanti pure per loro! Per questi stronzi!".

Nel pomeriggio Carboni telefona a Martino e s’intrattiene "sulla stessa questione giudiziaria di cui il Martino aveva parlato poco prima con Lombardi", annotano i carabinieri che ascoltano. "Abbiamo pensato di chiamarti, noi stavamo dalla... da chi sai...", dice Carboni. E aggiunge: "Dunque non si è mosso, non ci si muove perché lui sta lì, il Marcello sta dal... sta da Cesare... (...)". Marcello è il senatore Dell’Utri e "Cesare", secondo quanto riferiscono gli investigatori ai magistrati, "è lo pseudonimo utilizzato dai soggetti per riferirsi al presidente del Consiglio". Cioè Silvio Berlusconi.

Nelle centinaia di telefonate registrate dai carabinieri ci sono diversi accenni a quel soprannome. "Informeranno Cesare solo domani, perché non c’è", dice Carboni il 9 febbraio scorso, presumibilmente a proposito della candidatura alla presidenza della Campania; "amm’a vedé Cesare quanto prima", dice Lombardi riferendosi alle presunte "manovre " per la conferma del "lodo Alfano"; "credo che sia già arrivato nelle stanze di Cesare ... i tribuni hanno già dato notizia", sostiene ancora Carboni a proposito dei tentativi di favorire il sottosegretario Nicola Cosentino. E sullo stesso argomento, di nuovo Carboni: "Ci deve dare una mano, insieme a Marcello il quale parla anche a nome del... di Cesare, capito? ".

Le persone da contattare

Nelle sue ipotetiche "manovre" il trio mandato agli arresti dagli inquirenti romani si avvaleva di politici come i parlamentari del Pdl Verdini (uno dei tre coordinatori nazionali del partito) e dell’Utri, entrambi inquisiti per violazione della legge anti-P2. Ma anche di magistrati. "Personaggi vicini al gruppo— si legge nell’informativa finale redatta dai carabinieri il 18 giugno scorso — che prendono parte alle riunioni nel corso delle quali vengono impostate le principali operazioni, o che paiono fornire il proprio contributo alle attività d’interferenza, sono individuabili nei giudici Miller Arcibaldo, Martone Antonio e nel sottosegretario alla Giustizia Caliendo Giacomo ". Magistrato anche lui, ma ora eletto in Parlamento nelle file del centrodestra.

I loro nomi compaiono spesso nelle intercettazioni telefoniche, dalle quali poi ne spuntano altri, anche solo chiamati in causa nelle conversazioni. Senza che si comprenda se a loro volta quei personaggi siano mai stati contattati. Come accade in un colloquio tra l’ex presidente della Corte costituzionale Cesare Mirabelli e Lombardi, il quale stava tentando di avvicinare qualche giudice della Consulta che doveva decidere sulla legittimità del "lodo Alfano". Mirabelli cerca sempre di cambiare argomento, ma Lombardi insiste: "Quella donna della Consulta che è sua amica, dice che è sua amica, possiamo intervenire almeno su questa signora?". Mirabelli risponde: "Non è che gli interventi valgano granché, comunque io...". Ma Lombardi non molla: "Monsignor Ruini, reverendo Ruini è molto amico anche di... e giustamente suo. Questo Ruini potrebbe intervenire su questa...". Mirabelli non sembra gradire il riferimento al cardinale ex presidente della Cei, e cambia subito discorso: "Ho capito. Senta e... comunque, cosa avete come iniziative?".

I soldi per Verdini

Un corposo capitolo del rapporto dei carabinieri s’intitola "Le operazioni finanziarie sospette ". Racconta di somme da centinaia di migliaia di euro "veicolate periodicamente da Carboni e messe a disposizione da un imprenditore romagnolo coinvolto nell’operazione Pale eoliche", cioè la realizzazione di impianti per l’energia alternativa in Sardegna, per la quale è stato ipotizzato il reato di corruzione anche a Verdini e al presidente della Regione Cappellacci. In una di queste operazioni, 200.000 euro in assegni circolari "sono stati negoziati da persona diversa dal beneficiario" ufficiale, e questa persona "con ogni probabilità si identifica in Verdini o in un suo stretto collaboratore".

Il 1˚ ottobre 2009, su un conto corrente del Monte dei Paschi di Siena intestato alla moglie di Carboni, Maria Laura Scanu Concas, da una società chiamata "Sardinia Renewable Energy Project" arrivano due bonifici da 500.000 euro ciascuno. Lo stesso giorno, vengono emessi assegni circolari per 487.500 euro (ciascuno dal valore di 12.500) in favore di Giuseppe Tomassetti, collaboratore di Carboni. Sedici di questi assegni, pari a 200.000 euro, secondo i carabinieri "sarebbero stati incassati/ depositati in data 2-10-2009 presso la filiale Campi Bisenzio del Credito cooperativo fiorentino, dal beneficiario degli stessi, Tomassetti Giuseppe".

La banca è quella presieduta da Denis Verdini, e si trova in provincia di Firenze. Ma dalle indagini svolte sulle celle utilizzate dal telefonino di Tomassetti, nei giorni 1 e 2 ottobre l’uomo "non risulta essersi recato in quella provincia". Ha sempre parlato da Roma, dove il pomeriggio del 2 s’è sposato suo figlio. Verdini invece quel giorno si trovava negli uffici dell’istituto di credito, da dove ha parlato più volte con Carboni. L’ultima alle 16.18. "Per vedere se tutto era in ordine", dice Carboni. E il deputato-banchiere: "Tutto a posto, tutto a posto". Conclusione dei carabinieri: "Gli assegni in tema dovrebbero essere stati incassati/ depositati da persona diversa dal Tomassetti, che questo ufficio identifica nel Verdini Denis".

Giovanni Bianconi

15 luglio 2010

 

 

 

 

Passaggi obbligati

Passaggi obbligati

Bisogna dare atto a Silvio Berlusconi di avere compiuto la scelta giusta facendo dimettere il sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino: sebbene lasci perplessi la sua permanenza nel Pdl come coordinatore della Campania. Il presidente del Consiglio sapeva di non potere indugiare. Rischiava di ritrovarsi con una maggioranza in bilico, incalzata da Gianfranco Fini e dal centrosinistra. Ed ha preso una decisione obbligata e saggia, anche se tardiva. Evidentemente, il premier ha tempi di reazione dettati da una vistosa dose di diffidenza verso la magistratura. Una parziale spiegazione è che forse deve tener conto di rapporti di forza interni nei quali l’impasto di politica e zone oscure è più vischioso di qualunque buona intenzione di pulizia. Eppure, la moltiplicazione dei casi singoli non può non colpire. Il fatto che il centrodestra continui a perdere pezzi sull’onda di vicende estranee alla sua volontà ed alla politica segnala una stortura di fondo. È come se nella penombra del grande albero berlusconiano si fossero annidati segmenti di società che usano il governo come guscio dentro il quale ingrassare i loro comitati d’affari. Si tratta di un problema che sarebbe ingeneroso considerare un’esclusiva del Pdl. Ma, anche per il modo in cui reagisce, la coalizione berlusconiana tende ad apparire più coinvolta di altri. La difesa a oltranza dei suoi esponenti chiamati in causa nelle inchieste la sovrespone fino a schiacciarla su una questione morale che ha delegittimato la Prima Repubblica; e che alla lunga non può non logorare l’attuale, sebbene abbia sempre rivendicato una diversità virtuosa dal passato. Il fatto che proprio il dimissionario Cosentino additi il pericolo di un ritorno allo "spirito di Tangentopoli " è il tentativo maldestro di eludere le proprie responsabilità; e di evocare un finale drammatico non scontato. Sarà un caso, ma ieri sono stati i ministri Umberto Bossi e Roberto Maroni i primi ad avvertire che la posizione del sottosegretario era indifendibile, anticipando l’esito del colloquio con Berlusconi. Nella Lega cresce la consapevolezza che vicende come quelle che riguardano Cosentino e il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, per il quale le dimissioni sembrano rinviate, azzerano qualunque successo del governo. Macchiano il profilo della maggioranza ed oscurano operazioni come quella contro la ’ndrangheta a Milano. Soprattutto, rischiano di trasmettere un’immagine di impunità che può ricreare le condizioni per "processi di piazza" ambigui. È un’involuzione da evitare, leggendo con freddezza quanto accade; rendendosi conto che in una fase di crisi così acuta si richiede un supplemento di serietà e di chiarezza; e accettando l’idea che i comportamenti illegali nella vita politica vanno riconosciuti e sanzionati prima che diventino casi giudiziari. La notizia che Berlusconi vuole dedicare il mese di agosto a riorganizzare il Pdl è la controprova indiretta di una situazione sfuggita di mano. Senza una reazione a questa deriva, il governo è destinato a galleggiare fra gli avvisi di garanzia, con l’acqua sempre più alla gola.

Massimo Franco

15 luglio 2010

 

 

 

 

nuovo scontro tra il vertice del Pdl e i Finiani, che premevano per il passo indietro

Cosentino vede il premier poi si dimette

"Accuse infondate, ma tutelo il governo"

La decisione rende inutile la mozione di sfiducia di Pd e Idv, a cui anche Casini e i finiani avrebbero votato sì

*

OTIZIE CORRELATE

*

L'affondo su Fini: "Tenta solo di prendere il potere nel Pdl" (14 luglio 2010)

*

LE REAZIONI - "Il Pdl cade a pezzi". "Ora il sì all'arresto" (14 luglio 2010)

*

Berlusconi: "P3? Sono solo 4 pensionati sfigati"

(13 lulio 2010)

*

Cosentino e l’attacco a Caldoro: togliamo di mezzo quello là, così poi stiamo a posto (14 luglio 2020)

nuovo scontro tra il vertice del Pdl e i Finiani, che premevano per il passo indietro

Cosentino vede il premier poi si dimette

"Accuse infondate, ma tutelo il governo"

La decisione rende inutile la mozione di sfiducia di Pd e Idv, a cui anche Casini e i finiani avrebbero votato sì

ROMA - Nicola Cosentino si è dimesso da sottosegretario all'Economia. La decisione è arrivata dopo un vertice a Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi e con lo stato maggiore del Pdl. Erano presenti, tra gli altri, i tre coordinatori del partito, compreso Dennis Verdini, a sua volta coinvolto nell'inchiesta sulla cosiddetta "P3". La scelta di fare un passo indietro, che l'ormai ex sottosegretario ha giustificato con il proposito di occuparsi maggiormente dle Pdl in Campania, evita così la conta interna alla maggioranza sulla mozione di sfiducia che in mattinata era stata calendarizzata alla Camera per mercoledì prossimo. Una scelta, quest'ultima, che il presidente di Montecitorio, Gianfranco Fini, aveva preso in autonomia non essendo stato raggiunto un accordo nella conferenza dei capigruppo, scatenando però l'irritazione di Pdl e Lega, che volevano evitare un confronto su questo tema nel mese di luglio.

L'ATTACCO A FINI - "Ho deciso di concerto con il presidente Berlusconi - ha spiegato Cosentino in una nota - di rassegnare le mie dimissioni da sottosegretario per potermi completamente dedicare alla vita del partito, particolarmente in Campania, anche al fine di contrastare tutte quelle manovre interne ed esterne poste in essere per fermare il cambiamento". Cosentino ha anche voluto precisare di essere estraneo a tutte le accuse rivolte contro di lui. E sulla decisione di Fini di mettere all'ordine del giorno la mozione di sfiducia nei suoi confronti ha attaccato il presidente della Camera accusandolo di essersi basato soltanto "su indimostrate e inconsistenti notizie di stampa". Per Cosentino, "tale atteggiamento ben si comprende ove si conoscano le dinamiche politiche in Campania e coloro che sono i più stretti collaboratori dell'on. Fini, quale l'on. Bocchino che da anni, senza successo, tenta di incidere sul territorio non già per interessi del partito bensì per mere ragioni di potere personale e che alla prova elettorale è sempre stato sconfitto". E ancora: "Sono assolutamente sereno che la mia totale estraneità non potrà che essere più che comprovata da qualsivoglia indagine. Parimenti proprio per questa intima tranquillità non posso e non voglio esporre il governo di cui mi onoro di far parte e al cui successo ho contribuito di rimanere colpito mediaticamente per tali inconsistenti vicende".

LEGGI la nota integrale di Cosentino diffusa dopo le dimissioni

BERLUSCONI: "CERTO DELLA SUA LEALTA'" - "Ho condiviso la decisione di Nicola Cosentino di dimettersi da sottosegretario - ha detto poi il premier Silvio Berlusconi -. Ho altresì avuto modo di approfondire personalmente e tramite i miei collaboratori la sua totale estraneità alle vicende che gli sono contestate. Sono quindi certo che la sua condotta durante la campagna elettorale per la Regione Campania è stata improntata alla massima lealtà e al massimo impegno per ottenere la vittoria di Stefano Caldoro". "Ritengo quindi - ha detto ancora - che l'onorevole Cosentino potrà proficuamente continuare a svolgere il suo importante ruolo politico nell'ambito del nostro Movimento per consentirci di conseguire ancora quegli eccellenti risultati di cui è stato artefice come coordinatore Regionale" conclude Berlusconi.

LE REAZIONI alle dimissioni. Di Pietro: "Ora la Camera dica sì al suo arresto"

SCELTA OBBLIGATA - Al di là delle dichiarazioni ufficiali , le dimissioni sono state probabilmente viste come il male minore. Il coinvolgimento di Cosentino nell'inchiesta stava creando parecchi problemi al Pdl e all'esecutivo anche perché tutta la componente finiana del partito era pronta a votare a favore della sfiducia. Anche Pier Ferdinando Casini, di cui negli ultimi giorni si è parlato spesso per un possibile riavvicinamento dell'Udc al centrodestra, aveva fatto sapere che i centristi avrebbero dato parere favorevole alla richiesta di ritiro delle deleghe per il politico campano, già finito nel mirino nei mesi scorsi per l'accusa di essere il referente politico del clan dei Casalesi, circostanza questa che lo aveva costretto a ritirarsi dalla corsa alla presidenza della Regione. Il suo posto quale portacolori del Pdl venne preso da Stefano Caldoro, che poi fu effettivamente eletto, ma la candidatura del giovane ex socialista, si apprende dalle carte dell'inchiesta, fu duramente osteggiata dall'interno proprio dal gruppo che oggi viene indicato come "P3".

LA MOZIONE DI SFIDUCIA - La scelta di Fini di calendarizzare il voto sul sottosegretario aveva creato malumori nella coalizione di governo. Pdl e Lega erano contrarie all'esame della mozione in luglio. La decisione è stata quindi presa direttamente dal presidente della Camera, come previsto nelle situazioni in cui manchi l'accordo fra i gruppi sull'ordine del giorno. Il documento sui cui i deputati sarebbero stati chiamati ad esprimersi, non essendo prevista la sfiducia diretta per un sottosegretario (a differenza dei ministri), avrebbe invitato Cosentino a dare le dimissioni e il governo a ritirare le deleghe a lui assegnate. È stata invece rinviata a settembre la discussione dell'altra mozione, quella riguardante il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo.

IL DISSENSO DI CICCHITTO - Il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ha espresso "netto dissenso" rispetto alla calendarizzazione della mozione di sfiducia. "Contestiamo questo metodo di lotta politica che sta usando l’opposizione per cui ogni giorno, magari chiedendo la diretta televisiva in pieno stile Samarcanda o Annozero, si fanno processi alla Camera - ha commentato Cicchitto parlando al termine della conferenza dei capigruppo -. Si era detto poi di concentrare tutte le energie sulla manovra economica". Controreplica di Fabrizio Alfano, il portavoce del presidente Gianfranco Fini: "Fino a quando le regole attribuiranno al presidente della Camera la facoltà di decidere la calendarizzazione di un provvedimento quando non c'è l'accordo tra i capigruppo, Fini continuerà ad assumersi la responsabilità di calendarizzare i provvedimenti in assoluta libertà di coscienza".

CASINI: "LA VOTEREMO" - Il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, aveva invece fatto sapere che il suo partito avrebbe votato il testo presentato dalle opposizioni, facendo notare che proprio l'Udc aveva "già presentato in passato la sfiducia a Cosentino". "Siamo garantisti e non vogliamo anticipare verdetti - aveva precisato - ma c'è un problema di opportunità per chi sta al governo. La vicenda che ha coinvolto il governatore Caldoro è veramente una cosa preoccupante e vergognosa".

BOSSI: "DIMISSIONI POSSIBILI". POI SMENTISCE - Nella vicenda si era inserito anche il piccolo giallo delle dichiarazioni di Umberto Bossi. "Le sue dimissioni? Sono possibili" aveva detto il leader della Lega entrando alla Camera, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se le dimissioni fossero plausibili. Poi, il ministro aveva aggiunto: "chiedetelo a lui". Nel pomeriggio, tuttavia, il capo della Lega aveva smentito le parole riportate dalle agenzie di stampa: "Su Cosentino non ho mai rilasciato dichiarazioni. Quanto riportato è farina del sacco di chi lo ha scritto".

MARONI: "NELLA LEGA NON SAREBBE SUCCESSO" - Il ministro dell'Interno Roberto Maroni, in un'intervista pubblicata dal Corriere della Sera aveva invece sottolineato che "la P2 fu una cosa seria, qui mi sembra ci siano più ombre che sostanza. Ma Scajola si è dimesso senza essere indagato. Gli interessati o il loro partito devono valutare se non lasciare provochi danni al governo o al partito stesso. Noi nella Lega faremmo così". Il ministro aveva anche detto che "nella Lega non può accadere un caso Cosentino".

VITO: "ASPETTIAMO LA MAGISTRATURA" - La decisione del passo indietro presa a Palazzo Chigi smentisce infine le parole del ministro per i Rapporti con il parlamento Elio Vito, che rispondendo a un'interrogazione del Pd durante il question time alla Camera aveva escluso mosse dall'alto prima di conoscere l'esito delle indagini. "La presidenza del Consiglio rileva che la vicenda si basa esclusivamente su notizie di stampa e non è in possesso di nessuna documentazione", ha detto. "Nessuna decisione quindi può essere responsabilmente assunta prima di conoscere fatti tutti da acclarare", ha spiegato. "Inoltre, spetta esclusivamente alla magistratura l'accertamento di eventuali responsabilità penali", ha proseguito, e si intende "osservare il più rigoroso rispetto delle indagini". Non solo. "La presunzione costituzionale di non colpevolezza impone di non ascrivere le reponsabilità fino all'accertamento definitivo" dei fatti. "Pertanto comunica che nessun impegno può essere assunto", ha sottolineato.

Redazione online

14 luglio 2010

 

 

 

 

il 5 luglio abbandona il ministro brancher, ora tocca al sottosegretario Cosentino

Governo, la stagione delle dimissioni

Il primo a lasciare è stato a maggio il ministro Scajola travolto dallo scandalo appalti e G8 (ma mai indagato)

il 5 luglio abbandona il ministro brancher, ora tocca al sottosegretario Cosentino

Governo, la stagione delle dimissioni

Il primo a lasciare è stato a maggio il ministro Scajola travolto dallo scandalo appalti e G8 (ma mai indagato)

Nicola Cosentino (Eidon)

Nicola Cosentino (Eidon)

MILANO - È il terzo addio forzato alla compagine governativa. Con le dimissioni da sottosegretario all'Economia di Nicola Cosentino a seguito del suo coinvolgimento in diversi scandali, ultimo dei quali quello relativo alla cosiddetta P3, il governo vede sgretolarsi definitivamente il muro della resistenza ad oltranza a qualsiasi inchiesta giudiziaria.

SCAJOLA - Il primo a dover lasciare la poltronissima ministeriale è stato agli inizi di maggio il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, coinvolto (ma non indagato) nell'inchiesta sugli appalti del G8. Fatale l'accusa che la sua casa fronte Colosseo fosse stata acquistata in parte con i soldi del costruttore Anemone. Tra l'altro a oltre due mesi di distanza Scajola non è ancora stato sostituito. L'interim del ministero è infatti ancora nelle mani del premier Silvio Berlusconi.

BRANCHER - Ancora più surreale il caso del ministro senza portafoglio per l'Attuazione del federalismo (i suoi veri compiti non sono mai stati chiariti) Aldo Brancher, al governo per soli 17 giorni dal 18 giugno al 5 luglio. Brancher che era sotto processo a Milano per i fatti relativi alla scalata ad Antonveneta, non appena diventato ministro si è avvalso infatti della legge sul legittimo impedimento per evitare di presentarsi alle udienze. Una scelta che ha provocato una fortissima riprovazione non solo da parte del mondo politico, ma anche da parte dell'opinione pubblica. E che ha finito addirittura per incorrere nella censura dello stesso capo dello Stato. Alla fine Brancher fu costretto non solo a presentarsi all'udienza in tribunale, ma in quella sede ha annunciato le sue dimissioni.

COSENTINO - L'ultimo a dover lasciare l'esecutivo è Nicola Cosentino. Le sue dimissioni a seguito del coinvolgimento nel comitato d'affari che (secondo i magistrati) intendeva influenzare appalti e sentenze, sono arrivate soltanto dopo che il 21 luglio era stato fissato alla Camera il voto su una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Dimissioni le sue che sono però solo l'ultima puntata di una storia che ha visto anche le dimissioni da assessore all'avvocatura della Regione Campania da parte di Ernesto Sica, mentre Antonio Martone, avvocato generale della Cassazione, ha lasciato la magistratura. Fatale, come detto, per tutti l'inchiesta della Procura di Roma sulla cosiddetta P3, messa in piedi dall'imprenditore sardo Flavio Carboni, inchiesta nata da una costola delle indagini sugli appalti dell'eolico in Sardegna. Inchiesta che continua a mietere vittime eccellenti. Martedì, infatti, il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci ha revocato l'incarico al direttore generale dell'Agenzia regionale protezione dell'ambiente della Sardegna (Arpas), Ignazio Farris, anche lui coinvolto nelle indagini relative agli appalti sull'eolico nella quale è invischiato anche uno dei coordinatori del Pdl Denis Verdini che già risultava coinvolto nell'inchiesta su appalti e G8. Ma le indagini vanno avanti. E il 5 maggio scorso Berlusconi era stato facile profeta temendo un possibile effetto-domino. Chi sarà il prossimo?

Redazione online

14 luglio 2010

 

 

 

LE INCHIESTE SU EOLICO E P3

"Il gruppo agì per conto di Formigoni

"Cesare" pseudonimo del premier"

Le informative dei carabinieri sulla presunta associazione segreta che faceva capo a Flavio Carboni

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Eolico, Cosentino si dimette. "Voglio tutelare il governo" (14 luglio 2010)

*

E Berlusconi lo difende: "Innocente". Pd: Pdl cade a pezzi. Idv: ora l'arresto (14 luglio 2010)

*

L'Anm: "I magistrati coinvolti nelle inchieste si devono dimettere" (14 luglio 2010)

*

Governo, la stagione delle dimissioni (14 luglio 2010)

*

Pressioni sul Csm, affari, summit in autogrill di G. Bianconi (14 luglio 2010)

LE INCHIESTE SU EOLICO E P3

"Il gruppo agì per conto di Formigoni

"Cesare" pseudonimo del premier"

Le informative dei carabinieri sulla presunta associazione segreta che faceva capo a Flavio Carboni

Roberto Formigoni (Image)

Roberto Formigoni (Image)

MILANO - La presunta associazione segreta che faceva capo a Flavio Carboni, e su cui indaga ora la Procura di Roma, agì su mandato del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, chiedendo esplicitamente al presidente della Corte d'appello di Milano Alfonso Marra di "porre in essere un intervento nell'ambito della nota vicenda dell'esclusione della lista riconducibile al governatore dalle elezioni regionali 2010". Il particolare emerge da un'informativa del 18 giugno scorso dei carabinieri del nucleo investigativo di via In Selci di Roma, stilata nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P3. Non solo. In una nota dell'informativa, i carabinieri spiegano, inoltre, che ""Cesare" è pseudonimo utilizzato dai soggetti per riferirsi al presidente del Consiglio" Silvio Berlusconi. Nel documento "Cesare" viene citato più volte dagli indagati come persona che deve essere informata sulle attività del gruppo. I militari dell'Arma si riferiscono in particolare ad un'intercettazione telefonica del 2 ottobre del 2009 tra l'ormai ex sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino e il giudice tributario Pasquale Lombardi a proposito del Lodo Alfano. Nell'intercettazione Cosentino dice a Lombardi che ""Cesare" è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il 6", ovvero il giorno dell'udienza della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano.

CITATA UNA TELEFONATA FORMIGONI-MARTINO -Nella informativa del 18 giugno, parlando dell'attività svolta dal gruppo occulto, i carabinieri definiscono emblematica la "vicenda che ha visto protagonista il neo presidente della Corte d'appello di Milano". "Non appena Marra - spiegano i militari dell'Arma - ha ottenuto, dopo un'intensa attività di pressione esercitata dal gruppo (e in particolare da Pasquale Lombardi) sui membri del Csm, l'ambita carica, i componenti dell'associazione gli chiedono esplicitamente, peraltro dietro mandato del presidente Formigoni, di porre in essere un intervento nell'ambito della nota vicenda dell'esclusione della lista "Per la Lombardia"". Al riguardo, i carabinieri citano una telefonata del primo marzo 2010 di Formigoni all'imprenditore campano Arcangelo Martino nella quale chiede: "Ma l'amico, l'amico, l'amico Lombardo, Lombardo lì, Lombardi è in grado di agire".

CALIENDO, MILLER E MARTONE Sempre nell'informativa del 18 giugno, i carabinieri spiegano che l'associazione segreta di cui fa parte Flavio Carboni ha potuto contare sul contributo del sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, dell'ispettore capo di via Arenula, Arcibaldo Miller, e di Antonio Martone, presidente della commissione per la Valutazione, la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche. "Il sodalizio - si legge nel documento - si giova dell'appoggio di due referenti politici, i parlamentari Dell'Utri Marcello e Verdini Denis e si avvale, per quanto concerne le attività di infiltrazione negli apparati pubblici operanti in Sardegna, di tre collaboratori del Carboni, Farris Ignazio, Cossu Pinello e Garau Marcello. Altri personaggi vicini al gruppo, che prendono parte alle riunioni nel corso delle quali vengono impostate le principali operazioni o che paiono fornire il proprio contributo alle attività d'interferenza, sono individuabili nei giudici Miller Arcibaldo, Martone Antonio e nel sottosegretario alla giustizia Caliendo Giacomo".

LE REAZIONI - Chiamato in causa dall'informativa dei carabinieri, il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, ha prontamente smentito ogni coinvolgimento nel caso P3. Quanto alle notizie riportate dalle agenzie di stampa - si legge in una nota - in merito ad un possibile coinvolgimento di Formigoni, in un gruppo occulto che agì su suo mandato, il portavoce del governatore fa sapere che quanto emerso è "completamente falso e infondato". Un chiarimento chiesto a gran voce dal Pd, che ha invitato il governatore lombardo a "togliere ogni possibile dubbio sul suo coinvolgimento in attività di indebite pressioni legate alla possibile esclusione della lista "Per la Lombardia" alle recenti elezioni regionali". Da parte sua, anche il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, nega che l'associazione segreta denominata P3 possa essersi avvalsa del suo contributo, come invece riportato da un'informativa dei carabinieri.

Redazione online

14 luglio 2010

 

 

 

"Il gruppo di potere occulto"

Pressioni sul Csm e affari

Quei summit in autogrill

Formigoni e la mancata ispezione ai giudici di Milano

per l'esclusione della lista alle elezioni regionali

"Il gruppo di potere occulto"

Pressioni sul Csm e affari

Quei summit in autogrill

Formigoni e la mancata ispezione ai giudici di Milano

per l'esclusione della lista alle elezioni regionali

ROMA - S’incontravano spesso all’autogrill del casello autostradale di Roma Sud, Flavio Carboni e Arcangelo Martino. Discutevano di affari e di politica, l’imprenditore-faccendiere sardo e l’ex politico napoletano. I carabinieri hanno trovato le loro facce nelle immagini del circuito interno di video-sorveglianza. Il 3 febbraio scorso, alle 19.22, Carboni e Martino erano lì. Mentre chiacchieravano Carboni cercava di telefonare a Denis Verdini, aveva fatto il numero ed era in attesa della risposta, e il registratore per le intercettazioni ha captato la voce di Martino che chiedeva: "C’era anche lui quando sei andato da Berlusconi?". Il riferimento era probabilmente a Verdini, mentre non si capisce a quale appuntamento col premier alludesse. Carboni non ha replicato. Il telefono del coordinatore del Pdl ha continuato a squillare a vuoto, e lui ha detto solo: "Stanno alla Camera, non mi risponde.... E non insisto".

"Cosentino sa tutto"

In altre occasioni, invece, l’imprenditore sardo e i suoi amici campani si sono rivelati molto insistenti. Anche nel cercare contatti altolocati nel mondo della politica. Più su di Verdini e Dell’Utri che - secondo il rapporto dei carabinieri - "partecipano alle attività di pianificazione ed esecutive relative ad alcune delle operazioni realizzate dal gruppo". Il 20 gennaio 2010, ad esempio, quando comincia "la manovra di killeraggio politico" nei confronti del candidato del centrodestra alla guida della Campania Caldoro, scelto al posto del sottosegretario Nicola Cosentino, Martino sollecita incontri e intreccia telefonate. Finché, parlando con Pasquale Lombardi (il geometra-giudice tributario, terzo arrestato nell’indagine sulla presunta associazione segreta), dice: "Io ho parlato con tutti e sto aspettando un invito, perché devo andare a vedere probabilmente dopo, prima dell’ufficio di direzione, che si fa alle otto, essa, essa, essa parla cù Berlusconi, mo vediamo". Lombardi chiede, riferendosi a Cosentino: "Ma Nicola sape qualcosa di questo?". E Martino: "Nicola sa tutto". Sette giorni dopo Martino dice a Cosentino, alludendo a Caldoro e alle abitudini sessuali che gli vorrebbero affibbiare: "Vabbuò, togliamo a culattone, adesso parliamo", e il sottosegretario risponde; "D’accordissimo, questo è l’obiettivo principale, poi tutto il resto è...".

"Rinviamo la nomina a Milano?"

Di Berlusconi parla anche Pasquale Lombardi, l’uomo delegato ai contatti con il mondo giudiziario, mentre discute con Cosentino delle disavventure giudiziarie derivanti dall’inchiesta per camorra a suo carico. "Decidessero pure loro chell’ che ann’a fa — dice il sottosegretario — ... io non ci sto a questa cosa". E Lombardi replica: "Infatti, se quella posizione di Berlusconi... invece di prenderla ieri, io ce lo dicette, l’avesse preso quindici, venti giorni fa il discorso di oggi sarebbe diverso". "Vuonno fa fuori a Berlusconi", dice Cosentino, e Lombardi: "Ma perché è colpa di Berlusconi, hai capito? Perché non si tratta... come lui, capo del governo, si mette a contrattare con un magistrato di merda, con un pubblico ministero, ma tu che cazzo mi dici, ma io c’avess fatto ’na cauciata e l’avessi fatt’ licenzià. I suoi consiglieri non so buoni...". Nonostante i pesanti apprezzamenti su certi magistrati, Lombardi sa essere molto ossequioso e insistente con le toghe quando cerca di ottenere qualcosa. Il 13 gennaio scorso telefona al Consiglio superiore della magistratura per parlare con il consigliere Cosimo Ferri. Prima s’intrattiene con la segretaria dicendo: "Noi dobbiamo riuscire per un paio di cose con Cosimo, se mi dà una mano ce la facimm e n ved bbuon pur iss"; ce la facciamo e se ne vedrà bene pure lui, traducono i carabinieri dall’irpino. Poi si fa passare Ferri e va subito al dunque: "Ce la facciamo se dovessimo... rinviare la nomina del procuratore di Milano a dopo di questo Consiglio?", chiede. Ferri risponde quasi scandalizzato: "Ma mica si possono fà ste cose così!". Dopo un po’ Lombardi passa a un’altra richiesta: "Vogliamo arrivare un po’ da Gianni Letta, me e te, un giorno ’e chist?". E Ferri: "Nooo! Ma cosa ci vai a fare...". Poco dopo, discutendo con un’altra persona, Lombardi si lamenta: "C’ho parlato sì, ma per telefono non si ponno dice molte cose quindi... è ’nu cazzo ’e guaio". Le manovre di Pasquale Lombardi con i magistrati hanno riguardato più di una volta la posizione del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Quando i giornali, all’inizio di dicembre 2009, informano di un avviso di garanzia a carico del governatore per un’inchiesta sull’inquinamento atmosferico, Lombardi comincia la caccia al procuratore aggiunto di Milano Nicola Cerrato, uno dei titolari dell’indagine. Lo stesso 1˚ dicembre Lombardi telefona ad Angelo Gargani, in servizio al ministero della Giustizia e fratello dell’ex eurodeputato di Forza Italia Giuseppe: "Stammi a sentire. Tu dovresti avere per regola il numero di Nicola Cerrato... vedi un poco se giovedì o massimo venerdì posso arrivare a Milano e mi fai fissare un appuntamento...". Gargani domanda: "Ma lui ti conosce?". E Lombardi: "E come non mi conosce. Pasqualino è amico di Giacomino (Caliendo, magistrato e sottosegretario alla Giustizia, ndr)... Si deve ricordare, se non ricorda glielo ricordi, gli dici che questa è roba nostra e deve venire un poco da te... tu gli dici che è l’amico di Giacomino, amico mio, è amico di tutti quanti...". Il giorno dopo Gargani chiama Lombardi: "Allora, Nicola ti aspetta domani all’una".

"È il gran capo che ha bisogno"

Il 9 dicembre i carabinieri ascoltano una telefonata in cui Lombardi si fa dare dal magistrato l’indirizzo per inviare delle bottiglie di vino: "Abbiamo il famoso Bue Arpis che è il migliore d’Italia, non sta neanche in commercio". Tre giorni dopo Lombardi chiama ancora: "Nicò, io sto il 17 a Milano, volevo parlare anche per tuo figlio, per vedere se gli posso far dare un arbitrato", e Cerrato quasi si schermisce: "Vabbè, poi ne parliamo, non ti preoccupare". Sempre nell’interesse del governatore lombardo, il "gruppo di potere occulto" cerca di spedire gli ispettori ministeriali dai giudici della corte d’appello di Milano che non hanno accolto il ricorso della Lista Formigoni, esclusa dalla competizione elettorale del marzo 2010. Lombardi dà quasi il tormento al sottosegretario Caliendo. Il 15 marzo Formigoni chiama Arcangelo Martino e chiede: "Scusami se ti rompo le balle, ma chi deve camminare sta camminando?". Nemmeno un’ora dopo ancora Lombardi chiama Caliendo: "Voleva sapere l’amico nostro di Milano se provvederai entro domani a fare quel servizio". Il sottosegretario sbotta: "Pasqualì, te lo sto a spiegà cinquanta volte, cazzo, ma perché... Gliel’ho mandato l’altro ieri, gliel’ho mandato già!". Le sollecitazioni si sovrappongono, ma il 23 marzo Formigoni dice che "colui che si è impegnato a camminare velocemente mi dice che non cammina affatto, che è stato consigliato a stare fermo dallo stesso Arci". Dall’esame di tutte le telefonate i carabinieri affermano che Formigoni si riferisce al ministro della Giustizia Angelino Alfano e all’ispettore-capo Arcibaldo Miller. Lo stesso governatore, in un’altra intercettazione, spiega che a chiamarlo è stato "Angelino", cioè il Guardasigilli. E si sfoga: "Io mi sono arrabbiato con lui, gli ho detto perché, anche perché sabato lui si era impegnato, gli ho detto "guarda che è il nostro capo che ha bisogno di una cosa del genere"... Sì, sì, faccio, faccio, poi invece... A questo punto ame sembra che è chiaro che la cosa non si fa". Martino annuisce, ma per Formigoni la questione non è chiusa: "Mi fai sapere per causa di chi e quali sono i motivi, chi è il colpevole? Chi sono i mandanti e quali sono i motivi?". Martino promette di verificare al più presto. Poco prima aveva avvisato il presidente della Lombardia: "Credo che ti arrivi quella mozzarella buona che fanno in casa, là... che è la cosa più importante". Formigoni sembra entusiasta: "È sempre splendida, ma tu Arcangelo... non muoverti, fai viaggiare la mozzarella, poi ti muovi quando è necessario, hai capito?".

Giovanni Bianconi

14 luglio 2010

 

 

 

"Il Paese ha bisogno di responsabilità e di una piena governabilità"

Berlusconi: "L'inchiesta P3? Solo polvere Basta con questo clima giacobino"

Il premier e il caso eolico: "Sono solo quattro pensionati sfigati che si mettono insieme per cambiare l'Italia"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Inchiesta eolico, indagato anche Dell'Utri. Carboni voleva avvicinare i pm fiorentini (12 luglio 2010)

*

Il premier e l'inchiesta: "Una montatura" (13 luglio 2010)

"Il Paese ha bisogno di responsabilità e di una piena governabilità"

Berlusconi: "L'inchiesta P3? Solo polvere Basta con questo clima giacobino"

Il premier e il caso eolico: "Sono solo quattro pensionati sfigati che si mettono insieme per cambiare l'Italia"

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi (Eidon)

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi (Eidon)

ROMA - L'inchiesta cosiddetta P3 sull'eolico che coinvolge anche esponenti molto vicini al presidente del Consiglio "è un polverone" e per questo motivo "non succede niente". A dirlo è lo stesso Silvio Berlusconi, intervenuto alla cena per i 30 anni di Capital, nel corso della quale è tornato anche a difendere la legge sulle intercettazioni ("era doverosa") e i contenuti della manovra economica correttiva a proposito della quale ha ribadito la necessità del voto di fiducia ("è un atto di coraggio, avremmo la migliore finanziaria tra quelle approvate in Europa"). Quanto all'inchiesta, che già aveva avuto modo di definire una "montatura", si è detto "sereno e tranquillissimo". Non solo: "Non state a leggere i titoli dei giornali - ha detto ancora il Cavaliere -. Stamattina hanno parlato di P3..." ma sono "quattro sfigati pensionati" ha detto riferendosi fra gli altri a Flavio Carbone. "Quattro sfigati pensionati - ha aggiunto - che si mettono insieme per cambiare l'Italia. Ma se non ci riesco io...".

"CLIMA GIACOBINO" - Già in giornata il premier aveva fatto sapere la sua opinione diffondendo una nota tramite l'ufficio stampa di Palazzo Chigi. "Il clima giacobino e giustizialista nel quale alcuni stanno cercando di far ripiombare il nostro Paese non è certo d'aiuto", dice il premier nella nota. "Ma ancora una volta metterò tutto il mio impegno personale, assieme a quello del governo e della coalizione da me guidati e legittimati costantemente dal sostegno dei cittadini, per impedire che si ritorni a un passato che gli italiani non vogliono più. Intendo restare fuori dalle artificiose burrasche scatenate dalla vecchia politica politicante e da quanti, in maniera irresponsabile, giocano una partita personale a svantaggio dell'interesse di tutti", ha sottolineato.

GOVERNABILITÀ - "Il Paese, in questa fase di uscita dalla crisi economica globale, ha bisogno di scelte precise e di responsabilità e quindi di una piena governabilità", ha aggiunto il presidente del Consiglio. "Il governo ha a cuore l'interesse dei cittadini e perciò intende portare a rapida approvazione la manovra che stabilizzerà il bilancio pubblico come ha chiesto l'Europa, pure in presenza di una situazione migliore dei nostri conti rispetto agli altri partner europei".

Redazione online

13 luglio 2010(ultima modifica: 14 luglio 2010)

 

 

 

LE NUOVE VIE DELLA CORRUZIONE

Il mercato più oscuro

LE NUOVE VIE DELLA CORRUZIONE

Il mercato più oscuro

Le cronache giudiziarie stanno ridisegnando l’Italia come una piramide di comitati d’affari, con vetta a Roma ma poi estesa ovunque, in una specie di federalismo dell’arte di arrangiarsi. La cosiddetta P3 ne è l’ultima immagine, dove riemerge perfino Flavio Carboni, vecchio piduista che ebbe il suo momento ai tempi dell’assassinio del banchiere Roberto Calvi, trent’anni fa. Ma l’elenco è lungo: la cricca di Anemone e gli appalti del G8; gli impuniti della ricostruzione dell’Aquila; le speculazioni ospedaliere in Lombardia dove pure la spesa sanitaria rispetto al Pil è la metà di quella della Campania bassoliniana. Proseguire sarebbe stucchevole. Meglio chiedersi come mai ritorni la corruzione, ingigantita e non di rado bipartisan, mentre l’opinione pubblica sembra indignarsi sempre meno.

La corruzione è ancora legata alla spesa pubblica: alle commesse opache, al mercato del diritto, agli incentivi furbeschi, che ora esplodono nell’eolico, domani chissà, ai pagamenti a piè di lista, per cui si operano i pazienti anche quando non serve. Ma rispetto agli anni pre-Mani Pulite c’è un cambiamento. Allora, l’industria parastatale e la pubblica amministrazione erano piegate al finanziamento dei partiti e dei loro dirigenti, spesso associati all’industria privata. Oggi, sono i faccendieri e le lobby che, materialmente o culturalmente, comprano i governanti, asservendoli. È l’inversione di una storia antica che ha nell’indebolirsi della politica la sua radice. Negli Anni 90, i partiti della Seconda Repubblica si gettarono alle spalle tessere, correnti, congressi e con essi l’idea che la leadership fosse da riconquistare ogni giorno, collegio per collegio. Le privatizzazioni furono sentite come l’alba della meritocrazia, dopo la corruzione. Con il tempo si è visto un nuovo tramonto: Parmalat, Popolare di Lodi, Telecom, Fastweb, Unipol, Rai, i traffici sul gas russo, i veleni su Finmeccanica. Un altro elenco lungo e stucchevole. Del quale, tuttavia, non si può tacere il finale: il crac del capitalismo finanziario anglosassone, fonte di ispirazione del riformismo italiano, su entrambi i lati dello schieramento politico. L’idea che la mera privatizzazione dell’economia potesse restituirci un’etica pubblica si è consumata nel falò delle vanità dei fondi che speculano senza costrutto e dei soliti noti che tosano le grandi imprese, nelle paghe smodate dei top manager, banchieri e non, mentre le disuguaglianze aumentano e l’ascensore sociale si ferma. Rimane la privatizzazione della politica. Che va oltre i conflitti d’interesse e contagia il sistema dei partiti dove i leader, o chi ha le chiavi della cassa, sono i padroni. Padroni blindati dalla legge elettorale che costringe i cittadini a votare i loro prescelti, sulla base di un’adesione ideologica in tempi senza ideologie. Come stupirsi se i prescelti, anonimi e miracolati a Roma quanto in provincia, subiscano la tentazione di mettersi al servizio di chi prometta la mancia? P.S. Che cosa aspettano il sottosegretario Nicola Cosentino e il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, a dare le dimissioni o Silvio Berlusconi a pretenderle? O il Pdl a farsi sentire?

Massimo Mucchetti

14 luglio 2010

 

 

 

 

 

LE REAZIONI / FINI: "UN ATTO DOVEROSO". Casini: "Gesto di ragionevolezza"

"Condivido la scelta, ma è innocente"

Berlusconi difende Cosentino: è leale. Franceschini: "Il Pdl cade a pezzi". E Di Pietro: "Ora il sì all'arresto"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Cosentino vede il premier, poi si dimette. "Ora penso al partito in Campania" (14 luglio 2010)

LE REAZIONI / FINI: "UN ATTO DOVEROSO". Casini: "Gesto di ragionevolezza"

"Condivido la scelta, ma è innocente"

Berlusconi difende Cosentino: è leale. Franceschini: "Il Pdl cade a pezzi". E Di Pietro: "Ora il sì all'arresto"

Silvio Berlusconi e Nicola Cosentino (Ansa)

Silvio Berlusconi e Nicola Cosentino (Ansa)

ROMA - Il primo a reagire alla notizia delle dimissioni di Nicola Cosentino da sottosegretario all'Economia era stato Massimo Donadi, capogruppo dei deputati dell'Idv, che che aveva parlato di "grande vittoria" del suo partito e di "profonda amarezza" per il fatto che il passo indietro sia arrivato soltanto dopo la calendarizzazione del voto di sfiducia. Ma tutto il mondo politico si è messo in movimento dopo l'annuncio del passo indietro del sottosegretario all'Economia. Anche il premier Silvio Berlusconi ha subito diramato una dichiarazione: "Ho condiviso la decisione di Nicola Cosentino di dimettersi da sottosegretario. Ho altresì avuto modo di approfondire personalmente e tramite i miei collaboratori la sua totale estraneità alle vicende che gli sono contestate. Sono quindi certo che la sua condotta durante la campagna elettorale per la Regione Campania è stata improntata alla massima lealtà e al massimo impegno per ottenere la vittoria di Stefano Caldoro".

Dall'opposizione, tuttavia, è subito partito il fuoco di fila contro la maggioranza e l'esecutivo. Per il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, "Cosentino non poteva fare altrimenti" e adesso "chiediamo che la Camera autorizzi il suo arresto". Non solo "Dopo la mozione di sfiducia contro Cosentino, l'IdV si prepara a chiedere una mozione contro l'intero governo Berlusconi".

"Il governo Berlusconi sta cadendo a pezzi" ha detto invece il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini. "La nostra battaglia delle legalità e della trasparenza continua senza tregua" ha aggiunto, attaccando anche il Tg1 1 il Tg2 per aver "oscurato" il ruolo svolto dal Pd nella vicenda che ha portato alle dimissioni di Cosentino. Enrico Letta, vicesegretario del partito, ha invece evidenziato come "la maggioranza con le dimissioni di Cosentino dimostra di essere alle corde", insistendo sul fatto che "quella di oggi è la rivincita di due soggetti politici sull'arroganza del premier. È la rivincita del Pd che ottiene un altro risultato dopo le dimissioni di Brancher ed è la rivincita di Fini che dimostra di poter mettere sotto politicamente Berlusconi più di quanto i ragionamenti sui numeri dei mesi scorsi lasciavano intendere".

Gianfranco Fini, dal canto suo, ha fatto sapere che quanto affermato da Cosentino dopo le dimissioni, ovvero che nel Pdl sarebbe in atto una manovra orchestrata dal presidente della Camera per prendere il potere tramite Bocchino, "mi lascia del tutto indifferente". E diplomaticamente ha aggiunto: "Dimettersi anche per potersi meglio difendere in sede giudiziaria era per l'onorevole Cosentino un atto indispensabile e doveroso". Un atto, ha proseguito Fini, "di correttezza istituzionale anche per una evidente e solare questione di opportunità politica".

Il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, che aveva anticipato la disponibilità del suo partito a votare la mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario, ha osservato che "le dimissioni di Cosentino sono un gesto di ragionevolezza. Resta il rammarico che abbia aspettato la presentazione della mozione di sfiducia: in certi casi la sensibilità non è forma ma sostanza".

Redazione online

14 luglio 2010

 

 

 

 

 

il 5 luglio abbandona il ministro brancher, ora tocca al sottosegretario Cosentino

Governo, la stagione delle dimissioni

Il primo a lasciare è stato a maggio il ministro Scajola travolto dallo scandalo appalti e G8 (ma mai indagato)

il 5 luglio abbandona il ministro brancher, ora tocca al sottosegretario Cosentino

Governo, la stagione delle dimissioni

Il primo a lasciare è stato a maggio il ministro Scajola travolto dallo scandalo appalti e G8 (ma mai indagato)

Nicola Cosentino (Eidon)

Nicola Cosentino (Eidon)

MILANO - È il terzo addio forzato alla compagine governativa. Con le dimissioni da sottosegretario all'Economia di Nicola Cosentino a seguito del suo coinvolgimento in diversi scandali, ultimo dei quali quello relativo alla cosiddetta P3, il governo vede sgretolarsi definitivamente il muro della resistenza ad oltranza a qualsiasi inchiesta giudiziaria.

SCAJOLA - Il primo a dover lasciare la poltronissima ministeriale è stato agli inizi di maggio il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, coinvolto (ma non indagato) nell'inchiesta sugli appalti del G8. Fatale l'accusa che la sua casa fronte Colosseo fosse stata acquistata in parte con i soldi del costruttore Anemone. Tra l'altro a oltre due mesi di distanza Scajola non è ancora stato sostituito. L'interim del ministero è infatti ancora nelle mani del premier Silvio Berlusconi.

BRANCHER - Ancora più surreale il caso del ministro senza portafoglio per l'Attuazione del federalismo (i suoi veri compiti non sono mai stati chiariti) Aldo Brancher, al governo per soli 17 giorni dal 18 giugno al 5 luglio. Brancher che era sotto processo a Milano per i fatti relativi alla scalata ad Antonveneta, non appena diventato ministro si è avvalso infatti della legge sul legittimo impedimento per evitare di presentarsi alle udienze. Una scelta che ha provocato una fortissima riprovazione non solo da parte del mondo politico, ma anche da parte dell'opinione pubblica. E che ha finito addirittura per incorrere nella censura dello stesso capo dello Stato. Alla fine Brancher fu costretto non solo a presentarsi all'udienza in tribunale, ma in quella sede ha annunciato le sue dimissioni.

COSENTINO - L'ultimo a dover lasciare l'esecutivo è Nicola Cosentino. Le sue dimissioni a seguito del coinvolgimento nel comitato d'affari che (secondo i magistrati) intendeva influenzare appalti e sentenze, sono arrivate soltanto dopo che il 21 luglio era stato fissato alla Camera il voto su una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Dimissioni le sue che sono però solo l'ultima puntata di una storia che ha visto anche le dimissioni da assessore all'avvocatura della Regione Campania da parte di Ernesto Sica, mentre Antonio Martone, avvocato generale della Cassazione, ha lasciato la magistratura. Fatale, come detto, per tutti l'inchiesta della Procura di Roma sulla cosiddetta P3, messa in piedi dall'imprenditore sardo Flavio Carboni, inchiesta nata da una costola delle indagini sugli appalti dell'eolico in Sardegna. Inchiesta che continua a mietere vittime eccellenti. Martedì, infatti, il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci ha revocato l'incarico al direttore generale dell'Agenzia regionale protezione dell'ambiente della Sardegna (Arpas), Ignazio Farris, anche lui coinvolto nelle indagini relative agli appalti sull'eolico nella quale è invischiato anche uno dei coordinatori del Pdl Denis Verdini che già risultava coinvolto nell'inchiesta su appalti e G8. Ma le indagini vanno avanti. E il 5 maggio scorso Berlusconi era stato facile profeta temendo un possibile effetto-domino. Chi sarà il prossimo?

Redazione online

14 luglio 2010

 

 

 

Soldi del Sisde per ristrutturare

le case di Scajola e Pittorru

La Procura di Perugia ascolterà le telefonate che riguardano i politici

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Scajola si dimette: "Devo difendermi" (4 maggio 2010)

*

Scajola, il ministro che si dimise 2 volte (4 maggio 2010)

*

Finta asta di casa Scajola al Colosseo (13 maggio 2010)

La "cricca"

Soldi del Sisde per ristrutturare

le case di Scajola e Pittorru

La Procura di Perugia ascolterà le telefonate che riguardano i politici

Claudio Scajola in una foto d'archivio (Ansa)

Claudio Scajola in una foto d'archivio (Ansa)

PERUGIA — La procura di Perugia ha avviato l’ascolto delle telefonate rimaste finora segrete tra i componenti della "cricca" e i politici. Migliaia di conversazioni intercettate in oltre due anni di indagine che riguardano gli affari legati agli appalti dei Grandi Eventi, ma anche le nomine e gli accordi avvenuti all’interno delle strutture che hanno gestito l’organizzazione del G8 a La Maddalena e poi a L’Aquila, i Mondiali di Nuoto, le celebrazioni dei 150 dall’Unità d’Italia. E che potrebbero aggiungere nuovi dettagli a quanto è stato scoperto negli ultimi mesi attraverso le verifiche dei conti correnti degli indagati e i controlli effettuati sulle ristrutturazioni compiute dalle ditte del costruttore Diego Anemone. L’ultima informativa consegnata dalla Guardia di Finanza ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi fornisce nuovi dettagli sulle operazioni immobiliari effettuate per favorire l’ex ministro Claudio Scajola e il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru. È stato infatti accertato che le fatture da decine di migliaia di euro per il rifacimento dei loro appartamenti furono emesse a carico del Sisde e pagate con i soldi destinati al rifacimento della nuova sede degli 007 in piazza Zama, a Roma.

Nove vani sul Colosseo

Comincia tutto il 2 aprile del 2004 quando l’architetto Angelo Zampolini versa 285.000 euro per l’acquisto di un appartamento per Pittorru. "Il sistema—racconterà poi il professionista— è stato messo in piedi da Anemone che mi consegnava soldi in contanti e mi chiedeva di cambiarli in assegni circolari da mettere a disposizione al momento del rogito". Proprio come avvenuto per l’allora ministro per l’Attuazione del programma Scajola che di euro ne ha avuti 900.000 per la dimora vista Colosseo. Ma evidentemente non è bastato. E infatti, qualche mese dopo, quando in tutti questi immobili vengono avviate le ristrutturazioni, si trova il modo di regalare anche i lavori, materiali compresi. Il 16 settembre successivo, come risulta dalla Dia (la denuncia di inizio lavori) depositata al comune di Roma, è lo stesso Zampolini a dare il via al progetto per il rifacimento di casa Scajola affidata alla A.M.P srl di Daniele Anemone, fratello dell’imprenditore e lui stesso finito nel registro degli indagati per concorso in corruzione. Le piantine dimostrano che dai nove vani iniziali sono state ricavate altre due stanze e due bagni, per un prezzo che alla fine supererà i 150.000 euro. Meno fastosi ma pur sempre impegnativi sono i lavori effettuati nelle case di Pittorru. Il generale incontrava spesso Anemone e il commercialista Stefano Gazzani che a lui si sarebbero rivolti sperando di avere notizie sulle indagini in corso, anche tenendo conto che per anni era stato nella Guardia di Finanza. Da qui la decisione di far scattare l’accusa di corruzione.

I fondi riservati

Gli accertamenti condotti nelle ultime settimane proprio dagli investigatori delle Fiamme Gialle aprono però un nuovo scenario che potrebbe fornire ulteriori elementi a sostegno della contestazione. Proprio nel 2004 un’altra azienda del Gruppo, la "Anemone di Anemone Dino", è impegnata in un appalto ben più remunerativo: il rifacimento della caserma Zignani destinata a diventare una delle prestigiose sedi del Sisde, ora Aisi. I costi, inizialmente fissati in tre milioni di euro, lieviteranno fino a portare nelle casse della società circa 12 milioni. Dal 10 ottobre di quell’anno il direttore del Dipartimento tecnico-logistico del Sisde—l’ufficio che si occupa di sovrintendere a questo tipo di appalti—è proprio Pittorru. La Finanza ha acquisito le fatture emesse per le ristrutturazioni degli appartamenti dello stesso generale e di Scajola, le ha confrontate con gli atti acquisiti al Sisde. Poi ha interrogato i responsabili delle ditte che se ne occuparono per sapere chi pagò i conti. "Ci dissero — hanno spiegato — che tutto andava addebitato al Sisde come se quei lavori fossero stati compiuti all’interno della Zignani e così abbiamo fatto". Ora bisognerà scoprire se fu Pittorru ad autorizzare i mandati di pagamento, ma già si sa che sono stati utilizzati i fondi riservati, che la legge destina esclusivamente agli 007.

Dischetti e brogliacci

E proprio per verificare se nuovi elementi investigativi possano arrivare dalle telefonate rimaste finora segrete che i pm hanno ordinato l’ascolto di tutti i nastri e la trascrizione di quelli ritenuti utili all’inchiesta. I brogliacci trasmessi dai colleghi di Firenze danno conto di conversazioni registrate sui telefoni di Angelo Balducci, di Diego Anemone e degli altri indagati, compreso il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso. Ci sono vari contatti istituzionali e dunque con interlocutori di palazzo Chigi, del ministero delle Infrastrutture e del Turismo coinvolti nell’organizzazione dei Grandi Eventi, della Santa Sede. Ma ci sono anche colloqui privati tra personaggi che sono entrati nell’inchiesta soltanto nelle ultime settimane. Al termine di una prima verifica si era ritenuto che non ci fossero elementi rilevanti, ma alla luce di quanto è emerso in seguito si è deciso di effettuare una "rilettura" completa del materiale partendo proprio dalle sintesi contenute nei registri compilati dai carabinieri del Ros.

Fiorenza Sarzanini

14 luglio 2010

 

 

 

2010-07-12

E' quanto emerge dall'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip De Donato

Inchiesta eolico, indagato anche Dell'Utri

Carboni voleva avvicinare i pm fiorentini

Nei guai pure il sottosegretario Cosentino. Carboni tentò un contatto con i magistrati che indagano su G8 e appalti

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Bocchino: "Pdl, Verdini si dimetta". No di Bondi e La Russa, è scontro (11 luglio 2010)

*

Caso Verdini, Cicchitto e Bondi attaccano Bocchino: "Dichiarazioni gravissime" (12 luglio 2010)

E' quanto emerge dall'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip De Donato

Inchiesta eolico, indagato anche Dell'Utri

Carboni voleva avvicinare i pm fiorentini

Nei guai pure il sottosegretario Cosentino. Carboni tentò un contatto con i magistrati che indagano su G8 e appalti

Il senatore del Pdl, Marcello Dell'Utri (Eidon)

Il senatore del Pdl, Marcello Dell'Utri (Eidon)

ROMA - Associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulle società segrete. Per questi reati sono stati iscritti sul registro indagati della Procura di Roma, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e il sottosegretario all’economia Nicola Cosentino, nell’ambito dell’inchiesta sull’eolico per la quale è finito in carcere Flavio Carboni. Per gli stessi reati sono indagati anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini - circostanza che sta creando malumori all'interno del partito - ed Ernesto Sica, ex assessore all'avvocatura della Regione Campania, e sono finiti in carcere, appunto, l'imprenditore sardo Flavio Carboni, il geometra Pasquale Lombardi e il costruttore Arcangelo Martino. Cosentino è indagato per l'episodio legato al dossier che puntava a screditare Stefano Caldoro, quale candidato alla presidentre della Regione Campania, e per le pressioni esercitate sulla Cassazione per una rapida fissazione dell'udienza in cui si doveva discutere della legittimità della misura cautelare emessa nei confronti del sottosegretario dalla magistratura napoletana.

LA CENA DA VERDINI - Dell'Utri risulta tra i presenti alla cena a casa Verdini, il 23 settembre 2009, nel corso della quale il sodalizio guidato da Carboni avrebbe progettato un'azione di avvicinamento dei giudici della Corte Costituzionale che di lì a poco si sarebbero dovuti pronunciare sul Lodo Alfano. Stando al rapporto degli investigatori, a quella cena erano stati invitati, oltre a Carboni, anche Martino, Lomabrdi, il sottosegretario Giacomo Caliendo, e i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller. Le posizioni di ciascuno sono attualmente al vaglio dei pm romani. Il nome di Dell'Utri compare anche tra quelli che avrebbero preso parte a più riunioni svolte, tra gli altri, con Carboni, Verdini e Ugo Cappellacci, presidente della regione Sardegna, per gli appalti sull'energia eolica.

L'"AGGANCIO" AI PM DEL G8 - Per quanto riguarda Carboni, Lombardi e Martino, intanto, all'ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata nei giorni scorsi dal gip Giovanni De Donato nei loro confronti si evince inoltre che i tre volevano avvicinare anche i magistrati della procura di Firenze che stavano indagando sui Grandi Eventi e sugli appalti legati al G8. Secondo gli inquirenti, il gruppo utilizzava l'associazione culturale "Centro studi giuridici per l'integrazione europea Diritti e Libertà" di Lombardi come strumento "per acquisire e rafforzare utili conoscenze nell'ambiente della politica e della magistratura". Tra le iniziative, poi annullate in seguito al fallito intervento di fare accogliere il ricorso elettorale della lista "Per la Lombardia" di Roberto Formigoni e organizzate tramite l'associazione culturale, "l'invito al convegno milanese programmato per il marzo 2010 (e poi annullato) rivolto ai magistrati della Procura di Firenze dopo l'esecuzione di alcune misure cautelari ad opera di quell'ufficio, nel mese di febbraio 2010, in relazione ad alcune ipotesi di reato che coinvolgevano rappresentanti della pubblica amministrazione, del mondo politico e dell'imprenditoria".

12 luglio 2010

 

la replica dell'esponente finiano: "non c'è alcun complotto"

Caso Verdini, Cicchitto e Bondi attaccano Bocchino: "Dichiarazioni gravissime"

"La dichiarazione di essere a conoscenza dei verbali di intercettazioni è di una gravità inaudita"

la replica dell'esponente finiano: "non c'è alcun complotto"

Caso Verdini, Cicchitto e Bondi attaccano Bocchino: "Dichiarazioni gravissime"

"La dichiarazione di essere a conoscenza dei verbali di intercettazioni è di una gravità inaudita"

Sandro Bondi (Imagoeconomica)

Sandro Bondi (Imagoeconomica)

MILANO - E' ancora scontro all'interno del Pdl sulle conseguenze politiche dell'inchiesta relativa agli appalti sull'energia eolica in Sardegna che vedono coinvolto uno dei coordinatori del partito, Denis Verdini. "La dichiarazione dell'onorevole Bocchino di essere a conoscenza dei verbali di intercettazioni riguardanti indagini giudiziarie in corso, che secondo lui saranno pubblicate a breve sui mezzi di comunicazione, secondo il mal costume in voga nel nostro Paese, è di una gravità inaudita" affermano, in una nota congiunta, Sandro Bondi, vice coordinatore del Pdl e Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del PdL, tornando su quanto affermato da Italo Bocchino, secondo il quale Verdini "sarà costretto a dimettersi quando emergeranno le intercettazioni che hanno portato a indagare lo stesso Verdini". "A questo punto - proseguono Bondi e Cicchitto - Bocchino ha l'obbligo di riferire come sia giunto in possesso di tali verbali, in che modo e attraverso quali canali. Questa vicenda dimostra a quale livello di degrado e di spregiudicatezza giungano alcuni esponenti politici. Inoltre rivela - se fosse confermata - l'intreccio perverso non solo tra una parte della magistratura e il mondo dell'informazione, ma anche tra ambienti giudiziari e esponenti politici, che utilizzano notizie coperte da segreto istruttorio come strumento di lotta politica. Si tratta - concludono - di una vicenda dai contorni gravi e oscuri, che ci auguriamo sia chiarita sia dal punto di vista giudiziario che politico".

LA REPLICA DI BOCCHINO - "Gli amici Bondi e Cicchitto possono star tranquilli che non c'è alcun complotto in giro, nè misteri" replica Italo Bocchino presidente di Generazione Italia. "Quando ho parlato di atti che a mio giudizio porranno un problema di opportunità politica a Berlusconi sul caso Verdini, mi riferivo semplicemente all'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carboni e soci, documento in possesso di tutte le redazioni dei giornali. A pagina 50 si parla di un'informativa dei carabinieri di duemila pagine con allegate altre 4000 pagine di atti e documenti, gran parte intercettazioni. Sempre a pagina 50 c'è scritto che il pm allo stato ha formalizzato richieste solo per il reato associativo e non per i delitti-fine quali corruzione, abuso d'ufficio e altro, chiarendo a pagina quattro di aver utilizzato soltanto le telefonate con parlamentari necessarie a sostenere la misura nei confronti degli altri indagati. Tutto chiaro e limpido pertanto - conclude Bocchino - senza alcun mistero".

Redazione online

12 luglio 2010

 

 

 

Napoli|Il governatore si disse obbligato a dargli un assessorato

Complotto contro Caldoro:

Sica cede e abbandona l’incarico

Faccia a faccia sul dossier con le carte false sui trans

Napoli|Il governatore si disse obbligato a dargli un assessorato

Complotto contro Caldoro:

Sica cede e abbandona l’incarico

Faccia a faccia sul dossier con le carte false sui trans

Ernesto Sica

Ernesto Sica

NAPOLI — Inevitabilmente, l’assessore all’Avvocatura della Regione Campania, Ernesto Sica, si dimette. Non poteva restare nella giunta guidata dall’uomo che in campagna elettorale aveva contribuito a cercare di distruggere, preparando un falso dossier con lo scopo di costringere Caldoro a rinunciare alla candidatura a governatore cui era approdato al posto dell’impresentabile Nicola Cosentino, accusato di rapporti con la camorra dei Casalesi e salvato dal parlamento che respinse la richiesta d’arresto della Procura antimafia di Napoli. Sica è indagato nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Flavio Carboni, dell’ex socialista napoletano Arcangelo Martino, e di Pasquale Lombardi, ex sindaco di un paese irpino, e il dossier che avevano presentato tendeva a far passare Caldoro come cliente abituale di transessuali.

Ieri Caldoro e Sica si sono incontrati. Il primo voleva chiarire, l’altro voleva soprattutto capire perché l’assessore continuava a prendere tempo, quando sarebbe stato ovvio che si facesse da parte appena la storia del complotto è venuta fuori. Voleva capire, Caldoro, se Sica fosse così sprovveduto da non rendersi conto di non aver altra scelta, o se ritardasse le dimissioni sentendosi forte per i suoi rapporti all’interno del partito. Lui è stato infatti l’assessore più atipico del nuovo governo regionale. Sindaco di Pontecagnano, paese alle porte di Salerno, non aveva mai conosciuto Caldoro prima di essere chiamato a far parte della giunta. Però conosceva bene Cosentino, che infatti ne è stato lo sponsor, e la sua nomina è uno dei prezzi che Caldoro ha dovuto pagare al potentissimo coordinatore del Pdl in Campania, oltre che sottosegretario all’Economia con delega al Cipe. Al termine dell’incontro che ha portato alle dimissioni di Sica non c’è stato né il chiarimento che diceva di volere l’assessore (il suo presidente non l’ha mai sopportato, voleva solo che se ne andasse e sabato si era pure rifiutato di incontrarlo), né quello cui puntava Caldoro, che sa bene come il tentato killeraggio non poteva avere che uno scopo politico, e che se l’operazione fosse andata in porto, l’unico a beneficiarne sarebbe stato Cosentino, sul quale — bruciatosi l’unico concorrente— il Pdl avrebbe puntato nonostante i guai giudiziari. Quindi per Caldoro la questione è tutt’altro che risolta. La pratica Sica si è chiusa nell’unico modo possibile, ma resta in piedi la necessità del chiarimento politico. La nota diffusa ieri sera dall’ufficio di presidenza della giunta parla di dimissioni che "nascono dal pieno rispetto dei ruoli istituzionali" e "per evitare ogni strumentalizzazione che possa indebolire l’azione politica ed amministrativa della giunta".

Caldoro ha sempre rivendicato la propria autonomia dai poteri forti anche del suo stesso partito, ma poi è stato lui stesso ad ammettere di essere stato praticamente costretto a dare un assessorato a Sica, e difficilmente questa è stata l’unica decisione presa in funzione del peso di Cosentino e dei suoi uomini. Quindi, al di là degli atti formali e delle parole di circostanza, è probabile che la storia del complotto ordito dalla banda Carboni con la complicità di Sica, sfoci in una sorta di regolamento di conti all’interno del Pdl campano.

Fulvio Bufi

12 luglio 2010

 

 

 

gli altri due coordinatori: "Il giustizialismo non fa parte della cultura del partito"

Bocchino: "Pdl, Verdini si dimetta"

No di Bondi e La Russa, è scontro

Il finiano all'attacco: "Berlusconi risolva il caso come ha fatto con Brancher"

gli altri due coordinatori: "Il giustizialismo non fa parte della cultura del partito"

Bocchino: "Pdl, Verdini si dimetta"

No di Bondi e La Russa, è scontro

Il finiano all'attacco: "Berlusconi risolva il caso come ha fatto con Brancher"

Italo Bocchino

Italo Bocchino

ROMA - "Da amico mi auguro che Denis Verdini sappia dimostrare la sua innocenza", ma "dal punto di vista politico c'è un enorme problema di opportunità che il premier non può far finta di non vedere. Il Berlusconi 'ghe pensi mi' come ha risolto il caso Brancher così deve risolvere il caso Verdini". Hanno sollevato nuove polemiche all'interno del Pdl le parole pronunciate dal finiano Italo Bocchino. In una intervista a La Stampa, il vicapogruppo del Pdl alla Camera chiede che Denis Verdini lasci il suo ruolo all'interno del Pdl e invoca le dimissioni anche per Ernesto Sica e Nicola Cosentino. "La cosa davvero preoccupante è il risvolto di malcostume nel partito", ha sottolineato il deputato. "C'è un problema della classe dirigente del Pdl che non riesce a interpretare il progetto originario di Berlusconi e Fini. La degenerazione è arrivata a livelli di guardia con spericolate e vergognose operazioni di dossieraggi contro esponenti del partito", ha aggiunto.

BONDI E LA RUSSA - In campo a difesa di Verdini scendono però gli altri due coordinatori del Pdl, Sandro Bondi e Ignazio La Russa. "In riferimento ad alcune prese di posizione desideriamo ricordare che la cultura del Pdl non è il giustizialismo né la condanna preventiva emessa sui mezzi di comunicazione" si legge in una nota congiunta. "Questo principio di cultura liberale e di rispetto della dignità di ogni persona vale sia per i nostri avversari politici che per gli esponenti del nostro partito. In questo caso vale naturalmente per l’on verdini al quale rinnoviamo la nostra solidarietà. E questo principio vale sempre - concludono i coordinatori Pdl - e per chiunque sia stato coinvolto in indagini giudiziarie, senza che sia intervenuto un giudizio di merito della magistratura".

L'INCHIESTA - L'inchiesta sugli appalti per gli impianti eolici in Sardegna, condotta dalla Procura di Roma e che vede coinvolto Verdini, si arricchisce intanto di nuovi elementi. Per i magistrati capitolini quella che emerge fin qui dalle indagini sarebbe una "associazione per delinquere diretta a realizzare una serie indeterminata di delitti" e volta "a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali nonché degli apparati della pubblica amministrazione". Tra gli indagati figurano oltre a Verdini, accusato, come gli altri, di violazione della legge Anselmi sulla costituzione delle associazioni segrete, l'imprenditore sardo Flavio Carboni, l'ex esponente della Dc campana, Pasquale Lombardi e l'imprenditore napoletano, Arcangelo Martino, arrestati tre giorni fa. A questi si aggiunge ora l'assessore regionale della Campania Ernesto Sica.

MARTONE LASCIA LA TOGA - Nel frattempo, avrebbe deciso di dire definitivamente addio alla toga Antonio Martone, avvocato generale in Cassazione, che secondo l'inchiesta romana sull'associazione per delinquere messa in piedi da Carboni, avrebbe partecipato alla cena del 23 settembre scorso nella casa romana del coordinatore di Verdini. Nel corso di quell'incontro si sarebbe discusso di un tentativo di avvicinamento dei giudici della Consulta che dovevano decidere sul Lodo Alfano. La notizia, anticipata dal Fatto Quotidiano, ha trovato conferma in ambienti del Csm, secondo i quali però quella di Martone non sarebbe una istanza di dimissioni ma di una domanda di pensionamento.Martone ha 69 anni ed è in magistratura dal 1965, in passato è stato presidente dell'Anm e dell'autorità garante sul diritto di sciopero. La richiesta di lasciare la toga sarebbe stata presentata venerdì scorso. Alla famosa cena nella casa di Verdini avrebbero partecipato anche il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, il capo degli ispettori del ministero della Giustizia Arcibaldo Miller, oltre a Carboni e all'ex assessore del Comune di Napoli Arcangelo Martino e all'ex giudice tributario Raffaele Lombardi. Proprio commentando gli ultimi sviluppi dell'inchiesta della procura di Roma, il presidente dell'Anm Luca Palamara e il segretario generale Giuseppe Cascini hanno spiegato che "il tema della questione morale non ammette indugi e tentennamenti. Non vogliamo magistrati contigui al potente di turno e vicini ai comitati d'affari. Vogliamo, invece, magistrati indipendenti e integri la cui attività si affermi nelle aule di giustizia e non nei salotti" hanno dichiarato Palamara e Cascini.

Redazione online

11 luglio 2010(ultima modifica: 12 luglio 2010)

 

 

 

 

 

La vicenda giudiziaria fa riferimento a fatti avvenuti tra il 1990 e il 1997

Droga, il generale Ganzer

è stato condannato a 14 anni

L'attuale comandante del Ros "aveva costituito un’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Il generale dei mega blitz con la fiducia dei due poli di Luigi Ferrarella (15 aprile 2010)

*

Chiesti 27 anni di carcere per comandante dei Ros

(14 aprile 2010)

*

Le 163 udienze contro il capo dei Ros di Luigi Ferrarella (3 marzo 2010)

La vicenda giudiziaria fa riferimento a fatti avvenuti tra il 1990 e il 1997

Droga, il generale Ganzer

è stato condannato a 14 anni

L'attuale comandante del Ros "aveva costituito un’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti"

MILANO - Il generale Giampaolo Ganzer, attuale comandante del Ros, è stato condannato a 14 anni di carcere a Milano nell'ambito del processo su presunte irregolarità in operazioni antidroga condotte negli anni '90 da un piccolo gruppo all'interno del reparto speciale dell'Arma.

IL PM AVEVA CHIESTO 27 ANNI - Il comandante del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri Giampaolo Ganzer è stato condannato per "aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, alfine di fare una carriera rapida". Davanti ai giudici dell’ottava sezione penale presieduta da Luigi Capazzo, il pm Luisa Zanetti aveva chiesto 18 condanne tra i 5 e i 27 anni di reclusione.

La pena più alta era stata chiesta proprio per il generale Ganzer e per Mauro Obinu, ex ufficiale del Ros poi passato al Sisde. La complessa vicenda giudiziaria che vede imputato l’attuale capo del Ros fa riferimento a fatti avvenuti tra il 1990 e il 1997, ed era iniziata a Brescia, poi era stata trasferita a Milano per la presenza tra gli indagati del magistrato Mario Conte (processato da solo e a parte), quindi andata a Bologna e infine riassegnata dalla Cassazione al capoluogo lombardo quando erano scaduti tutti i termini per gli accertamenti.

IL GENERALE: "LE SENTENZE SI RISPETTANO" - "Le sentenze non si possono che rispettare. Aspettiamo le motivazioni". E' stato questo il primo commento del generale Giampaolo Ganzer dopo la sua condanna. "Questa è una sentenza eccezionalmente complessa, con una chiave di lettura sofisticata da parte dei giudici". Uno dei suoi legali, l'avvocato Fabio Belloni, difensore anche di Gilberto Lovato e Rodolfo Arpa (due ex sottoufficiali condannati rispettivamente a 13 anni e 6 mesi e a 10 anni), ha espresso soddisfazione perché i giudici hanno "cancellato" il reato associativo contestato agli imputati. "La condanna per i singoli fatti e non per il reato associativo - ha spiegato il legale - può voler dire che i giudici hanno riconosciuto la legittimità dell'impianto delle operazioni antidroga, ma contestato l'illegittimità di singole operazioni e singoli fatti". Il modo in cui, secondo l'avvocato, "i giudici hanno cesellato i reati "satellitari" rispetto all'associazione porta a dire che questa è una sentenza eccezionalmente complessa".

12 luglio 2010

 

 

 

 

Ganzer sotto accusa per "deviazioni nell' Arma connesse a operazione antidroga"

Le 163 udienze contro il capo dei Ros

L' ufficiale che ha diretto l' inchiesta su Fastweb è imputato di associazione per delinquere

Ganzer sotto accusa per "deviazioni nell' Arma connesse a operazione antidroga"

Le 163 udienze contro il capo dei Ros

L' ufficiale che ha diretto l' inchiesta su Fastweb è imputato di associazione per delinquere

MILANO - Appena l' altro giorno, come comandante dei carabinieri del Ros già artefici della recente inchiesta sugli appalti della Protezione civile di Bertolaso, era a fianco del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso alla conferenza stampa dei 59 arresti per la storia di maxifrode fiscale, politica e ' ndrangheta attorno alla telefonia di Fastweb e Telecom Sparkle. Ieri lo stesso comandante del Ros, generale Giampaolo Ganzer, era in Tribunale a Milano. Da imputato, però, di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Imputato (con il colonnello Mauro Obinu, con una dozzina di persone, e in uno stralcio con l' allora pm bergamasco Mario Conte) in quello che - esordisce ieri il pm Luisa Zanetti nella requisitoria - "non è un processo a carico del Ros, non è un atto d' accusa all' Arma di cui tutti riconoscono il valore e l' impegno: questo è un processo alle deviazioni all' interno dell' Arma" nelle operazioni antidroga 1991-1997.

Deviazioni per il pm "cresciute, nutrite, tollerate prima e incoraggiate poi, strutturate, organizzate pur di produrre risultati a qualsiasi costo anche con un metodo oscuro e illecito". Quale? Il metodo "di creare traffico di droga prima al fine di reprimerlo poi, usando a tal fine le conoscenze investigative, strumentalizzando le risorse dell' Arma, inducendo a importare droga trafficanti-fonti" poi "non perseguiti" e "arricchitisi con i soldi versati dagli acquirenti e mai sequestrati", e "arrestando persone di sicuro interessate al narcotraffico ma ad esso istigati dai militari e dalle loro fonti". A differenza di altri dirigenti di forze dell' ordine al centro di indagini, il generale non si è mai visto ritirare la fiducia dalla propria Amministrazione, non è stato sospeso nè trasferito, ha continuato e continua a comandare il Ros: nel contempo ha partecipato a moltissime delle 163 udienze celebrate, intervenendo con pignole dichiarazioni spontanee alla fine di tanti dei 300 testimoni ascoltati dal 5 ottobre 2005. Del resto, già la sola udienza preliminare era durata 40 udienze in 7 mesi. E, prima ancora, l' inchiesta nata a Brescia nel 1997 (pm Fabio Salamone) era passata a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perché coinvolgeva un pm bergamasco, salvo poi essere mandata a Bologna (per un episodio a Ravenna), restituita da Bologna a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, che sollevò conflitto di competenza in Cassazione, la quale stabilì infine la competenza di Milano (ereditata dai pm Zanetti e Borgonovo).

Nel mirino del pm, soprattutto 6-7 militari del gruppo di Bergamo: "Ma tra i superiori a Roma, da cui in sostanza dipendevano, nessuno obiettava, tutto era accettato". E "poiché non è credibile che il metodo fosse subìto passivamente, significa che anche dai superiori, informati delle attività, tutto era condiviso, autorizzato, deciso, elaborato". Perciò questo "è un processo amaro" che "si è dovuto fare ugualmente. Perché le deviazioni non possono essere imboscate". Requisitoria (10 udienze) e arringhe (poi fino a maggio) ieri sono state precedute da un elemento nuovo, datato 1 febbraio 2009 ma depositato agli atti dal pm solo il 17 dicembre scorso: l' interrogatorio, fatto dai carabinieri di Bari delegati dal pm Desiree Digeronimo, di Massimo Napoletano, secondo il quale il "collaboratore" origine dell' indagine (Biagio Rotondo, poi riarrestato per detenzione d' una pistola e impiccatosi in carcere nel 2007) gli confidò d' aver ordito un piano per screditare il generale Ganzer.

(da archivio Corriere della Sera 3 marzo 2010)

Luigi Ferrarella

12 luglio 2010

 

 

 

 

In Italia l’imponibile che sfugge al fisco è di circa 300 miliardi

Nullatenenti in affitto a Porto Cervo

Il 47% si dichiara senza reddito, persino con la social card

In Italia l’imponibile che sfugge al fisco è di circa 300 miliardi

Nullatenenti in affitto a Porto Cervo

Il 47% si dichiara senza reddito, persino con la social card

Una veduta di Porto Cervo (Ansa)

Una veduta di Porto Cervo (Ansa)

ROMA — Se vedete un signore a bordo di una fiammante fuoriserie varcare il cancello di una lussuosa villa che ha appena affittato a Porto Cervo, Capri, Forte dei Marmi, Positano, oppure, perché no, Portofino e Taormina, farete bene a compatirlo: nel 47% dei casi, secondo Contribuenti.it. è nullatenente o pensionato con la social card nel portafoglio. Accanto, s'intende, a una carta di credito oro ben fornita, trattandosi evidentemente di evasori o loro prestanome. Ma è possibile che in questo Paese la faccia tosta sia una caratteristica tanto diffusa? Purtroppo lo è anche di più. Diversamente quello del "finto povero" non sarebbe diventato uno sport nazionale. Basta scorrere le notizie che finiscono in due righe in fondo a una pagina di giornale. Una volta la Guardia di finanza ha pizzicato a Siena un signore che aveva chiesto il contributo per pagare la pigione spettante agli indigenti: aveva due ville e quattro appartamenti. Proprio così. In un'altra occasione è stato sufficiente controllare a fondo il parco macchine di un caseggiato popolare per scoprire fra gli assegnatari degli alloggi i proprietari, rispettivamente, di una Porsche Carrera, una Jaguar e un Suv Volkswagen Tuareg. E questo a Padova, non a Napoli, dove il 59,9% degli occupanti abusivi delle abitazioni Iacp e addirittura il 78% di quelli comunali dichiara di vivere d'aria.

D'altra parte, come si spiegherebbero le stime, probabilmente vere per difetto, che qualificano l'Italia come la Patria degli evasori: dove 300 miliardi di euro l'anno di imponibile sfuggono completamente alla Finanze, con il risultato di veder sfumare incassi per almeno 100 miliardi? Per inciso, si tratta di una volta e mezzo la somma che ogni dodici mesi paghiamo per interessi sul nostro gigantesco debito pubblico. Una situazione, sia chiaro, che il fisco conosce fin troppo bene. Basta ricordare le parole con cui il ministro dell'Economia Giulio Tremonti denunciò nel maggio 2004 durante una infuocata riunione della maggioranza di centrodestra la scandalosa contraddizione fra le appena 17 mila persone che allora dichiaravano un reddito superiore a 300 mila euro e le 230 mila auto di lusso uscite ogni anno dai concessionari: 13 volte e mezzo di più. Il fatto è che da allora le cose non sono certamente migliorate in modo radicale. Non è questa la sede per indagare sulle ragioni. Ma è un fatto che nel 2007 il numero dei contribuenti con un reddito superiore a 200 mila euro non superava 76 mila, cioè lo 0,18% del totale. Esattamente, 75.689. E il 56,8% di loro, ossia più di 43 mila, erano lavoratori dipendenti, mentre il 25% era rappresentato da pensionati: 18.811. Sapete quanti invece fra i due milioni e passa di "percettori di reddito d'impresa" dichiaravano di aver incassato oltre 200 mila euro? Soltanto 6.253. Per non dire delle società. A guardare i numeri verrebbe da pensare che fra gli imprenditori italiani ci siano eserciti di masochisti. Le società di capitali che hanno chiuso il bilancio 2007 (quello prima della grande crisi) il perdita sono state addirittura il 45% del totale. Tutti sfortunati, incapaci, sprovveduti? Oppure furbacchioni?

Fatevi un giro nelle banche dati delle Camere di commercio, e scoprirete che l'Italia è anche la Patria delle società di comodo. Quelle che vengono create da privati cittadini per custodire dietro uno schermo societario la proprietà della barca, della casa, della villa al mare. E chiudere il bilancio in perdita, in questi casi, è un toccasana fiscale mica da ridere. Senza parlare delle scatole costituite al solo scopo di rastrellare falsi crediti Iva: ma questa non è evasione, è truffa. Va da sé che una società già non particolarmente predisposta, anche per ragioni storiche, alla fedeltà fiscale, di tutto avrebbe bisogno tranne che di ulteriori incentivi a non rispettare le regole. I quali però, negli ultimi trent'anni, sono stati assai frequenti. I condoni fiscali, per esempio. Dal 1982 ce ne sono stati tre di quelli tombali, senza che l'effetto positivo tanto decantato ogni volta, quello di "far emergere base imponibile" sia stato tangibile. Anzi. Che gli evasori, una volta regolate le pendenze passate con il fisco, ovviamente senza nemmeno subire le sanzioni che avrebbero meritato, si "immergano" di nuovo aspettando il prossimo condono, è ormai accertato. Guardiamo la vicenda del cosiddetto scudo fiscale. La prima opportunità offerta nel 2002-2003 a chi aveva illegalmente esportato capitali all'estero senza pagarci le tasse diede un risultato clamoroso: vennero regolarizzati circa 70 miliardi di euro, che per il 60% erano stati portati in Svizzera da cittadini residenti in Lombardia. "Pochi giorni e poi partiranno controlli severissimi", proclamò il fisco. Per dissuadere gli evasori nostrani e i finti poveri con la mania delle banche offshore dal riprendere l'odioso traffico, Tremonti minacciò di installare le telecamere davanti alle frontiere elvetiche. Trascorsi appena sei anni, ecco un nuovo scudo fiscale, con risultati ancora più clamorosi. I miliardi di euro regolarizzati, questa volta, sono stati ben 106: molti di questi, è prevedibile, usciti dall'Italia dopo il 2003. Per andare da dove a dove? Ancora una volta in gran parte dalla Lombardia verso la Svizzera. Ancora... alla faccia delle telecamere.

Sergio Rizzo

12 luglio 2010

 

 

2010-07-11


Un passo indietro

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Bocchino: "Verdini si dimetta da coordinatore Pdl"

Contatti e sospetti

Un passo indietro

Denis Verdini

Denis Verdini

Dopo la presunta corruzione negli appalti legati ai Grandi Eventi a Firenze, la stessa accusa è arrivata per la realizzazione degli impianti eolici in Sardegna, con il sospetto che la banca di cui è presidente sia stata utilizzata per l’eventuale riciclaggio. E ora il carnet dell’onorevole Denis Verdini si arricchisce di una nuova ipotesi di reato: "associazione segreta", in combutta con personaggi dal passato non proprio limpido. Come Flavio Carboni, una condanna a 9 anni per bancarotta fraudolenta, tralasciando le traversie dalle quali è uscito indenne; o come Arcangelo Martino, 3 anni per concussione. L'unico incensurato della compagnia è Pasquale Lombardi, ora anche lui in cella.

Tutti e tre — ciascuno col proprio passato e il proprio presente — si sono trovati a casa sua, del coordinatore nazionale del Popolo della libertà, insieme a personaggi con ruoli istituzionali come un sottosegretario alla Giustizia o il capo degli ispettori dello stesso ministero. E con il senatore Marcello Dell'Utri, appena ricondannato in appello (con pena lievemente ridotta) per concorso in associazione mafiosa. Per discutere, secondo l'accusa, su come orientare il voto dei giudici costituzionali chiamati a decidere sul "lodo" che bloccava i processi a carico del premier e fondatore del partito di cui Verdini è uno dei responsabili. Ma non sarebbe quello l'unico condizionamento tentato nei confronti di organi costituzionali e amministrativi dello Stato. Naturalmente si tratta di mere ipotesi dei magistrati inquirenti: i processi andranno come andranno, e bisognerà verificare se le prove raccolte fin qui siano tali. Però i fatti restano, al di là della loro rilevanza penale e della possibilità di dimostrare che si tratta di reati. Può darsi anche di no, ma gli incontri a casa Verdini ci sono stati, e le telefonate pure. Così come sono avvenute le conversazioni in cui le pressioni extra-istituzionali si possono almeno intravedere, e le riunioni con il governatore della Sardegna per caldeggiare la nomina di una persona gradita all'imprenditore che non vuole essere chiamato "faccendiere", anche se con quella fama è noto alle cronache.

Dunque è lecito chiedersi, fuori dal contesto giudiziario: perché invitare a pranzo Carboni (sotto processo per l'omicidio Calvi) insieme a un sottosegretario e un alto funzionario del ministero della Giustizia? Perché tanta confidenza con chi spinge per la candidatura di un politico inquisito per camorra alla presidenza della Campania, e quando ne viene scelto un altro organizza una messinscena per screditarlo pubblicamente, anche se ormai è il candidato del proprio partito? Può una persona che mostra di essere almeno a conoscenza delle manovre di certi personaggi rimanere al vertice del partito di maggioranza relativa?

In una telefonata intercettata il 20 febbraio con Carboni, all'indomani delle notizie sul proprio coinvolgimento nell'inchiesta fiorentina, Verdini si lamenta: "Mi costringono ad essere anche maleducato da ora in avanti... di non rispondere... di non parlare... di non aiutare la gente... Diventa un reato anche parlare con te!". Forse sarebbe meglio ricorrere a tanta prudenza prima di scoprire di essere incappato in un'indagine penale; Verdini non l'ha ritenuto opportuno, ed è una scelta legittima. Ma ora che altri contatti e altri sospetti sono venuti alla luce, non sarebbe il caso di farsi da parte, magari rinunciando alla carica che ricopre, per evitare di mettere in ulteriore difficoltà il partito di cui è uno dei più autorevoli esponenti? Per motivi di opportunità politica, non giudiziari. E per provare ad essere più credibile quando parla di "fango", "menzogne" e "ricostruzioni fantasiose" a suo danno.

Giovanni Bianconi

11 luglio 2010

 

 

 

Bocchino: "Pdl, Verdini si dimetta

C'è malcostume nel partito"

Il vicecapogruppo del partito alla Camera: "Berlusconi risolva il caso come ha fatto con Brancher"

L'Inchiesta sull'eolico in sardegna

Bocchino: "Pdl, Verdini si dimetta

C'è malcostume nel partito"

Il vicecapogruppo del partito alla Camera: "Berlusconi risolva il caso come ha fatto con Brancher"

Italo Bocchino

Italo Bocchino

ROMA - "Da amico mi auguro che Denis Verdini sappia dimostrare la sua innocenza", ma "dal punto di vista politico c'è un enorme problema di opportunità che il premier non può far finta di non vedere. Il Berlusconi 'ghe pensi mi' come ha risolto il caso Brancher così deve risolvere il caso Verdini". Ne è convinto vicecapogruppo del Pdl alla Camera Italo Bocchino, che in un'intervista alla Stampa invoca le dimissioni anche per Ernesto Sica e Nicola Cosentino.

MALCOSTUME NEL PARTITO - "La cosa davvero preoccupante è il risvolto di malcostume nel partito", sottolinea il deputato, vicino alla corrente finiana. "C'è un problema della classe dirigente del Pdl che non riesce a interpretare il progetto originario di Berlusconi e Fini. La degenerazione è arrivata a livelli di guardia con spericolate e vergognose operazioni di dossieraggi contro esponenti del partito". E ancora: "L'assessore regionale della Campania Ernesto Sica si deve dimettere subito. Lui è stato catapultato in giunta dal suo sponsor-protettore: Silvio Berlusconi. Sica è quello che costruisce il falso dossier contro Stefano Caldoro, il nostro governatore", ha dichiarato Bocchino. Anche Cosentino, sottosegretario all'Economia e segretario regionale del Pdl, "partecipa all'azione di dossieraggio contro il futuro governatore della Campania, dunque non può più essere segretario del partito".

IL PREMIER E LA STAMPA - Nell'intervista Bocchino interviene sull'incontro tra Berlusconi e Casini nella cena a casa di Bruno Vespa, cui "era stato invitato anche Gianfranco Fini che però ha preferito raggiungere le figlie al mare", e commenta le ultime dichiarazioni del premier sulla stampa. "È una sciocchezza imperdonabile prendersela con la sinistra che imbavaglia la verità. Il mondo dell'informazione è plurale e per i giornalisti è un dovere raccontare i fatti". (fonte Ansa)

11 luglio 2010

 

 

Associazione segreta: Verdini indagato con Flavio Carboni

L’accusa: è intervenuto più volte per il sodalizio

L’inchiesta - Il gruppo "volto a condizionare gli organi costituzionali"

Associazione segreta: Verdini indagato con Flavio Carboni

L’accusa: è intervenuto più volte per il sodalizio

ROMA — Tre presunti membri dell’associazione segreta che secondo il giudice ha messo a repentaglio il corretto funzionamento delle istituzioni sono stati arrestati, ma altri restano in circolazione. Uno è il deputato e coordinatore del Popolo della libertà Denis Verdini, "sodale " dell’imprenditore-faccendiere Flavio Carboni, dell’ex assessore socialista al Comune di Napoli Arcangelo Martino e del geometra ed ex giudice tributario Pasquale Lombardi, unico incensurato del trio finito in carcere l’altra mattina per violazione della legge anti-P2. Per i magistrati della Procura di Roma che hanno lavorato sul materiale raccolto dai carabinieri del Comando provinciale, Verdini "si pone, per la qualità e rilevanza del ruolo, per il suo ripetuto e diretto intervento in reciproco vincolo di solidarietà, per la condivisione d’interessi, come soggetto interno al sodalizio". Cioè del gruppo di potere occulto che—recita il capo d’accusa—costituisce "un’associazione per delinquere volta a condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale". Il parlamentare, già inquisito per corruzione nel filone d’inchiesta sugli appalti per gli impianti eolici in Sardegna, è dunque indagato anche per il reato di "associazione segreta", e il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo dovrà decidere quando inviare alla Camera dei deputati la richiesta di utilizzazione delle intercettazioni telefoniche nei suoi confronti.

Proprio nell’abitazione romana di Verdini a due passi dal Campidoglio, si sarebbero svolte nell’autunno scorso almeno due riunioni per pianificare i tentativi di incidere sulla Corte costituzionale che di lì a poco doveva giudicare la cosiddetta legittimità del "Lodo Alfano" che bloccava i processi a carico di Silvio Berlusconi. Ad uno degli incontri, oltre al padrone di casa e i tre arrestati, hanno partecipato anche il senatore Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo e il capo degli ispettori dello stesso ministero Arcibaldo Miller. La voce e il nome del coordinatore del Pdl, uno degli uomini più vicini al presidente del Consiglio, ricorrono spesso nelle conversazioni registrate di Carboni, il quale mentre era intercettato stava affrontando il giudizio d’appello per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi (poi conclusosi con l’assoluzione, come in primo grado). "È, come dire, la partecipazione che gli ha promesso... l’uomo verde... Hai capito, no?—diceva il 9 settembre 2009 —. Devo sentire Denis... per sapere qual è, secondo lui, la partecipazione più giusta da dare a questo... ". E il 27 agosto: "E poi faccio chiamare i nostri sardi direttamente dall’amico Verdini...".

Secondo l’accusa i rapporti tra i "sodali", Verdini compreso, "sono usati in evidente funzione di pressione esterna", e poco importa che molte iniziative non siano andate in porto: per la legge "è sufficiente che il gruppo persegua uno scopo di interferenza istituzionale, mentre non è necessario che esso sia raggiunto". E il quadro indiziario raccolto desta "un forte e giustificato allarme sociale e istituzionale" anche se nella maggior parte dei casi, aggiunge il giudice, "fortunatamente le istituzioni pubbliche hanno dimostrato di restare impenetrabili ai concreti tentativi di condizionamento illecito". Dei tre arrestati, ieri è stato interrogato Flavio Carboni, che ha 78 anni e ha già subito tre infarti. Il suo avvocato Renato Borzone ha chiesto la revoca della detenzione in carcere decisa dal giudice, nonostante l’età dell’imprenditore- faccendiere e di Lombardi (77 anni), nella convinzione che agli arresti domiciliari i tre indagati avrebbero potuto continuare a mettere in atto "la dimostrata capacità di infiltrazione in contesti sociali e istituzionali di estrema delicatezza ". Carboni ha negato le accuse contestando l’interpretazione data alle telefonate registrate. I pubblici ministeri hanno disposto una consulenza medica per verificare la compatibilità del suo stato di salute con la prigione, e il tribunale del riesame ha fissato per giovedì prossimo l’udienza per decidere sull’istanza di scarcerazione.

Gio. Bia.

10 luglio 2010

 

 

 

Le carte - Nelle telefonate anche l’interessamento del governatore lombardo. Pressioni sul Csm per la nomina del presidente della Corte d’Appello di Milano

"Un’ispezione contro i giudici nemici"

L’accusa: le manovre (fallite) per far riammettere alle elezioni la lista Formigoni

Le carte - Nelle telefonate anche l’interessamento del governatore lombardo. Pressioni sul Csm per la nomina del presidente della Corte d’Appello di Milano

"Un’ispezione contro i giudici nemici"

L’accusa: le manovre (fallite) per far riammettere alle elezioni la lista Formigoni

ROMA—Non ci furono solo i tentativi di interferire sulla Corte costituzionale che doveva decidere il destino del "Lodo Alfano", o di agevolare il ricorso in Cassazione del sottosegretario Nicola Cosentino contro la richiesta d’arresto per concorso con la camorra. Fallito il primo, e raggiunto il secondo con la rapida fissazione dell’udienza, ma poi la corte suprema confermò l’ordinanza dei giudici.

La presunta associazione segreta capeggiata da Flavio Carboni e dai suoi amici Lombardi e Martino (con la partecipazione dell’onorevole Denis Verdini) si adoperò, secondo la Procura di Roma, per condizionare altre decisioni di altri organi dello Stato. O per innescare ritorsioni dopo gli insuccessi. Per esempio, quando Cosentino fu escluso dalla candidatura alla Regione Campania "il gruppo ha iniziato un’intensa attività diretta a screditare il nuovo candidato (Stefano Caldoro, poi eletto, ndr) e così escluderlo dalla competizione elettorale, tentando di diffondere, all’interno del partito e a mezzo Internet, notizie diffamatore sul suo conto".

Le manovre del "gruppo di potere occulto" andarono a vuoto anche sul ricorso presentato alla Corte d’Appello di Milano dalla lista del presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, contro l’esclusione dalle elezioni regionali. Manovre alle quali, nell’interpretazione dell’accusa, ha partecipato anche il presidente-candidato che il 1˚ marzo 2010 parla con Arcangelo Martino, uno dei tre arrestati, e chiede: "Ma l’amico, l’amico... Lombardi, è in grado di agire?". Martino risponde: "Sì, sì, lui ha già fatto qualche passaggio e sarà lì". L’indomani Pasquale Lombardi è a Milano per incontrare il presidente della Corte d’Appello Alfonso Marra, da poco nominato e a favore del quale s’erano adoperati gli indagati.

Sempre il 1˚ marzo Lombardi annuncia al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo le proprie mosse per orientare la decisione della commissione sul ricorso: "Aggio mandato a dicere cu Santamaria a Fofò (Santamaria è un altro giudice e Fofò è Alfonso Marra, ndr) che chiamasse a ’sti tre quattro scemi e non dessero fastidio". Ma l’operazione non va in porto, e Martino si sfoga con Lombardi, entrambi con colorite espressioni campane: "Comunque diciamo che la figura di merda l’amme fatta nujie cu’ chille d’a Corte d’appello", dice. E Lombardi, rivendicando il proprio operato: "Ci siamo prodigati, e quindi nun s’a ponno piglia’ cu’ nuje".

Dopo l’insuccesso scatta una sorta di vendetta, che nelle carte processuali è diventato un nuovo capitolo dell’atto d’accusa: "Il tentativo di suscitare un’ispezione ministeriale nei confronti del collegio dei magistrati che aveva adottato il provvedimento sfavorevole". Vengono registrati contatti di Arcangelo Martino da un lato col capo degli ispettori Arcibaldo Miller, e dall’altro con alcuni collaboratori di Formigoni. Finché il 23 marzo viene intercettato lo stesso Formigoni che annuncia a Martino il fallimento dell’operazione: "Ho ricevuto stamattina una telefonata da colui che si è impegnato a camminare velocemente, sabato... e invece mi dice che non cammina affatto, né velocemente né lentamente... E che è stato consigliato a stare fermo... dallo stesso Arci... perché lui mi ha detto che sarebbe un boomerang pazzesco... questi qui potrebbero addirittura rivalersi su di noi". In un’altra telefonata dello stesso giorno Martino chiede a Formigoni: "A te ti chiamò quello Angelino, vero?". E Formigoni: "Mi chiamò, sì mi chiamò lui". Gli inquirenti ipotizzano che il riferimento sia al ministro della Giustizia Angelino Alfano. "Io mi sono arrabbiato con lui—prosegue Formigoni —, anche perché sabato lui si era impegnato... Sì, sì, faccio, faccio, poi invece lunedì mi ha telefonato e mi ha detto questo, e ha anche tirato in mezzo Arci", probabilmente Arcibaldo Miller. Col quale Martino sostiene di aver litigato, e conclude: "Mi sono molto arrabbiato, ma credo che sia un qualche cosa che vada in ostilità con te, hai capito?". Replica di Formigoni: "Eh, credo anch’io...".

Per un’ispezione fallita c’è invece una nomina ottenuta, sebbene sia difficile—o quasi impossibile—stabilire se e quanto le manovre della lobby segreta abbiano inciso sulla decisione del Consiglio superiore della magistratura di mettere a capo della Corte d’Appello di Milano il giudice Alfonso Marra. In una telefonata del 21 ottobre col consigliere "laico" Celestina Tinelli, indicata dall’Ulivo, Pasquale Lombardi capisce che a orientare la scelta finale può essere il "togato " della corrente di Unicost Giuseppe Berruti, favorevole all’altro candidato, il giudice Rordorf. "E mo’ facciamo chiamare pure a Berruti! Devo vedere come devo fare", dice. "È un casino, nel vero senso della parola — risponde la Tinelli —. Lui ha già dato il suo input forte, e quindi anche Mancino (vice-presidente del Csm, ndr) sta ragionando nel senso di votare per questo Rordorf...".

Il giorno dopo Lombardi parla direttamente con Marra. "S’à da vedé che s’à da fa cu’ Berruti, perché l’unico stronzo in questo momento è lui e la Maccora (di Magistratura democratica, ndr)". Ribatte Marra: "Ma la Maccora lascia sta’, è di un’altra corrente (...) Parla con Berruti, bisogna avvicinare ’sto cazzo di Berruti, capito che ti voglio dì? Io, Pasquali’, non so che cazzo fare...". Lombardi ha un’idea: "Chist’ tene ’u frate che è deputato di Berlusconi (Massimo Berruti, parlamentare del Pdl, ndr)", ma Marra lo frena: "No, vabbuo’, famm’ ’o favore, tiriamo fuori il fratello, senti a me". Lombardi gioca allora la carta del suo rapporto col presidente della Cassazione Vincenzo Carbone: "Io lu pizziatone... te l’aggio fatto col capo, quindi siamo a posto... Capo Cassazione". E Lombardi: "Se è quello lì siamo a posto". In altre telefonate Lombardi sostiene di aver parlato "di quella cosa di Milano" anche con Nicola Mancino. Il 3 febbraio 2010, con una maggioranza di 14 voti contro 12, il Csm nomina Marra. A suo favore si esprimono, fra gli altri, Mancino, Carbone e la Tinelli, mentre Berruti si schiera con l’altro candidato. Lombardi telefona a Martino: "Allora abbiamo fatto il presidente della corte d’appello... È tutto a posto".

Giovanni Bianconi

10 luglio 2010

 

 

 

 

 

L’inchiesta - Il gruppo "volto a condizionare gli organi costituzionali"

Associazione segreta: Verdini indagato con Flavio Carboni

L’accusa: è intervenuto più volte per il sodalizio

L’inchiesta - Il gruppo "volto a condizionare gli organi costituzionali"

Associazione segreta: Verdini indagato con Flavio Carboni

L’accusa: è intervenuto più volte per il sodalizio

ROMA — Tre presunti membri dell’associazione segreta che secondo il giudice ha messo a repentaglio il corretto funzionamento delle istituzioni sono stati arrestati, ma altri restano in circolazione. Uno è il deputato e coordinatore del Popolo della libertà Denis Verdini, "sodale " dell’imprenditore-faccendiere Flavio Carboni, dell’ex assessore socialista al Comune di Napoli Arcangelo Martino e del geometra ed ex giudice tributario Pasquale Lombardi, unico incensurato del trio finito in carcere l’altra mattina per violazione della legge anti-P2. Per i magistrati della Procura di Roma che hanno lavorato sul materiale raccolto dai carabinieri del Comando provinciale, Verdini "si pone, per la qualità e rilevanza del ruolo, per il suo ripetuto e diretto intervento in reciproco vincolo di solidarietà, per la condivisione d’interessi, come soggetto interno al sodalizio". Cioè del gruppo di potere occulto che—recita il capo d’accusa—costituisce "un’associazione per delinquere volta a condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale". Il parlamentare, già inquisito per corruzione nel filone d’inchiesta sugli appalti per gli impianti eolici in Sardegna, è dunque indagato anche per il reato di "associazione segreta", e il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo dovrà decidere quando inviare alla Camera dei deputati la richiesta di utilizzazione delle intercettazioni telefoniche nei suoi confronti.

Proprio nell’abitazione romana di Verdini a due passi dal Campidoglio, si sarebbero svolte nell’autunno scorso almeno due riunioni per pianificare i tentativi di incidere sulla Corte costituzionale che di lì a poco doveva giudicare la cosiddetta legittimità del "Lodo Alfano" che bloccava i processi a carico di Silvio Berlusconi. Ad uno degli incontri, oltre al padrone di casa e i tre arrestati, hanno partecipato anche il senatore Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo e il capo degli ispettori dello stesso ministero Arcibaldo Miller. La voce e il nome del coordinatore del Pdl, uno degli uomini più vicini al presidente del Consiglio, ricorrono spesso nelle conversazioni registrate di Carboni, il quale mentre era intercettato stava affrontando il giudizio d’appello per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi (poi conclusosi con l’assoluzione, come in primo grado). "È, come dire, la partecipazione che gli ha promesso... l’uomo verde... Hai capito, no?—diceva il 9 settembre 2009 —. Devo sentire Denis... per sapere qual è, secondo lui, la partecipazione più giusta da dare a questo... ". E il 27 agosto: "E poi faccio chiamare i nostri sardi direttamente dall’amico Verdini...".

Secondo l’accusa i rapporti tra i "sodali", Verdini compreso, "sono usati in evidente funzione di pressione esterna", e poco importa che molte iniziative non siano andate in porto: per la legge "è sufficiente che il gruppo persegua uno scopo di interferenza istituzionale, mentre non è necessario che esso sia raggiunto". E il quadro indiziario raccolto desta "un forte e giustificato allarme sociale e istituzionale" anche se nella maggior parte dei casi, aggiunge il giudice, "fortunatamente le istituzioni pubbliche hanno dimostrato di restare impenetrabili ai concreti tentativi di condizionamento illecito". Dei tre arrestati, ieri è stato interrogato Flavio Carboni, che ha 78 anni e ha già subito tre infarti. Il suo avvocato Renato Borzone ha chiesto la revoca della detenzione in carcere decisa dal giudice, nonostante l’età dell’imprenditore- faccendiere e di Lombardi (77 anni), nella convinzione che agli arresti domiciliari i tre indagati avrebbero potuto continuare a mettere in atto "la dimostrata capacità di infiltrazione in contesti sociali e istituzionali di estrema delicatezza ". Carboni ha negato le accuse contestando l’interpretazione data alle telefonate registrate. I pubblici ministeri hanno disposto una consulenza medica per verificare la compatibilità del suo stato di salute con la prigione, e il tribunale del riesame ha fissato per giovedì prossimo l’udienza per decidere sull’istanza di scarcerazione.

Gio. Bia.

10 luglio 2010

 

 

 

 

2010-07-08

in carcere anche Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino

Appalti nell'eolico, arrestato Flavio Carboni. "Manovre sul Lodo Alfano"

Riunione a casa Verdini con Dell'Utri. Pressioni anche per la Lista Formigoni. Il gip:"Banda segreta come P2 per pilotare giudici e politici". Difesa:"Tutto assurdo"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Indagini sugli appalti, nuove accuse a Carboni di Giovanni Bianconi (8 luglio '10)

*

Il faccendiere dei misteri

*

L'ordinanza di arresto del Gip De Donato: "manovre sul Lodo Alfano"

*

In 60 pagine le motivazioni dell'ordinanza

Flavio Carboni

Flavio Carboni

ROMA - L'imprenditore sardo Falvio Carboni è stato arrestato questa mattina dai carabinieri su ordine della magistratura romana nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti dell'eolico. Carboni, 78 anni, è stato condotto a Regina Coeli. Il suo difensore, Renato Borzone, ha definito "assurdo" l'arresto, e ha già annunciato che farà ricorso. Ma secondo la Procura di Roma Carboni, insieme con l'imprenditore campano Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi (entrambi arrestati) avrebbero costituito di una "banda segreta come la P2 per pilotare giudici e politici". L'ipotesi di reato è quella di associazione a delinquere e di violazione degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il Gip del Tribunale di Roma, Giovanni De Donato, scrive nelle motivazioni all'ordinanza di arresto (circa 60 pagine) che i tre organizzarono "una associazione per delinquere diretta a realizzare una serie indeterminata di delitti" caratterizzata "dalla segretezza degli scopi" e volta "a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali nonchè degli apparati della pubblica amministrazione".

Denis Verdini (Ansa)

Denis Verdini (Ansa)

RIUNIONE DA VERDINI SUL LODO ALFANO - In particolare, "tra settembre e ottobre 2009" Carboni, Martino e Lombardi tentarono "di avvicinare giudici della Corte Costituzionale per influire sull'esito del giudizio sul cosiddetto lodo Alfano" (la legge che prevedeva la sospensione del processo penale per le alte cariche dello Stato). Il 23 settembre, a poche settimane dal giudizio della Corte Costituzione, ci sarebbe stata anche una riunione nella casa romana del coordinatore del Pdl, Denis Verdini (indagato per corruzione e riciclaggio), a cui presero parte, secondo i carabinieri, anche Carboni, Martino e Lombardi, oltre che il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller (capo degli ispettori del ministero della Giustizia). Secondo il gip, scopo della riunione era stabilire un tentativo di avvicinamento ai giudici della Consulta.

CALIENDO SMENTISCE - "Escludo nella maniera più assoluta che durante la mia presenza alla riunione con Lombardi si sia parlato di possibili interventi presso la Corte Costituzionale". Il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, smentisce la ricostruzione dell'incontro a casa di Verdini in cui si sarebbe parlato di possibili pressioni sulla Consulta per il Lodo Alfano. "Fui invitato alla riunione -spiega Caliendo- a seguito di un convegno sul federalismo al quale avevo partecipato e con l'obiettivo di organizzarne un altro. Sono stato presente in tutto per non più di 20 minuti, si è parlato del convegno e poi sono andato in Parlamento. Escludo -ribadisce- nella maniera più assoluta che si sia parlato di possibili interventi sulla Corte Costituzionale".

PRESSIONI PER LA LISTA FORMIGONI - Non solo del lodo Alfano si interessarono i tre. Quando nel marzo scorso la Lista Formigoni fu respinta dalla commissione elettorale presso la corte di appello di Milano, Martino contattò Arcibaldo Miller, per verificare la possibilità di una ispezione straordinaria in quel collegio. Alla fine quella ispezione non si fece mai. E fu Formigoni a informarne Martino, dicendo che l'ispezione si sarebbe rivelata un "boomerang" pazzesco. La Lista del presidente della Regione Lombardia fu poi ammessa dai giudici amministrativi.

"UN ARRESTO ASSURDO" - "Dopo averlo solo sospettato, la lettura dell'ordinanza di sociologia giudiziaria della Autorità giudiziaria di Roma dà conferma che il nulla probatorio emerso da mesi di indagine è sfociato in un arresto assurdo e ingiustificato, tra l' altro nei confronti di un quasi ottantenne con esiti di patologie cardiache e infartuali, per un reato associativo (la cd legge Anselmi) che è la metafora della deriva delle inchieste giudiziarie di questo paese". È quanto afferma l'avvocato, Renato Borzone, difensore dell'imprenditore Flavio Carboni. "Nessuna prova di reati specifici - prosegue - ed allora si va alla ricerca di fattispecie associative addirittura risibili".

I PERSONAGGI "DELLA BANDA SEGRETA COME LA P2" - Oltre a Carboni, personaggio discusso e coinvolto in molti misteri della storia repubblicana, sono stati arrestati anche il geometra Pasquale Lombardi, magistrato tributario, già esponente locale della Dc campana, ex sindaco del suo paese in provincia di Avellino (assistito dall'avvocato Corrado Oliviero) e l'imprenditore campano Arcangelo Martino. I provvedimenti cautelari in carcere, firmati dal gip Giovanni De Donato, sono stati eseguiti dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, coordinati dal maggiore Bartolomeo Di Niso. Martino sarà trasferito in giornata nel carcere di Napoli, mentre Carboni è già a Regina Coeli (a Roma) e Lombardi in quello di Bellizzi, in Irpinia. I reati contestati ai tre sono quelli di associazione per delinquere e violazione degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli ipotizzano che i tre siano i componenti di una superloggia segreta, punto di riferimento per pilotare politici e imprenditori. L'inchiesta della procura romana riguarda un presunto comitato d'affari che avrebbe gestito l'assegnazione di una serie di appalti pubblici in Sardegna per la realizzazione di parchi eolici.

APPALTI PUBBLICI - Il fascicolo che ha portato agli arresti nasce da uno stralcio, aperto quest'anno, dell'inchiesta sugli appalti per l'eolico in Sardegna in cui sono coinvolti, tra gli altri, anche il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellaci per abuso d'ufficio e corruzione e il coordinatore del Pdl nonché deputato Denis Verdini (che si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda), per riciclaggio e corruzione. Indagati anche Ignazio Farris, presidente dell'Arpas Sardegna, Franco Piga, presidente dell'Autorità d'Ambito territoriale della Sardegna, Pinello Cossu, consigliere provinciale di Iglesias.

Redazione online

08 luglio 2010

 

 

 

Eolico, nuove accuse a Carboni

Dalle indagini sugli appalti, secondo la procura: "Banda segreta come la P2 per pilotare giudici e politici"

Flavio carboni nel 2005 durante il processo per l'omicidio di Roberto Calvi (Ap)

Flavio carboni nel 2005 durante il processo per l'omicidio di Roberto Calvi (Ap)

ROMA - Non solo associazione per delinquere, corruzione e riciclaggio. Dall’indagine sui presunti pilotaggi degli appalti per gli impianti eolici in Sardegna spunta una nuova ipotesi di reato, che supera i confini dell’isola e degli affari intorno alle energie alternative. E’ la violazione della cosiddetta "legge Anselmi" sulle associazioni segrete, per la quale sono indagati tre protagonisti dell’indagine condotta dalla Procura di Roma: l’imprenditore-faccendiere Flavio Carboni, da poco assolto anche in appello dall’accusa di aver ucciso il banchiere Roberto Calvi nel 1982; Pasquale Lombardi, già esponente locale della Dc campana, ex sindaco del suo paese in provincia di Avellino ed ex componente di commissioni tributarie; Arcangelo Martino, che fu assessore socialista al Comune di Napoli, arrestato e poi prosciolto nelle inchieste su Tangentopoli.

"COMITATO D'AFFARI" - I tre, componenti del comitato d’affari immaginato dall’accusa, si sarebbero mossi più volte e in più contesti per ottenere interventi e decisioni a livello politico, giudiziario e amministrativo a favore di questo o quel personaggio "protetto", sulla base di specifiche esigenze e richieste. In maniera sistematica, al punto da convincere il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e i sostituti che con lui lavorano all’indagine di trovarsi di fronte alla situazione prevista proprio dalla legge varata nel 1982 sull’onda dello scandalo P2, che porta il nome della presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia di Licio Gelli. "Si considerano associazioni segrete e come tali vietate dalla Costituzione — recita la norma — quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, di enti pubblici, anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale".

INTERCETTAZIONI - Le intercettazioni telefoniche che costituiscono l’architrave di questa parte d’inchiesta avrebbero svelato diversi tentativi di condizionamento, soprattutto attraverso le conoscenze di uno dei tre inquisiti, Lombardi, nell’ambiente giudiziario nazionale. "Io ho rapporti con tanta gente perché organizzo convegni, non ho mai fatto nulla di male", s’è sempre difeso l’interessato. Ma per i pubblici ministeri non sarebbero così innocenti gli interventi per provare ad accelerare la causa in Cassazione del sottosegretario all’Economia Cosentino, sul quale pendeva una richiesta di arresto per concorso in associazione camorristica (successivamente confermata dalla corte suprema, ma negata dalla Camera dei deputati). Lombardi sarebbe dovuto intervenire anche per innescare un’ispezione ministeriale finalizzata ad eventuali azioni disciplinari su alcuni uffici giudiziari milanesi, dopo una decisione sgradita alla presidenza della Regione Lombardia. E ancora, dal vertice della Regione Sardegna sarebbe giunta una richiesta d’intercessione per evitare il trasferimento di un alto magistrato di Cagliari, a causa di una presunta incompatibilità.

Denis Verdini

Denis Verdini

CAPPELLACCI E VERDINI - Tutto questo, insieme ad altri indizi emersi dalle conversazioni ascoltate dagli investigatori, ha convinto la Procura di Roma a procedere anche per l’ipotesi dell’associazione segreta vietata dalla legge post-P2, parallelamente al filone che riguarda la supposta corruzione per la realizzazione degli impianti eolici. Nel quale sono indagati pure il presidente della Sardegna Ugo Cappellacci e il deputato, nonché coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, che compare spesso nei colloqui registrati come il senatore Marcello Dell’Utri. Frutto dell’accordo fra Verdini, Cappellacci e Carboni sarebbe stata la nomina di Ignazio Farris (anche lui inquisito) a direttore generale dell’Azienda regionale per la protezione dell’ambiente: condizione irrinunciabile per Carboni, referente di un "cartello" di imprenditori intenzionati a investire in Sardegna dai quali avrebbe raccolto alcuni milioni di euro transitati dal Credito cooperativo fiorentino, la banca presieduta da Verdini.

Giovanni Bianconi

"Corriere della sera", pagina 20

08 luglio 2010

 

 

 

Flavio Carboni, il faccendiere dei misteri

Condannato per il Banco Ambriosiano, assolto per l'omicidio del banchiere Roberto Calvi

Flavio Carboni

Flavio Carboni

ROMA - Una condanna definitiva a 8 anni e 6 mesi per la vicenda del fallimento del Banco Ambrosiano, e una serie di assoluzioni: dall'accusa di concorso nell' omicidio di Roberto Calvi dopo che il pm aveva chiesto la condanna all'ergastolo; dall'accusa di essere stato il mandante del tentativo di omicidio di Roberto Rosone, vice di Calvi all' Ambrosiano, dall'accusa di falso e truffa ai danni del Banco di Napoli, dall'accusa della ricettazione della borsa di Calvi. Queste sono solo alcune delle vicende che hanno visto coinvolto il discusso faccendiere sardo Flavio Carboni, arrestato oggi per l' ennesima volta nell'ambito dell'inchiesta sull'eolico in Sardegna.

Il banchiere Roberto Calvi

Il banchiere Roberto Calvi

TRIBUNALI E ARRESTI - Dal suo primo arresto, avvenuto in Svizzera nell' estate del 1982, la vita di Carboni è stato un continuo andirivieni tra aule di tribunale e arresti, quasi sempre annullati rapidamente. L' improvviso successo economico di Carboni comincia negli anni '70 con una serie di società immobiliari e finanziarie. Carboni si muove anche nel mondo dell' editoria. Diventa proprietario del 35% del pacchetto azionario della "Nuova Sardegna" ed editore di "Tuttoquotidiano", per il fallimento del quale era stato condannato in primo grado e assolto in appello per vizio di forma. Le risultanze giudiziarie hanno evidenziato - secondo i pm - lo stretto legame di Carboni con esponenti della banda della Magliana e della mafia. Legato soprattutto alla storia del Banco Ambrosiano e della morte di Calvi, per la quale, oltre alla recente assoluzione dall'accusa di concorso in omicidio, era stato già chiamato in causa per la falsificazione del passaporto e l' espatrio clandestino del banchiere e per concorso in esportazione di capitali, il nome di Carboni emerge anche in altre vicende.

SEQUESTRO MORO - Durante il sequestro Moro, per esempio, Carboni avvicinò esponenti Dc offrendosi di sollecitare l' intervento della mafia per la sua liberazione. Qualche giorno dopo Carboni riferì però che la mafia non voleva aiutare Moro perchè troppo legato ai comunisti. Carboni ha avuto rapporti anche con Francesco Pazienza, con Licio Gelli e con l' ex gran maestro della Massoneria Armando Corona. Il nome di Carboni compare anche nel falso dossier di Demarcus pubblicato sull' Avanti, (per il quale recentemente è stato indagato anche Cesare Previti) che sosteneva un legame tra Stefania Ariosto e i servizi segreti. Il dossier parlava anche di un incontro tra la Ariosto e Carboni. Infine, il nome di Flavio Carboni entra anche nell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi: è stato ascoltato in Procura a Roma, come testimone, il 4 febbraio scorso. Secondo quanto si è appreso, i magistrati gli hanno chiesto se fosse a conoscenza di particolari sulla vicenda, soprattutto alla luce dei rapporti che Carboni ha avuto con esponenti del Vaticano e, nell'ambito della sua attività di uomo d'affari, con riferimento a soggetti legati in qualche modo alla Banda della Magliana. Rapporti con il gruppo criminale capitolino che, comunque, l'uomo d'affari ha sempre negato, affermando che si trattava di rapporti con persone di cui ignorava l'appartenenza alla banda. (Fonte: Ansa).

 

08 luglio 2010

 

 

 

Il gip: "Carboni cercò di influire sulla

Consulta per la decisione su Lodo Alfano"

"Incontro da Verdini per stabilire la strategia". Pressioni anche per far riammettere la Lista Formigoni.

In 60 pagine l'ordinanza di custodia cautelare in carcere

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Appalti nell'eolico: arrestato Flavio Carboni

*

Chi è Carboni, il faccendiere dei misteri d'Italia

Carboni durante il processo per Calvi (Ansa)

Carboni durante il processo per Calvi (Ansa)

ROMA - Associazione per delinquere e violazione della legge Anselmi che vieta la creazione di associazioni segrete: sono le accuse contestate dal gip Giovanni De Donato aFlavio Carboni, Pasquale Lombardi (ex componente di commissioni tributarie) e all'imprenditore campano Arcangelo Martino con una ordinanza di custodia cautelare motivata in 60 pagine. Secondo l'accusa i tre avrebbero organizzato un'associazione per delinquere anche utilizzando "una fitta rete di conoscenze nei settori della magistratura e della politica". Lo scopo era collocare "persone ritenute vicine al gruppo in posizioni di rilievo in enti pubblici e in apparati dello Stato", e "ottenere vantaggi di varia natura (ivi compresi appalti pubblici e provvedimenti giudiziari e amministrativi favorevoli)". Secondo il magistrato, tra settembre e ottobre 2009 Carboni (insieme con Martino e Lombardi) tentò di avvicinare giudici della Corte Costituzionale allo scopo di influire sull'esito del giudizio sul cosiddetto lodo Alfano, la legge che prevedeva la sospensione del processo penale per le alte cariche dello Stato. La contropartita per questi interventi compiuti sulla Corte Costituzionale sarebbe stata la candidatura di Nicola Cosentino alla Regione Campania.

Denis Verdini (Ansa)

Denis Verdini (Ansa)

INCONTRO DA VERDINI SUL LODO ALFANO- Il 23 settembre dello scorso anno, a pochi giorni dal giudizio della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, avvenne una riunione nell'abitazione romana del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, per stabilire un tentativo di avvicinamento ai giudici della consulta. All'incontro erano invitati anche Carboni, Martino e Lombardi, oltre che il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri e il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo e i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller. Al termine della riunione, in base a quanto scrive il gip, Lombardi chiama Caliendo, che aveva dovuto abbandonare in anticipo l'incontro, aggiornandolo sugli argomenti trattati. Lombardi si dice disponibile a correre ai ripari in ogni modo, affermando che occorre fare la conta di quanti sono i giudici favorevoli alla bocciatura della legge e quanti quelli contrari, lavorando quotidianamente alla vicenda in vista del giudizio della Consulta previsto inizialmente per il 6 ottobre. Tra le personalità avvicinate da Lombardi per fare da tramite con i giudici della Consulta anche il parlamentare Renzo Lusetti, che tuttavia reagisce con imbarazzo alle telefonate. Analogo imbarazzo mostra, in una telefonata intercettata il 30 settembre, il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli, che tenta in ogni modo di sottrarsi alle richieste pressanti di Lombardi su come avvicinare uno dei giudici chiamati a pronunciarsi sul lodo Alfano. Il tentativo di influire sul giudizio di costituzionalità del lodo Alfano non andò però a buon fine. Il 7 ottobre 2009 la Corte boccia il provvedimento, suscitando le ire di Carboni e Martino, che accusano Lombardi del fallimento e della figuraccia fatta con i propri referenti politici, a partire da Verdini.

PRESSIONI PER RIAMMETTERE FORMIGONI - Quando la Lista Formigoni fu respinta dalla commissione elettorale presso la corte di appello di Milano, Arcangelo Martino, il costruttore arrestato assieme a Flavio Carboni e a Pasquale Lombardi, si attivò nel marzo scorso presso il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller, per verificare la possibilità di una ispezione straordinaria presso quel collegio di giudici che aveva escluso la Lista. Della vicenda, come documentato dal gip De Donato, si interessarono anche Lombardi e Carboni. Alla fine, nonostante i rinnovati interventi su Miller e sul sottosegretario Giacomo Caliendo, quella ispezione non si fece mai. E fu Formigoni a informarne Martino, dicendo che, a quanto appreso dal ministero, l'ispezione si sarebbe rivelata un 'boomerang' pazzesco. La Lista del presidente della Regione Lombardia fu poi ammessa dai giudici amministrativi.

LA CANDIDATURA DI COSENTINO - La contropartita chiesta per tale attività di lobby è la candidatura di Nicola Cosentino alla Regione Campania, come esplicitato in una telefonata di Lombardi allo stesso sottosegretario. Il tentativo di influire sul giudizio di costituzionalità del lodo Alfano non andò però a buon fine. Il 7 ottobre 2009 la Corte boccia il provvedimento, suscitando le ire di Carboni e Martino, che accusano Lombardi del fallimento e della figuraccia fatta con i propri referenti politici, a partire da Verdini. Secondo quanto si legge nell'ordinanza, negli ultimi mesi del 2009 e fino al febbraio 2010 (nell'imminenza delle elezioni regionali), Carboni, Martino e Lombardi si sarebbero impegnati "al fine di ottenere la candidatura alla presidenza della Regione Campania dell'onorevole Cosentino. Dopo l'adozione di un'ordinanza cautelare nei confronti di quest'ultimo, hanno cercato di favorire un rapido accoglimento del ricorso proposto contro tale misura, grazie al rapporto esistente tra Lombardi e il presidente della Corte di Cassazione, nel tentativo di recuperare la candidatura di Cosentino. Dopo il rigetto del ricorso e dopo che i vertici del partito avevano individuato come proprio candidato Stefano Caldoro, il gruppo ha iniziato un'intensa attività diretta a screditare il nuovo candidato e così a escluderlo dalla competizione elettorale tentando di diffondere all'interno del partito e a mezzo internet notizie diffamatorie sul suo conto".

FITTA RETE DI CONOSCENZE - Secondo il gip, Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino "in concorso con terze persone, costituivano, organizzavano e dirigevano un'associazione per delinquere, diretta a realizzare una serie indeterminata di delitti, ivi compresi quelli di corruzione, abuso di ufficio, diffamazione e violenza privata, caratterizzata dalla segretezza degli scopi, dell'attività e della composizione del sodalizio, volta altresì a condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale nonchè gli apparati della pubblica amministrazione dello Stato e degli enti locali".Il magistrato contesta ai tre arrestati di aver "sviluppato una fitta rete di conoscenze nei settori della magistratura e della politica, da sfruttare per i fini segreti del sodalizio, e ciò anche grazie all'attività di promozione di convegni e di incontri di studio realizzate per il tramite dell'associazione culturale denominata "Centro studi giuridici per l'integrazione europea diritti e liberta", gestita da Lombardi in qualità di segretario e da Martino quale responsabile dell'organizzazione e, di fatto, finanziata e cogestita in modo occulto da Carboni nella cui attività venivano coinvolte, con funzioni diverse, in forma stabile o saltuaria personalità estranee al sodalizio".

OTTENERE VANTAGGI - Secondo il gip De Donato i tre accusati avrebbero approfittato "delle conoscenze così realizzate per acquisire informazioni riservate e influire sull'esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate" e, in tal modo, "collocare persone ritenute vicine al gruppo in posizioni di rilievo in enti pubblici e in apparati dello Stato; ottenere vantaggi di varia natura (ivi compresi appalti pubblici e provvedimenti giudiziari e amministrativi favorevoli) in favore dei componenti del sodalizio o anche di terzi, dai quali si proponevano poi di ottenere, in contraccambio, ulteriori favori; contrastare quanti erano ritenuti avversi agli interessi del sodalizio, adoperandosi perchè fossero esclusi da posti di rilievo nel settore pubblico o cercando di suscitare nei loro confronti interventi punitivi"

SVILUPPO DELL'EOLICO IN SARDEGNA - Un altro episodio sul quale si è soffermata l'attenzione del magistrato riguarda il progetto di sviluppo degli impianti per la produzione dell'energia eolica in Sardegna. Nell'ordinanza si sottolinea che, a partire dal mese di luglio 2009, Carboni ha posto in essere iniziative svolte a realizzare in Sardegna impianti di produzione di energia eolica. A tale scopo dapprima ha ottenuto, grazie all'interessamento di esponenti politici e istituzionali, la nomina di persona a lui gradita (tale Ignazio Farris) alla carica di direttore generale dell'Arpas (l'organismo regionale competente nel settore della tutela dell'ambiente e del territorio), poi ha intrattenuto costanti contatti con Farris e con altri rappresentanti istituzionali, allo scopo di ottenere l'approvazione nel settore delle energie alternative, di un regolamento regionale favorevole ai propri progetti. Di tali iniziative Carboni metteva al corrente Martino e Lombardi. Secondo il giudice, il primo è anche personalmente intervenuto a sostegno di Carboni, mentre il secondo ha collocato in Sardegna (anche grazie a finanziamenti procurati da Carboni) la sede di un convegno organizzato dall'associazione "Diritti e libertà" allo scopo evidente di propiziare i contatti con i rappresentanti istituzionali della Regione.

Redazione online

08 luglio 2010

 

 

 

 

Tangenti Trenitalia, il procuratore:

"Il cardinale Sepe estraneo alle indagini"

Lepore: "Il suo nome fatto in una telefonata da altre persone". Il presule: "Sono sereno, come sempre"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Trenitalia: tangenti in cambio di appalti, arrestati 2 ex dirigenti e tre imprenditori (6 luglio 2010)

l'inchiesta

Tangenti Trenitalia, il procuratore:

"Il cardinale Sepe estraneo alle indagini"

Lepore: "Il suo nome fatto in una telefonata da altre persone". Il presule: "Sono sereno, come sempre"

L'arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe

L'arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe

MILANO - "L'indagine che stiamo conducendo su Trenitalia non riguarda assolutamente il cardinale Crescenzio Sepe". Il procuratore della Repubblica, Giovandomenico Lepore, ribadisce l'estraneità del presule durante una conferenza stampa che si è tenuta in curia. "Il suo nome è stato fatto in una intercettazione telefonica tra due persone estranee - ha continuato Lepore - non è stato intercettato mica Sepe". Secondo il procuratore l'accenno che si fa al cardinale "dimostra anzi che, premesso che lui non è indiziato di reato per alcunché, la sua condotta è stata perfettamente corretta".

SERENO - Dal canto suo, il cardinale Sepe si dichiara "sereno, come sempre". L'arcivescovo di Napoli ha sostenuto di non conoscere Anna De Luca, la donna che ha fatto il suo nome in una telefonata come presunto interlocutore per ricevere agevolazioni da Bertolaso e dai vertici di Trenitalia in due differenti occasioni. "Io non l'ho mai vista - ha risposto Sepe, a margine della conferenza stampa dell'Aci di Napoli - sono assolutamente sereno, come sempre. Queste ultime cose sono assolutamente inconsistenti". Si farà chiarezza? "Certamente", ha risposto Sepe.

IL CASO - L'inchiesta riguarda un presunto giro di tangenti in cambio di appalti pilotati per consentire alle imprese amiche di aggiudicarsi le commesse relative alla manutenzione, alla rottamazione e ai lavori riguardanti carri e locomotive di Trenitalia: l'ennesimo sistema di corruzione e favori è stato scoperto dai pm di Napoli Henry John Woodcock e Francesco Curcio, a conclusione di un'indagine della Guardia di Finanza durata oltre 2 anni. Accertamenti che - scrive il gip Luigi Giordano nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere per due ex dirigenti di Trenitalia e tre imprenditori (uno è i domiciliari) - hanno scoperchiato un "sistema diffuso" di "cartelli illegali" in cui il gruppo napoletano non è che uno dei tanti che operano "in modo illecito nel settore delle commesse ferroviarie" in Italia.

Redazione online

08 luglio 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

2010-07-04

Lista Falciani "Conti correnti aperti per riciclare capitali"

I pm: sospetti su soldi di provenienza illecita

Indagini - Verifiche anche su chi ha usato lo scudo fiscale

Lista Falciani "Conti correnti aperti per riciclare capitali"

I pm: sospetti su soldi di provenienza illecita

TORINO—Soldi sporchi. Ridotta all’osso, l’indagine sulla lista Falciani si riduce a questo. Alla ricerca di capitali sospetti depositati all’estero, alla verifica della loro eventuale origine illecita. La procura di Torino, prima ad aver chiesto e ricevuto l'elenco di correntisti sottratto alla filiale ginevrine dell’Hsbc (Hong Kong and Shangai Banking Corporation) dall’informatico francese, ha aperto da cinque mesi un fascicolo contro ignoti, non appena ha avuto conferma dell’esistenza di una forte presenza italiana nella sterminata sequela di nomi clonata dall’ex funzionario di banca. Le ipotesi di reato sono tre: evasione fiscale, false comunicazioni, e appunto riciclaggio. I primi rilievi a campione fatto dalla Guardia di Finanza sui 512 conti correnti riconducibili a persone fisiche residenti in Piemonte hanno già dato esiti inequivocabili. Venti su 20.

I contribuenti sottoposti alle attenzioni degli investigatori hanno fatto tutti ricorso allo scudo fiscale. L’uso di massa di questa opzione fa decadere nei fatti le prime due accuse. E gli stessi pubblici ministeri incaricati di seguire le sorti della lista non fanno mistero della difficoltà che avrebbero nel perseguirle. Rimane in piedi la terza accusa, la più pesante. I magistrati di Torino si concentreranno sulla ricostruzione dei conti "sospetti" per verificare se il denaro è stato usato anche in uscita per pagamenti e operazioni di natura poco trasparente. La parte italiana è nota: 6.936 posizioni finanziarie, riferite a due anni (dall’1 gennaio 2005 al 31 dicembre 2006), per un totale di 5.728 contribuenti nostrani. Nella lista vi sono alcuni conti decisamente robusti. Solo a Torino, sarebbero almeno 25 (su un totale di 132) i depositi bancari Hsbc con più di 10 milioni di Euro.

Inevitabile che l’attenzione si concentri sui loro titolari, anche se le probabilità maggiori di imbattersi in denaro di provenienza illecita viene identificato nelle persone giuridiche presenti nell’elenco, in Piemonte ne sarebbero state censite finora soltanto nove. La rogatoria ai magistrati di Nizza "titolari" della lista, partita il primo aprile, ha avuto un percorso veloce. Lo scorso 20 giugno è arrivato ai magistrati torinesi il cd rom con l’elenco italiano. Il comando generale della Guardia di Finanza lo aveva ricevuto in anticipo per via amministrativa, insieme ad altro materiale contabile consegnato alle autorità francesi da Hervé Falciani, che nelle prossime settimane verrà sentito anche dai magistrati torinesi. Probabile anche l’invio di una nuova rogatoria per acquisire l’hard disk del computer del manager francese. "Ci sono due filoni — spiegano gli investigatori— uno è amministrativo, ed è la "lista Ginevra", acquisita dal comando generale della Finanza, tesa a verificare la posizione patrimoniale dei correntisti considerati più a rischio e a valutare se abbiano sfruttato lo scudo fiscale.

L’altra è quella penale, e riguarda l’ipotesi che siano stati commessi dei reati sottesi alla creazione di depositi all’estero ". Roma fa una prima scrematura, consegnando alle sedi competenti l’elenco dei correntisti presenti su un determinato territorio. Torino è stata la prima, in quanto ha acquisito per via giudiziaria l’elenco nudo e crudo, e ha subito cominciato le verifiche in autonomia. Un medico di 67 anni, un paio di consulenti aziendali, alcuni pensionati, tre proprietari immobiliari con decine di appartamenti in città e altrove. Ma lo "spacchettamento" della lista verrà completato in una settimana. A quel punto, per ogni città di residenza dei presunti evasori, sorgeranno altrettante indagini autonome. La stessa procura torinese fa sapere che una buona metà dei conti piemontesi non sono riferibili al capoluogo, e provvederà quindi a inviarli agli uffici giudiziari interessati. I paletti, appare chiaro, sono quelli fissati dal ricorso allo scudo fiscale. Solo in caso contrario, e al netto di movimentazioni abnormi, verranno proseguite le indagini sui correntisti. Ci vorrà comunque del tempo. Non tutte le parti della lista sono riprodotte allo stesso modo e riportano le medesime voci. La lista Falciani, ad un primo esame, si rivela veritiera ma caotica. Da qui la necessità della procura di acquisire tutta la documentazione clonata dall’archivio elettronico di Hsbc. E di chiedere conto al diretto interessato del labirinto di nomi e cifre che ha contribuito a creare.

Marco Imarisio

04 luglio 2010

 

 

 

 

L’elenco - Insieme con la pittrice Donatella Marchini e il marchese Hermann Targiani

Tra i nomi un’amazzone e il figlio di Pietro Sette

L’elenco - Insieme con la pittrice Donatella Marchini e il marchese Hermann Targiani

Tra i nomi un’amazzone e il figlio di Pietro Sette

ROMA—Era proprio felice, ieri mattina, il professor Francesco Sette, scienziato di fama internazionale, direttore generale dell’Esrf di Grenoble, il laboratorio europeo delle radiazioni al sincrotrone. Con la moglie, infatti, il fisico italiano era appena sbarcato all’Elba per il suo primo giorno di vacanza. Poi però ha cominciato a squillargli il telefonino. Chiamavano da ogni parte del mondo, colleghi, amici, studenti, per chiedergli tutti, con un pizzico di apprensione, la stessa identica cosa: "Pronto, Francesco, ma sei anche tu sulla Lista Falciani?".

Il professore ha avuto un trasalimento, poi è corso all’edicola, si è informato meglio e infine ha capito. Il "Francesco Sette" indicato nella lista degl’italiani con il conto in Svizzera, in realtà, è suo cugino, omonimo, 53 anni, figlio di Pietro Sette, l’ex presidente dell’Iri e dell’Eni, avvocato illustre, amico di lunga data di Aldo Moro e collaboratore di Enrico Mattei, che morì a soli 69 anni, in un incidente stradale, nel dicembre del 1984 vicino ad Altamura, in provincia di Bari. Suo figlio Francesco, oggi, è avvocato anche lui, ha uno studio a Roma, in via Giacomo Puccini, al Pinciano, è sposato, ha 2 figli e una grande passione: la vela. Lo conoscono tutti, per esempio, al circolo nautico "Guglielmo Marconi" di Santa Marinella, dove negli anni ha ricoperto diverse cariche, da segretario a presidente. E infatti, ieri, Francesco Sette, quello della lista, indovinate dov’era? In barca. Anche a lui, come all’ambasciatore Giuseppe Maria Borga, alla pittrice Donatella Marchini, al marchese Hermann Targiani e a tutti gli altri, la Guardia di Finanza ora chiederà lumi sul suo conto in Svizzera (oltre 180 mila dollari).

Quello che è certo è che il suo cugino omonimo, lo scienziato Francesco Sette, con la lista Falciani non c’entra nulla: "Mai avuto un euro in Svizzera - scherza il fisico di Grenoble - Io, tra l’altro, non sono neppure un contribuente italiano visto che risiedo all’estero. Mio cugino, comunque, è una bravissima persona. Spero che questa storia si chiarisca in fretta ". Scorrendo i nomi della lista Falciani, salta all’occhio una curiosità: quelli con più di un milione di dollari depositati presso la Hsbc, da Borga aMarchini a Scarpaccini, sono tutti ultrasettantenni. Eppoi c’è Consuelo Palmerini, che è invece quella con il conto più basso, poco più di 21 mila dollari. Consuelo però è molto più giovane degli altri, lei è un’amazzone di ottimo livello, va a cavallo da quand’era bambina, frequenta e ama il mondo degli ippodromi, suo padre aveva una piccola scuderia da corsa. Oggi vive immersa in un casale da sogno, tra cani, gatti e pappagalli, nella campagna verdissima vicino a La Storta. All’interno della proprietà - racconta chi c’è stato - c’è anche un maneggio privato dove la cavallerizza si allena con regolarità prima di affrontare i concorsi ippici. La sua voce è molto gentile ma preferisce non parlare al telefono di certe cose: "Vediamoci di persona, magari lunedì, perché adesso non sono a Roma...". E spegne il cellulare.

Fabrizio Caccia

04 luglio 2010

 

 

 

 

FISCO

Lista Falciani, ecco i primi 25 nomi

C'è anche un ambasciatore

Verifiche su 25 persone con soldi in Svizzera Ci sono anche un manager e un marchese

FISCO

Lista Falciani, ecco i primi 25 nomi

C'è anche un ambasciatore

Verifiche su 25 persone con soldi in Svizzera Ci sono anche un manager e un marchese

ROMA—Quelli che hanno superato il milione di dollari sono tutti ultrasettantenni. E adesso dovranno spiegare come mai abbiano scelto la filiale ginevrina della banca inglese Hsbc per mettere al sicuro il proprio "tesoretto". Tra i primi a farlo sarà l’ambasciatore Giuseppe Maria Borga, seguito da Donatella Marchini e da Alessandro Scarpaccini che hanno un deposito ciascuno con una somma perfettamente uguale: 1.035.501 dollari.

Benestanti e prestanome

Eccoli i primi nomi della "lista Falciani", gli italiani che hanno trasferito soldi all’estero e sono stati scovati dopo il "tradimento" del responsabile del sistema informatico dell’istituto di credito, Hervé Falciani appunto, scappato con l’elenco dei clienti. Ecco le prime 25 persone inserite nella più ampia rosa dei cento stilata in base ai "canoni di pericolosità fiscale" e adesso sottoposti a verifica dalla Guardia di Finanza perché hanno portato fuori dall’Italia un totale di 8 milioni e 299 mila dollari. Li hanno scelti - in un totale di 6936 "posizioni" - perché risulta che non hanno presentato denuncia dei redditi, oppure perché la loro dichiarazione è stata ritenuta "incongrua " rispetto alle somme che hanno movimentato. È la procura di Torino ad aver avviato le indagini per accertare eventuali episodi di riciclaggio. Alle Fiamme Gialle sono state affidate le verifiche su eventuali reati commessi. Ma i controlli riguardano soprattutto la regolarità dei versamenti al fisco.

Hervé Falciani, 38 anni, lavorava come informatico presso la sede di Ginevra in svizzera del gruppo bancario inglese Hsbc. E' riuscito a sottrarre i dati di quasi 6mila contribuenti e ha formato la 'Lista Falciani'

Hervé Falciani, 38 anni, lavorava come informatico presso la sede di Ginevra in svizzera del gruppo bancario inglese Hsbc. E' riuscito a sottrarre i dati di quasi 6mila contribuenti e ha formato la "Lista Falciani"

E dunque si estendono anche all’eventualità che alcuni di loro siano prestanome degli effettivi titolari. Al quarto posto della lista c’è Antonia Cesareo, 66 anni, che può contare su una provvista di 831.908 dollari, seguita a poca distanza da Guido Hermann Targiani che invece di soldi ne aveva portati in Svizzera 729.955. Nei giorni scorsi hanno tutti ricevuto un avviso a presentarsi per essere informati di quanto è stato scoperto, ma soprattutto per fornire giustificazione a questo trasferimento di soldi oppure chiarire se nel frattempo si sono avvalsi dello "scudo" varato dal Parlamento nell’ottobre del 2009. Chi non ne ha usufruito e non potrà dimostrare la liceità del proprio comportamento rischia di pagare una multa che va dal 20 al 50 per cento della cifra occultata al fisco, oltre alla tassa sul reddito maggiorata fino al 400 per cento. Ha 87 anni Ida Di Nola e un gruzzolo pari a 540.489 euro. Una cifra di molto inferiore la possiede Mario Baccari che di anni ne ha 81 e 61.425 dollari sul conto. Tra i più giovani ci sono Andrea Moccaldi, 37 anni, che risulta titolare di un conto con 342.675 dollari e Karim Amiji, 35, che oltrefrontiera ne ha portati 82.917. Provvista sostanziosa anche per Cherifa Hadjsadok, 44, con un deposito che ammonta a 401.896 dollari. E per Sabrina Piperno che di anni ne ha 42 e sul conto della Hsbc ne ha messi 514.530.

I conti frazionati

Al decimo posto della lista c’è Laurence Victor Journo con una provvista di 285.638 dollari. I nomi stranieri non devono ingannare. Si tratta sicuramente di cittadini italiani visto che sono titolari del codice fiscale, così come ha già accertato l’Agenzia delle Entrate a cui sono state chieste una serie di verifiche incrociate con altri dati che ha già a disposizione. L’interesse primario per il recupero delle tasse non versate riguarda infatti l’intera movimentazione che si può ricostruire attraverso l’analisi del dossier titoli, gli eventuali acquisti di valuta, i fondi di investimento. E poi bisogna stabilire se c’è stato un frazionamento tra membri della stessa famiglia. È l’ipotesi suggerita esaminando i conti di Anna Rosa, 56, Stefano 54, e Marco Estri, 50, che hanno rispettivamente: 115.615, 115.250, 114,991 dollari.

Le provviste basse

Francesco Locatelli, classe 1930, vanta un conto con 261.304 dollari. Niente a che vedere con quei 132 depositi che superano i 10 milioni di dollari, ma è comunque una cifra consistente. Di poco inferiore quella di Francesco Sette, 53 anni, che ha 188.863. Mara Tonizzo, 57, ha 113.764; Renata Mariotti, 61 anni, può invece contare su 112.576 dollari. Gli investigatori si interrogano adesso su quei depositi inferiori agli 80.000 dollari per capire come mai si sia deciso di tenere i soldi all’estero e così rischiare di incappare nelle maglie del fisco. È la domanda che sarà posta a Robert Miller, classe 1945, che risulta aver portato a Ginevra 79.097 dollari oppure a Haym Markovits, 61 anni, che ne ha trasferiti 40.844. Consuelo Palmerini ha 38 anni, che motivo aveva di tenere all’estero 21.866 dollari? Oppure Maria Luisa Leone, 75 anni, che ne ha 22.396. L’ipotesi è questo soldi possano essere parte di una provvista più ampia che è stata divisa su conti correnti intestati a persone diverse, oppure su banche diverse. Ma è anche possibile che si sia deciso, per un motivo lecito, che era più agevole non lasciarli in Italia. Per non rischiare le multe, gli interessati dovranno adesso dimostrarlo visto che in materia fiscale è stato introdotto l’inversione dell’onere della prova e dunque è il contribuente a dover portare gli elementi a proprio favore.

Fiorenza Sarzanini

03 luglio 2010

 

 

 

 

2010-06-29

Indagati due consulenti nell’affare Btp

Appalti, a Di Pietro rispose la "cricca"

Alla lettera dell'ex ministro replicò il legale vicino al responsabile del Consiglio dei lavori pubblici

Indagati due consulenti nell’affare Btp

Appalti, a Di Pietro rispose la "cricca"

Alla lettera dell'ex ministro replicò il legale vicino al responsabile del Consiglio dei lavori pubblici

Antonio Di Pietro (Ansa)

Antonio Di Pietro (Ansa)

ROMA - All’allarme del ministro rispose l’uomo sbagliato. O quello giusto, dipende dai punti di vista. Il parere sui dubbi sollevati da Antonio Di Pietro sugli appalti per il 150esimo dell’Unità d’Italia venne commissionato all’avvocato Guido Cerruti, uomo di fiducia di Angelo Balducci, arrestato con lui lo scorso marzo nell’ambito dell’inchiesta fiorentina sulla Scuola Marescialli, che proprio ieri ha conosciuto una svolta importante. La Procura ha infatti indagato per corruzione i due tecnici che da consulenti decisero con il loro parere la vittoria dell’imprenditore Riccardo Fusi, titolare della Baldassini Tognozzi Pontello (Btp), nel lodo arbitrale contro lo Stato, avviato dopo che alla sua azienda era stato tolto l’appalto della West point toscana per inadempienza. Un affare da 34 milioni di euro.

Un passo indietro. Il 14 dicembre 2007 Di Pietro, allora titolare delle Infrastrutture, scrive ai suoi colleghi che fanno parte del Comitato per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia: esprime dubbi sul funzionamento della Struttura di missione, fa notare come il suo ruolo di "stazione appaltante" non sia quello che si intendeva affidare a un ente "nato con compiti di mera assistenza agli organi di indirizzo politico". Sostiene l’assenza di copertura finanziaria, parla di situazioni "che confliggono in modo evidente con elementari principi di contabilità pubblica". Conclude: "Vi prego, ci stiamo avviando verso una macroscopica violazione di legge". Gli investigatori hanno ricostruito il viaggio compiuto da quella nota. Il 18 dicembre l’ingegner Enrico Bentivoglio, dirigente delle Infrastrutture, attuale responsabile unico per il restauro degli Uffizi, "già emerso - così scrivono i carabinieri del Ros di Firenze - nell’indagine in quanto appartenente all’Ufficio del Commissario Delegato per il Mondiali di Nuoto Roma 2009 ed in stretti rapporti con Angelo Balducci", manda via fax il testo del ministro all’avvocato Guido Cerruti. "Egregio, occorrerebbe una nota di replica, purtroppo entro domani pomeriggio". Sul frontespizio del documento, accanto al numero di protocollo compare una nota a mano. "Copia a Figliolia e Balducci". Il primo è Ettore Figliolia, avvocato dello Stato. All’epoca, Balducci dirigeva la Struttura di missione per il 150esimo dell’Unità d’Italia.

Il parere di Cerruti viene recapitato il 19 dicembre. La posizione "fortemente critica" del ministro appare ingiustificata, a parere dell’avvocato. Lo svolgimento del ruolo di stazione appaltante, "ancorché non espressamente previsto nel provvedimento istitutivo, rientra ontologicamente nei compiti della Struttura di missione". La copertura economica degli appalti? "Ad avviso di chi scrive i progetti sono stati intrapresi senza alcuna violazione dei principi regolatori della contabilità pubblica". Certo, sono stati finanziati in più tranche successive, "ma la suddetta soluzione si è resa necessaria in ragione dell’urgenza delle opere da realizzare ". Infine, sulla legittimità delle gare d’appalto, non c’è problema perché il 150esimo dell’Unità d’Italia è stato dichiarato "grande evento" e finisce sotto la legislazione speciale. Guido Cerruti è stato arrestato lo scorso 6 marzo. È accusato di corruzione. Viene considerato parte integrante della presunta "cricca", molto vicino a Balducci, al punto che quest’ultimo lo impone a Fusi, voglioso di riprendersi l’appalto della Scuola Marescialli. La tangente per l’ex provveditore alle Opere Pubbliche e per il suo funzionario Fabio De Santis sarebbe dovuta transitare nel compenso stipulato dall’avvocato per la sua consulenza. Il parere che gli fu affidato in risposta a Di Pietro dimostrerebbe, se non altro, che la "rete" di Balducci era ben stretta.

I magistrati fiorentini sono da sempre convinti che l’affaire della Scuola Marescialli sia marcio in ogni suo passaggio, gonfiato ad arte per spremere denaro pubblico. E il lodo arbitrale vinto dalla Btp contro lo Stato farebbe parte di questa filiera. I nuovi indagati sono il consulente di parte Paolo Leggeri e quello d’ufficio, Sandro Chiostrini. Quest’ultimo, teoricamente arbitro imparziale, avrebbe aiutato la Btp guidandola nella controversia, concordando con l’azienda i quesiti che il collegio arbitrale avrebbe sottoposto ai consulenti d’ufficio, e questo ancora prima di essere nominato. La sintesi dei magistrati: "Chiostrini ha messo a disposizione della Btp la propria funzione di consulente tecnico fin dal momento della nomina (essendo stato individuato dalla Btp per questa sua disponibilità) compiendo successivamente una serie di attività in violazione del dovere di imparzialità cui era tenuto ". In cambio, i dirigenti dell’azienda si sarebbero adoperati per garantirgli una "utilità" di centomila euro, ovvero la retribuzione per l’incarico di consulente d’ufficio. In primo grado Fusi e la Btp hanno vinto il lodo contro lo Stato, guadagnando così 34 milioni.

Marco Imarisio

29 giugno 2010

 

 

 

 

Il rapporto con il campione si era interrotto tre anni fa

Un’evasione da 25 milioni per l’ex manager di Valentino Rossi

Badioli aveva trasferito la residenza a Londra

Il rapporto con il campione si era interrotto tre anni fa

Un’evasione da 25 milioni per l’ex manager di Valentino Rossi

Badioli aveva trasferito la residenza a Londra

MILANO — Dal 1996 fino all’estate del 2007 dove c’era Valentino Rossi c’era lui: Luigino Badioli detto Gibo, ex venditore di sedie di Gabicce inventatosi manager del più famoso, vincente e ricco sportivo italiano. Capello bianchissimo, sguardo truce, modi spicci, Gibo era il filtro tra il pilota e il mondo, una missione che lui svolgeva essenzialmente in un modo: dicendo di no. Ai giornalisti, agli sponsor, a tutti. Era il suo copyright e ne andava fiero: "In un anno, mediamente, su 30 offerte di collaborazione ne rifiuto 29 — ci raccontò nel marzo 2007 in una delle sue rarissime interviste—. Ma solo così posso realizzare il mio scopo principale: proteggere Valentino".

Lo aveva protetto da tutto, alzando un muro (spesso incomprensibile) a difesa della sacra privacy di Rossi e, soprattutto, di un super business da 20 milioni l’anno tra ingaggio e sponsorizzazioni. Non era riuscito però a proteggerlo dal fisco e il 3 agosto 2007 Valentino venne travolto dallo scandalo: la Guardia di Finanza constatò che la residenza del campione a Londra era fittizia mentre il suo vero "centro di interessi" era in Italia. A Rossi fu contestata un’evasione di quasi 60 milioni risolta poi con una transazione ufficiale di 35.

Di lì in poi, il campione cambiò vita, riprese la residenza a Tavullia e, soprattutto, scaricò Gibo, reo di aver abusato della sua fiducia e incoscienza nel delegare il controllo dei proprio affari. Già da un po’, del resto, i loro rapporti erano tesi e, sempre in quell’intervista, Badioli aveva annunciato l’imminente divorzio da Rossi: "Prima o poi tutti i grandi amori finiscono. Mi ritirerò presto".

Ritirato o licenziato, Badioli —che nel frattempo ha dirottato i suoi interessi nel mondo della nautica — è rimasto nell’ombra fino a ieri, quando gli è stata contestata una maxievasione da 25 milioni di euro tra imposte Irpef, Iva, Irap e sanzioni. È l’esito di un percorso cominciato a luglio 2008, quando si seppe di un’inchiesta a suo carico. Rossi, allora, commentò gelido: "Io ho cercato di risolvere i miei problemi con le scelte che conoscete, lui farà le sue".

L’ex manager ha preferito battere la via dei ricorsi, che ieri però sono stati respinti dai giudici di primo grado della Commissione tributaria di Pesaro-Urbino. Badioli, che nel 2000 aveva trasferito la propria residenza a Londra (dove aveva sede anche la sua società, la Great White London), ritenendosi residente all’estero aveva cessato la propria partita Iva e si era limitato a presentare, dal 2001 al 2006, dichiarazioni dei redditi assoggettando a tassazione esclusivamente redditi di natura fondiaria. Come accadde con Rossi, gli agenti del Fisco hanno invece dimostrato che il domicilio fiscale del londinese Badioli era in realtà in Italia e che c’erano dunque le condizioni per applicare il principio del "world wide taxation ", ovvero la tassazione in Italia di tutti i redditi ovunque prodotti. Il totale fa 25 milioni di euro. Niente male, per un semplice manager fattosi da solo. E dire di no al Fisco, stavolta, sarà impossibile.

Alessandro Pasini

29 giugno 2010

2010-06-28

Il Vaticano in una lunga nota: In futuro affidata a una gestione professionale

"Possibili errori nella gestione

del patrimonio di Propaganda Fide"

Ma la Santa Sede ha anche difeso la "buona fama" del Dicastero per l'evangelizzazione dei popoli

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Sepe si difende: "Vado avanti sereno. Ho agito nella massima trasparenza" (21 giugno 2010)

*

Inchiesta G8, il cardinale Sepe e Lunardi indagati per corruzione (19 giugno 2010)

Il Vaticano in una lunga nota: In futuro affidata a una gestione professionale

"Possibili errori nella gestione

del patrimonio di Propaganda Fide"

Ma la Santa Sede ha anche difeso la "buona fama" del Dicastero per l'evangelizzazione dei popoli

Il cardinale Crescenzio Sepe in una immagine di archivio (Ansa)

Il cardinale Crescenzio Sepe in una immagine di archivio (Ansa)

CITTÀ DEL VATICANO - È possibile che vi siano stati anche degli errori di gestione nel patrimonio di Propaganda Fide, e tuttavia la Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli svolge un ruolo importante e vitale per l'attività della Santa Sede nel mondo. È quanto si legge in una nota della Sala stampa in merito alla Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli. "La valorizzazione di tale patrimonio - si dice nel testo con riferimento a Propaganda Fide - è naturalmente un compito impegnativo e complesso, che si deve avvalere della consulenza di persone esperte sotto diversi profili professionali e che, come tutte le operazioni finanziarie, può essere esposto anche ad errori di valutazione e alle fluttuazioni del mercato internazionale". "Cionondimeno - si legge ancora nel comunicato - a testimonianza dello sforzo per una corretta gestione amministrativa e della crescente generosità dei cattolici, tale patrimonio ha continuato ad incrementarsi.

IL VANGELO - "Al tempo stesso - prosegue il testo - nel corso degli ultimi anni, si è progressivamente fatta strada la consapevolezza della necessità di migliorarne la redditività e, a tale fine, sono state istituite strutture e procedure tese a garantirne una gestione professionale e in linea con gli standard più avanzati". "Con la presente nota - si spiega quindi - si intende richiamare a tutti l'identità, il valore e il profondo significato di un'istituzione vitale per la Santa Sede e per l'intera Chiesa Cattolica, che risponde al comandamento di Gesù: "Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura". Essa ha meritato e merita il sostegno di tutti i cattolici e di quanti hanno a cuore il bene dell'uomo e il suo sviluppo integrale".

L'INCHIESTA - Nella nota, il Vaticano spiega la storia, la missione e la gestione patrimoniale e finanziaria della congregazione vaticana responsabile delle missioni, al centro delle indagini degli inquirenti relative ai grandi appalti, in particolare per quanto riguarda il ruolo svolto dall’ex prefetto Crescenzio Sepe. Propaganda Fide è finita nell'inchiesta sulla "cricca degli appalti", in relazione alla gestione avvenuta sotto la guida del cardinale Crescenzio Sepe, dal 2001 al 2006, attualmente indagato (nell'inchiesta anche l'ex ministro Lunardi) per "corruzione" dai magistrati di Perugia.

Redazione online

28 giugno 2010

 

 

 

Evasione - I depositi degli italiani in Svizzera nella banca inglese Hsbc

Il fisco e la "lista Falciani" Indagini sui primi cento nomi

Perquisizioni della Finanza in abitazioni e uffici

Evasione - I depositi degli italiani in Svizzera nella banca inglese Hsbc

Il fisco e la "lista Falciani" Indagini sui primi cento nomi

Perquisizioni della Finanza in abitazioni e uffici

ROMA — Sono stati scelti in base ai "canoni di pericolosità fiscale". Vuol dire che hanno movimentato milioni di euro e per questo potrebbero essere chiamati a pagare multe salatissime: dal 20 al 50 per cento delle somme nascoste al fisco, oltre alla tassa sul reddito maggiorata fino al 400 per cento. Sono i primi 100 nomi della "lista Falciani" sottoposti a verifica dalla Guardia di Finanza. I controlli sono appena cominciati. Tecnicamente si chiamano "accessi", in realtà si tratta di vere e proprie perquisizioni nelle abitazioni e negli studi professionali alla ricerca di elementi utili a ricostruire le disponibilità economiche e dunque gli elementi per avviare la procedura amministrativa e l’eventuale segnalazione alla Procura competente per il reato di omessa dichiarazione.

Nell’elenco sottoposto ad accertamenti ci sono soltanto persone fisiche, nessuna società. Tra loro: 24 risultano residenti in Lombardia, altri 24 nel Lazio, 7 in Toscana, 7 in Emilia, 5 in Campania, i rimanenti sono sparsi tra Piemonte, Veneto e Trentino. Professionisti, ma molte sono casalinghe, presumibilmente prestanome di chi ha così trovato il modo di occultare i propri risparmi. Avevano scelto la filiale di Ginevra della banca inglese Hsbc, mai immaginando che Hervè Falciani—il responsabile del sistema informatico dell’istituto di credito — si sarebbe portato via 127.000 schede di conti correnti dei clienti di mezzo mondo tentando di venderle prima alla concorrenza e poi al fisco tedesco. Dopo la fuga a Beirut, lo hanno arrestato a Nizza i gendarmi francesi riuscendo a recuperare il bottino. Poi hanno deciso di trasmettere i vari elenchi divisi per nazionalità a chi ne avesse fatto richiesta.

La Procura di Torino si è fatta avanti con una rogatoria, ma prima le Fiamme Gialle sono riuscite ad ottenere copia dei dati relativi ai 5.728 contribuenti (le posizioni finanziarie sono 6.936, ma alcune sono riconducibili alla stessa identità) italiani grazie alla procedura prevista da un trattato di collaborazione tra Roma e Parigi.

I finanzieri hanno in mano la movimentazione completa di ogni deposito con il saldo finale aggiornato al 2007, ma anche il dossier titoli, gli eventuali acquisti di valuta, i fondi di investimento. Complessivamente la somma accantonata in Svizzera era di circa cinque miliardi e mezzo di euro da avvocati, medici, commercialisti, ma anche attori registi, due giornalisti, svariati stilisti, sportivi e diplomatici. Il 63 per cento, vale a dire 6 su dieci, sono residenti in Lombardia, l’11 per cento nel Lazio, il 7 per cento nel Piemonte. Alcuni di loro hanno potuto contare anche su una provvista che supera i dieci milioni di euro e tanto basta per farsi un’idea delle multe che potrebbero essere inflitte e dunque dell’interesse dell’Erario affinché ci si muova con tempi rapidi per recuperare le somme sottratte al fisco e avere una boccata di ossigeno in questo momento di crisi.

Le verifiche avviate in queste ore riguardano persone che non hanno mai presentato denuncia dei redditi oppure che hanno presentato dichiarazioni "incongrue" rispetto ai soldi che possedevano invece all’estero. La prima circostanza da accertare riguarda l’eventuale ricorso allo scudo fiscale: chi ha deciso di non avvalersene dovrà provare la legittimità del trasferimento del denaro in Svizzera, in base all’inversione dell’onore della prova che scatta in materia fiscale. Entro il 31 luglio i nuclei di polizia tributaria delle varie città dovranno consegnare i risultati di questi primi 100 nomi e subito dopo scatterà l’indagine a tappeto, privilegiando naturalmente chi risulta avere il "tesoretto" più grosso.

Fiorenza Sarzanini

28 giugno 2010

 

 

 

L'ITER SI è BLOCCATO: LE AUTORITà DELLA ROCCA CHIEDONO singole rogatorie nominative

Berloni, Zucchero e gli altri:

un miliardo a San Marino

La Guardia di Finanza ha acquisito una lista con 1200 nomi: anche i calciatori Amoruso e Palombo

L'ITER SI è BLOCCATO: LE AUTORITà DELLA ROCCA CHIEDONO singole rogatorie nominative

Berloni, Zucchero e gli altri:

un miliardo a San Marino

La Guardia di Finanza ha acquisito una lista con 1200 nomi: anche i calciatori Amoruso e Palombo

Zucchero (Ansa)

Zucchero (Ansa)

ROMA—Un miliardo di euro. È l’entità delle somme che, a sentire gli investigatori, almeno 1.200 italiani hanno depositato o fatto transitare a San Marino negli ultimi quattro anni e mezzo. La lista dei presunti evasori fiscali è stata acquisita dalla Guardia di Finanza durante alcune perquisizioni avvenute nei mesi scorsi sul Titano a caccia di tracce utili per individuare gli eventuali riciclatori di denaro sporco che potrebbero aver utilizzato la ex Smi Bank e gli strumenti forniti da Iti Finanziaria e Iti Leasing e la fiduciaria Anphora, riconducibili al conte Enrico Maria Pasquini. Tra i nomi su cui la magistratura vorrebbe avere mano libera per svolgere accertamenti, il cantante Zucchero, Clara Nasi (moglie di Pasquini, imparentata con la famiglia Agnelli), i fratelli Antonio e Marcello Berloni (dell’omonimo gruppo industriale), Adolfo Guzzini (presidente e ad della iGuzzini), Giancarlo Morbidelli (fondatore della casa motociclistica), il re dei prosciutti Sante Levoni, l’ex calciatore Lorenzo Marronaro, il presidente del Cesena (appena promosso in serie A) Igor Campedelli, i giocatori Nicola Amoruso (Atalanta) e Angelo Palombo (Sampdoria), Matteo Melley (avvocato e presidente della fondazione Carispe), l’immobiliarista romano Valter Mainetti (con la società Sorgente ha acquistato grattacieli a New York). "Il rapporto di Walter e Paola Mainetti con la società fiduciaria Smi—ha precisato l’azienda— si è limitato ad una intestazione fiduciaria di un immobile. L’operazione, normalissima per chi opera sui mercati internazionali, è stata effettuata nella massima trasparenza e regolarmente dichiarata alle autorità italiane competenti".

Nessuno dei personaggi i cui nomi appaiono nell’elenco è indagato. E le Fiamme Gialle incaricate dell’inchiesta della pm romana Perla Lori, almeno allo stato, non hanno la possibilità di compiere verifiche approfondire per accertare la sussistenza di violazioni fiscali. Per questo, è in atto un duro scontro con le autorità di San Marino. Il giudice del Titano Lamberto Emiliani ha dato via libera alla rogatoria che ha consentito l’esecuzione delle perquisizioni (tra i documenti sequestrati, c’è la lista per il momento composta solo di nomi e cognomi, date e luoghi di nascita dei soggetti) ma l’iter si è poi bloccato. Apparentemente le autorità della Rocca sono collaborative: in realtà, secondo i magistrati romani, oppongono una sorta di resistenza passiva. Come? E’ presto detto: alla richiesta di conoscere i flussi di denaro in entrata e uscita di ogni contribuente (peraltro non c’è alcuna certezza che si tratti di reali intestatari dei conti, si sospetta che in parecchi casi ci si trovi di fronte a prestanome) è stata opposta la necessità di far pervenire singole rogatorie nominative.

Un lavoro enorme, praticamente impossibile da portare a termine rispettando i tempi di prescrizioni e scadenze processuali varie. C’è di più: nell’elenco sequestrato dalla Guardia di Finanza i nomi sono poco più di 1.700. Da San Marino, ne sono stati "cassati" 500. Motivo? Alle toghe romane sono stati forniti solo i nomi degli italiani residenti nel nostro Paese. E se un cittadino italiano ha trasferito la residenza, in maniera più o meno fittizia, a Montecarlo? Niente da fare, quel nome viene gelosamente custodito dal Titano nelle sue (per ora) inviolabili casseforti.

Flavio Haver

27 giugno 2010(ultima modifica: 28 giugno 2010)

 

 

 

2010-06-27

L'ITER SI è BLOCCATO: LE AUTORITà DELLA ROCCA CHIEDONO singole rogatorie nominative

Berloni, Zucchero e gli altri:

un miliardo a San Marino

La Guardia di Finanza ha acquisito una lista con 1200 nomi: anche i calciatori Amoruso e Palombo

L'ITER SI è BLOCCATO: LE AUTORITà DELLA ROCCA CHIEDONO singole rogatorie nominative

Berloni, Zucchero e gli altri:

un miliardo a San Marino

La Guardia di Finanza ha acquisito una lista con 1200 nomi: anche i calciatori Amoruso e Palombo

Zucchero (Ansa)

Zucchero (Ansa)

ROMA—Un miliardo di euro. È l’entità delle somme che, a sentire gli investigatori, almeno 1.200 italiani hanno depositato o fatto transitare a San Marino negli ultimi quattro anni e mezzo. La lista dei presunti evasori fiscali è stata acquisita dalla Guardia di Finanza durante alcune perquisizioni avvenute nei mesi scorsi sul Titano a caccia di tracce utili per individuare gli eventuali riciclatori di denaro sporco che potrebbero aver utilizzato la ex Smi Bank e gli strumenti forniti da Iti Finanziaria e Iti Leasing e la fiduciaria Anphora, riconducibili al conte Enrico Maria Pasquini. Tra i nomi su cui la magistratura vorrebbe avere mano libera per svolgere accertamenti, il cantante Zucchero, Clara Nasi (moglie di Pasquini, imparentata con la famiglia Agnelli), i fratelli Antonio e Marcello Berloni (dell’omonimo gruppo industriale), Adolfo Guzzini (presidente e ad della iGuzzini), Giancarlo Morbidelli (fondatore della casa motociclistica), il re dei prosciutti Sante Levoni, l’ex calciatore Lorenzo Marronaro, il presidente del Cesena (appena promosso in serie A) Igor Campedelli, i giocatori Nicola Amoruso (Atalanta) e Angelo Palombo (Sampdoria), Matteo Melley (avvocato e presidente della fondazione Carispe), l’immobiliarista romano Valter Mainetti (con la società Sorgente ha acquistato grattacieli a New York). "Il rapporto di Walter e Paola Mainetti con la società fiduciaria Smi—ha precisato l’azienda— si è limitato ad una intestazione fiduciaria di un immobile. L’operazione, normalissima per chi opera sui mercati internazionali, è stata effettuata nella massima trasparenza e regolarmente dichiarata alle autorità italiane competenti".

Nessuno dei personaggi i cui nomi appaiono nell’elenco è indagato. E le Fiamme Gialle incaricate dell’inchiesta della pm romana Perla Lori, almeno allo stato, non hanno la possibilità di compiere verifiche approfondire per accertare la sussistenza di violazioni fiscali. Per questo, è in atto un duro scontro con le autorità di San Marino. Il giudice del Titano Lamberto Emiliani ha dato via libera alla rogatoria che ha consentito l’esecuzione delle perquisizioni (tra i documenti sequestrati, c’è la lista per il momento composta solo di nomi e cognomi, date e luoghi di nascita dei soggetti) ma l’iter si è poi bloccato. Apparentemente le autorità della Rocca sono collaborative: in realtà, secondo i magistrati romani, oppongono una sorta di resistenza passiva. Come? E’ presto detto: alla richiesta di conoscere i flussi di denaro in entrata e uscita di ogni contribuente (peraltro non c’è alcuna certezza che si tratti di reali intestatari dei conti, si sospetta che in parecchi casi ci si trovi di fronte a prestanome) è stata opposta la necessità di far pervenire singole rogatorie nominative.

Un lavoro enorme, praticamente impossibile da portare a termine rispettando i tempi di prescrizioni e scadenze processuali varie. C’è di più: nell’elenco sequestrato dalla Guardia di Finanza i nomi sono poco più di 1.700. Da San Marino, ne sono stati "cassati" 500. Motivo? Alle toghe romane sono stati forniti solo i nomi degli italiani residenti nel nostro Paese. E se un cittadino italiano ha trasferito la residenza, in maniera più o meno fittizia, a Montecarlo? Niente da fare, quel nome viene gelosamente custodito dal Titano nelle sue (per ora) inviolabili casseforti.

Flavio Haver

27 giugno 2010

 

 

 

2010-06-22

un atto dovuto dopo la denuncia dell'ex membro idv elio veltri

Illeciti nei rimborsi elettorali,

Di Pietro indagato per truffa

Il fascicolo riguarda le somme incassate per le europee del 2004. L'ex pm: tutto in regola, ecco le carte

un atto dovuto dopo la denuncia dell'ex membro idv elio veltri

Illeciti nei rimborsi elettorali,

Di Pietro indagato per truffa

Il fascicolo riguarda le somme incassate per le europee del 2004. L'ex pm: tutto in regola, ecco le carte

Antonio Di Pietro (Omega)

Antonio Di Pietro (Omega)

MILANO - Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, è indagato a Roma per truffa in relazione a presunti illeciti legati ai rimborsi elettorali assegnati al movimento politico da lui fondato. Gli illeciti riguarderebbe i rimborsi relativi alle elezioni europee del 2004.

"È SEMPRE LA SOLITA STORIA" - L'iscrizione nel registro degli indagati, compiuta dal pm Attilio Pisani e dal procuratore aggiunto Alberto Caperna, costituisce un atto dovuto alla luce di una denuncia presentata recentemente contro l'ex pm di "Mani pulite" da Elio Veltri, ex membro dell'Idv. Secondo il denunciante i rimborsi elettorali sarebbero stati incassati non dal movimento politico Italia dei Valori, ma dall'associazione privata "Italia dei Valori", costituita dallo stesso Di Pietro insieme con altre persone. Il tutto, per Veltri, attraverso una serie di false autocertificazioni. Gli accertamenti sono affidati al pm Attilio Pisani. "È sempre la solita storia trita e ritrita su cui già, più volte, si sono espresse le varie procure della Repubblica, archiviando il caso. Per cui la Procura della Repubblica di Roma non poteva non procedere, anche questa volta, a seguito del solito esposto" ha spiegato in una nota il leader IdV. "Porteremo ancora una volta le carte - ha aggiunto - per dimostrare che è tutto in regola, come peraltro hanno accertato ormai da tempo non solo plurime autorità giudiziarie, ma anche, da ultimo, l'Agenzia delle Entrate e gli organi di controllo amministrativi e contabili. Ci vuole pazienza, ci sono persone che non si rassegnano alla propria sconfitta politica e continuano ad infangare gli altri". Di Pietro, che ha dato mandato ai propri legali di presentare una denuncia-querela nei confronti di Veltri per calunnia, diffamazione e "per tutti quegli altri reati che l'autorità giudiziaria vorrà ravvisare", ha provveduto a pubblicare sul proprio blog www.antoniodipietro tutta la ricostruzione della vicenda allegando i circa cento documenti che provano la realtà dei fatti. "Quando un politico viene chiamato a dare spiegazioni, le deve dare immediatamente, anche all'opinione pubblica" ha detto l'ex pm.

ARCHIVIAZIONE NEL 2008 - Non è, in effetti, la prima volta che la magistratura romana viene investita della questione relativa ai rimborsi elettorali destinati all'Idv. Nel marzo del 2008 fu archiviata un'analoga inchiesta che prese spunto dall'esposto presentato da Mario Di Domenico, ex esponente dell'Idv. Al di là dell'apertura del procedimento, a Piazzale Clodio si ricorda ora che da un lato fascicoli scaturiti da denunce analoghe in passato sono finiti in archivio e dall'altro che lo stesso Di Pietro, qualche mese fa, ha firmato davanti a un notaio un atto per sancire che associazione e movimento politico Italia dei Valori sono la stessa cosa. Sulla vicenda, i magistrati hanno delegato una serie di accertamenti alla Guardia di Finanza.

Redazione online

21 giugno 2010(ultima modifica: 22 giugno 2010)

 

 

 

 

protezione civile | Emergenze e grandi eventi, tutti i lavori affidati con iter straordinario

Appalti e procedure speciali:

13 miliardi in nove anni

E la Corte dei conti contesta i fondi per la regata alla Maddalena

protezione civile | Emergenze e grandi eventi, tutti i lavori affidati con iter straordinario

Appalti e procedure speciali:

13 miliardi in nove anni

E la Corte dei conti contesta i fondi per la regata alla Maddalena

L'importo destinato in nove anni all'emergenza rifiuti in Campania è di 3 miliardi e 548 milioni: 613 euro per ogni residente

L'importo destinato in nove anni all'emergenza rifiuti in Campania è di 3 miliardi e 548 milioni: 613 euro per ogni residente

ROMA — Nel Paese (l’Italia) dove ci sono più di tredicimila "stazioni appaltanti", cioè soggetti con il potere di bandire gare per opere pubbliche, ce n’è una che le surclassa tutte. Si chiama Protezione civile. Volete sapere quanti soldi sono passati per le mani di Guido Bertolaso da quando, nel 2001, Silvio Berlusconi lo ha rimesso a capo del Dipartimento e gli ha dato pure le competenze sui grandi eventi? La bellezza di 12 miliardi 894 milioni 770.574 euro. E 38 centesimi: pure quelli ha contato l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici nel suo ultimo rapporto. Sottolineando ancora una volta con la precisione delle cifre la gigantesca anomalia di una struttura con licenza di deroga alle procedure ordinarie: non soltanto per le calamità naturali, ma anche incomprensibilmente per la gestione di gare sportive, vertici internazionali, manifestazioni varie.

Illuminante è una relazione della Corte dei conti su una regata alla Maddalena svoltasi mesi (con solita ordinanza di Protezione civile) davanti ai luoghi del G8, pietra dello scandalo che sta travolgendo affaristi pubblici e privati. Costretto a ingoiare il rospo, il magistrato si è tolto comunque un sassolino dalla scarpa, giudicando ingiustificabile che per una competizione velica come la "Louis Vuitton world series" siano stati impiegati dipendenti pubblici e soldi sulla carta accantonati per le calamità. E su una cosa non ha voluto transigere, rifiutando il proprio visto di conformità: il fatto che al comitato organizzatore siano stati versati 2,3 milioni di denari pubblici. Prelevati anch’essi dallo stesso fondo per la protezione civile.

Come si è arrivati a spendere con procedure in deroga quasi 13 miliardi, cifra che sarebbe sufficiente a fare due ponti sullo stretto di Messina, è spiegato in dettaglio nel rapporto dell’authority presieduta da Luigi Giampaolino. Dove si racconta che le ordinanze di Bertolaso le quali implicano il ricorso all’appalto sono lievitate con un crescendo rossiniano: 28 nel 2001, 34 nel 2006, 49 nel 2009 (anche a causa del terremoto). Prendiamo la spazzatura in Campania: se dal 2001 al 2005 la Protezione civile aveva emanato in media un’ordinanza l’anno, nel 2007 si è passati a sette, poi a 11 nel 2008. Da brivido la cifra finale: l’importo destinato in soli nove anni all’emergenza rifiuti in quella Regione avrebbe ha raggiunto 3 miliardi 548 milioni 878.439 euro. Ben 613 euro per ogni cittadino campano.

Poi, fra quelle 302 ordinanze di Protezione civile emanate dal 2001 al 2009, ci sono i famosi Grandi eventi. Come i mondiali di nuoto dell’anno scorso, che hanno fatto scattare un’inchiesta giudiziaria e sui quali l’autorità di Giampaolino aveva già avuto qualcosa da ridire. Oppure come il G8 della Maddalena su cui indagano i giudici e per il quale sarebbe stata stanziata, anche se poi non effettivamente utilizzata, una somma sbalorditiva. Tenetevi forte: un miliardo, 6 milioni 415.139 euro e 68 centesimi. O, ancora, come le iniziative per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, altro capitolo che non ha mancato di interessare i magistrati e a proposito del quale la stessa authority ha sollevato una serie di questioni. Per esempio, che non siano state fornite indicazioni sulle procedure seguite per affidare incarichi a progettisti e collaudatori. Per esempio, che visti i tempi stretti si sia deciso di riconoscere alle imprese "premi di accelerazione" (?) non contemplati nelle gare. Per esempio, che fra avviso "di preinformazione " e pubblicazione dei bandi siano passati soli 14 giorni: troppo pochi "per poter ritenere di fatto efficace il relativo avviso".

Stranezze. Seguite da altre "stranezze", come l’immediata sparizione dalla manovra di una norma voluta dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti per ricondurre sotto il controllo della ragioneria generale dello Stato tutte le spese che fanno capo alla presidenza del Consiglio: una ventina di miliardi di euro l’anno. Fra queste, manco a farlo apposta, ci sono quelle della Protezione civile. Che continueranno quindi a essere svincolate dai controlli del Tesoro.

Né è stato possibile ripristinare una disposizione che aveva introdotto l’ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro: l’abolizione degli arbitrati. Perciò si andrà avanti con quella forma di giustizia privata, gestita in prima persona da magistrati amministrativi e contabili e alti funzionari pubblici lautamente retribuiti (oltre allo stipendio, s’intende) per tali prestazioni: dalla quale, nonostante ciò, lo Stato esce regolarmente a pezzi. Anche nel 2009 la pubblica amministrazione è risultata "soccombente " nel 94% dei 136 arbitrati cosiddetti "liberi", cioè dove gli arbitri sono scelti "liberamente" fra le parti. Per una spesa aggiuntiva di 414 milioni di euro. Siamo arrivati al punto che ogni due appalti di importo superiore a 15 milioni di euro scatta un arbitrato. E con questo sistema il costo delle opere pubbliche è lievitato mediamente del 18%.

Sergio Rizzo

22 giugno 2010

 

 

 

Per Lunardi chiesta al tribunale dei ministri l'autorizzazione a procedere

Sepe si difende: "Vado avanti sereno

Ho agito nella massima trasparenza"

Il cardinale e Propaganda Fide: "La Segreteria di Stato approvò i bilanci". Annunciata rogatoria in Vaticano

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Il restauro fantasma di Sepe Imarisio, Sarzanini (21 giugno 2010)

*

Il Vaticano: "Collaborazione nel rispetto del Concordato" Vecchi (21 giugno 2010)

*

Sepe e l'applauso dei fedeli: "Dopo il calvario la resurrezione" Buccini (21 giugno 2010)

Per Lunardi chiesta al tribunale dei ministri l'autorizzazione a procedere

Sepe si difende: "Vado avanti sereno

Ho agito nella massima trasparenza"

Il cardinale e Propaganda Fide: "La Segreteria di Stato approvò i bilanci". Annunciata rogatoria in Vaticano

Il cardinale Sepe durante la conferenza stampa (Ap)

Il cardinale Sepe durante la conferenza stampa (Ap)

MILANO - Crescenzio Sepe si difende. E lo fa leggendo in conferenza stampa una lettera inviata alla sua diocesi di Napoli. "Vado avanti con serenità, accetto la croce e perdono, dal profondo del cuore quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi" spiega il cardinale, accusato di corruzione nell'inchiesta "Grandi eventi" come l'ex ministro Pietro Lunardi, per il quale i pm di Perugia hanno chiesto l'autorizzazione a procedere.

TRA IL 2004 e il 2006 - Intanto, però, si annuncia che una rogatoria in Vaticano su tutta l'attività svolta da Propaganda Fide tra il 2004 e il 2006 potrebbe essere presto chiesta dalla procura di Perugia. L'arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe, ora indagato per corruzione, in quel periodo era al vertice della congregazione. I magistrati del capoluogo umbro sembrano intenzionati a svolgere nuovi accertamenti su appalti, mutui e conti riconducibili a quella che attualmente è denominata la Congregazione per la evangelizzazione dei popoli. La richiesta, come prassi, dovrà comunque essere valutata dalle autorità italiane e poi eventualmente inoltrata alla Santa Sede. "Ho fatto tutto nella massima trasparenza" sostiene Sepe, confutando, punto per punto, gli addebiti che gli vengono mossi dalla procura di Perugia "per la responsabilità che ho avuto - precisa - in quanto prefetto della Congregazione di Propaganda Fide". "Papa Benedetto XVI mi chiese con una certa insistenza di rimanere a Roma" è uno dei passaggi della missiva dell'arcivescovo di Napoli ai suoi fedeli. Nella lettera, Sepe entra poi nello specifico delle accuse a lui rivolte: "Ho fatto tutto - precisa - avendo i bilanci puntualmente approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria di Stato, la quale con una lettera inviatami a conclusione del mio mandato di prefetto volle financo esprimere apprezzamento e stima per la gestione amministrativa" (guarda il video del Corriere del Mezzogiorno). In mattinata, ha fatto sapere lo staff di Sepe, il cardinale ha anche ricevuto una telefonata da Palazzo Chigi, ma non ha potuto rispondere proprio perché impegnato in una conferenza stampa con i giornalisti.

IL RESTAURO A PIAZZA DI SPAGNA E BERTOLASO- Nella lettera ai fedeli di Napoli, il cardinale affronta la questione dei lavori di messa in sicurezza statica di un lato del palazzo di Propaganda Fide in piazza di Spagna a Roma. "Aveva subito una modificazione strutturale - dice Sepe - nel senso che era stato registrato un notevole distacco della parete determinato, secondo gli accertamenti tecnici effettuati, da infiltrazioni di acqua sotto il fabbricato e dalle continue vibrazioni causate dal passaggio della vicina metropolitana". "Fu accertata - prosegue - la competenza dello Stato italiano e furono eseguiti lavori di ripristino e ristrutturazione con onere parzialmente a carico della pubblica amministrazione". Poi la questione che riguarda l'alloggio dato in uso a Bertolaso: Sepe sostiene che la disponibilità di una casa per il capo della Protezione civile gli fu chiesta dal professor Francesco Silvano. Il cardinale incaricò lo stesso collaboratore di trovarne una, senza però esser poi messo a conoscenza né dell'ubicazione né delle modalità con cui l'appartamento fu concesso."L'esigenza" di una casa per Bertolaso, spiega l'arcivescovo, "mi venne rappresentata dal dottore Francesco Silvano. In prima istanza, gli feci avere ospitalità presso il seminario, ma mi furono rappresentati problemi di inconciliabilità degli orari, per cui incaricai lo stesso dottor Silvano di trovare altra soluzione". Soluzione della quale, prosegue Sepe, "non mi sono più occupato né sono venuto a conoscenza sia in ordine alla ubicazione sia in ordine alle intese e alle modalità". "Come è stato scritto sui giornali - conclude Sepe - Bertolaso aveva bisogno di vivere in un ambiente più sereno poiché aveva qualche difficoltà".

(Reuters)

(Reuters)

LE CONSULENZE - Sepe spiega poi che l'ex presidente del Consiglio dei Lavori pubblici Angelo Balducci, l'attuale presidente del Consiglio di Stato Pasquale De Lise e il professor Francesco Silvano sono le tre persone alle quali il cardinale si rivolse "sempre" per le consulenze relative agli immobili di Propaganda Fide. Quanto alla vendita all'ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi del palazzetto in via dei Prefetti, Sepe spiega che "la somma, incassata peraltro immediatamente, venne trasferita all'Amministrazione patrimonio sede apostolica (Apsa), affinchè fosse destinata a tutta l'attivatà missionaria nel mondo".

LE PAROLE DEL LEGALE - "Nella condotta del cardinale Sepe non mi sembra ci sia niente di penalmente rilevante" sottolinea inoltre l'avvocato Bruno Von Arx: sarà lui da questo momento ad assistere legalmente l'arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, indagato nell'ambito di un filone dell'inchiesta "Grandi eventi". Von Arx spiega che il cardinale "è una persona estremamente serena. L'accusa è di corruzione aggravata - aggiunge - ma da quello che ho compreso si confondono, tempi, contenuti, date e prospettive di questi provvedimenti. Al più presto comunicherò ufficialmente della mia nomina e fisseremo la data dell'interrogatorio con i magistrati". Quanto alla possibilità per il cardinale di avvalersi del Concordato, il legale precisa: "Ci avvarremo delle prerogative che il nostro Codice riconosce trattandosi di un ministro del culto così elevato. Non rivendichiamo prerogative, chiederemo semmai una sede intermedia (per l'interrogatorio, ndr) per questo incontro con i magistrati ma oltre questo dobbiamo prospettare la nostra verità ed eliminare questo increscioso incidente". Sepe, riferisce Von Arx, "è rimasto particolarmente colpito per l'affetto che la città gli ha dimostrato. Oltre che sereno è lucido e mi ha esposto i fatti in modo che io ho potuto esprimere i giudizi che vi ho dato".

LINK SUL SITO DEL VATICANO - In mattinata, senza annunci ufficiali, è comparsa sulla home del sito ufficiale del Vaticano una sezione speciale dedicata all’archivio storico di Propaganda Fide, la congregazione vaticana che, guidata dal cardinale Crescenzio Sepe dal 2001 al 2006, è finita al centro delle indagini sulla "cricca". Segno dell’importanza attribuita dalla Santa Sede alla congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, il link all’"Archivio storico di Propaganda Fide" espone, tra l’altro, la storia del dicastero responsabile delle terre di missione così come un "museo virtuale". "Alla Congregazione - ricorda il sito vaticano - spetta di dirigere e coordinare in tutto il mondo l'opera dell'evangelizzazione dei popoli e la cooperazione missionaria, salva la competenza della Congregazione per le Chiese Orientali. Inoltre il Dicastero gode di diretta ed esclusiva competenza nei suoi territori, ad eccezione di ciò che riguarda gli altri Dicasteri della Curia Romana".

Pietro Lunardi (Ansa)

Pietro Lunardi (Ansa)

LUNARDI - Nel frattempo i pm di Perugia che indagano sugli appalti per i grandi eventi hanno chiesto l'autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro Pietro Lunardi. Nel capoluogo umbro l'ex responsabile delle Infrastrutture è, come il cardinale Sepe, indagato per corruzione. La richiesta è stata depositata sabato scorso al tribunale dei ministri di Perugia, contestualmente all'invio a Lunardi e all'arcivescovo di Napoli di una informazione di garanzia.

LE RICHIESTE DEL LEGALE - Lo stesso difensore di Lunardi, l'avvocato Gaetano Pecorella, aveva chiesto che la posizione del suo assistito dovesse essere valutata dal tribunale dei ministri. Il legale aveva comunque sottolineato che dovrà essere il suo assistito a scegliere se sollecitare questa strada, non escludendo quindi la possibilità che Lunardi possa comunque presentarsi ai pm di Perugia per chiarire la sua posizione.

Redazione online

21 giugno 2010(ultima modifica: 22 giugno 2010)

 

 

 

2010-06-19

nelle operazioni sarebbero coinvolti anemone e balducci

Inchiesta G8, il cardinale Sepe

e Lunardi indagati per corruzione

Per l'alto prelato l'indagine riguarda la ristrutturazione

e la vendita di immobili di Propaganda Fide nel 2005

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Propaganda Fide, il Papa accelera il ricambio dopo l'inchiesta (19 giugno 2010)

*

Appalti e favori, il dossier al Papa. Più controlli sulle case del Vaticano (17 giugno 2010)

*

Bertolaso: "La casa di via Giulia grazie al cardinale Sepe" (16 giugno 2010)

nelle operazioni sarebbero coinvolti anemone e balducci

Inchiesta G8, il cardinale Sepe

e Lunardi indagati per corruzione

Per l'alto prelato l'indagine riguarda la ristrutturazione

e la vendita di immobili di Propaganda Fide nel 2005

Il cardinale Sepe (Eidon)

Il cardinale Sepe (Eidon)

PERUGIA - Il cardinale Crescenzio Sepe e l'ex ministro Pietro Lunardi sono indagati dalla Procura di Perugia nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta "cricca" che avrebbe lucrato sui Grandi eventi. Corruzione il reato contestato a entrambi. I loro nomi compaiono in due diversi tronconi dell'indagine. A entrambi sono stati notificati gli avvisi di garanzia emessi dai pm Alessia Tavarnesi e Sergio Sottani.

LE ACCUSE - Per il cardinale Sepe, arcivescovo di Napoli, l'indagine riguarda in particolare la ristrutturazione e la vendita di alcuni immobili di Propaganda Fide nel 2005. Operazioni nelle quali risulterebbe coinvolto il costruttore Diego Anemone, considerato personaggio centrale dell'inchiesta sui Grandi eventi. Il sospetto degli inquirenti perugini è che l'alto prelato abbia ricevuto in cambio dei favori. Anche per quanto riguarda Lunardi l'accusa fa riferimento alla ristrutturazione e alla vendita di un immobile. In entrambe le operazioni sarebbe coinvolto l'ex presidente del Consiglio dei lavori pubblici Angelo Balducci, tuttora detenuto nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta cricca degli appalti.

Pietro Lunardi (Emblema)

Pietro Lunardi (Emblema)

LA CASA DI BERTOLASO - Il cardinale Sepe è stato chiamato in causa giorni fa dal capo della Protezione Civile Guido Bertolaso. Questi ha detto ai magistrati di Perugia che era stato lui a indirizzarlo nel 2003 al professor Francesco Silvano, collaboratore di Propaganda Fide, che poi gli mise a disposizione l'appartamento di via Giulia a Roma. Tre anni dopo, nel 2006, il cardinale, allora prefetto di Propaganda Fide, fu allontanato da Benedetto XVI alla scadenza del primo quinquennio: una cosa "inconsueta", si fa notare, visto che il predecessore era rimasto sedici anni e tutti gli altri prefetti del Novecento erano andati ben oltre il primo mandato, salvo un caso di morte prematura. I beni di Propaganda Fide, un patrimonio immenso (si stimano oltre 9 miliardi di euro) frutto di proprietà e donazioni secolari, sono gestiti in totale autonomia dalla Congregazione e servono a sostenere le terre di missione, Africa e Asia in testa: per questo il prefetto viene definito "Papa rosso".

IL CARDINALE SEPE - Sepe, 67 anni, dopo aver trascorso una vita nella diplomazia vaticana, è divenuto nel 1992 segretario della Congregazione per il clero. In questo ruolo ha cominciato a farsi conoscere come abile organizzatore di grandi eventi. Ha promosso, tra l'altro, gli incontri internazionali dei sacerdoti di tutto il mondo in preparazione al Giubileo del 2000 a Fatima e a Yamossoukro. In qualità di segretario della Congregazione per il clero, ha organizzato inoltre tutte le celebrazioni per i trent'anni della "Presbyterorum Ordinis" e per il cinquantesimo di sacerdozio di Giovanni Paolo II. Grazie a questi meriti, il 3 novembre 1997 è stato nominato segretario generale del Comitato e del Consiglio di presidenza del Giubileo del 2000. Ha dunque seguito in prima persona l'itinerario di preparazione all'Anno Santo, collaborando tra l'altro con Angelo Balducci e Guido Bertolaso, entrambi coinvolti - per parte italiana - nella preparazione del Giubileo. Il 9 aprile 2001 Giovanni Paolo II lo ha nominato prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, ex Propaganda Fide, il dicastero più ricco di tutta la Santa Sede. Poco dopo anche Balducci è diventato consultore della Congregazione.

L'EX MINISTRO LUNARDI - L'ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi è nato a Parma il 19 luglio 1939. Sposato con figli, laureato in ingegneria civile, è un esperto in materia di gallerie e sottosuolo. Professore di geotecnica del sottosuolo alla facoltà di Ingegneria dell'università di Parma e presidente della Società italiana gallerie (Sig), ha cominciato la sua esperienza nella Cogefar, per la quale ha seguito la progettazione e la realizzazione di importanti opere in Italia e nel mondo. Nel 1980 ha fondato una sua società di ingegneria, la Rocksoil. È stato diverse volte consulente del governo come "consigliere per i problemi della conservazione del suolo e grandi infrastrutture", membro della Commissione per la Valtellina, della Commissione grandi rischi della Protezione civile, consulente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, membro della commissione di super esperti nominata per valutare i danni provocati nel 1999 dall'incendio nel tunnel del monte Bianco, consulente della società Autostrade per il tunnel della variante di Valico. Nel 2001, alla formazione del governo Berlusconi bis, diventa ministro per le Infrastrutture e i trasporti ed è il firmatario della legge Lunardi sulle Grandi opere. A lui è legata anche l'introduzione nel luglio 2003 della patente a punti. È stato tra i progettisti del traforo del monte Bianco e di quello del Frejus, ha realizzato tratti di metropolitane a Lione e Marsiglia, a Singapore e a Canton e anche a Roma, nel periodo dell'amministrazione Rutelli. Ha coordinato il programma delle grandi opere per la Casa delle Libertà. Alle elezioni politiche del 2006, Lunardi viene eletto per la prima volta in Parlamento, come senatore per Forza Italia nella regione Emilia-Romagna. Nell'inchiesta G8 spunta il suo nome dopo quello del ministro Scajola: secondo un testimone sarebbe stato il beneficiario di un'altra operazione targata Diego Anemone per la compravendita di un immobile di pregio.

Redazione online

19 giugno 2010

 

 

 

2010-06-18

Atti alla procura di Roma: prosegue l'esame

Inchiesta appalti G8, Cassazione:

"Un sistema spregiudicato"

"Relazioni professionali e personali che hanno realizzato una rete di interessi intrecciati" non legittimi

*

NOTIZIE CORRELATE

*

"Le mogli inserite nel sistema illegale di appalti e favori" di M. Imarisio (18 giugno 2010)

*

Anemone, tangenti dai conti della segretaria di F. Sarzanini (15 giugno 2010)

*

Fusi e il memoriale alla procura: "Sistema Balducci per appalti ai romani" di M. Imarisio (13 giugno 2010)

Atti alla procura di Roma: prosegue l'esame

Inchiesta appalti G8, Cassazione:

"Un sistema spregiudicato"

"Relazioni professionali e personali che hanno realizzato una rete di interessi intrecciati" non legittimi

Fabio De Santis (Ansa)

Fabio De Santis (Ansa)

ROMA - Le persone coinvolte negli appalti per la scuola dei marescialli dei carabinieri di Firenze e per altre opere, si muovevano in una "situazione in attuale divenire, caratterizzata dall'utilizzazione spregiudicata di un sistema di relazioni professionali e personali che ha realizzato una rete di interessi intrecciati" non legittimi. Lo sottolinea la Cassazione che ha appena depositato le motivazioni della decisione con la quale lo scorso 10 giugno ha deciso il trasloco dell'inchiesta da Firenze a Roma confermando le misure cautelari per l'ex provveditore alle Opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis (che la Corte Suprema giudica "protagonista) del sistema, l'avvocato Guido Cerruti, e l'imprenditore Francesco De Vito Piscicelli. Per la Suprema Corte le misure cautelari sono motivate dalla gravità degli indizi di corruzione. In particolare, gli indagati facevano parte "di un sistema di potere in cui appare normale accettare e sollecitare utilità di ogni genere e natura da parte di imprenditori delle opere pubbliche".

ATTI A PROCURA- Intanto sono arrivati a Roma da Firenze gli atti dell'inchiesta sugli appalti alla Scuola marescialli dei carabinieri. Il procuratore aggiunto Alberto Caperna e i sostituti Ilaria Calò e Roberto Felici ne hanno già cominciato l'esame per fare in modo che entro il 30 giugno possano chiedere al giudice per le indagini preliminari se confermare o meno i provvedimenti cautelari per De Santis, De Vito Piscicelli e Cerruti. È probabile che i magistrati romani esaminino anche la posizione dell'ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Angelo Balducci, che è coinvolto nella medesima indagine ma per il quale i difensori non hanno fatto il ricorso in Cassazione. Quanto alla competenza, si ribadisce che da un primo esame del carteggio emerge chiara la competenza della procura romana. È infatti nella capitale che si sarebbe consumato l'accordo dal quale è poi emersa l'ipotesi di reato di corruzione fatta per le persone coinvolte. Il 6 luglio prossimo a Firenze ci sarà il processo che vede imputati De Santis, Balducci e Cerruti e da questo giudizio emergeranno gli elementi che potranno far concludere ogni discussione sulla competenza a indagare.

Redazione online

18 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

Firenze Il Riesame: Balducci e De Santis restino dentro

"Le mogli inserite nel sistema

illegale di appalti e favori"

Stop al primo processo per corruzione

Firenze Il Riesame: Balducci e De Santis restino dentro

"Le mogli inserite nel sistema

illegale di appalti e favori"

Stop al primo processo per corruzione

DAL NOSTRO INVIATO

Fabio De Santis al tribunale del riesame (Milestone)

Fabio De Santis al tribunale del riesame (Milestone)

FIRENZE — La decisione di non decidere fa tutti contenti. Accusa e difesa, che per quattro ore se le sono suonate con cordialità e determinazione, accolgono con un sospiro di sollievo la scelta del presidente del Collegio Emma Boncompagni, che rinvia il processo al 6 luglio, ritenendo necessario aspettare le motivazioni della sentenza della Cassazione, che lo scorso 11 giugno ha stabilito che gli atti dell'inchiesta sulla Scuola Marescialli di Firenze dovessero essere inviati a Roma. Per Fabio De Santis non cambia nulla. L'udienza si è aperta con l'annuncio che l'ex provveditore alle Opere pubbliche toscane resta in carcere. Lo ha deciso il Tribune del Riesame, con motivazioni molto pesanti. Scrive il giudice che De Santis ha mantenuto un atteggiamento "di totale chiusura" nei confronti delle ipotesi accusatorie, a dimostrazione dell'"evidente carenza di percezione della antigiuridicità del proprio comportamento", suo e degli altri, tutti personaggi che hanno "legami profondi con soggetti di livello istituzionale molto elevato".

Questa mancata "percezione della propria condotta" da parte di tutti gli indagati emergerebbe anche dal coinvolgimento dei familiari. "E in particolare delle mogli, ben inserite nel sistema, di cui conoscono i dettagli e se ne avvantaggiano in modo palese, anche se non con ruoli penalmente rilevanti". Il primo processo per corruzione alla presunta "cricca", procede a piccoli passi e con sorte sempre più incerta. L'ingorgo che si è creato con il verdetto della Suprema Corte, che si è pronunciata sull'ordinanza di custodia cautelare emessa a fine marzo nei confronti di Angelo Balducci, Fabio De Santis e Guido Cerruti, ritenendola valida ma fissando la competenza a Roma mentre intanto c'è un dibattimento in corso a Firenze, deve ancora trovare una soluzione. Ieri i pubblici ministeri toscani hanno sostenuto le loro ragioni, dicendo di essersi sempre ritenuta competente a livello territoriale. Ovviamente di tutt'altro avviso i difensori degli imputati. Il confronto è stato aspro ed è girato intorno a una sola data, un solo episodio. È la sera del 18 febbraio 2008. L'imprenditore Riccardo Fusi, patron della Baldassini Tognozzi Pontello, si incontra all'Una Hotel di Firenze con l'imprenditore Francesco De Vito Piscicelli e suo cognato, Pierfrancesco Gagliardi. Nella memoria depositata ieri dai pubblici ministeri si legge questo: "Piscicelli, supportato da Gagliardi, propone a Fusi di concludere un patto corruttivo che prevede la messa a disposizione dei funzionari ministeriali in favore della "Baldassini Tognozzi Pontello".

In particolare, Piscicelli affronta, con il Fusi, la tematica del pagamento di una somma di denaro in favore dei funzionari ministeriali Balducci e De Santis". Si tratta del "momento genetico" di una corruzione continuata, e per questo la competenza di tutta l'inchiesta si radicherebbe a Firenze. Roberto Borgogno, difensore di Balducci, ha contestato questa versione dei fatti, ironizzando sul fatto che l'incontro fiorentino sia l'unico tra i tanti, tutti avvenuti a Roma, che "non vide tra i protagonisti i pubblici ufficiali" indagati nell'inchiesta. "Sarebbe il primo caso" ha detto "di corruzione per rappresentanza". Il discrimine è sottile, questione di interpretazioni, anche delle parole. E quella delle intercettazioni che ricostruiscono l'incontro di Firenze non è univoca, anzi, la lettura che ne danno accusa e difesa è diametralmente opposta. Proprio per questo possono assumere un certo rilievo le dichiarazioni di Gagliardi, successive all'ordinanza sulla quale si è espressa la Cassazione. Interrogato lo scorso 21 maggio dai pm, il cognato di Piscicelli ammette che qualcosa, quella sera a Firenze, è davvero avvenuto, citando un "accordo verbale" nel quale sarebbero stati fissati i parametri della "gratitudine" di Fusi per i servigi resi da Piscicelli. Il 6 luglio si saprà.

Marco Imarisio

18 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

2010-06-17

il processo

Appalti, il tribunale prende tempo

e rinvia la decisione sulla competenza

Il tribunale prende tempo e decide di rinviare la decisione sulla competenza del processo per l’appalto della scuola marescialli. Aspetta la motivazione della Cassazione

La scuola Marescialli

La scuola Marescialli

FIRENZE - Il tribunale di Firenze ha rinviato al prossimo 6 luglio il processo per la presunta corruzione sull’appalto per la Scuola marescialli dei carabinieri, tra i filoni dell’inchiesta sui Grandi Eventi, riservandosi di decidere sulla questione della competenza territoriale solo dopo aver acquisito le motivazioni con cui il 10 giugno scorso la Corte di Cassazione ha disposto il trasferimento degli atti da Firenze a Roma. Le motivazioni infatti non sono ancora disponibili e il presidente del collegio della prima sezione del tribunale di Firenze, Emma Boncompagni, ha letto in aula l’ordinanza dalla quale emerge che i giudici fiorentini "per avere tutti gli elementi utili" ai fini della decisione hanno necessità di attenderle. Il rinvio è stato deciso anche tenendo conto delle eccezioni sollevate dalle difese sulla competenza territoriale.

RESTANO IN CARCERE BALDUCCI E DE SANTIS - L’udienza si era aperta con la comunicazione alle parti di un’altra decisione molto attesa, cioè quella del tribunale del riesame di Firenze che ha confermato l’arresto in carcere per Angelo Balducci e Fabio De Santis, respingendo così l’appello degli avvocati dei due imputati contro la conferma dell’ ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Rosario Lupo il 4 marzo scorso. Poi ha tenuto banco il confronto tra le parti sulla competenza territoriale. Ora il termine più vicino per sperare di uscire sono i 20 giorni scattati dal 10 giugno scorso, giorno della sentenza della Corte di Cassazione sul trasferimento a Roma degli atti del filone fiorentino. Il trasloco, per incompetenza territoriale, dell’inchiesta potrebbe far ripartire la situazione: un’altra procura e un altro gip, quelli della Capitale, potrebbero esprimersi sulle misure cautelari. Se ciò non accadrà, il prossimo 30 giugno i due ex funzionari pubblici potranno tornare in libertà. Questo, salvo che lo slittamento del processo fiorentino al 6 luglio non abbia effetto anche sui termini di carcerazione. Nelle motivazioni, il tribunale del Riesame di Firenze attribuisce ai due "uno stile di vita antigiuridico", un "atteggiamento di totale chiusura alle ipotesi accusatorie" e "legami profondi con soggetti di livello istituzionale molto elevato", elementi che fanno temere per la reiterazione del reato e per l’inquinamento delle prove. Ecco perchè, secondo i giudici, Balducci e De Santis devono restare in carcere. E neanche gli arresti domiciliari sono stati giudicati idonei per la detenzione. Motivo, spiega il Riesame, "la mancata percezione di antigiuridicità della condotta da parte dell’indagato, rivelatrice di carenza di autodisciplina necessaria per applicare una misura cautelare che a questa si affida". Ma i domiciliari sono stati negati anche "per il coinvolgimento, a vario titolo, di familiari, e in particolare delle mogli, ben inserite nel sistema di cui conoscono i dettagli e di cui si avvantaggiano in modo palese anche se in ruoli non penalmente rilevanti".

De Santis

De Santis

IL PROCESSO SLITTA AL 6 LUGLIO - I pm - in aula c’erano il procuratore Giuseppe Quattrocchi e i sostituti Luca Turco, Giuseppina Mione e Giulio Monferini - hanno ribadito che la competenza è radicata nel capoluogo toscano; dello stesso parere l’avvocatura dello Stato parte civile per la presidenza del Consiglio. Invece, per i difensori di Angelo Balducci, Fabio De Santis e Guido Cerruti (presente in aula solo De Santis) la Cassazione ha chiarito che la competenza territoriale è a Roma. I pm hanno depositato una memoria dicendo che "non ci sono colpi di scena nè colpi di teatro: la procura ha portato avanti un ragionamento lineare nel quale si è convinta della necessità di poter richiedere le misure cautelari per alcuni indagati", in quanto si riteneva competente territorialmente per farlo. Per l’accusa, inoltre, ci sono stati "plurimi episodi di corruzione" e "vi è stata una premessa corruttiva, con molti episodi avvenuti a Roma" ma "il patto corruttivo si è consumato il 18 febbraio 2008 a Firenze".

IL PATTO CORRUTTIVO - L’incontro avvenne a Firenze fra gli imprenditori Riccardo Fusi e Francesco Piscicelli, entrambi indagati, con il secondo, dicono i pm, "intermediario" di Fusi con Balducci e De Santis. Secondo l’accusa l’incontro fu decisivo nell’obiettivo di far riottenere alla società Btp di Fusi il cantiere della scuola avvalendosi di pubblici funzionari come Balducci e De Santis. E anche le testimonianze rese ai pm dal cognato di Piscicelli, Pierfrancesco Gagliardi, avvalora l’ipotesi che il patto corruttivo si sia stabilito in quella circostanza. Di altro avviso i difensori per i quali "l’eventuale corruzione sarebbe stata consumata in episodi avvenuti a Roma". L’avvocato Roberto Borgogno, difensore di Angelo Balducci, ha elencato una dozzina di incontri a Roma tra gennaio 2008 e gennaio 2009 ma poi ha evidenziato che a Firenze il 18 giugno 2008 ci fu "l’unico incontro che non vide protagonisti i pubblici ufficiali" indagati nell’inchiesta cioè Balducci e De Santis. "Sarebbe il primo caso di corruzione per rappresentanza", ha ironizzato il legale aggiungendo che "le condotte per un eventuale accordo corruttivo sono avvenute a Roma" e definendo "infondata" la posizione della procura fiorentina sulla competenza. Così, anche dopo che il pm Luca Turco ha informato l’aula che la procura ha trasmesso a Roma copia degli atti ma non il procedimento, a fine udienza il rinvio al 6 luglio ha messo d’accordo tutti, pm e difese. "È una decisione ragionevole, bisogna aspettare le motivazioni della Cassazione", hanno detto i magistrati Luca Turco e Giuseppina Mione, uscendo dal tribunale. Per Alfredo Gaito, legale di De Santis "è stata una giusta cautela". Gabriele Zanobini, difensore di Balducci, ha parlato di "anticipo della decisione che non potrà essere diversa dal trasferimento degli atti a Roma".

16 giugno 2010(ultima modifica: 17 giugno 2010)

 

 

 

 

 

inchiesta sul g8

Appalti e favori, il dossier al Papa

Più controlli sulle case del Vaticano

L'interessamento del segretario di Stato Bertone.

In vista un cambio alla guida di Propaganda Fide

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Bertolaso: "La casa di via Giulia grazie al cardinale Sepe" (16 giugno 2010)

inchiesta sul g8

Appalti e favori, il dossier al Papa

Più controlli sulle case del Vaticano

L'interessamento del segretario di Stato Bertone.

In vista un cambio alla guida di Propaganda Fide

L'arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe (Ansa)

L'arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe (Ansa)

CITTÀ DEL VATICANO - Non si può dire che la bufera intorno a Propaganda Fide e al suo patrimonio immobiliare abbia colto di sorpresa i piani alti Oltretevere, in Vaticano si ostenta tranquillità, "la giustizia civile faccia il suo corso". Certo, "si leggono tante cose non vere", considerano più fonti nel giorno in cui le cronache riportano le dichiarazioni di Guido Bertolaso ai magistrati di Perugia: che il capo della Protezione civile potesse essere ospite dell’appartamento in via Giulia, senza che nessuno pagasse un affitto alla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, "è escluso", si dice in Vaticano, "qualcuno deve averlo fatto". Che qualcosa non funzionasse, tuttavia, era già chiaro ben prima che intercettazioni e indagini rivelassero il giro vischioso di assegnazioni e vendite immobiliari di favore. Oltretevere si usa una parola dura: "Rimozione". Quattro anni fa, nel 2006, il cardinale Crescenzio Sepe, allora prefetto di Propaganda Fide, fu allontanato da Benedetto XVI alla scadenza del primo quinquennio: una cosa "inconsueta", si fa notare, visto che il predecessore era rimasto sedici anni e tutti gli altri prefetti del Novecento andarono ben oltre il primo mandato, salvo un caso di morte prematura. Altrettanto strano è che un capo congregazione, addirittura il potentissimo "Papa rosso" di Propaganda Fide, passasse a guidare una diocesi, per quanto illustre come Napoli: semmai accade il contrario.

"GESTIONE NON ESEMPLARE" - No, qualcosa non ha funzionato, "la gestione non è stata esemplare", si considera con un eufemismo curiale: e la "riforma gentile" della Curia avviata da papa Ratzinger nel 2005 - gradualmente, senza scossoni - aveva già iniziato a porvi rimedio. In questi mesi l’attenzione è ovviamente aumentata - si è già deciso di cancellare il nome del "consultore " e "gentiluomo di Sua Santità" Angelo Balducci dall’Annuario Pontificio 2011 - e in Segreteria di Stato si sono fatti mandare tutte le carte e i documenti sulla faccenda, il cardinale Tarcisio Bertone si consulta "come per ogni questione" con Benedetto XVI, ci sono novità in vista. Anche se "non ci sarà alcun commissariamento della Congregazione", spiegano Oltretevere, smentendo voci circolate nelle scorse settimane.

PATRIMONIO IMMENSO - Le cose sono però destinate a cambiare. I beni di Propaganda Fide, un patrimonio immenso (si stimano oltre 9 miliardi di euro) frutto di proprietà e donazioni secolari, sono gestiti in perfetta autonomia dalla Congregazione e servono a sostenere le terre di missione, Africa e Asia in testa: per questo il prefetto viene definito "Papa rosso". La gestione è distinta da quella dell’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica presieduta dal cardinale Attilio Nicora. Il problema è che la divisione è eccessiva, nel senso che le due gestioni procedono a compartimenti stagni: è quindi "auspicabile", spiegano fonti vicine alla Segreteria di Stato, che "si arrivi a un maggiore coordinamento e una maggiore vigilanza" sulla gestione della Congregazione. Non si tratta di trasferire competenze o beni immobiliari, ma di "garantire maggiore trasparenza interna": se non altro per evitare che atti e vendite del patrimonio immobiliare, com’è accaduto con la vecchia gestione, possano restare ignoti nella stessa Santa Sede, al di fuori del palazzo della Congregazione.

TRASPARENZA - Del resto l’attuale prefetto di Propaganda Fide, il cardinale Ivan Dias, venne nominato nel 2006 proprio per "avviare una gestione più trasparente": figura di grande spiritualità, indiano e già arcivescovo di Bombay, garantiva e garantisce una serena estraneità ai giri di amicizie romani. Il cardinale Dias, dicono Oltretevere, ha però chiesto a Benedetto XVI di poter lasciare l’incarico: è noto da tempo che abbia problemi di salute, anche se il desiderio sarebbe di mantenerlo al suo posto fino alla scadenza, a primavera 2011. In ogni caso, la questione andrà affrontata nei prossimi mesi. Di certo il successore sarà un uomo di fiducia del papa e del segretario di Stato, e una personalità di altissimo livello: difatti si fa il nome dell’arcivescovo Fernando Filoni, finissimo diplomatico e Sostituto per gli Affari Generali; in questo caso il problema sarebbe trovare una figura capace di prendere il suo posto ai vertici (è il numero due, assieme all’arcivescovo Dominique Mamberti) della Segreteria di Stato.

Gian Guido Vecchi

17 giugno 2010

 

 

 

 

i numeri

San Marino, 178 società irregolari segnalate al governo italiano

La repubblica del Titano: "Tali dati confermano la piena collaborazione con Roma"

i numeri

San Marino, 178 società irregolari segnalate al governo italiano

La repubblica del Titano: "Tali dati confermano la piena collaborazione con Roma"

MILANO - Sono 178 le società irregolari che la Repubblica di San Marino ha segnalato alla Guardia di Finanza e all'Agenzia delle entrate italiana in poco più di un anno. Il dato è stato reso pubblico dal segretario all'Industria sammarinese, Marco Arzilli. Da aprile a oggi sono 27 le licenze revocate ad altrettante società sammarinesi da parte del Congresso di Stato. Di queste 14 sono riconducibili al settore elettronico con un fatturato che in tre anni aveva raggiunto i 314 milioni di euro. Su 69 delle 178 segnalazioni partite da San Marino, la Guardia di Finanza ha trovato effettivi riscontri. Tali dati confermano - ha detto il ministro Arzilli - la piena collaborazione di San Marino con le autorità italiane. "E non si può escludere che tra le venti società oggetto oggi di indagini da parte della Procura di Ancona per l'ennesima frode "carosello" - ha sottolineato ancora il segretario Arzilli - vi siano alcune di quelle già sospese dal nostro governo. Il successo delle indagini è il nostro successo". Massima allerta quindi sul Titano contro triangolazioni, società cartiere e esterovestizione. "Abbiamo messo in campo misure concrete - ha concluso il ministro - con il nucleo antifrode (costituito da 7 agenti di polizia), l'Ufficio di controllo e di vigilanza che indaga con massima autonomia, ma è stato soprattutto il decreto sull'Iva prepagata che ha detto stop per sempre alle frodi carosello". Nell'ambito della collaborazione tra le magistrature si segnala che nell'ultimo anno sono state 73 le rogatorie arrivate al tribunale sammarinese, di queste 58 sono state già evase e 15 sono in corso di lavorazione. (Fonte Ansa)

17 giugno 2010

 

 

 

 

Il rapporto del Ros - possibili connessioni con i clan della camorra

Terremoto, gli intrecci della "cricca"

con la cassa di risparmio dell'Aquila

Legami con la Carispaq su appalti e subappalti.

Gli appelli a Verdini per sbloccare le pratiche

*

NOTIZIE CORRELATE

*

L'Aquila, migliaia di persone al corteo per la ricostruzione (16 giugno 2010)

*

"Patto politico per i lavori in Abruzzo. Una riunione con Letta e Verdini" (16 giugno 2010)

Il rapporto del Ros - possibili connessioni con i clan della camorra

Terremoto, gli intrecci della "cricca"

con la cassa di risparmio dell'Aquila

Legami con la Carispaq su appalti e subappalti.

Gli appelli a Verdini per sbloccare le pratiche

Denis Verdini (Eidon)

Denis Verdini (Eidon)

ROMA - Le aziende che compongono il Consorzio Federico II si sono spartite appalti e subappalti per la ricostruzione del dopo terremoto. E grazie agli appoggi politici, anche locali, sarebbero riuscite a ottenere una corsia preferenziale per i nuovi progetti. Un rapporto dei carabinieri del Ros, acquisito dai magistrati abruzzesi titolari dell’inchiesta, rivela gli intrecci tra gli imprenditori e i loro referenti istituzionali assegnando un ruolo centrale nella trattativa con il governo ai dirigenti della Cassa di risparmio de L’Aquila (Carispaq) che parteciparono alla riunione del 12 maggio 2009 - tre giorni prima della costituzione del sodalizio d’impresa - a Palazzo Chigi e poi sollecitarono un nuovo intervento dell’onorevole Denis Verdini per sbloccare alcune pratiche in Regione. Ma individua anche i legami con personaggi collegati alla camorra di alcune ditte appartenenti a un altro consorzio, che sono riuscite ad aggiudicarsi commesse legate al G8.

LA SEDE DELLA BANCA - Una settimana fa Ettore Barattelli, presidente del Federico II, si è presentato dal procuratore Alfredo Rossini per confermare l’esistenza di un accordo politico -suggellato durante l’incontro con il sottosegretario Gianni Letta e l’onorevole Denis Verdini - che fornì il via libera all’assegnazione dei lavori alla cordata guidata dalla Btp di Riccardo Fusi, amico da anni di Verdini. Barattelli è componente del consiglio di amministrazione della Carispaq e adesso si scopre che uno degli appalti assegnati al Federico II riguarda proprio la ristrutturazione di palazzo Branconio, sede principale dell’istituto di credito. Non solo. La relazione investigativa ricostruisce l’intreccio che ha determinato l’aggiudicazione delle commesse. "L’Ati costituita dalla Btp, dalla Cmp Costruzioni metalliche prefabbricate e dalla Vittorini Emidio costruzioni - evidenziano i carabinieri - ha ottenuto appalti per la ricostruzione della scuola Carducci anche mediante subappalti a società collegate". Lo stesso sistema è stato utilizzato anche per la "ricostruzione della caserma Capomizzi: l’appalto è stato assegnato alla ditta Marinelli ed Equizi che ha poi subappaltato una parte dei lavori alla Ettore e Carlo Barattelli". L’intero Consorzio ha ottenuto invece quattro incarichi per il puntellamento dei palazzi che, di fatto, sono uno degli incarichi più grossi nel comparto ricostruzione visto che per il resto si è deciso di sostituire le vecchie abitazioni con i prefabbricati del progetto "C.a.s.e.".

VERDINI E LA REGIONE - Un ruolo chiave lo hanno certamente avuto il direttore della Carispaq Rinaldo Tordera e il suo vice Angelo Fracassi. Entrambi erano a Palazzo Chigi per "garantire" il consorzio. E anche in seguito si attivarono, come dimostrano le telefonate intercettate per ordine del giudice di Firenze e poi trasmesse alla magistratura de L’Aquila. Il 19 maggio è proprio Fracassi a contattare l’imprenditore Fusi. Fracassi: "Buonasera, la disturbo? Ci diamo del tu? okay... ascoltami... con Tordera (direttore generale della banca)... noi vorremmo riparlare un po' con Verdini perché vediamo una situazione di stallo qui in Regione... un po' preoccupante... niente... se ci procuri un appuntamento per la settimana prossima magari".

Fusi: "Va bene, io posso anche giovedì ora giovedì o venerdì e allora dimmi il giorno...".

Una settimana dopo l’imprenditore viene chiamato da Verdini che lo rassicura di aver parlato con Gianni (Chiodi, il presidente della Regione Abruzzo, ndr) e aggiunge: "Ha portato tutto a Bertolaso". Il 22 luglio il geometra Liborio Fracassi invia un sms a Fusi: "Abbiamo vinto il primo appalto, una scuola per 7,3 milioni da consegnare chiavi in mano il 10 settembre. È il primo, gli altri a breve. Ferie a L'Aquila".

IL CONTATTO CON I CLAN - Nel rapporto dei carabinieri vengono evidenziate anche le possibili connessioni di un altro Consorzio, lo Stabile Novus, che ha partecipato ad alcune gare e, "attraverso una delle società, la Giardini e paesaggi, si è aggiudicato la sistemazione delle aree verdi in occasione del G8". Annotano i carabinieri: "Amministratore dello Stabile Novus è Mario Buffardi, regista occulto è Antonio Di Nardo al quale fanno capo la Soa e la Promocert. Di Nardo ha avuto rapporti di affari con Carmine Diana, legato a Francesco Bidognetti del clan dei Casalesi. La Soa ha rilasciato il certificato di attestazione alle seguenti imprese: Aerre costruzione srl il cui amministratore unico Antonio D’Oriano, fratello di Vincenzo ritenuto inserito nel clan camorrista di Ferdinando Cesarano e alla Edrevea spa il cui socio Crescenzio Verde è stato arrestato e poi prosciolto per 416 bis".

Fiorenza Sarzanini

17 giugno 2010

 

 

 

 

2010-06-16

IL DOPO-TERREMOTO

L'Aquila, migliaia di persone

al corteo per la ricostruzione

I manifestanti chiedono la sospensione dei contributi

per tutti senza limiti e lo sblocco dei fondi

IL DOPO-TERREMOTO

L'Aquila, migliaia di persone

al corteo per la ricostruzione

I manifestanti chiedono la sospensione dei contributi

per tutti senza limiti e lo sblocco dei fondi

L'AQUILA - Striscioni, bandiere, anche vuvuzela, ma nessun simbolo politico, solo i colori neroverde, simbolo dell'Aquila: in migliaia hanno aderito all'appello della mobilitazione cittadina alla Villa Comunale per chiedere la sospensione dei contributi per tutti senza limiti - e non solo per gli autonomi con redditi inferiori di 200 mila euro annui - e lo sblocco dei fondi per la ricostruzione, oltre che per denunciare che decine di migliaia di persone - oltre 32 mila - sono ancora assistite. La mobilitazione, nella città colpita dal devastante terremoto dell'aprile 2009, è stata aperta da uno striscione con scritto 'SOS'.

AUTOSTRADA - Al corteo hanno partecipato migliaia di persone: ventimila secondo gli organizzatori, diecimila per la questura. Alla manifestazione, oltre al sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente - senza fascia tricolore in segno di protesta - i sindaci di decine di altri comuni del cratere (i quali, però, indossavano la fascia). A un certo punto numerose persone si sono staccate dal corteo e si sono dirette verso il casello autostradale dell'Aquila Ovest, rimasto bloccato fino a quando i manifestanti - dopo avere percorso alcune centinaia di metri sull'autostrada A/24 - hanno fatto dietrofront. Ci sono stati disagi per gli automobilisti, ma la polizia stradale precisa che tutto si è svolto nella maniera più pacifica. Cialente è salito sul camioncino dei comitati, che ha fatto da apripista all'occupazione dell'autostrada, e preso il microfono ha improvvisato un comizio. "Non stiamo chiedendo nulla, ma rivendicando i nostri diritti" ha detto il sindaco dell'Aquila. Finito il discorso Cialente, visibilmente commosso, è stato abbracciato dagli altri sindaci e dagli organizzatori della manifestazione.

Un momento della protesta

Un momento della protesta

LE RICHIESTE - I partecipanti chiedono il congelamento di tasse, mutui, prestiti e altre imposte per 5 anni e la successiva restituzione in 10 anni senza interessi; più garanzie per disoccupati, cassaintegrati e precari; provvedimenti per far ripartire le attività economiche e commerciali; subito le risorse necessarie per la ricostruzione, anche attraverso una tassa di scopo; lo snellimento delle procedure per la ricostruzione.

Redazione online

16 giugno 2010

 

 

 

 

 

Il G8 e gli appalti - L’inchiesta

"Patto politico per i lavori in Abruzzo

Una riunione con Letta e Verdini"

Barattelli e i legami con Fusi: a Palazzo Chigi fu trovato l’accordo sulle commesse

Il G8 e gli appalti - L’inchiesta

"Patto politico per i lavori in Abruzzo

Una riunione con Letta e Verdini"

Barattelli e i legami con Fusi: a Palazzo Chigi fu trovato l’accordo sulle commesse

Riccardo Fusi

Riccardo Fusi

ROMA — "Sapevamo che la Btp aveva appoggi politici e per questo abbiamo chiesto di lavorare con loro in vista dell’assegnazione dei lavori per la ricostruzione del dopo-terremoto. Ci siamo rivolti alla Carispaq, la Cassa di Risparmio dell’Aquila, ed effettivamente poi siamo stati ricevuti a Palazzo Chigi da Gianni Letta insieme all’onorevole Denis Verdini. Tre giorni dopo quella riunione è stato costituito il Consorzio Federico II". C’è un testimone prezioso che può dare una svolta all’indagine sugli appalti assegnati in Abruzzo. È Ettore Barattelli, presidente del sodalizio di imprese che poi riuscì ad aggiudicarsi l’appalto per la scuola Carducci e quello per i puntellamenti nel centro storico. Dunque, uno dei costruttori che partecipò personalmente alle trattative per la spartizione delle commesse. La scorsa settimana aveva manifestato la volontà di essere interrogato dai magistrati che indagano sulle procedure di assegnazione delle commesse. E cinque giorni fa, l’11 giugno, accompagnato dal suo legale, si è presentato davanti al procuratore Alfredo Rossini. "Le grosse entrature" Trova dunque conferma quanto era già emerso nelle conversazioni intercettate dai magistrati di Firenze che indagavano sui "Grandi Eventi". Si delinea l’accordo preso a livello politico per modulare i tempi e così scegliere le aziende da impiegare. Ed è proprio su questo che si concentrano adesso le verifiche dei pubblici ministeri.

Bisogna infatti stabilire la regolarità di quel patto che ha fornito il via libera alla costituzione del Consorzio mettendolo in una posizione privilegiata rispetto ad altre società che avrebbero potuto partecipare alle gare per l’assegnazione dei lavori. In primo piano rimane quella Btp di Riccardo Fusi finito sotto inchiesta in Toscana proprio perché sarebbe stato agevolato dal suo amico Verdini nella trattativa per la costruzione della Scuola dei marescialli. E che avrebbe sfruttato la stessa strada per lavorare a L’Aquila. Racconta Barattelli: "Noi imprenditori abruzzesi —parlo di me, ma anche della "Vittorini Emidio Costruzioni" e della "Marinelli ed Equizi" — ci siamo rivolti ai dirigenti della Carispaq perché volevamo lavorare con Btp. Sapevamo che aveva grosse entrature con il governo e dunque ci muovemmo. Ci fu un incontro presso la sede della banca alla quale partecipai io, il presidente della Btp Fusi e il procuratore della stessa azienda Liborio Fracassi. Trovammo un accordo e il 12 maggio fummo convocati a Palazzo Chigi". Quanto accaduto nelle settimane precedenti era stato ricostruito nelle informative dei carabinieri del Ros attraverso l’ascolto delle telefonate. Il 14 aprile 2009 Verdini avverte Fusi che una terza persona non specificata "mi voleva vedere per il consorzio per intervenire sul terremoto ". A questo punto l’imprenditore prende contatto con le banche per i finanziamenti. E un mese dopo, l’11 maggio, comunica a Fracassi che "ci sono concrete probabilità di successo". La sera gli invia anche un sms per confermargli un incontro per il giorno successivo: "Appuntamento a Palazzo Chigi alle ore 17.30". L’incontro da Letta Tre minuti dopo, nuovo sms per assicurare che "l’indomani all’incontro potrà partecipare il direttore della Cassa di Risparmio dell’Aquila (Rinaldo Tordera)".

Il giorno dopo, Fusi avvisa un’amica di essere "qui a Palazzo Chigi... Sono da Letta qui in sala d’attesa". È Barattelli a raccontare i dettagli. "Oltre a me e Fusi, c’erano il direttore della Carispaq Rinaldo Tordera e il vicedirettore Angelo Fracassi. Poi Letta e Verdini. Analizzammo tutti gli aspetti della vicenda e fu raggiunto l’accordo". Nelle stesse ore, come hanno accertato gli investigatori, l’amministratore della Btp Vincenzo Di Nardo incontra gli altri imprenditori e alla fine manda un sms a Fusi: "Finito ora riunione con abruzzesi e loro commercialista. Definiti e scritti tutti i testi x costituzione società che avverrà venerdì all’Aquila presso banca". Alle ore 19.19 di quello stesso giorno Fusi viene contattato dal suo collaboratore Bartolomei per sapere com’è andata la riunione e i carabinieri danno conto della telefonata: "Fusi lo informa dell’esito più che positivo degli incontri odierni, lasciando intendere che l’intervento dell’onorevole Verdini è stato determinante ". Adesso è Barattelli a confermare la procedura seguita: "Tre giorni dopo, presso la sede della Carispaq abbiamo costituito il Consorzio Federico II e poi abbiamo preso i lavori.

A noi è stata assegnata la ricostruzione della scuola Carducci e il puntellamento degli stabili pericolanti. In tutto 4milioni di euro". In realtà, secondo i calcoli fatti dai carabinieri, i lavori hanno portato nelle casse delle aziende 7 milione e 300.000 euro. Ed è soltanto l’inizio. Se si esclude l’appalto per la fornitura dei prefabbricati, altri lavori dovranno essere assegnati nelle prossime settimane e le aziende che fanno parte del Consorzio rimangono in prima fila nella spartizione. Per questo nei prossimi giorni potrebbero essere interrogati gli altri imprenditori che hanno partecipato al Filippo II, ma anche quelli che invece sono stati esclusi dalla spartizione degli appalti. Anche perché nelle carte trasmesse dai magistrati di Firenze ai colleghi dell’Aquila ci sono gli altri contatti che preludono alla ricerca di nuovi appoggi per ottenere i lavori. Come quell’sms che Fracassi invia a Fusi "la mattina del 6 giugno 2009 per informarlo che a breve saranno avviati i lavori per la ristrutturazione del Palazzo Brancomio a L’Aquila".

Fiorenza Sarzanini

16 giugno 2010

 

 

 

 

2010-06-15

decisione del tribunale del capoluogo toscano: balducci e de santis restano in carcere

Inchiesta G8, sette indagati a Roma

Bertolaso interrogato dai pm a Perugia

Trasferimento dell'inchiesta di Firenze sulla scuola Marescialli: nel registro anche Denis Verdini

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Anemone: una decina di operazioni sospette F.Sarzanini (15 giugno 2010)

decisione del tribunale del capoluogo toscano: balducci e de santis restano in carcere

Inchiesta G8, sette indagati a Roma

Bertolaso interrogato dai pm a Perugia

Trasferimento dell'inchiesta di Firenze sulla scuola Marescialli: nel registro anche Denis Verdini

Denis Verdini (Eidon)

Denis Verdini (Eidon)

MILANO - Sono sette gli indagati nel fascicolo aperto dalla procura di Roma riguardo l'inchiesta sull'appalto della scuola marescialli di Firenze dopo che la Cassazione ha disposto la trasmissione degli atti da Firenze a Roma. Al momento l'unico documento presente nel fascicolo è proprio l'estratto della pronuncia della Cassazione. Tra gli indagati l'ex presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici, Angelo Balducci e il coordinatore del Pdl Denis Verdini.

BERTOLASO: "SONO INNOCENTE" - Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso è stato sentito dai magistrati perugini nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti per Grandi eventi. L'interrogatorio si è svolto davanti ai pubblici ministeri titolari dell'inchiesta, Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi. "Ho dimostrato la mia totale estraneità alle accuse che mi sono state mosse - ha detto Bertolaso -. Ho chiesto che abbia a terminare l'assurda e ingiustificata attività mediatica in corso dal 10 febbraio basata su voci e illazioni di cui si è dimostrata la completa infondatezza".

BALDUCCI E DE SANTIS - Restano comunque in carcere Angelo Balducci e Fabio De Santis, arrestati proprio nell'ambito dell'inchiesta sull'appalto Scuola marescialli. Lo ha deciso il tribunale di Firenze, discutendo le istanze presentate dai due imputati che, sulla base della sentenza della Corte di cassazione di giugno chiedevano l'inefficacia della misura cautelare. Intanto è attesa la decisione del tribunale del riesame di Firenze, che ieri si è riunito per discutere i ricorsi di Balducci e De Santis contro il no pronunciato dal gip di Firenze il 5 marzo scorso alle richieste di scarcerazioni. La decisione del giudice del riesame non dovrebbe arrivare prima di mercoledì.

PREOCCUPAZIONE - E proprio la questione della decadenza dei termini di custodia cautelare è al centro delle preoccupazioni dei pm della procura di Roma. "Se gli atti non arriveranno a Roma entro la fine del mese di giugno, le misure cautelari in atto decadranno" sottolineano. Del resto in procura, a Roma, c’è molta attesa per l’evolversi della situazione per quanto riguarda l’inchiesta sulla scuola marescialli, dopo la decisione della Cassazione sul trasferimento del processo da Firenze alla Capitale. Gli inquirenti, secondo la legge, hanno 20 giorni di tempo per la valutazione dei documenti all’interno del fascicolo e per chiedere la rinnovazione, o meno, di arresti, obblighi di dimora o quant’altro sia stato disposto sinora dai giudici del capoluogo toscano, nei confronti di alcuni degli indagati. "E più giorni passano e più si rischia", si spiega a piazzale Clodio, dove - si sottolinea - ancora non è arrivata alcuna carta o intercettazione. E siccome, presumibilmente si tratterà di studiare decine di faldoni, il lavoro deve essere programmato con la giusta attenzione.

Redazione online

15 giugno 2010

 

 

Roma apre il fascicolo

Anemone, tangenti

dai conti della segretaria

Una decina di operazioni sospette per oltre

un milione di euro. Domani interrogato Rutelli

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Inchiesta G8, la Presidenza del Consiglio parte civile nel processo alla "cricca" (15 giugno 2010)

*

Casa all’estero per Bertolaso, ricerche in Costa Azzurra (9 giugno 2010)

*

Ristrutturazioni in regalo ai potenti. Spunta una nuova "lista Anemone" (4 giugno 2010)

Roma apre il fascicolo

Anemone, tangenti

dai conti della segretaria

Una decina di operazioni sospette per oltre

un milione di euro. Domani interrogato Rutelli

Guido Bertolaso (LaPresse)

Guido Bertolaso (LaPresse)

PERUGIA — Oltre un milione di euro elargiti movimentando i conti intestati alla sua segretaria. Una decina di operazioni sospette a fronte di sette appalti ottenuti soltanto nel 2008. I pubblici ministeri di Perugia ricostruiscono il passaggio dei soldi versati da Diego Anemone, imprenditore privilegiato nell’assegnazione dei lavori per i "Grandi Eventi". Ma un nuovo conflitto rischia di essere sollevato dalle difese degli indagati. Senza neanche attendere la trasmissione delle carte da Firenze, la procura di Roma ha infatti aperto un fascicolo sul filone che riguarda il capoluogo toscano dopo che la Corte di Cassazione ne aveva decretato la competenza. E adesso anche Guido Bertolaso — che oggi dovrebbe essere interrogato — potrebbe chiedere lo spostamento del fascicolo, come del resto aveva annunciato nei giorni scorsi. Proprio nella capitale sarà ascoltato domani Francesco Rutelli: dopo aver sentito gli architetti che ottennero incarichi durante il governo guidato da Romano Prodi, i magistrati vogliono sapere quali criteri furono adottati nelle procedure per l’affidamento dei lavori per le celebrazioni dell’Unità d’Italia.

I SOLDI DI ALIDA - Era stata la Guardia di Finanza a documentare l’ascesa della Anemone Costruzioni che due anni fa ha fatturato 34 milioni e mezzo di euro. Un balzo notevole rispetto agli 8 milioni del 2003. Ebbene, nel 2008 — anche grazie al decreto che inserisce il G8 de La Maddalena nei "Grandi Eventi" — l’impresa ottiene il primo lotto dei lavori in Sardegna a giugno, altri tre appalti decisi in vista del vertice internazionale appena un mese dopo, l’aeroporto di Perugia per festeggiare l’Unità d’Italia, un doppio incarico per i Mondiali di Nuoto che si svolgeranno a Roma l’estate successiva. Anemone, come si comprende dalle telefonate intercettate, è molto soddisfatto. E cerca di ricambiare i favori ottenuti. Si mostra riconoscente con il Provveditore Angelo Balducci al quale aveva già regalato case e soldi: soltanto per pagare gli arredi dell’appartamento del figlio spende oltre 40.000 euro, che però fattura alla società che si è aggiudicata la gara. Il resto lo elargisce in contanti facendo prelevare soldi dai conti che ha intestato a uno dei suoi prestanome più fidati: la segretaria Alida Lucci. Sono stati gli ispettori di Bankitalia a segnalare ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi le nove operazioni sospette per importi che oscillano tra i 100.000 e i 300.000 euro. I magistrati sono convinti che si tratti delle tangenti versate per ricompensare chi lo aveva aiutato e dunque attendono di conoscere chi siano i beneficiari di questi versamenti. La risposta potrebbe arrivare entro qualche giorno visto che si tratta di depositi aperti su istituti di credito italiani tra i quali spicca la Banca delle Marche. La scorsa settimana, davanti agli investigatori della Finanza, la donna aveva giurato di aver sempre agito seguendo le norme. E invece i tabulati dei suoi conti registrano movimentazioni continue proprio nel periodo in cui il volume d’affari del suo datore di lavoro subisce un’impennata.

BERTOLASO E RUTELLI - Il capo della Protezione civile convocato come indagato di corruzione, l’ex ministro come testimone. Entrambi chiamati a chiarire i loro rapporti con i componenti della "cricca". Se Bertolaso dovrà spiegare come mai Anemone decise di pagargli affitti, ristrutturazioni e compensi per le consulenze concesse a sua moglie, Rutelli dovrà ricostruire i suoi contatti con Balducci. Ed eventualmente confermare le dichiarazioni di Antonio Di Pietro che davanti ai magistrati ha sostenuto di aver messo in guardia sia lui, sia il premier Prodi delle "criticità" relative agli appalti concessi alle società di Anemone e degli altri imprenditori a lui collegati. La scorsa settimana sono stati sentiti gli architetti Stefano Boeri e Roberto Malfatto. Il loro collega Angelo Zampolini aveva detto di essere stato scartato dal centrosinistra proprio per favorire loro. Entrambi hanno ribaltato queste dichiarazioni: "Siamo stati fatti fuori quando sono arrivati gli altri ". Una diatriba che appare senza sbocco per i magistrati che in realtà sono interessati a conoscere l’entità e la natura delle contropartite per l’aggiudicazione dei lavori. Ieri la procura di Roma ha aperto un fascicolo sui lavori per la Scuola dei marescialli di Firenze. La scorsa settimana era stata la Corte di Cassazione a dichiarare la competenza dei magistrati della Capitale così come sollecitato da Remo Pannain e Alfredo Gaito, legali di Fabio De Santis, e da Marcello Melandri, che assiste Francesco De Vito Piscicelli. E i pubblici ministeri non hanno perso tempo: senza neanche attendere la trasmissione del fascicolo dai colleghi si è deciso di affidare l’indagine al pubblico ministero Maria Letizia Golfieri. Chissà che adesso anche gli altri indagati, Bertolaso in testa, non diano seguito a quanto annunciato e presentino analogo ricorso. Il Tribunale del Riesame di Perugia ha già stabilito che questa parte di indagine deve restare in Umbria. Ma la scorsa settimana, quando si è saputo che nuovi accertamenti erano stati disposti per verificare l’esistenza di una casa all’estero che avrebbe avuto a disposizione all’estero, il capo della Protezione Civile ha affermato: "Potrei anche chiedere di essere "gestito" dalla Procura competente che non è Perugia".

Fiorenza Sarzanini

15 giugno 2010

 

 

 

2010-06-04

L'imprenditore convocato questa mattina dai magistrati

Ristrutturazioni in regalo ai potenti Spunta una nuova "lista Anemone"

Un elenco con 30 nomi "vip". Accertamenti su Propaganda Fide

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Il vescovo e il palazzo svenduto a Lunardi

*

La casa di Bertolaso: Zampolini accusa

L'imprenditore convocato questa mattina dai magistrati

Ristrutturazioni in regalo ai potenti Spunta una nuova "lista Anemone"

Un elenco con 30 nomi "vip". Accertamenti su Propaganda Fide

ROMA - Decine e decine di lavori inseriti nella "lista Anemone" non sono mai stati pagati. I primi accertamenti compiuti dalla Guardia di finanza dimostrano come gli interventi servissero soprattutto a soddisfare i desideri dei potenti. Gli investigatori hanno acquisto i contratti stipulati con i fornitori, i preventivi, alcune fatture. E dopo aver esaminato la contabilità aziendale hanno scoperto che in moltissimi casi non risultano versati soldi da proprietari e affittuari. Ora si va avanti, confrontando questi dati con quelli acquisiti nei computer di altri collaboratori del costruttore Diego Anemone, indagato di associazione per delinquere e corruzione. In particolare ci sarebbe un elenco trovato presso uno l'ufficio di uno dei geometri, che conterrebbe una trentina di nomi con accanto alcune cifre. Clienti famosi che avrebbero avuto contatti con lo stesso Anemone e sui quali si stanno svolgendo ulteriori accertamenti, anche per stabilire se alcuni possano aver ottenuto incarichi di consulenza.

Il costruttore Diego Anemone (Ansa)

Il costruttore Diego Anemone (Ansa)

MATTONELLE E PARQUET - L'imprenditore è stato convocato questa mattina per essere interrogato, ma avrebbe già deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. La prossima settimana dovrebbero essere invece ascoltati Guido Bertolaso e Antonio Di Pietro. Entrambi chiamati a fornire spiegazioni sulle case in affitto che avrebbero avuto nella propria disponibilità, così come è stato rivelato dall'architetto Angelo Zampolini, che era stato delegato a compiere operazioni immobiliari. Il professionista ha dichiarato di aver pagato, per conto di Diego Anemone, il canone mensile dell'appartamento di via Giulia utilizzato dal capo della Protezione civile dal 2003 al 2006. E ha svelato l'esistenza di altre due abitazioni della congregazione Propaganda Fide che Di Pietro avrebbe ottenuto in affitto grazie all'interessamento di Angelo Balducci. Dimore che sarebbero state tutte ristrutturate dalle aziende dell'imprenditore finito sotto inchiesta. Nei giorni scorsi è stato ascoltato il fratello del costruttore, Daniele, che custodiva nel suo computer presso la sede della Anemone Costruzione la lista ritrovata durante una verifica fiscale. Ai finanzieri avrebbe detto che molti interventi annotati "erano in realtà sopralluoghi ai quali non si è poi dato seguito". Una versione che non appare affatto credibile. Più concreta appare l'ipotesi che si trattasse in realtà di favori e per questo i controlli si stanno concentrando sulle ristrutturazioni concesse ai politici, ai funzionari dello Stato e agli enti pubblici che avrebbero poi agevolato le ditte di Anemone nell'aggiudicazione degli appalti. E dunque, proprio per verificare la corrispondenza tra fatture emesse e pagamenti, sono stati acquisiti tutti i contratti stipulati con i fornitori. Mattonelle, parquet, sanitari: sono proprio gli accertamenti sugli ordinativi del materiale utilizzato per i lavori negli appartamenti a dimostrare che in molti casi nulla è stato versato dai committenti. Oppure che la cifra richiesta fosse di gran lunga inferiore al valore reale dei lavori effettuati.

GLI AFFARI CON I PRELATI - Controlli mirati sono stati disposti dai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi pure sui rapporti tra il costruttore e Propaganda Fide, certamente favoriti da Angelo Balducci che era uno dei componenti del comitato dei saggi della Congregazione, nominato dal cardinale Crescenzio Sepe. Bisogna infatti verificare come sia riuscito a ottenere l'esclusiva della manutenzione degli stabili. Una traccia concreta è arrivata dal racconto dell'autista tunisino Ben Laid Hidri Fathi, il primo a raccontare che "Diego effettuava lavori per politici e prelati" e gli incontri "con monsignor Francesco Camaldo, dove lo accompagnavo spesso". Il nome del cerimoniere del Papa è contenuto nella lista accanto all'Università Cattolica San Giovanni. E nell'elenco ci sono molte altre annotazioni che si riferiscono a immobili del Vaticano. Oltre alla Congregazione del preziosissimo sangue dove economo era don Evaldo Biasini, ci sono la "Casa di santa Rita", "S. Agostino", alcune chiese, "via 4 fontane, prete", "Ancona, Duomo". Il sospetto degli investigatori è che nei rapporti con la Santa Sede Anemone si facesse pagare soltanto una piccola parte della cifra e che poi si tenesse il resto come provvista in contanti da utilizzare al momento del bisogno, anche per versare tangenti.

Fiorenza Sarzanini

04 giugno 2010

 

 

 

2010-06-03

L’inchiesta - L’attuale vertice della curia di Napoli nel 2004 gestiva gli immobili di Propaganda Fide. Il pm: il ministro avrebbe pagato un quarto del prezzo

Il vescovo e il palazzo

"svenduto" a Lunardi

Parla Zampolini: Sepe convinto da Balducci. "Un altro monsignore diede le case a Di Pietro"

L’inchiesta - L’attuale vertice della curia di Napoli nel 2004 gestiva gli immobili di Propaganda Fide. Il pm: il ministro avrebbe pagato un quarto del prezzo

Il vescovo e il palazzo

"svenduto" a Lunardi

Parla Zampolini: Sepe convinto da Balducci. "Un altro monsignore diede le case a Di Pietro"

Il cardinale Sepe (Ansa)

Il cardinale Sepe (Ansa)

ROMA — C’è un monsignore che gestiva le case in affitto per conto della congregazione Propaganda Fide ed era in contatto con Angelo Balducci e Diego Anemone. A parlare di lui davanti ai magistrati di Perugia è stato l’architetto Angelo Zampolini, al quale i due avevano affidato il compito di curare le operazioni immobiliari. "Si occupava delle assegnazioni, mentre i contratti di vendita erano firmati dal cardinale Crescenzio Sepe. Nel 2004 fu proprio lui a cedere all’allora ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi il palazzo di via dei Prefetti", ha raccontato. Uno stabile che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato acquistato a un quarto del suo valore effettivo. Un "favore" che l’alto prelato—attualmente arcivescovo di Napoli — avrebbe fatto anche su pressione dello stesso Balducci, da lui stesso inserito nel comitato dei saggi dell’istituto religioso. Lunardi ha sempre smentito di aver ottenuto sconti o trattamenti privilegiati, ma su quell’acquisto si continua a indagare visto che fu proprio Zampolini a curare la trattativa.

I prelati e gli affitti

L’inchiesta sulla gestione degli appalti per "Grandi Eventi" continua dunque a puntare verso il Vaticano. Perché è proprio da Propaganda Fide che politici e potenti funzionari statali avrebbero ottenuto appartamenti a prezzi stracciati. Dimore che Diego Anemone provvedeva poi a ristrutturare, come risulta anche dalla lista dei clienti trovata dalla Guardia di Finanza nel computer di una delle sue aziende. In quell’elenco ci sono pure gli stabili di via della Vite e di via Quattro Fontane, lì dove, racconta l’architetto, "Antonio Di Pietro prese due appartamenti". Nel primo c’era la sede del giornale dell’Italia dei Valori e ora si sta accertando se, come emerge dai primi accertamenti, il canone versato fosse inferiore a quello dichiarato nei documenti ufficiali. Nell’altro vive il tesoriere del partito Silvana Mura. In calce al suo contratto c’è la firma di monsignor Francesco Di Muzio, capo dell’ufficio amministrativo della Congregazione. Potrebbe essere proprio lui il prelato cui ha fatto riferimento Zampolini, ma gli inquirenti vogliono verificare anche il ruolo avuto in questo tipo di trattative da monsignor Massimo Cenci, nominato proprio da Sepe sottosegretario e dunque delegato alla gestione del patrimonio da affidare in locazione.

La manutenzione delle case

Sono numerosi i contratti che Guardia di Finanza e carabinieri del Ros stanno esaminando per ricostruire la mappa dei favori concessi da Anemone e Balducci attraverso gli amici della Santa Sede. Del resto Zampolini racconta che "anche Di Pietro chiedeva al Provveditore di essere introdotto in Vaticano e so che lui andò via dal ministero proprio perché diceva di essere pressato su questo". Il leader dell’Idv è stato già interrogato come testimone nei giorni scorsi ed è possibile che venga ascoltato nuovamente quando saranno terminate le verifiche su quanto è emerso sino ad ora. Oltre alle dichiarazioni rilasciate da Zampolini, nelle sedi delle imprese di Anemone sono stati infatti acquisiti tutti i contratti ottenuti per la manutenzione degli stabili e uno degli incarichi più remunerativi era certamente quello assegnato al giovane imprenditore da Propaganda Fide. Le buone entrature di Balducci presso la Santa Sede sono note e dimostrate anche dal fatto che fosse stato nominato Gentiluomo di Sua Santità. A raccontare che anche Anemone era ben introdotto negli stessi ambienti è stato invece il suo ex autista, il tunisino Laid Ben Hidri Fathi, quando ha rivelato che "lui si occupava delle ristrutturazioni delle case di politici e prelati ed ero io ad accompagnarlo da monsignor Francesco Camaldo". L’incrocio delle testimonianze rilasciate da Fathi e da Zampolini ha consentito ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi di ricostruire le operazioni immobiliari che entrambi hanno gestito. A Fathi era stato infatti affidato il compito di prelevare i contanti sui conti correnti di Anemone che venivano poi consegnati a Zampolini e trasformati in assegni circolari. Titoli utilizzati per acquistare appartamenti per l’ex ministro Claudio Scajola, per il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru e per il genero del manager delle Infrastrutture Ercole Incalza.

I nuovi conti

L’esame dei depositi bancari affidati dall’imprenditore ad alcuni prestanome — tra gli altri il suo commercialista Stefano Gazzani e la segretaria Alida Lucci — avrebbe già portato la Guardia di Finanza sulle tracce di altri "favori" concessi a chi poteva agevolare Anemone nell’assegnazione degli appalti. Le verifiche effettuate avrebbero infatti consentito di accertare il percorso dei soldi e la destinazione finale, in alcuni casi estera. In attesa di fissare l’interrogatorio dell’ex ministro Claudio Scajola, i magistrati si stanno concentrando sulla ricostruzione degli altri contratti per legare ogni "favore" concesso da Anemone alla contropartita poi ricevuta.

Fiorenza Sarzanini

03 giugno 2010

 

 

 

Di Pietro contro Zampolini: dice il falso

L'ex pm sul suo blog: voglio essere sentito dai giudici. Prodi, Rutelli e Veltroni annunciano querela

Il caso

Di Pietro contro Zampolini: dice il falso

L'ex pm sul suo blog: voglio essere sentito dai giudici. Prodi, Rutelli e Veltroni annunciano querela

Antonio Di Pietro (LaPresse)

Antonio Di Pietro (LaPresse)

ROMA — "Non ho mai avuto né in affitto, né in vendita, né in comodato d'uso alcun immobile né da Anemone né da Propaganda Fide". Quando ormai è quasi ora di cena Antonio Di Pietro affida a cinque né ed un lungo messaggio sul blog la sua versione dei fatti. L'architetto Angelo Zampolini ha detto ai magistrati di Perugia che Angelo Balducci fece avere all'ex pm di Mani pulite due appartamenti romani di proprietà dell'istituto religioso Propaganda Fide. "Non è proprio vero quanto affermato da questo signore — scrive Di Pietro sul suo sito internet — al quale evidentemente qualcuno ha propinato false informazioni, per mettere tutti nello stesso calderone". E poi attacca "depistatori e professionisti della disinformazione" che "insisteranno nei prossimi giorni nel malcelato tentativo di fare di tutta un'erba un fascio". Il leader dell'Italia dei valori ha chiesto ai magistrati perugini di essere "sentito immediatamente" per fornire le prove che, a suo giudizio, dimostrano la sua "totale estraneità alla vicenda". Ma in attesa di essere ascoltato nuovamente in procura arricchisce il suo lungo intervento su internet, scritto dalla sua Montenero di Bisaccia, con alcuni documenti.

Scrive Di Pietro che l'appartamento di via della Vite 3, vicino a piazza di Spagna, "non è mai stato nella disponibilità dell'Italia dei valori". L'immobile venne affittato da Propaganda Fide alla società editrice Mediterranea srl, che pubblica diverse riviste, tra cui in passato anche quella del partito dell'ex pm. Per la casa di via delle Quattro Fontane, invece, Di Pietro premette di "non voler entrare nel merito circa l'opportunità o meno di prendere in affitto dai preti un appartamento anche se non credo sia una scandalo". Ed è poi lui stesso a raccontare che, all'inizio, la casa era destinata alla figlia Anna e che quando questa decise di andare a studiare a Milano, venne assegnata al tesoriere del suo partito, Silvana Mura. È l'occasione per infilare un'altra serie di né: "Né io, né Mura né tanto meno mia figlia abbiamo mai avuto a che fare con il signor Anemone, persona che nessuno di noi conosce". Nel suo blog Di Pietro non parla solo di affitti e contratti. Ma tratta l'argomento anche da un punto di vista politico. Zampolini ha detto ai magistrati che "Balducci se ne era andato perché pressato dalla richieste del ministro che voleva essere introdotto in Vaticano".

E Di Pietro ripete che invece è stato proprio lui a cacciare l'allora presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci perché "in Italia, in tema di grandi lavori pubblici, non si muove foglia che il Consiglio superiore non voglia". Di Pietro la racconta così: "Quando arrivai al ministero l'ho subito spostato e con me al ministero non ha mai svolto alcuna attività lavorativa". Anzi. Scrive l'ex pm di Mani pulite di essersi "opposto in modo fermo e risoluto alle modalità con cui venne istituita la missione" per la celebrazione dell'unità d'Italia "ed anche al modo poco trasparente con cui venivano realizzati gli appalti". Per questo tra i documenti allegati c'è una lettera inviata al presidente del consiglio ed ai suoi colleghi ministri: "Ci stiamo avviando verso macroscopiche violazioni di legge e questo non può essere accettato se riscontrato". L'architetto Zampolini non ha parlato solo di Di Pietro ( e di Bertolaso). Ma ha tirato in ballo pure altri politici sostenendo che nei lavori per il G8 alla Maddalena e per le celebrazioni dell'unità d'Italia "io fui estromesso mentre lavoravano quelli indicati da Prodi, Veltroni e Rutelli". I diretti interessati annunciano querela: "Il signor Zampolini spara nel mucchio — ribatte Romano Prodi — sapendo benissimo che non ho mai indicato alcun nome". Francesco Rutelli si lamenta del fatto che i "calunniatori finiscono sui giornali ma raramente i calunniati si vedono risarciti tempestivamente". Mentre Walter Veltroni parla di "affermazioni deliranti" perché "non mi sono mai occupato di queste cose".

Lorenzo Salvia

03 giugno 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2010-06-02

"Non dico chi è il proprietario per non esporlo alla macelleria mediatica"

Bertolaso: "La casa di via Giulia?

Prestata da un amico. Non è Anemone"

Il sottosegretario smentisce l'architetto Zampolini. "Ho già chiesto ai giudici di essere ascoltato al più presto"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

La casa di Bertolaso, Zampolini accusa (2 giugno 2010)

"Non dico chi è il proprietario per non esporlo alla macelleria mediatica"

Bertolaso: "La casa di via Giulia?

Prestata da un amico. Non è Anemone"

Il sottosegretario smentisce l'architetto Zampolini. "Ho già chiesto ai giudici di essere ascoltato al più presto"

Guido Bertolaso (Ansa)

Guido Bertolaso (Ansa)

ROMA - L'appartamento di via Giulia "mi venne messo a disposizioni gratuitamente da un mio amico personale che, come ho già detto, non era Diego Anemone". Lo ha spiegato il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, replicando alle parole dell'architetto Zampolini che ai magistrati di Perugia avrebbe detto di aver pagato lui l'affitto al capo della Protezione Civile. Bertolaso "esclude" anche che quell'immobile quando lui vi andò nel 2003 fosse stato appena ristrutturato e ribadisce "di non aver mai conosciuto l'architetto Zampolini". "Ho già chiesto ai magistrati - ha detto il sottosegretario - di poter essere ascoltato su questa e le altre vicende che mi riguardano appena possibile".

"AMICO PERSONALE" - "Non posso che riconfermare quanto comunicato al momento dell'uscita della cosiddetta lista Anemone - ha aggiunto parlando con i cronisti - e ribadisco che mi sono avvalso di un appartamento a via Giulia a Roma, per un breve periodo, verso la fine del 2003 ben prima quindi di qualsiasi rapporto di lavoro, ancorché indiretto con l'impresa Anemone". Un appartamento, ha evidenziato Bertolaso, che "mi venne messo a disposizione gratuitamente da un mio amico personale che, come ho già detto non era Diego Anemone". Il capo della Protezione Civile ha poi escluso che l'appartamento "fosse stato appena ristrutturato" e ha detto "di non ricordare di aver mai conosciuto l'architetto Zampolini".

"MACELLERIA MEDIATICA" - Bertolaso non ha voluto fare il nome dell'amico che gli ha prestato l'appartamento "per non esporlo alla macelleria mediatica in atto", tuttavia, ha sottolineato, "ho già chiesto ai magistrati di Perugia di poter essere ascoltato su questa e sulle altre vicende che mi riguardano appena possibile". "In quella sede - ha precisato - fornirò tutti gli elementi necessari a sgomberare definitivamente il campo da tali illazioni e confermerò ai magistrati anche l'immediata disponibilità della persona che mi ha prestato l'appartamento di via Giulia a fornire tutti i chiarimenti del caso".

"VOGLIONO DISTRUGGERE TUTTO QUESTO" - Non solo. Secondo Bertolaso, che oggi ha preso parte alle celebrazioni per la Festa della Repubblica, le inchieste che lo vedono in qualche modo coinvolto sarebbero un pretesto per colpire la Protezione civile nel suo complesso. "Vogliono distruggere tutto questo" ha detto ad alcuni interlocutori sul palco delle autorità durante la parata militare ai Fori Imperiali. "Vogliono distruggere il lavoro di anni" ha aggiunto. . Al termine della parata, dopo una lunga chiacchierata con il suo vice, il prefetto Franco Gabrielli, Bertolaso ha lasciato il palco senza ulteriori commenti. "Quello che avevo da dire - ha sottolineato - l'ho detto nel comunicato". Lungo via dei Fori Imperiali il capo della Protezione Civile è stato più volte fermato da cittadini che gli hanno stretto la mano e fatto i complimenti per il lavoro svolto.

Redazione online

02 giugno 2010

 

 

"Non dico chi è il proprietario per non esporlo alla macelleria mediatica"

Bertolaso: "La casa di via Giulia?

Prestata da un amico. Non è Anemone"

Il sottosegretario smentisce l'architetto Zampolini. "Ho già chiesto ai giudici di essere ascoltato al più presto"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

La casa di Bertolaso, Zampolini accusa (2 giugno 2010)

"Non dico chi è il proprietario per non esporlo alla macelleria mediatica"

Bertolaso: "La casa di via Giulia?

Prestata da un amico. Non è Anemone"

Il sottosegretario smentisce l'architetto Zampolini. "Ho già chiesto ai giudici di essere ascoltato al più presto"

Guido Bertolaso (Ansa)

Guido Bertolaso (Ansa)

ROMA - L'appartamento di via Giulia "mi venne messo a disposizioni gratuitamente da un mio amico personale che, come ho già detto, non era Diego Anemone". Lo ha spiegato il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, replicando alle parole dell'architetto Zampolini che ai magistrati di Perugia avrebbe detto di aver pagato lui l'affitto al capo della Protezione Civile. Bertolaso "esclude" anche che quell'immobile quando lui vi andò nel 2003 fosse stato appena ristrutturato e ribadisce "di non aver mai conosciuto l'architetto Zampolini". "Ho già chiesto ai magistrati - ha detto il sottosegretario - di poter essere ascoltato su questa e le altre vicende che mi riguardano appena possibile".

"AMICO PERSONALE" - "Non posso che riconfermare quanto comunicato al momento dell'uscita della cosiddetta lista Anemone - ha aggiunto parlando con i cronisti - e ribadisco che mi sono avvalso di un appartamento a via Giulia a Roma, per un breve periodo, verso la fine del 2003 ben prima quindi di qualsiasi rapporto di lavoro, ancorché indiretto con l'impresa Anemone". Un appartamento, ha evidenziato Bertolaso, che "mi venne messo a disposizione gratuitamente da un mio amico personale che, come ho già detto non era Diego Anemone". Il capo della Protezione Civile ha poi escluso che l'appartamento "fosse stato appena ristrutturato" e ha detto "di non ricordare di aver mai conosciuto l'architetto Zampolini".

"MACELLERIA MEDIATICA" - Bertolaso non ha voluto fare il nome dell'amico che gli ha prestato l'appartamento "per non esporlo alla macelleria mediatica in atto", tuttavia, ha sottolineato, "ho già chiesto ai magistrati di Perugia di poter essere ascoltato su questa e sulle altre vicende che mi riguardano appena possibile". "In quella sede - ha precisato - fornirò tutti gli elementi necessari a sgomberare definitivamente il campo da tali illazioni e confermerò ai magistrati anche l'immediata disponibilità della persona che mi ha prestato l'appartamento di via Giulia a fornire tutti i chiarimenti del caso".

"VOGLIONO DISTRUGGERE TUTTO QUESTO" - Non solo. Secondo Bertolaso, che oggi ha preso parte alle celebrazioni per la Festa della Repubblica, le inchieste che lo vedono in qualche modo coinvolto sarebbero un pretesto per colpire la Protezione civile nel suo complesso. "Vogliono distruggere tutto questo" ha detto ad alcuni interlocutori sul palco delle autorità durante la parata militare ai Fori Imperiali. "Vogliono distruggere il lavoro di anni" ha aggiunto. . Al termine della parata, dopo una lunga chiacchierata con il suo vice, il prefetto Franco Gabrielli, Bertolaso ha lasciato il palco senza ulteriori commenti. "Quello che avevo da dire - ha sottolineato - l'ho detto nel comunicato". Durante la parata, al passaggio della delegazione della Protezione civile, a lungo applaudito da molti dei presenti al banco delle autorità, il sottosegretario Gianni Letta si è alzato dal suo posto ed è andato ad abbracciare Bertolaso, seduto poco lontano da lui. Al suo arrivo, lungo via dei Fori Imperiali, Bertolaso era stato più volte fermato da cittadini che gli hanno stretto la mano e fatto i complimenti per il lavoro svolto.

VELTRONI - Sulle dichiarazioni di Zampolini dice la sua anche l'ex leader del Pd Walter Veltroni: "Qualche giornale pubblica oggi stralci dell'interrogatorio di un architetto - Zampolini - legato alla vicenda Anemone. A un certo punto questo signore chiama in causa Prodi, Rutelli, e il sottoscritto, come suggeritori di "architetti che hanno lavorato al G8 alla Maddalena". Ho già dato incarico di sporgere querela nei confronti di questo signore, per grave calunnia e con richiesta di risarcimento danni che devolverò interamente per iniziative di solidarietà". Veltroni poi aggiunge che si tratta di "affermazioni deliranti: non so di che cosa si stia parlando, e non mi sono mai occupato di queste cose".

PRODI - Adirà vie legali anche l'ex premier Romano Prodi. "Il signor Zampolini spara nel mucchio sapendo benissimo che non ho mai indicato alcun nome per la realizzazione delle costruzioni del G8 alla Maddalena. Evidentemente spera di poter dimostrare che siamo tutti eguali. Ma poichè non è così, ho dato mandato ai miei avvocati di adire alle vie legali". È quanto afferma in una nota l'ex presidente del Consiglio.

Redazione online

02 giugno 2010

La casa di Bertolaso, Zampolini accusa

"Pagava Anemone. Alloggi a Di Pietro. Lavori a chi era indicato da Prodi, Veltroni, Rutelli"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Bertolaso: "La casa di via Giulia? Prestata da un amico. Che non è Anemone" (2 giugno 2010)

*

L’autista di Anemone accusa Zampolini: venti versamenti sospetti (19 maggio 2010)

*

Appalti, si muovono le Fiamme gialle Acquisita la "lista Anemone" (18 maggio 2010)

L’inchiesta - I verbali

La casa di Bertolaso, Zampolini accusa

"Pagava Anemone. Alloggi a Di Pietro. Lavori a chi era indicato da Prodi, Veltroni, Rutelli"

Antonio Di Pietro (LaPresse)

Antonio Di Pietro (LaPresse)

ROMA —"L’affitto della casa di via Giulia di Guido Bertolaso l’ho versato io per conto di Diego Anemone. Era un piccola casa, Diego mi dava i soldi in contanti che io portavo al proprietario. Aveva anche provveduto a ristrutturarla". È il 18 maggio. Di fronte ai magistrati di Perugia parla l’architetto Angelo Zampolini. Conferma i sospetti degli inquirenti. E smentisce la versione fornita dal capo della Protezione civile che aveva negato fosse stato il costruttore a mettergli a disposizione quell’appartamento. Poi gli viene chiesto se sappia che tipo di rapporti c’erano tra l’ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro e Angelo Balducci. Zampolini glissa. Ma quattro giorni dopo chiede di essere nuovamente interrogato. E rivela: "Io so che Balducci fece avere al ministro due case in affitto a Roma attraverso la congregazione Propaganda Fide. La prima era in via della Vite ed è stata per un periodo una delle sedi dell’Italia dei Valori. L’altra era in via delle Quattro Fontane, credo fosse per la figlia. Anche in questo caso Anemone si occupò della ristrutturazione". Replica Di Pietro: "Escludo di aver preso quegli appartamenti, chiederò agli inquirenti di saperne di più". L’architetto Zampolini, che si era occupato dell’acquisto delle case per l’ex ministro Claudio Scajola, per il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru e per il manager delle Infrastrutture Ercole Incalza — pagate in parte con i soldi di Anemone — conferma dunque la sua volontà di collaborare con i pubblici ministeri che indagano sugli appalti per i "Grandi Eventi". I carabinieri del Ros e la Guardia di Finanza stanno adesso verificando ogni dettaglio, compresi quelli che riguardano la scelta degli architetti per i lavori del G8 a La Maddalena e per le celebrazioni dell’Unità d’Italia. "Io fui estromesso, mentre lavoravano quelli indicati da Prodi, Veltroni e Rutelli", ha raccontato Zampolini.

L’affitto per Bertolaso e il ritardo dei pagamenti

Il riferimento a un appartamento di Bertolaso del quale si ignorava l’esistenza, viene rintracciato nella "lista Anemone". Accanto al cognome ci sono due indirizzi: quello di via Bellotti Bon, dove risiede con la famiglia, e quello in via Giulia. Poche ore dopo la pubblicazione dell’elenco, il Dipartimento della Protezione civile dirama un comunicato per affermare che "né lui né i suoi familiari possiedono alcun immobile in quella zona del centro della città. Per un breve periodo Bertolaso ha potuto utilizzare un appartamento in Via Giulia, posto nelle sue disponibilità da un amico — che non era il costruttore Anemone — e non ha mai notato nella sua permanenza attività di ristrutturazione, né di altre opere edili, che comunque non sarebbero state di sua competenza o responsabilità". A smentire questa versione ci pensa Zampolini. "L’amico — dichiara a verbale il 18 maggio — è proprio Anemone. Fu lui a incaricarmi di pagare l’affitto, 1.500 euro sempre in contanti. Ricordo che una volta c’era un ritardo di circa sei mesi e versai i soldi tutti insieme. Anemone si occupò anche della ristrutturazione dell’appartamento". Di tutto questo Bertolaso non aveva fatto alcun cenno durante l’interrogatorio del 12 aprile scorso, quando era stato convocato con il difensore perché indagato di corruzione. E aveva omesso di parlare anche dell’incarico ottenuto da sua moglie Gloria Piermarini per la ristrutturazione dei giardini del Salaria Sport Village, il circolo che Anemone aveva in società con il figlio di Angelo Balducci. Contratti sui quali sono stati disposti nuovi accertamenti.

Le case per il leader dell’Italia dei Valori

Quando l’interrogatorio sta per terminare i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavernesi chiedono a Zampolini se sia a conoscenza del tipo di rapporto che c’era fra Balducci e Di Pietro, quando quest’ultimo guidava le Infrastrutture. Il leader dell’Italia dei Valori è già stato ascoltato a Firenze come testimone, ha affermato di aver cacciato l’alto funzionario. Di fronte agli investigatori e al suo legale Grazia Volo, l’architetto tace. Ma il 22 maggio chiede di essere nuovamente sentito. E rivela: "Non è vero che Di Pietro ha cacciato Balducci, fu lui ad andare via perché era pressato dalle richieste del ministro che voleva essere introdotto in Vaticano. Io so che proprio Balducci gli fece avere in affitto due case di proprietà della congregazione Propaganda Fide. La prima si trova in via della Vite, nello stesso palazzo dove abita la giornalista Cesara Buonamici. Anemone si occupò della ristrutturazione e poi l’appartamento fu utilizzato come sede dell’Italia dei Valori. Non so se ha mai pagato l’affitto, comunque si trattava di una cifra molto bassa". Zampolini va avanti: "Mi risulta che Di Pietro chiese anche un’altra abitazione, era per la figlia. Si trova in via Quattro Fontane e ricordo che Anemone, oppure uno dei suoi collaboratori, mi disse che stavano facendo dei lavori di ristrutturazione per il ministro". L’architetto chiarisce che fu proprio lui a firmare alcune Dia, le "dichiarazioni di inizio lavori", poi depositate presso il Comune di Roma "anche se non ero sempre io ad occuparmene davvero".

L’Auditorium di Isernia per avere il via libera

Secondo l’architetto, Di Pietro quando era al governo "osteggiava gli appalti che erano stati programmati per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Erano lavori fortemente voluti da Romano Prodi e da Francesco Rutelli, mentre lui era contrario. Si convinse soltanto quando nel programma dei lavori fu inserito l’Auditorium di Isernia, per il quale erano stanziati oltre 20 milioni di euro. Appena fu approvato il progetto lui concesse il via libera anche a tutte le altre opere". Il 18 maggio, quando è stato interrogato dai pubblici ministeri di Firenze e Perugia, Di Pietro ha affermato di essere "un teste dell’accusa" e poi ha chiarito di non aver "mai ritenuto affidabili né Balducci, né Pietro Rinaldi", poi diventato commissario per i Mondiali di Nuoto e tuttora indagato per corruzione proprio perché accusato di aver accettato soldi e favori da Anemone. Una versione che Zampolini ha negato.

I progetti per La Maddalena

Durante il suo interrogatorio di dieci giorni fa, Zampolini si è soffermato sulle dinamiche del "sistema" messo in piedi per la gestione dei lavori e ha affermato che "durante il governo Prodi i miei progetti in vista del G8 a La Maddalena e delle opere per le celebrazioni dell’Unità d’Italia furono scartati perché venivano privilegiati altri". In particolare ha fatto due nomi. "Quelli che lavoravano erano Stefano Boeri, che era amico di Prodi e Rutelli. E l’architetto Napoletano che era amico di Walter Veltroni". Si tratta probabilmente del professionista che si è occupato anche della ristrutturazione del loft con vista sul Circo Massimo che è stato la prima sede del Partito democratico. Il nome di Boeri compare nelle carte processuali. Annotano i carabinieri del Ros: "Nella tarda serata del 31 luglio 2008 l’architetto Marco Casamonti riferisce al collega Stefano Boeri, cui è stata affidata la progettazione generale delle opere del G8 alla Maddalena, che la Giafi Costruzioni (Carducci Valerio), aggiudicataria di una di queste opere (un albergo) gli ha chiesto di predisporre la progettazione di una spa avendo verificato che il progetto predisposto dal tecnico incaricato, architetto Giovanni Facchini, è assolutamente carente... "Ti telefonavo per questo... mi ha chiamato una delle ditte che ha vinto le gare al G8... alla Maddalena... che sono quelli che han fatto con noi... sai... il concorso dell’Auditorium di Firenze. E devo venire alla Maddalena... ci hanno dato l’incarico di fargli una specie di spa per l’albergo... ma questo albergo pare che l’abbia progettato un certo Facchini... un nome così... e dice che è una cosa orrenda... ma tu l’hai visto questo progetto dell’albergo? Ma è veramente così brutto?". Boeri, dopo aver confermato che l’impresa Giafi Costruzioni è in difficoltà per l’esecuzione dei lavori a causa delle riscontrate carenze progettuali, comunica a Casamonti che provvederà ad organizzargli un incontro con l’ingegner Angelo Balducci che coordina l’intera attività edificatoria".

Fiorenza Sarzanini

02 giugno 2010

 

 

 

 

LE REAZIONI ALL'INTERROGATORIO DELL'ARCHITETTO

Appalti G8, Prodi querela Zampolini

"Spara nel mucchio, mai indicato nomi"

L'ex presidente del Consiglio: "Spera di poter dimostrare che siamo tutti eguali. Ma non è così"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

La casa di Bertolaso, nuove accuse (2 giugno 2010)

*

La replica: "È macelleria mediatica" (2 giugno 2010)

LE REAZIONI ALL'INTERROGATORIO DELL'ARCHITETTO

Appalti G8, Prodi querela Zampolini

"Spara nel mucchio, mai indicato nomi"

L'ex presidente del Consiglio: "Spera di poter dimostrare che siamo tutti eguali. Ma non è così"

Romano Prodi

Romano Prodi

ROMA - "Il signor Zampolini spara nel mucchio sapendo benissimo che non ho mai indicato alcun nome per la realizzazione delle costruzioni del G8 alla Maddalena. Evidentemente spera di poter dimostrare che siamo tutti eguali. Ma poiché non è così, ho dato mandato ai miei avvocati di adire alle vie legali". È quanto afferma in una nota l'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi.

L'INTERROGATORIO - La decisione arriva dopo le ricostruzioni dell'interrogatorio tenuto dall'architetto il 18 maggio di fronte ai magistrati di Perugia. Zampolini ha affermato ai pm che "durante il governo Prodi i miei progetti in vista del G8 a La Maddalena e delle opere per le celebrazioni dell'Unità d'Italia furono scartati perché venivano privilegiati altri".

Redazione online

02 giugno 2010

 

 

 

2010-05-27

introiti dal mercato italiano: evasi 112 milioni di euro

Scoperta maxi-evasione nel Comasco

Denunciato l'amministratore di due società con sede in Svizzera operanti nel commercio all'ingrosso di tessuti

introiti dal mercato italiano: evasi 112 milioni di euro

Scoperta maxi-evasione nel Comasco

Denunciato l'amministratore di due società con sede in Svizzera operanti nel commercio all'ingrosso di tessuti

MILANO - Un'evasione di oltre 112 milioni di euro è stata scoperta dai militari della Guardia di Finanza di Olgiate Comasco al termine di verifiche fiscali condotte nei confronti di due società con sede in Svizzera, operanti nel commercio all'ingrosso di tessuti e abbigliamento.

DENUNCIATO L'AMMINISTRATORE UNICO - L'amministratore unico delle due società è stato denunciato alla magistratura comasca per l'omessa dichiarazione di redditi prodotti in Italia. Le società - informa una nota - di fatto traevano dal mercato italiano la maggior parte dei propri introiti operando attraverso un proprio direttore commerciale che costantemente si recava in Italia al fine di acquisire ordinativi da molteplici aziende con sedi in diverse province, tra cui Roma, Napoli, Parma, Torino, Piacenza, Bergamo e Rimini. Nel frattempo il direttore delle società, residente in Italia, espletava sul territorio nazionale funzioni amministrative/gestionali tra cui lo sdoganamento della merce venduta, il trasporto al cliente finale ed i rapporti con le banche.

LE INDAGINI - Le attività ispettive sono iniziate una segnalazione di un altro Reparto del Corpo, cui è seguita un'attività d'intelligence posta in essere attraverso il raccordo informativo con organismi esteri, la consultazione di banche dati e le verifiche sugli apparecchi telepass montati sulle autovetture riconducibili alle società elvetiche ed utilizzate dal responsabile commerciale, ha fornito tutti i passaggi ai caselli autostradali nazionali. Ciò, oltre ad altri riscontri, ha permesso di rilevare una presenza "abituale" del direttore nel territorio italiano al punto da attribuirgli la figura di "stabile organizzazione personale" riconducibile alle società svizzere le quali, di conseguenza, in base alla normativa fiscale italiana, assumono l'obbligo di presentazione anche della dichiarazione dei redditi.

Redazione online

27 maggio 2010

 

 

 

 

2010-05-22

Controlli della Guardia di Finanza alla ricerca dei prestanome

Fisco, prime verifiche su lista Falciani

Ci sono società, avvocati e diplomatici

Anche operatori della moda e commercialisti nell'elenco di presunti evasori sottratto dall'ex dipendente della Hsbc

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Conti esteri, task force in ambasciata di M. Sensini (15 aprile 2010)

*

Falciani, la talpa fuggita a Beirut che adesso fa tremare gli evasori di F. Fubini (14 aprile 2010)

*

Nel mirino 10 mila conti in Svizzera di M. Sensini (14 aprile 2010)

*

Il furto delle informazioni bancarie di M. Gaggi (13 marzo 2010)

*

La lista del bancario-talpa che fa litigare Berna e Parigi di F. Fubini (22 dicembre 2009)

Controlli della Guardia di Finanza alla ricerca dei prestanome

Fisco, prime verifiche su lista Falciani

Ci sono società, avvocati e diplomatici

Anche operatori della moda e commercialisti nell'elenco di presunti evasori sottratto dall'ex dipendente della Hsbc

Hervé Falciani (Ansa)

Hervé Falciani (Ansa)

MILANO - Prime verifiche e prime indiscrezioni sulla cosiddetta "lista Falciani", l'elenco di correntisti italiani sospettati di evasione fiscale che faceva parte del faldone sottratto dall'ex dipendente Hervé Falciani alla divisione svizzera di Hsbc. La parte italiana della lista è stata consegnata nei giorni scorsi alla Guardia di Finanza. Le società cui si riferiscono i settemila nomi contenuti nel faldone sarebbero circa quattrocento. Dell'elenco, farebbero parte poi professionisti, avvocati e commercialisti, ma anche operatori nel mondo delle confezioni e della moda. Nella lista ci sarebbero anche nomi di alcuni diplomatici che lavorano per Paesi stranieri.

CONTROLLI SU IPOTETICI PRESTANOME - L'attività di controlli e verifiche sui nomi contenuti nel file, corredati da informazioni dettagliate, si sta svolgendo nel massimo riserbo. Le Fiamme gialle sono anche impegnate a verificare nomi di moglie o parenti che potrebbero aver fatto da prestanome. (Fonte Adnkronos)

23 maggio 2010

 

 

 

 

 

 

2010-05-22

"Come è possibile rimanere integri, anche fisicamente?"

Bondi scrive a Napolitano e Berlusconi

"Basta fango su di me, chiedo rispetto"

Il coordinatore del Pdl sul suo presunto coinvolgimento nell'inchiesta di Perugia: "Nessuna verifica delle notizie"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Bondi: "Nulla a che fare con i faccendieri" (9 maggio 2010)

*

Il cognato, Anemone e l'appalto per gli Uffizi all'ingegnere-coiffeur (9 maggio 2010)

"Come è possibile rimanere integri, anche fisicamente?"

Bondi scrive a Napolitano e Berlusconi

"Basta fango su di me, chiedo rispetto"

Il coordinatore del Pdl sul suo presunto coinvolgimento nell'inchiesta di Perugia: "Nessuna verifica delle notizie"

Sandro Bondi (Eidon)

Sandro Bondi (Eidon)

MILANO - "Non chiedo privilegi o immunità. Chiedo soltanto il rispetto della mia persona prima ancora che del mio ruolo politico e istituzionale. Mi domando e Vi domando: come può una persona tutelarsi da questo fango, da queste brutali insinuazioni? Come può una persona difendersi da accuse fatte circolare e continuamente alimentate dal circuito mediatico senza avere la possibilità di far valere i propri diritti di cittadino, esposto al pubblico ludibrio e alla disapprovazione morale e politica prima ancora che a qualsiasi verifica e esame giudiziario?". Con queste parole il coordinatore del Pdl Sandro Bondi si rivolge con una lettera aperta al capo dello Stato Giorgio Napolitano, al presidente del Senato Renato Schifani e al premier Silvio Berlusconi, per denunciare le notizie giornalistiche che lo chiamerebbero in causa nelle inchieste dei magistrati di Perugia.

"NESSUNA VERIFICA" - "Come è possibile rimanere integri, anche fisicamente, quando ogni giorno il proprio nome viene associato a ogni genere di supposizioni senza alcuna verifica e controllo di attendibilità delle stesse notizie che vengono propagate? Credo ancora in un libero giornalismo che contribuisca alla denuncia dei mali del Paese e degli eventuali reati compiuti anche dalla classe politica, attraverso però una scrupolosa e attenta indagine sulle fonti di informazioni e sul rispetto della persona, che è un valore tutelato dalla nostra Costituzione - sottolinea Bondi -. Io credo ancora in una giustizia che persegua i reati, quando vengono accertati, e punisca severamente i colpevoli, con tutte le garanzie previste dallo Stato di diritto. Così come credo ancora in una democrazia capace di emendarsi e di rinnovarsi senza ricorrere alla gogna mediatica, alla punizione anticipata e preventiva di coloro che hanno la disavventura di entrare nel tritacarne mediatico-giudiziario, senza neppure che si attenda il responso delle indagini e dei processi e senza addirittura sapere se esistano o meno procedimenti penali a carico della persona oggetto di tali gravi insinuazioni".

"GRAVI INGIUSTIZIE" - "Questo fenomeno e questo meccanismo - rileva il coordinatore del Pdl - lo abbiamo già visto all'opera, lo abbiamo già conosciuto nel passato, e sappiamo che non ha condotto a nessun autentico cambiamento della società italiana. Spesso ha condotto a gravi ingiustizie e a veri e propri drammi umani. Spero che ciò non si ripeta ancora, perché dimostrerebbe che il nostro Paese non è capace di rinnovarsi senza fuoriuscire dalle regole, senza passare attraverso la ricerca di capri espiatori, che non solo contrasta con il senso di giustizia, ma che alla fine si rivela un male peggiore di quello che si vorrebbe estirpare. Per queste ragioni mi sono rivolto a Voi, nella speranza che il mio caso, che è piccola cosa ma vive drammaticamente in me, possa suscitare qualche interrogativo prima che non sia troppo tardi".

Redazione online

22 maggio 2010

 

 

 

 

2010-05-21

"Ho già dato mandato ai miei legali di proteggere il mio buon nome"

Matteoli: mai avuto conti occulti

E Bondi: "Vivo in un Paese barbaro"

I due ministri smentiscono le notizie su disponibilità di denaro su conti esteri a loro riconducibili

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Berlusconi: "Saremo severi con chi ha sbagliato" (21 maggio 2010)

*

Il retroscena: una storia che non è finita di G. Fregonara

"Ho già dato mandato ai miei legali di proteggere il mio buon nome"

Matteoli: mai avuto conti occulti

E Bondi: "Vivo in un Paese barbaro"

I due ministri smentiscono le notizie su disponibilità di denaro su conti esteri a loro riconducibili

Il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli (Ansa)

Il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli (Ansa)

ROMA - "Non ho, nè mai ho avuto conti aperti nè disponibilità in banche estere, tantomeno in filiali di banche italiane operanti in Lussemburgo. Non possono dunque esistere operazioni bancarie direttamente o indirettamente a me riconducibili, ovvero a persone a me collegate". Lo afferma il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Altero Matteoli smentendo la notizia pubblicata oggi su alcuni quotidiani secondo la quale ci sarebbe un conto riconducibile al Ministro in una banca operante in Lussemburgo. "Quanto riportato da alcuni quotidiani è quindi assolutamente falso e calunnioso, specie per me che all'estero non ho mai messo piede in una banca. Ho già dato mandato al mio legale di proteggere il mio buon nome in ogni sede".

IL COLLABORATORE COINVOLTO - Il nome di Matteoli era comparso nell'ambito dell'inchiesta su "appaltopoli" (la gestione degli appalti per i grandi eventi) in relazione al coinvolgimento di un suo collaboratore, Ercole Incalza, capomissione delle Infrastrutture. Incalza secondo i magistrati perugini sarebbe stato indiretto destinatario di una serie di assegni circolari da 10mila euro l'uno, per un totale di 520mila euro, versati dall'architetto Angelo Zampolini, già coinvolto nella vicenda dell'acquisto di un appartamento da parte dell'ex ministro Claudio Scajola e collaboratore dell'imprenditore Diego Anemone, al centro dello scandalo.

BONDI: "PAESE BARBARO" - Anche il ministro Sandro Bondi, citato da alcuni quotidiani come persona coinvolta in movimenti sospetti di denaro all'estero, ha preso posizione: "Sapevo di vivere in un paese barbaro e incivile almeno per le persone oneste, ma non fino a questo punto". "Apprendo oggi su Libero - scrive Bondi in una nota - che il mio nome figurerebbe in una inchiesta su movimenti bancari transitati per una filiale di Unicredit a Lussemburgo. Si tratta di una notizia semplicemente comica. Purtroppo so bene che quando i fatti saranno accertati sarà sempre troppo tardi per rendere giustizia alla mia onestà. Comunque - conclude Bondi - in riferimento alle notizie riportate oggi sui quotidiani Libero e Il Fatto, gli autori delle calunnie ne risponderanno presto in tribunale".

LA DIFESA DEL PDL - In difesa di Matteoli si è schierato il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, che parla di attacchi "assurdi" legati a vicende "strampalate e fuori dalla realtà". Lucio Malan, senatore del Pdl, prende invece posizione a sostegno di Bondi, spiegando che "è vergognoso il fango che viene gettato su Sandro Bondi" perché "per le persone oneste come lui la vita è spesso difficile in Italia, specialmente in politica".

Redazione online

21 maggio 2010

 

 

 

 

Dichiarazione doppia. Che non smentisce

Berlusconi e Vespa sul caso Verdini-Scajola.

Ma l'ultima puntata non è stata ancora scritta

IL RETROSCENA

Dichiarazione doppia. Che non smentisce

Berlusconi e Vespa sul caso Verdini-Scajola.

Ma l'ultima puntata non è stata ancora scritta

ROMA – Dicono a Palazzo Chigi che Silvio Berlusconi vorrebbe tanto un passo indietro anche dal coordinatore di Forza Italia Denis Verdini, così come ha fatto Claudio Scajola, dimessosi da ministro dopo lo scandalo della casa comprata dalla "cricca". Dicono che sia preoccupato per le indagini, per i sondaggi e che voglia in ogni modo distinguere i destini del partito e del governo dalle sorti penali e dalle eventuali responsabilità dei suoi uomini coinvolti nelle inchieste del G8 (Verdini) e negli scandali degli appartamenti di Balducci e Anemone (Scajola). Finora Silvio Berlusconi lo ha detto e ridetto nei suoi incontri privati. E lo ha confermato anche a Bruno Vespa, l’altroieri, che lo interrogava per il suo prossimo libro: "Si tratta di casi personali e isolati e dagli ultimi sondaggi risulta che per l'opinione pubblica è chiaro che questi casi non hanno nulla a che vedere né con l'attività di governo né con quella del partito", ha spiegato riferendosi a Verdini e Scajola.

Nero su bianco nel libro, però, diventa una conferma ufficiale che Berlusconi vorrebbe "scaricare" i suoi due collaboratori, una dichiarazione politica, una condanna. E immediatamente il Cavaliere smentisce di aver fatto nomi. Vespa conferma di averli effettivamente fattti lui. Insomma una doppia precisazione che non smentisce granchè: a chi si sarebbe riferito altrimenti Berlusconi? Ed è un fatto che il Cavaliere non sia ancora riuscito a sostituire Scajola al ministero. Si era detto che non lo avesse perdonato, ma dopo l’intervista della moglie dell’ex ministro e un’affettuosa telefonata ha invitato Scajola a cena ad Arcore, quasi quattro ore di colloquio. Verdini per ora ha continuato a fare il suo lavoro di coordinatore, Berlusconi aveva pensato anche di fargli fare l’ambasciatore con Gianfranco Fini. Non sarà certo quella di oggi l’ultima puntata della vicenda.

Gianna Fregonara

20 maggio 2010

 

 

 

 

"nessuna indulgenza e impunità per chi ha sbagliato"

Berlusconi: "Appaltopoli? Casi personali che non riguardano governo e Pdl"

Sulle recenti inchieste: "No a isterie giustizialiste".

Il premier conferma la fiducia a Denis Verdini

"nessuna indulgenza e impunità per chi ha sbagliato"

Berlusconi: "Appaltopoli? Casi personali che non riguardano governo e Pdl"

Sulle recenti inchieste: "No a isterie giustizialiste".

Il premier conferma la fiducia a Denis Verdini

Silvio Berlusconi (Emblema)

Silvio Berlusconi (Emblema)

MILANO - "Si tratta di casi personali e isolati che nulla hanno a che vedere con l'attività del governo e del partito". Lo dice Silvio Berlusconi a Bruno Vespa che, per il libro Nel segno del Cavaliere, gli chiede di commentare le recenti inchieste sulla "cricca". Il presidente del Consiglio risponde: "Si tratta di casi personali e isolati e dagli ultimi sondaggi risulta che per l'opinione pubblica è chiaro che questi casi non hanno nulla a che vedere né con l'attivitá di governo né con quella del partito. Una cosa è certa: il Popolo della libertà non ha mai ricevuto finanziamenti illeciti da nessuno e semmai è stato il presidente del Consiglio a intervenire sulle finanze interne con mezzi propri".

L'EQUIVOCO E LA SMENTITA - Il punto è che questi "casi isolati" hanno anche un nome e un cognome. E quando le agenzie lanciano l'anteprima, nomi e cognomi sono quelli dell'ex ministro Claudio Scajola e del coordinatore Pdl Denis Verdini. Pochi minuti e arriva la precisazione del premier: "Mi dispiace che un banalissimo equivoco rischi di far nascere un caso che non esiste. Non ho mai pronunciato i nomi di Scajola e di Verdini, né altri nomi". E aggiunge: "Rispondendo a una domanda sull'ipotesi di una nuova Tangentopoli sollevata dai giornali ho risposto come avevo già fatto tante altre volte: "Assolutamente no, si tratta di casi isolati...'" I titoli non li faccio io e non ne posso rispondere". Quindi la nota ufficiale: "Il presidente del Pdl Silvio Berlusconi conferma la propria fiducia nell’onorevole Denis Verdini quale coordinatore nazionale del Popolo della Libertà".

"SEVERITÀ, NO ISTERIE" - Per quanto riguarda le altre risposte sulle quali non è servita una precisazione, Berlusconi dice che "la nostra linea, da quando siamo scesi in campo, è sempre la stessa: nessuna indulgenza e impunità per chi ha sbagliato". Berlusconi aggiunge però: "Non mi è piaciuta per nulla l'ennesima esibizione di isteria giustizialista, con la pubblicazione di centinaia di nomi di clienti di un'azienda presentati come se fossero tutti dei colpevoli. Non è gettando fango su degli innocenti che si fa giustizia. Se ci saranno uno, due, tre casi di comportamenti illegittimi saranno i magistrati ad accertarlo. E in questo caso ci sarà severità di giudizio e di decisione nei confronti di chi fa politica e ha responsabilità pubbliche".

VISIONE MORALE - "Il Popolo della Libertà - afferma Berlusconi - non ha mai ricevuto finanziamenti illeciti da nessuno e semmai è stato il presidente del Consiglio a intervenire sulle finanze interne con mezzi propri. In politica - rileva - penso di avere portato una nuova visione morale, che non è solo quella di non rubare per sé o per il partito, ci mancherebbe, ma è soprattutto quella di mantenere la parola data agli elettori realizzando gli impegni assunti con il programma elettorale. Su questo, nessuno può darmi lezioni. E sfido chiunque ad affermare il contrario".

Redazione online

20 maggio 2010

 

 

2010-05-14

IL CASO ANEMONE SCUOTE IL GOVERNO

Alfano: "Ora stretta sulla corruzione"

Linea dura del governo. Frattini: "Situazioni intollerabili. Il Guardasigilli: "Ma non è Tangentopoli"

IL CASO ANEMONE SCUOTE IL GOVERNO

Alfano: "Ora stretta sulla corruzione"

Linea dura del governo. Frattini: "Situazioni intollerabili. Il Guardasigilli: "Ma non è Tangentopoli"

ROMA - "Abbiamo presentato un Ddl contro la corruzione che si fonda su l'inasprimento delle pene e un sistema di maggiore trasparenza dentro la pubblica amministrazione": così il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha risposto, a Milano, alle domande dei giornalisti in relazione alla nuova ondata di corruzione. "Con una serie di interventi previsti nel ddl anticorruzione, fortemente voluto dal presidente Silvio Berlusconi - ha sottolineato Alfano - che prevede una serie di interventi che hanno l'obiettivo di eliminare quei lacci e quei lacciuoli che spesso rappresentano dei passaggi a livello per superare i quali si paga la tangente" e fare sì, ha concluso il ministro, che "una maggiore fluidità nel funzionamento degli enti locali possa assicurare al contempo maggiore trasparenza". Per il ministro della giustizia la vicenda non indebolirà il governo.

14 maggio 2010

 

 

 

il costruttore al centro dell'inchiesta sugli appalti dei grandi eventi

Inchiesta G8: i difensori di Anemone

"Nessuna collaborazione"

Per i suoi legali non ha reso interrogatori "o fatto dichiarazioni spontanee e non ha fatto ammissioni"

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Anemone ora parla e incastra il generale dei servizi segreti Pittorru (14 maggio 2010)

*

Berlusconi, amarezza e rabbia "Licenzierò chi ha sbagliato" (14 maggio 2010)

il costruttore al centro dell'inchiesta sugli appalti dei grandi eventi

Inchiesta G8: i difensori di Anemone

"Nessuna collaborazione"

Per i suoi legali non ha reso interrogatori "o fatto dichiarazioni spontanee e non ha fatto ammissioni"

Diego Anemone, il costruttore sotto inchiesta a Perugia (Ansa)

Diego Anemone, il costruttore sotto inchiesta a Perugia (Ansa)

PERUGIA - Nessuna collaborazione con gli inquirenti da parte di Diego Anemone, il costruttore al centro dell'inchiesta sugli appalti dei grandi eventi. Lo hanno sottolineato i suoi difensori, venerdì mattina a Perugia, a margine dell'udienza in programma davanti al gip del capoluogo umbro per esaminare la richiesta della Procura di commissariare le aziende del costruttore.

GLI AVVOCATI - I legali hanno sottolineato che Anemone non ha reso interrogatori "o fatto dichiarazioni spontanee e soprattutto non ha fatto alcuna ammissione". Oggi alcuni quotidiani scrivono che Diego Anemone, l'imprenditore al centro della cricca degli appalti, ha cominciato a fare le prime ammissioni e con le sue risposte ha già smentito il generale della Guardia di Finanza ora all'Aisi Francesco Pittorru, beneficiario di due case a Roma pagate in parte con gli assegni dell'architetto Angelo Zampolini. Anemone, sempre secondo quanto riportano i quotidiani, avrebbe cominciato a parlare con gli investigatori il 5 maggio, il giorno dell'uscita dal carcere di Rieti dove era detenuto dal 10 febbraio scorso. Davanti a lui si presentano gli uomini della Guardia di Finanza, con un decreto di perquisizione, spiegandogli che nel corso dell'interrogatorio il generale Pittorru ha raccontato che i soldi per l'acquisto delle due case a Roma erano un prestito di Anemone e che c'era una scrittura privata a dimostrarlo, custodita in una casa di sua proprietà in Sardegna. I pm non credono a questa versione ma danno al generale qualche giorno per recuperarla. Quando però l'ufficiale si ripresenta ai magistrati, sostiene che le carte gli sono state rubate. Anemone smentisce questa versione e agli investigatori - scrivono i quotidiani - dice che non c'è mai stata una scrittura privata tra i due e di non aver mai concesso al generale un prestito. (Fonte: Ansa)

14 maggio 2010

 

 

 

L’inchiesta - L’uomo chiave

Anemone ora parla e incastra

il generale dei servizi segreti

Il costruttore della "cricca" smentisce Pittorru Verifiche sugli indirizzi di politici e prelati

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Inchiesta G8: i difensori di Anemone: "Nessuna collaborazione" (14 maggio 2010)

*

Anemone ora parla e incastra il generale dei servizi segreti Pittorru (14 maggio 2010)

L’inchiesta - L’uomo chiave

Anemone ora parla e incastra

il generale dei servizi segreti

Il costruttore della "cricca" smentisce Pittorru Verifiche sugli indirizzi di politici e prelati

Diego Anemone (Ansa)

Diego Anemone (Ansa)

PERUGIA — L’interrogatorio si è svolto poco prima che lasciasse il carcere. E per la prima volta Diego Anemone ha accettato di rispondere alle domande degli investigatori. Nel muro di silenzio che aveva eretto sin dal giorno del suo arresto, si è dunque aperta una crepa. Adesso non è escluso che la situazione possa cambiare. Dopo la scelta di collaborazione di Angelo Zampolini—l’architetto al quale erano state delegate le operazioni di compravendita di appartamenti per i potenti — anche il principale indagato decide di fornire indicazioni preziose per l’inchiesta. E così "incastra" il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru, al quale aveva regalato due appartamenti al centro di Roma e tre ristrutturazioni. Ora si va avanti. E proprio al giovane imprenditore si chiederanno chiarimenti su quella lista di 370 persone custodita in un computer della sua impresa. Politici, alti funzionari dello Stato, prelati, personaggi dello spettacolo: sono decine i "clienti" di Anemone. Le verifiche affidate alla Guardia di Finanza dovranno stabilire chi abbia goduto dei favori e chi invece abbia regolarmente pagato le fatture. E soprattutto quale di questi lavori "privati" sia legato alla concessione di appalti pubblici.

L’incontro all’alba

Sono le 5 di domenica scorsa, carcere di Rieti. Un ufficiale della Guardia di Finanza entra nella saletta colloqui e incontra Anemone prima che lui lasci la cella per scadenza dei termini di custodia cautelare. Esibisce un ordine di perquisizione. Spiega il motivo della sua visita. Qualche settimana fa è stato interrogato a Perugia il generale Pittorru. Ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi ha raccontato che i soldi per l’acquisto delle due case erano un prestito. "Esiste una scrittura privata che lo dimostra - ha giurato - ed è custodita nella mia casa in Sardegna ". Chiede qualche giorno per avere la possibilità di recuperarla. I magistrati non credono alla sua versione, decidono di concedergli comunque il tempo richiesto. Ma quando il generale torna in Procura afferma che le carte gli sono state rubate e non può dimostrare quanto ha sostenuto. "Chiedete ad Anemone", aggiunge, sicuro che l’imprenditore confermerà la sua versione. Non va così. Dopo aver ricostruito i fatti, l’investigatore spiega ad Anemone che si dovrà procedere a controlli per rintracciare il documento. A questo punto lui accetta di parlare. E smentisce la versione fornita dallo 007. Chiarisce che tra loro non èmai stata stipulata alcuna scrittura privata e soprattutto spiega di non aver concesso al generale alcun prestito. L’investigatore non va oltre, ma le risposte di Anemone bastano a confermare l’accusa di corruzione già contestata a Pittorru. Ora è possibile che all’imprenditore sia chiesto conto di altre circostanze emerse dall’indagine. Mentre era detenuto si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere. Quanto è stato scoperto finora e, soprattutto il rischio di commissariamento di tutte le sue aziende, potrebbero averlo però convinto a cambiare atteggiamento.

Gli indirizzi "coperti"

Un chiarimento potrebbe essere sollecitato quantomeno sul criterio di archiviazione degli appalti ottenuti tra il 2003 e il 2008 elencati in quella lista custodita nel computer del fratello Daniele. Era il 14 ottobre 2008. Nel corso della verifica fiscale avviata dalla Guardia di Finanza sull’"Anemone Costruzioni" fu trovato quel foglio. La segretaria Anna, allarmata, si premurò immediatamente di avvertire il "capo": "Hanno aperto il pc e la cassaforte. Daniele ha detto che c’è questo mondo e quell’altro. Però sembrerebbe, da quello che sono riuscita a vedere perché mi sono messa lì vicino con una scusa, che stampavano gli elenchi di personale vecchio, lavori, ’ste cose qua". Effettivamente la lista è lunga e variegata. Oltre a politici e prelati, ci sono numerosi ufficiali della Guardia di Finanza, funzionari dei ministeri, agenti di polizia e dei servizi segreti. In alcuni casi compaiono soltanto gli indirizzi ed è su questo che si concentrano le verifiche per scoprire se questo accorgimento serva a proteggere personaggi di primo piano che potrebbero aver beneficiato di favori.

Guido Bertolaso dovrà chiarire ai magistrati come mai non abbia fatto cenno nel suo interrogatorio ai tre interventi di ristrutturazione effettuati nei suoi appartamenti dalla ditta di Anemone, ammettendone soltanto uno. Stessa domanda sarà rivolta all’ingegner Rinaldi, che riceveva gli operai nelle sue dimore ed è accusato di aver agevolato l’imprenditore per i mondiali di Nuoto e per altri appalti, anche se il suo avvocato Titta Madia nega che ci siano mai stati favoritismi. E si interrogherà di nuovo anche Mauro Della Giovampaola, pure lui inserito nella "cricca " come delegato di missione al G8 della Maddalena, che avrebbe ottenuto lavori per l’appartamento di sua madre.

Le altre liste

Nei computer sequestrati negli uffici di Anemone e tra i documenti trovati nelle case degli indagati ci sono numerosi appunti che potrebbero svelare i nomi di nuovi beneficiari illustri dei favori elargiti dal costruttore. In particolare ci si concentra sui manager di Stato che lo avrebbero agevolato nell’aggiudicazione degli appalti pubblici. E sulla concessione dei finanziamenti alle sue società. Per questo un ruolo chiave viene assegnato dagli inquirenti al commercialista Stefano Gazzani, che si occupava delle transazioni finanziarie. Il suo nome è inserito nell’elenco delle operazioni sospette segnalate dalla Banca d’Italia: trasferimenti di denaro in Italia e all’estero che potrebbe celare il versamento di tangenti, ma anche l’acquisto di altri appartamenti. I pubblici ministeri hanno sollecitato il suo arresto e già oggi il tribunale del Riesame di Perugia potrebbe rendere nota la decisione, stabilendo così se questa parte dell’indagine debba restare nel capoluogo umbro o se invece vada trasferita a Roma come aveva deciso il giudice delle indagini preliminari e ribadito l’avvocato di Gazzani, Bruno Assumma. Il "verdetto" appare determinante per il futuro dell’inchiesta. L’eventuale trasmissione del fascicolo nella capitale, ne provocherebbe infatti la frammentazione, mentre Sottani a Tavarnesi hanno evidenziato la necessità di procedere alle verifiche "in uno stesso contesto, visto che ci trova di fronte a un’associazione a delinquere che agiva per pilotare gli appalti pubblici" e procurare un arricchimento ai suoi componenti e a tutti coloro che erano in grado di aiutarla. La dimostrazione è in quei lussuosi appartamenti che Anemone contribuì ad acquistare, oltre che per Scajola e Pittorru, anche per il genero di Ercole Incalza, potente braccio destro dei ministri delle Infrastrutture Lunardi e Matteoli.

Fiorenza Sarzanini

14 maggio 2010

 

 

 

 

L’inchiesta - Lo sfogo del l premier

Berlusconi, amarezza e rabbia

"Licenzierò chi ha sbagliato"

Il premier chiama Bertolaso per avere la sua versione dei fatti

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Anemone ora parla e incastra il generale dei servizi segreti Pittorru (14 maggio 2010)

*

Inchiesta G8: i difensori di Anemone: "Nessuna collaborazione" (14 maggio 2010)

L’inchiesta - Lo sfogo del l premier

Berlusconi, amarezza e rabbia

"Licenzierò chi ha sbagliato"

Il premier chiama Bertolaso per avere la sua versione dei fatti

Silvio Berlusconi (Ansa)

Silvio Berlusconi (Ansa)

ROMA — C’era una volta il garantismo granitico del Cavaliere. Non è sparito, ma in questi giorni sta mutando: gli si affianca un’ansia preventiva, che non punta l’indice contro le toghe, protagoniste comunque di "un inaccettabile killeraggio mediatico", ma contro gli uomini del suo partito o del suo governo. Oggi, prima ancora che qualcosa accada, prima ancora che arrivino notizie di reato, il presidente del Consiglio si dice pronto a "licenziare" (anche dall’esecutivo) chi verrà coinvolto, con fondamento, nelle inchieste dei magistrati. È curioso,ma ha una spiegazione. Il caso Scajola è un precedente, ha lasciato l’amaro in bocca. Altri casi sono annunciati, sono nell’aria da alcune settimane: circolano nei Palazzi romani, e anche nel salotto del premier, più sospetti e indiscrezioni che verbali d’inchieste nelle redazioni dei quotidiani.

Il Cavaliere è convinto che dopo l’ex ministro ligure potrebbe toccare ad altri, dunque si prepara. "Non è una nuova Tangentopoli", dice, ma senza aggiungere che si tratta soltanto di singole mele marce. E allora il "licenziare chi sbaglia" è un concetto utile da veicolare ancora prima di verificare l’esistenza dell’errore. Lo ha detto due sere fa agli imprenditori ricevuti a Palazzo Grazioli. Ha aggiunto che non si capacita della leggerezza di tanti, anche nel Pdl, cui la politica ha concesso onori e denari e che invece si dimostrano, da quello che emerge dalle inchieste, alla stregua di ladri di polli. Seguirà forse un’accelerazione sul ddl anticorruzione, nelle prossime ore. Servirà anche a dire che il governo non sta con le mani in mano, che la partita della legalità non è soltanto appannaggio di Fini. Se la gente mi vota — è il ragionamento aggiunto dal Cavaliere — "è anche perché consapevole di quanto ho costruito da solo, prima di entrare in politica, sa che il mio spirito non può essere la ricerca di un arricchimento". Il corollario, molto negativo, riguarda coloro che non hanno il suo stesso patrimonio ma certamente con la politica non sono finiti in miseria, eppure sembra che abbiano come unica mira quella di arricchirsi un po’ di più di quanto già non lo siano. Insomma anche se le inchieste che fanno discutere mirano comunque a indebolire il governo, nonostante il tritacarne mediatico inaccettabile per un Paese civile, le altre convinzioni del Cavaliere riguardano in questi giorni i suoi stessi collaboratori. Se arriveranno altri casi come quello Scajola, sarà inflessibile. Via dal partito e/o dal governo.

Nessuno sa al momento se i sospetti si trasformeranno in provvedimenti giudiziari. Ma il Cavaliere, oltre alla comunicazione, affila anche piani di riserva. I canali aperti con Casini, e anche qualche telefonata diretta fra i due, servono nell’ottica del premier a rafforzare un governo eventualmente indebolito, forse anche ad aprire una stagione di vere riforme con l’apporto del nuovo partito della Nazione, in via di fondazione da parte dell’ex presidente della Camera. Ma i modi e le condizioni del premier, che fra l’altro coltiva anche lui i suoi buoni dubbi sull’operazione, non convincono del tutto i centristi: ci vuole una stagione nuova, dicono, un percorso politico che solchi una discontinuità con la prima fase della legislatura per ipotizzare collaborazioni. L’impressione è che tutti stiano lavorando, compreso il premier, con un orecchio alle possibili mosse delle Procure. La casella di Scajola resta vuota anche per questo motivo. La trattativa con Casini è segnata anche da queste dinamiche. Così come l’interminabile diatriba con Gianfranco Fini. Ieri sera Guido Bertolaso era di nuovo a colloquio con il premier, a Palazzo Grazioli, dopo esserci stato la settimana scorsa.

Allora si disse che voleva dimettersi e che il presidente del Consiglio avesse dovuto faticare oltre due ore per farlo desistere. Ieri sera sembra che il copione sia cambiato: sarebbe stato Berlusconi a chiedere l’incontro e ad esigere alcune spiegazioni dal suo sottosegretario. Il tutto nonostante l’indisposizione del capo del governo, che di mattina non ha presieduto il Consiglio dei ministri perché colto da una fastidiosa laringite e da qualche linea di febbre.

Marco Galluzzo

14 maggio 2010

 

 

 

LA NOTA

Il Cavaliere tenta di gestire

i contraccolpi delle indagini

L’approccio sta diventando più guardingo, e aperto a tutti gli scenari: anche i più insidiosi per il governo. Il modo in cui Silvio Berlusconi parla delle inchieste giudiziarie, almeno in privato, tende a non escludere nulla. La parola d’ordine ufficiale è che l’Esecutivo va avanti; e che lo scandalo del G8 non somiglia a Tangentopoli, l’indagine che terremotò la classe politica all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. Ma il presidente del Consiglio sembra consapevole che una nuova fase si è comunque aperta. E tenta di pilotarla, non soltanto di subirla. Per questo avrebbe ammesso durante una cena che "se qualcuno ha sbagliato pagherà le conseguenze". È il segno di un momento di attesa. Il premier non esclude che possano arrivare altre rivelazioni o provvedimenti riguardanti esponenti del centrodestra o addirittura membri del governo. Anche per questo non ha ancora sostituito il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, costretto alle dimissioni per alcuni favori ricevuti nell’acquisto di una casa. Ma il solo fatto che Berlusconi lasci filtrare l’irritazione per il modo in cui si è mosso Scajola, costituisce una novità. È come se Palazzo Chigi si aspettasse e quasi sperasse di vedere emergere i nomi di chi "ha sbagliato": per capire se può andare avanti con gli equilibri odierni, o se deve voltare pagina. Si tratta di una preoccupazione che il presidente del Consiglio condivide con Umberto Bossi. Anche il capo della Lega osserva con sospetto quanto accade. L’inchiesta gli appare "un po’ strana, un po’ preparata".

Non ci sarà crisi, a meno che non "si portino via tutti i ministri ". Ribadisce che il governo non rischia "fin quando ci siamo io, la Lega e Tremonti". Ma concede che "la situazione è brutta". Quanto brutta lo diranno i prossimi giorni. Rispetto alla tesi del "complotto", però, il linguaggio è cambiato. È verosimile che i rapporti con Gianfranco Fini, tuttora pessimi, si evolveranno con lo sviluppo delle inchieste. Il presidente della Camera giura di non pensare ad imboscate parlamentari. Ma la diffidenza reciproca rimane intatta, anzi aumenta per l'assestamento progressivo della corrente finiana. L’eventualità di una rottura irrimediabile ora viene ammessa apertamente. Con quali contraccolpi, tuttavia, non è chiaro. Fini ieri ha confermato che, pur essendo "pro tempore", comunque non rinuncerà al ruolo di terza carica dello Stato. Se però davvero Berlusconi sta pensando ad un appello a Pier Ferdinando Casini, qualcosa potrebbe muoversi. Il Pdl cerca un nuovo baricentro, e arriva a definire l’Udc "una costola separata del centrodestra" con il ministro Ignazio La Russa, ex di An. Ma è difficile che l’Udc accetti di entrare nella maggioranza in questa logica. Solo se Berlusconi prendesse atto che la crisi economica richiede un coinvolgimento di tutti, Casini sarebbe pronto a spingere per una collaborazione delle opposizioni col governo. Ma l’"asse del Nord" non la pensa così: alle Regionali il partito di Bossi e quello di Casini si sono azzuffati. È vero che le Regionali sembrano lontane. Ma finora più che una soluzione si intravede solo tanta confusione.

Massimo Franco

14 maggio 2010

 

 

 

 

 

 

 

STRISCIONI: FAI LA VALIGIA

E casa Scajola al Colosseo va all'asta

"Togliere ai ricchi per dare ai poveri"

Blitz in via del Fagutale del gruppo "Fai la valigia": finta vendita dell'appartamento dell'ex ministro

ROMA - Non si è trattato di una occupazione, come aveva annunciato il consigliere comunale di Roma, Andrea Alzetta, ma di un blitz di una trentina di giovani messo a segno davanti a casa dell'ex ministro Claudio Scajola, in via Fagutale 2 nei pressi del Colosseo.

Finta asta di casa Scajola al Colosseo

Finta asta di casa Scajola al Colosseo Finta asta di casa Scajola al Colosseo Finta asta di casa Scajola al Colosseo Finta asta di casa Scajola al Colosseo Finta asta di casa Scajola al Colosseo Finta asta di casa Scajola al Colosseo Finta asta di casa Scajola al Colosseo

FINTA ASTA - L'idea è stata del gruppo Facebook "Fai la valigia" che si è ritrovato sul cavalcavia pedonale che si trova sulla strada ai piedi del palazzo e ha inscenato, intorno alle 17, un'asta immobiliare con tanto di tavolino, simulando la vendita dell'appartamento. I dimostranti hanno appeso due striscioni con su scritto "Fai la valigia": uno sul cavalcavia e uno davanti all'ingresso del palazzo. Il gruppo di giovani si è poi dileguato all'arrivo delle forze dell'ordine.

"LA SOLUZIONE" - Nell'annunciare il blitz, il consigliere di Roma in Action, Andrea Alzetta, aveva detto: "Ecco la soluzione per l'emergenza abitativa: togliere ai ricchi furfanti per dare ai poveri"

Redazione online

13 maggio 2010

2010-05-13

LE CARTE DELL'INCHIESTA

Ristrutturazioni, la lista di Anemone:

370 interventi anche per politici e prelati

Il costruttore della "cricca" eseguì tre lavori nelle abitazioni di Bertolaso

LE CARTE DELL'INCHIESTA

Ristrutturazioni, la lista di Anemone:

370 interventi anche per politici e prelati

Il costruttore della "cricca" eseguì tre lavori nelle abitazioni di Bertolaso

Diego Anemone, l'imprenditore al centro della "cricca"

Diego Anemone, l'imprenditore al centro della "cricca"

DAL NOSTRO INVIATO

PERUGIA - Le società di Diego Anemone avrebbero effettuato tre ristrutturazioni nelle case del capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Due volte sarebbero stati invece svolti lavori nell'appartamento privato dell'ex ministro Claudio Scajola, quella dimora con vista Colosseo per la quale l'architetto Angelo Zampolini aveva versato 900.000 euro. Alla mamma del funzionario Mauro Della Giovampaola sarebbe stata mandata una squadra in una casa di Ostia, mentre il commissario per i mondiali di nuoto Claudio Rinaldi avrebbe avuto gli operai per ben tre volte.

Tra le "voci" anche Claps

La lista degli appalti e delle commesse ottenute dal costruttore — accusato di aver corrotto politici e funzionari per aggiudicarsi i lavori pubblici, in particolare quelli inseriti nei Grandi Eventi — svela la sua rete di relazioni. Il documento, allegato agli atti dell'inchiesta, è stato sequestrato nel suo computer al momento dell'arresto. Contiene l'elenco dei 370 incarichi svolti tra il 2003 e il 2008, poco prima che l'indagine della magistratura rivelasse l'esistenza di una "cricca" in grado di pilotare le assegnazioni. L'analisi del documento è stata affidata agli investigatori della Guardia di Finanza che stanno controllando tutte le voci per verificare la regolarità delle procedure e soprattutto accertare se alle persone citate nella lista è stata emessa regolare fattura. Ma anche scoprire che cosa ci sia dietro alcune diciture che appaiono al momento incomprensibili. Per fare un esempio è citato due volte "Claps Potenza" che subito rimanda al caso della ragazza ritrovata morta nel soppalco, ma non si capisce in realtà a che cosa si riferisca.

Lo "scambio" sugli appalti

La scorsa settimana, durante la conferenza stampa convocata a Palazzo Chigi, Bertolaso — che è indagato per corruzione — aveva svelato l'esistenza di un contratto di consulenza ottenuto da sua moglie per il rifacimento dei giardini del circolo Salaria Sport Village di Anemone e confermato come lo stesso costruttore si fosse occupato di alcuni lavori di falegnameria nel suo appartamento. Probabilmente sapeva che gli investigatori lo avevano già scoperto e ha detto di voler chiarire i termini della questione. Non ha però parlato di altri due incarichi che Anemone avrebbe svolto privatamente per suo conto. E su questo si concentra adesso l'attenzione dei pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi. I magistrati sospettano infatti che questi "favori" elargiti dall'imprenditore siano la contropartita per gli incarichi ottenuti per il G8 de La Maddalena, i Mondiali di Nuoto e le celebrazioni dell'Unità d'Italia. Stesso discorso riguarda le case e le successive ristrutturazioni effettuate per Scajola e Pittorru. Entrambi hanno comprato appartamenti (uno l'ex ministro, due il generale) con soldi che sarebbero stati messi a disposizione dal costruttore e adesso si scopre che il "pacchetto" prevedeva anche interventi strutturali nelle dimore. Un beneficio del quale avrebbero goduto anche alcuni funzionari delle Infrastrutture. Nella lista c'è un riferimento alla figlia di Maria Pia Forleo, la responsabile dell'ufficio contratti, interrogata a Firenze nelle scorse settimane proprio sui regali che avrebbe ottenuto anche da altri imprenditori. Anche Della Giovampaola e Rinaldi — anche loro sotto inchiesta — dovranno esibire le eventuali fatture di pagamento per smentire l'ipotesi dell'accusa che i lavori privati siano stati in realtà una ricompensa per l'atteggiamento favorevole dei confronti del Gruppo Anemone.

Politici e prelati

Nell'elenco sequestrato ci sono le palazzine delle Fiamme Gialle e la sede della Protezione civile di via Vitorchiano a Roma, ma anche la camera da letto e la cucina di Palazzo Chigi. Ci sono il carcere minorile di Casal del Marmo e la sede del ministero del Tesoro, la sede dell'avvocatura e quella di Forza Italia, il palazzo dei congressi dell'Eur e una dicitura ancora misteriosa: "Appartamento via Arno del papa". Ci sono gli uffici del ministero per le Politiche Agricole e quelli dei servizi segreti in piazza Zama. E poi ci sono i lavori effettuati al Viminale grazie alla concessione del Nos, il nulla osta di sicurezza. Incarichi che Anemone sarebbe riuscito a ottenere grazie ad Angelo Balducci, potente Provveditore ai lavori pubblici che lo avrebbe favorito anche nell'ambito dei Grandi Eventi grazie alla possibilità di procedere a trattativa privata e fornendogli di fatto — nell'arco di tutti questi anni — l'esclusiva sulle opere che venivano autorizzate dai suoi uffici. Monsignor Francesco Camaldo, dal quale l'autista tunisino Ben Laid Hidri Fathi ha raccontato di aver accompagnato spesso Anemone, è citato in relazione all'Università Cattolica San Giovanni. E poi ci sono i lavori effettuati per l'attuale vicepresidente del Csm Nicola Mancino quando era ministro dell'Interno. Per alcune persone — per esempio Vietti, Lisi, Lupi — sono inseriti soltanto i cognomi e bisognerà verificare di chi si tratti realmente. Altri, come i vertici della polizia Antonio Manganelli e il suo predecessore Gianni De Gennaro sono inseriti nella lista ma nel primo caso si tratta di lavori non effettuati e nel secondo di interventi pagati e regolarmente fatturati.

Gli amici famosi

Negli atti depositati nelle scorse settimane ci le intercettazioni telefoniche di Anemone e di Balducci con numerose persone e nel corso di alcune conversazioni si parla anche di favori dati e ricevuti. Frequenti sono i contatti con Giancarlo Leone, potente funzionario Rai, che veniva contattato per far lavorare nelle fiction Lorenzo Balducci, figlio attore dell'alto funzionario. Il suo nome è contenuto nella lista delle "commesse", così come quello del regista Pupi Avati o del produttore cinematografico Andrea Occhipinti. È stato proprio Hidri Fathi a raccontare come Balducci facesse regali costosi ai registi pur di agevolare la carriera del ragazzo. Decine e decine di nomi apparentemente non forniscono alcun elemento di interesse per l'inchiesta, ma si dovrà verificare la posizione di tutti coloro che hanno rivestito incarichi pubblici per verificare se i rapporti con il costruttore celino in realtà interessi che riguardano gli affari. Per questo sarà probabilmente interpellato l'ex direttore generale di Alitalia Zanichelli e verranno verificate le posizioni di alcuni ufficiali della Guardia di Finanza e alcuni agenti della polizia inseriti nell'elenco, per verificare che tipo di legame avessero con Anemone e se abbiano mai subito pressioni o richieste di favori.

Fiorenza Sarzanini

13 maggio 2010

 

 

 

 

BERLUSCONI E LE INCHIESTE

I timori del premier: è solo l'inizio

E prepara un appello a Casini

Per la prima volta il leader ha dubbi sui suoi.

Nuovi scenari in caso di crisi

BERLUSCONI E LE INCHIESTE

I timori del premier: è solo l'inizio

E prepara un appello a Casini

Per la prima volta il leader ha dubbi sui suoi.

Nuovi scenari in caso di crisi

Il premier Berlusconi (Ap)

Il premier Berlusconi (Ap)

ROMA - Rubano tutti, o quasi tutti. Lo dice come un'amara constatazione, con un tono d'impotenza, nei momenti di sconforto, quando aggiunge che non capisce come si possa approfittare di una carica, quella politica, che dà tantissimi benefici, anche finanziari. Benefici che dovrebbero essere un deterrente e che invece a tanti, anche dentro il suo partito, non bastano. Sulle inchieste recenti Berlusconi ha detto poco o nulla. Almeno in pubblico. Ha avuto parole di considerazione per Claudio Scajola, al momento delle dimissioni, ma è il primo a sottolineare, in privato, che l'esperienza politica dell'ex ministro è finita.

Il timore che ora le inchieste possano colpire altri ministri, sino alle dimissioni, è rafforzato dalla convinzione che in molte delle indagini ci siano parecchi dati non emersi. "Sono solo all'inizio", è la previsione del capo del governo, inviperito a tratti, e forse per la prima volta, più con gli uomini a lui vicini che con le toghe che di solito accusa. Ovviamente la convinzione che i tempi, i modi, le fughe di notizie, appartengano a un disegno organizzato resta una cornice dalla quale Berlusconi non si muove. Ma a differenza del passato, lo ha anche dichiarato, non esiste una congiura, almeno non solo quella. Se alcuni ministri finiscono sotto la lente dei magistrati può anche essere una manovra indiretta per colpire lui, ma di fronte a modalità illecite, o inopportune, che vedono l'emissione di assegni circolari è difficile individuare i soliti magistrati con in mano la falce e il martello al posto del codice di procedura. E Berlusconi è il primo a saperlo.

La storia delle dimissioni di Scajola è anche quella dell'addio improvviso del capo, in modo riservato, al proprio ministro. Ma se altri casi arrivassero, se venissero colpiti "altri tre o quattro" esponenti del governo, allora sarebbe molto difficile coniugare gli avvicendamenti con la stabilità del governo e con il cuore della sua comunicazione classica: il suo partito che porta una nuova moralità, che mantiene gli impegni, che non ha bisogno della politica per mantenersi perché non la fa per professione. Anche questo sa bene il Cavaliere. "Se altri tre o quattro" può essere un esercizio retorico, ma svela sia la consapevolezza di non poter mettere la mano sul fuoco sugli esponenti del governo che presiede sia la paura di non riuscire a parare il colpo se arrivassero veramente altre ombre su Palazzo Chigi. La crisi di governo, di fronte ad "altri tre o quattro", sarebbe a quel punto inevitabile, è il resto del ragionamento. E se uno scenario può essere evocato anche solo per esorcizzarlo, di certo però, negli ultimi giorni, complice una distanza con Fini che non accenna a diminuire, il presidente del Consiglio avverte la necessità di uno scarto politico: a chi lo ascolta, anche ieri, nelle tante riunioni tenute e Palazzo Grazioli, capita sempre più spesso di apprendere della possibilità di "una collaborazione", auspicata imminente, con Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini. Con quali modalità è ancora poco chiaro. Molto dipenderà anche dall'appuntamento di Todi, fra pochi giorni: l'Udc forse cambierà nome, diverrà partito della Nazione, cercando nel concetto di responsabilità nazionale un nuovo inizio. "E io subito dopo lancerò un appello", aggiungeva ieri pomeriggio il Cavaliere, con l'auspicio che il concetto possa far convergere in qualche modo Pdl e Casini. Un quadro in cui ovviamente le inchieste verrebbero derubricate a fattori privi di conseguenze significative. Come i timori, in quel caso infondati, di un premier oggi molto preoccupato.

Marco Galluzzo

13 maggio 2010

 

 

 

Cautele e dubbi

Cautele e dubbi

Quando un’inchiesta giudiziaria coinvolge o lambisce, talvolta nemmeno sotto l’aspetto penale, uomini del governo e delle istituzioni, è inevitabile che susciti interesse, fibrillazione e pure qualche tentativo di inquinamento. Per esempio attraverso le informazioni veicolate o interpretate. Ancor più quando è indagato un importante sottosegretario e dopo che un ministro s’è dimesso per poter meglio giustificare la propria posizione.

L’indagine sugli appalti dei Grandi Eventi e il sottobosco circostante dovrebbe aiutare a fare chiarezza sul presunto malaffare nascosto in quel giro di lavori e di milioni, ma al momento non si sa nemmeno quale ufficio giudiziario sarà chiamato a portarla avanti.

Nel frattempo, ecco spuntare una lunga lista di nomi e luoghi — estratta dal computer di uno dei principali indagati, il costruttore Diego Anemone — che ancora non ha passato il vaglio di investigatori e inquirenti. È un elenco indistinto di interventi su fabbricati, appartamenti, sedi e strutture statali, case di proprietà pubblica e privata sui quali Anemone ha presumibilmente svolto interventi fra il 2003 e il 2008, quando, insieme al suo amico e ora co-indagato Angelo Balducci, godeva di stima e credito indistinti. Di qua e di là del Tevere, a destra come a sinistra, con ottime entrature nel mondo politico, istituzionale e imprenditoriale.

Per capire se e quanto marcio c’è nel modo in cui sono stati aggiudicati gli appalti milionari, anche attraverso la presunta corruzione di cui sono accusati, sarebbe necessario fare chiarezza su ogni operazione. Anche la più apparentemente insignificante. In modo da poter stabilire se era tutto regolare oppure, com’è apparso nel caso del ministro dimissionario, c’erano passaggi talmente poco limpidi che nemmeno l’interessato è riuscito a spiegare.

Il rischio è che questo lavoro, che spetta in primo luogo agli inquirenti, venga avvelenato e reso più difficile dalla confusione tra ciò che ha (o potrà avere) una motivazione lecita, e ciò che invece non ce l’ha e non potrà averla. E che la trasparenza a cui sono tenuti i personaggi e gli organismi tirati in ballo a vario titolo venga offuscata da una nebulosa di situazioni molto diverse tra loro, dove tutto si confonde. Col risultato di far perdere credibilità alle istituzioni e a chi le rappresenta, in una indistinta demonizzazione che alla fine potrebbe coinvolgere tutti e tutti affossare. O salvare. Sia chi ha davvero abusato del proprio ruolo o anche peggio, sia chi s’è comportato correttamente.

Per evitare tutto questo è auspicabile che la magistratura possa continuare nel tentativo di individuare e perseguire i reati ipotizzati, rispettando i diritti e le garanzie di tutti; senza interferenze interessate, in modo da circoscrivere e recidere l’eventuale bubbone. E che le istituzioni e i loro responsabili, se e quando chiamate in causa, sappiano dare risposte rapide e convincenti; anche con un surplus di chiarezza e lealtà, che ne aumenterebbe il rispetto da parte dei cittadini.

Giovanni Bianconi

13 maggio 2010

 

 

 

2010-05-12

Secondo l'avvocato Perroni "non ci sono più le garanzie difensive previste dalla legge"

Scajola non si presenterà dai giudici

L'annuncio del suo legale: la Procura di Perugia non è competente, va sentito a Roma. Insorge l'opposizione

*

NOTIZIE CORRELATE

*

Un altro ministero nello scandalo. Nei guai l'uomo delle Infrastrutture (12 maggio 2010)

*

Ma l'ingegnere si difende: "Sono tranquillo" (12 maggio 2010)

*

Scajola si dimette: "Devo difendermi". Berlusconi: "Ha senso dello Stato" (4 maggio 2010)

Secondo l'avvocato Perroni "non ci sono più le garanzie difensive previste dalla legge"

Scajola non si presenterà dai giudici

L'annuncio del suo legale: la Procura di Perugia non è competente, va sentito a Roma. Insorge l'opposizione

L'ex ministro allo Sviluppo economico, Claudio Scajola (Imagoeconomica)

L'ex ministro allo Sviluppo economico, Claudio Scajola (Imagoeconomica)

ROMA - L'ex ministro Claudio Scajola non si presenterà all'audizione fissata per il 14 maggio davanti ai pm di Perugia che indagano sugli appalti per le Grandi Opere perchè, dopo le notizie sull'inchiesta apparse in questi giorni sui giornali, verrebbe sentito "in una veste che parrebbe ormai solo formalmente, ma non già sostanzialmente, quella di persona informata sui fatti". Lo afferma, in una nota, l'avvocato Giorgio Perroni, legale di Scajola. Secondo l'avvocato, l'audizione avverrebbe "senza, quindi, il rispetto delle garanzie difensive normativamente previste".

"PERUGIA NON E' COMPETENTE" - Secondo Perroni, la procura di Perugia è incompetente ad indagare sulla vicenda che coinvolge il suo assistito ed anche questa è una ragione per la quale l'ex ministro - che ha rassegnato le dimissioni proprio per potersi meglio difendere in un'inchiesta che lo vede coinvolto anche se non come indagato per la vicenda della casa con vista sul Colosseo, pagata in parte dall'imprenditore Anemone - non si presenterà a deporre.

"È mia convinzione - sottolinea l'avvocato - che la Procura della Repubblica di Perugia non sia competente a conoscere di questa vicenda sia perchè i fatti sono tutti, pacificamente, avvenuti a Roma, sia perchè, in ogni caso, la competenza a giudicare il ministro Scajola sarebbe, eventualmente, di altro organo, vale a dire del Tribunale dei Ministri".

"GRAVE CHE SI SOTTRAGGA" - La decisione dell'ex ministro di non presentarsi davanti ai magistrati lascia sorpresa l'opposizione. "È grave e avvilente e comunque poco comprensibile - ha fatto notare Donatella Ferranti, capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera - che un uomo delle istituzioni adotti una linea di difesa che lo porta a sottrarsi ad un chiarimento della propria posizione di fronte all'autorità giudiziaria". "È una scelta opinabile - ha aggiunto - perchè chi non ha nulla da nascondere non ha paura di raccontare la verità dei fatti nelle sedi proprie e non soltanto nelle trasmissioni televisive".

"FA COME BERLUSCONI" - Ancora più netto il commento di Massimo Donadi, capogruppo dell'Idv a Montecitorio: "Silvio Berlusconi ha fatto scuola. Anche l'ex ministro Claudio Scajola ha deciso di sottrarsi alla giustizia e di non presentarsi davanti ai giudici. Davvero un bell'esempio da parte di chi, sino a pochi giorni fa, era un importantissimo ministro della Repubblica. La Casta si sente intoccabile e non vuole farsi processare. È una delle degenerazioni prodotte da tanti anni di berlusconismo. Chissá che tra un pò non dovremo discutere di un lodo Scajola...".

Redazione online

12 maggio 2010

 

 

 

 

2010-05-11

"Volevo lasciare nel 2009. Poi c'è stato il terremoto in abruzzo"

Bertolaso: "Nessuna fuga anticipata"

Il capo della Protezione civile: "La fine del mio mandato non è legata all'inchiesta sugli appalti"

"Volevo lasciare nel 2009. Poi c'è stato il terremoto in abruzzo"

Bertolaso: "Nessuna fuga anticipata"

Il capo della Protezione civile: "La fine del mio mandato non è legata all'inchiesta sugli appalti"

Guido Bertolaso

Guido Bertolaso

MONTAGUTO (Avellino) - Niente "fuga" né "dimissioni anticipate". Guido Bertolaso torna a ribadire che la fine del suo mandato alla guida della Protezione Civile non deve essere e non sarà in alcun modo legato all'inchiesta della procura di Perugia sugli appalti. "Esiste un percorso già disegnato da tempo e condiviso con il presidente del Consiglio dei ministri - spiega - quando sarà portato a termine, con l'assunzione dei giovani precari, la nomina dei dirigenti e la definizione di una road map per la missione di una realtà ammirata e rispettata a livello internazionale, allora finalmente potrò togliere il disturbo". Dunque, prosegue, "nessuna fuga anzi tempo, nessun abbandono improvviso, nè dimissioni anticipate". Ma soltanto, conclude il capo della Protezione Civile, "il desiderio di far crescere sempre più i nostri giovani e la voglia di mettersi in discussione su altri terreni, forse ancora più problematici di quelli coltivati fino ad oggi".

TEMPI DEFINITI - Bertolaso è tornato sulla vicenda del suo addio alla Protezione Civile nel corso di un sopralluogo a Montaguto, nella zona dove è ubicato un radar che monitora lo stato della frana che ha diviso Campania e Puglia. "Sono anni che sostengo la necessità di immaginare tempi definiti per chi riveste compiti di grande responsabilità a livello istituzionale - sottolinea - Mi sono sempre augurato che nessun funzionario dello Stato potesse rimanere sulla stessa sedia per più di cinque anni e che non fosse immaginabile superare quella soglia di sette che la Costituzione attribuisce per la massima carica dello Stato". E Bertolaso è alla guida del Dipartimento della Protezione Civile dalla fine del 2001, dunque da quasi nove anni. Ecco perché "è dalla fine del 2008 che ho chiesto di affidare ad altri il privilegio di servire il paese come capo della Protezione civile. E c'ero quasi riuscito nei primi mesi del 2009 - afferma Bertolaso - quando, risolta l'emergenza rifiuti in Campania, intendevo avvalermi della norma che prevede la pensione anticipata per chi abbia lavorato per oltre 35 anni ed intende dedicarsi alle attività di volontariato". Il terremoto del 6 aprile "ha fermato le lancette di quell'orologio". Lancette "che oggi - conclude il capo della Protezione Civile - possono rimettersi in moto" (fonte: Ansa).

10 maggio 2010

 

 

 

gli affari sulla costruzione della scuola dei marescialli a firenze

Gli appalti della "cricca":

ecco le consulenze d’oro

Incarichi a un giro di parenti: 3,5 milioni per un cantiere bloccato

gli affari sulla costruzione della scuola dei marescialli a firenze

Gli appalti della "cricca":

ecco le consulenze d’oro

Incarichi a un giro di parenti: 3,5 milioni per un cantiere bloccato

ROMA— Consulenti pagati a peso d’oro anche se l’appalto era stato bloccato. Continua a riservare sorprese l’indagine sui lavori pubblici commissionati nell’ambito dei Grandi Eventi. Perché nelle carte processuali dei magistrati di Firenze che hanno indagato sulla costruzione della Scuola dei Marescialli a Firenze, c’è un intero capitolo dedicato agli incarichi affidati a professionisti esterni per un totale di oltre tre milioni e mezzo di euro. Basti pensare solo uno è stato ricompensato con oltre un milione di euro. Un elenco di personaggi, talvolta imparentati tra loro, che però non comparivano nelle liste ufficiali del Provveditorato. Non solo. Gli accertamenti affidati ai carabinieri del Ros hanno consentito di scoprire che era stata addirittura ingaggiata una società per svolgere le mansioni affidate a uno dei funzionari. Lui stesso è stato costretto ad ammetterlo quando gli sono stati mostrati i documenti acquisiti, relativi ai due lotti del cantiere. Ha sostenuto che era tutto concordato con il Provveditore della Toscana Fabio De Santis, tuttora in carcere con l’accusa di aver fatto parte dell’associazione composta anche da Angelo Balducci, Guido Anemone e Mauro Della Giovampaola. Del resto le liste relative al 2009 mostrano come siano stati elargiti compensi per circa un milione di euro anche per altri lavori gestiti dalla stessa struttura.

Nomi e compensi

Il 19 febbraio scorso viene convocato Sergio Fittipaldi, 61 anni, "dirigente a contratto con il ministero delle Infrastrutture". Il 5 maggio 2009 è stato nominato "Responsabile Unico del procedimento" del cantiere. Pochi giorni dopo ha disposto la sospensione dei lavori. Secondo l’accusa, il blocco è stato determinato per favorire il costruttore Riccardo Fusi e la sua Btp che era stato estromesso in favore della società Astaldi. È il filone d’inchiesta dove è indagato anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini proprio perché avrebbe tentato di agevolare l’amico imprenditore. Fittipaldi viene dunque ritenuto testimone chiave. E, incalzato dai pubblici ministeri, riconosce a verbale di aver effettuato nomine esterne nonostante lo stop che aveva imposto. "Per la vicenda della scuola dei marescialli, durante l’incarico del mio Rup, furono disposte alcune consulenze che hanno coinvolto un gruppo di professionisti tutti coordinati dal professor Silvio Albanesi... Sono stati tutti nominati con lettere di affidamento subito operative a firma del provveditore De Santis che rimandavano ai particolari economici e quant’altro ad atti successivi, cioè a schemi di disciplinare che dovevano regolare il contratto. Ricordo di aver fatto il calcolo del compenso comunicandolo al ministero che ha le relative carte. Il professor Albanesi ha pattuito un compenso di 950.000 euro circa per il lotto A e il lotto B. L’architetto Carpenzano aveva un compenso di circa 200.000 euro per la parte architettonica, per l’impiantistica meccanica l’ingegner Eugenio Cimino aveva un compenso di circa 350.000 euro del tutto simile a quello della parte elettrica dell’ingegner Dario Zaninelli. Per la parte strutturale il compenso era stato congruito e accettato con la società Italingegneria di Roma, con direttore tecnico il figlio del professor Albanesi, ingegner Tommaso Albanesi ed era di circa 1 milione e 100.000 euro. Vi era poi l’incarico all’ingegner Fabio Frasca che aveva la consulenza degli impianti a rete esterna dell’area. Per costui il compenso accettato era di circa 90.000 euro. De Santis nel conferire gli incarichi pensava di attingere dal quadro economico generale gestito dal ministero con fondi del ministero dell’Interno eMinistero delle Infrastrutture con la particolarità che quelli dell’Interno sono definiti finanziamenti annuali e quindi in prima battuta erano erogazioni pubbliche, salvo poi addebitare all’impresa inadempiente l’esubero delle spese e quindi anche i costi di consulenza". Una tesi che i legali di De Santis, Remo Pannain ed Enzo Gaito, hanno già respinto. Fittipaldi riconosce poi che "Albanesi lo conosco da tempo, mentre il figlio l’ho conosciuto in questa occasione".

La società Schema

Fittipaldi nomina i consulenti, ma questo evidentemente non basta. E così decide di firmare un altro contratto con la società Schema, che di fatto svolge le mansioni a lui affidate. Quando i magistrati gliene chiedono conto, dichiara: "La ragione è che la struttura ministeriale stava a Roma e io a Firenze. La mia struttura mi doveva consentire di controllare il gruppo di consulenti nominati. Il precedente Rup non aveva l’esigenza di una verifica tecnica del gruppo di lavoro, che non c’era neanche. La società Schema mi mette a disposizione una persona all’occorrenza, che rimane presso la sede, a cui io mi rivolgo in relazione ai compiti e alle esigenze che man mano si manifestano. Ad esempio: la Schema fornisce supporto al Rup nei contati con i consulenti che devono redigere documenti progettuali aggiornati, quindi è una struttura tecnica che verifica la bontà delle soluzioni in variante che man mano si sviluppano. A tal fine mi sono avvalso dell’ingegner Bosi. Un altro esempio è questo: in cantiere vi sono due lotti, con due direttori dei lavori. Uno è nella struttura del provveditorato, uno nella struttura del ministero, quasi che fossero due appalti distinti. Il riordino delle riserve dell’impresa, lo screening sulle riserve, è stato fatto da Schema. Inoltre mi appoggio a Schema per i pareri legali. L’importo a favore della società Schema era una tantum e stabilito in 600.000 euro complessivi fino alla fine del procedimento. Il disciplinare non è mai stato formalizzato. Gli incaricati di tale società hanno fino ad ora lavorato in forza di una lettera di incarico dell’ingegner De Santis che daterei circa a giugno 2009". A Fittipaldi viene poi chiesto di elencare le ragioni che giustificarono il blocco del cantiere visto che secondo il suo predecessore era necessario un provvedimento motivato del ministero e anche in questo caso lui non può che "confermare la circostanza". Poi aggiunge: "È stata proprio questa la ragione del contrasto che ha poi portato alla sostituzione di Mercuri".

Fiorenza Sarzanini

10 maggio 2010

 

 

LA FIGURA CHIAVE DELL'INCHIESTA SUI GRANDI EVENTI

Anemone, scarcerazione super blindata

"Ho sempre lavorato onestamente"

Rieti, l'imprenditore libero dopo tre mesi. "L'aria libera mi ha sconvolto"

LA FIGURA CHIAVE DELL'INCHIESTA SUI GRANDI EVENTI

Anemone, scarcerazione super blindata

"Ho sempre lavorato onestamente"

Rieti, l'imprenditore libero dopo tre mesi. "L'aria libera mi ha sconvolto"

A sinistra la foto Ansa sulla scarcerazione di Anemone. A destra l'imprenditore in una foto d'archivio

A sinistra la foto Ansa sulla scarcerazione di Anemone. A destra l'imprenditore in una foto d'archivio

MILANO - "Ho sempre lavorato onestamente, con tenacia, senza risparmiarmi e nel massimo rispetto di tutti i miei collaboratori". Sono le prime parole del costruttore Diego Anemone, figura centrale dell'inchiesta sugli appalti dei Grandi eventi, scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare. Anemone si dice certo "che la giustizia, nella quale continuo ad avere grande fiducia, farà chiarezza sulla mia totale innocenza". "Lavorerò sodo - aggiunge - per far emergere la verità rispetto le vicende delle quali mi si accusa ingiustamente e le carte processuali lo dimostreranno".

SMENTIRO' TUTTO - "È mio prioritario interesse fare luce su ogni fatto e ci riuscirò", continua Anemone. "Tutti i fatti che mi si addebitano saranno certamente smentiti e chiariti nelle sedi competenti". "Intendo ripristinare la mia dignità - aggiunge il costruttore - e quella del nome della mia famiglia che ha sempre goduto di stima e di rispetto da più generazioni, costruendo con duro lavoro e sacrificio una ineccepibile reputazione. Accanto a mio padre ho imparato ad essere infaticabile. Dopo questa esperienza sono ancora più convinto che si possa sopravvivere a tutto". Anemone affida il ripristino della sua "dignità al corretto operato della Magistratura, sicuro dell'onestà e della serietà del mio lavoro che mi ha reso forte con la coscienza di essere meritevole della fiducia e della stima ricevuta negli anni, pronto ad affrontare anche questa esperienza traumatizzante ma con la consapevolezza che le accuse rivoltemi non abbiano fondamento nè il benchè minimo riscontro. Le imprese di costruzione Anemone hanno sempre operato nel rispetto della legalità. La attenta valutazione delle procedure osservate farà emergere come le opere siano state tutte eseguite con tempismo, con straordinario sacrificio e hanno raggiunto il migliore dei risultati visibili a tutti". Il G8, ricorda Anemone "è stato poi annullato per i fatti drammatici sopravvenuti ed imprevedibili", mentre "i lavori di ampliamento del Circolo sportivo sono stati realizzati sostenendone integralmente i costi, nel rispetto della procedura. La realizzazione ha contribuito in modo determinante a rendere possibile l'evento dei Mondiali di Nuoto a Roma; le Società sportive esclusivamente di proprietà mia e di mio fratello hanno dato solo lustro al mondo dello sport con la continua ricerca dell'eccellenza e tutti i numerosissimi soci e frequentatori ne sono stati e ne sono testimoni diretti quotidiani". "Continuerò a tenere fermo il convincimento - conclude Anemone - che le vicende giudiziarie debbano essere giudicate dalla competenza della Magistratura e collaborerò con i miei difensori tenacemente affinchè la verità che mi vede innocente emerga".

ARIA LIBERA - "Questa mattina sono uscito dal carcere di Rieti. Improvvisamente ad un orario imprevisto sono tornato in libero. L'aria libera dopo alcune ore di procedure, notifica di atti processuali e dichiarazioni da rendere mi ha sconvolto e reso come un automa. Poi la realtà, gli affetti più cari e le notizie". Per Diego Anemone, riacquistare la libertà dopo tre mesi di carcere è stata un'esperienza, nel bene e nel male, "sconvolgente". "Sono grato a chi mi ha consigliato di non leggere i giornali durante gli ultimi tre mesi. Mi accorgo di essere stato infamato e diffamato", dice, pur rispettando "il sacrosanto diritto all'informazione e dovere di cronaca, convinto che debbano basarsi sulle verità processuali nel rispetto della persona e della sua dignità ". "Ho vissuto un periodo molto doloroso - aggiunge Anemone - soprattutto pensando alla mia famiglia e ai miei bambini. Sono grato e ringrazio pubblicamente tutto il personale penitenziario che ha avuto garbo e umanità e mi ha alleviato i momenti più duri di questa esperienza agghiacciante".

L'USCITA DAL CARCERE - La fine della detenzione è avvenuta nel massimo della segretezza. Dopo che informazioni discordanti si erano susseguite durante tutta la giornata di sabato sull'orario sulla sua scarcerazione per evitare l'assedio dei giornalisti, Anemone ha lasciato la nuova casa circondariale di Rieti alle 6,20 di domenica mattina. Super blindata la scarcerazione (dopo tre mesi di detenzione) e testimoniata da pochi scatti Ansa: il costruttore, giubbotto e occhiali scuri e al polso un orologio con il cinturino blu elettrico, è apparso visibilmente dimagrito.

FIGURA CHIAVE - Anemone è considerato dagli inquirenti la figura chiave dell'inchiesta condotta dalla procura di Perugia sugli appalti per i cosiddetti Grandi eventi - dai mondiali di nuoto a Roma al G8 che si doveva tenera alla Maddalena, ma anche le celebrazioni per il 150/o anniversario dell'Unità d'Italia. Come lui, ha lasciato il carcere anche Mauro Della Giovampaola, uno dei funzionari pubblici che operavano all'interno della Struttura di missione relativa al vertice degli otto Grandi inizialmente programmato in Sardegna. È infatti terminata la custodia cautelare in carcere disposta per il reato di concorso in corruzione dal Gip del capoluogo umbro Paolo Micheli nei loro confronti e a carico dell'ex presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci e dell'ex sovrintendente alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis. Questi ultimi due sono però ancora detenuti perché per entrambi i pm di Firenze hanno ottenuto il processo con il rito immediato, per un'altra vicenda, l'appalto dei lavori per la scuola marescialli.

L'INCHIESTA DI FIRENZE - Proprio nel capoluogo toscano l'inchiesta era partita e il 10 febbraio del 2010 il Gip fiorentino aveva disposto gli arresti dei quattro, la "cricca" secondo una delle definizioni emerse dalle carte. Un provvedimento adottato in via d'urgenza con il contestuale trasferimento del fascicolo a Perugia per il coinvolgimento dell'ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (indagato per corruzione e favoreggiamento); tra gli indagati eccellenti anche il capo del Dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso. Secondo la ricostruzione accusatoria Anemone, anche tramite persone e società a lui riferibili o collegate, diede quelle che negli atti giudiziari sono state definite "utilità" (l'uso di telefoni cellulari e di auto, arredi per la casa ma anche il pagamento di prestazioni sessuali) a diversi funzionari pubblici per compiere atti contrari ai loro doveri d'ufficio connessi all'affidamento e alla gestione degli appalti per i Grandi eventi.

CHIESTA UNA NUOVA MISURA CAUTELARE -Una volta approdato il fascicolo a Perugia, i pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, insieme al procuratore Federico Centrone, hanno chiesto per Anemone, Balducci, De Santis e Della Giovampaola una nuova misura cautelare per corruzione. Provvedimento disposto dal Gip il 27 febbraio scorso per la durata di tre mesi e la cui efficacia è terminata oggi. L'inchiesta perugina è però in pieno svolgimento. Martedì approderà davanti al tribunale del riesame l'appello dei pm contro la decisione del Gip di non concedere gli arresti dell'architetto Angelo Zampolini, del commercialista Stefano Gazzani e dell'ex commissario dei mondiali di nuoto a Roma Claudio Rinaldi. Il giorno successivo il Gip esaminerà la richiesta della procura di commissariare le aziende del gruppo Anemone. Venerdì sarà quindi sentito come persona informata dei fatti l'ex ministro Claudio Scajola, coinvolto nell'indagine per l'acquisto di un'abitazione anche con assegni circolari dell'architetto Zampolini, che gli inquirenti sospettano siano riconducibili ad Anemone.

Redazione online

08 maggio 2010(ultima modifica: 10 maggio 2010)

2010-05-08

 

8 MAGGIO 2010

INCHIESTA G8

Bertolaso va all’attacco:

volevo l’archiviazione

Nessun appalto in Abruzzo per le imprese coinvolte nell’inchiesta sui Grandi Eventi. Guido Bertolaso si difende con veemenza dalle accuse di aver favorito la cosiddetta "cricca" e in particolare l’imprenditore Diego Anemone. Dice di non aver "mai mentito". Di avere la coscienza a posto e di voler difendere se stesso, la famiglia e la maglietta della Protezione civile che ha indosso, "screditata" anche dal film di Sabina Guzzanti.

Sarà stato per rispondere alle critiche di Annozero, che ha trasmesso un brano della discussa pellicola per la quale il ministro del Turismo Michela Brambilla si riserva di adire le vie legali per danno di immagine al Paese. Sarà perché sull’asse Firenze-Perugia continuano a rincorrersi voci di possibili ulteriori clamorosi sviluppi delle indagini. Fatto sta che - in un momento in cui il Governo è sotto pressione dopo le dimissioni di Scajola, peraltro mai nominato dal sottosegretario - arriva il giorno della Bertolaso’s version.

Berlusconi lo ha autorizzato, fa sapere quasi a stoppare subito le accuse - che poi arriveranno da esponenti di Pd e Idv - di aver usato una sede istituzionale. Nella conferenza stampa fiume il sottosegretario alla presidenza del Consiglio va nel dettaglio: data per data, intercettazione per intercettazione, atto ufficiale per atto ufficiale, ricevuta per ricevuta. "Speravo di commentare l’archiviazione o lo stralcio della mia posizione, ma purtroppo non è stato così, l’indagine va avanti e voglio chiarire alcune cose", ha esordito. E assicurata totale fiducia ai magistrati perugini, Bertolaso ha molti rilievi da fare su uso e interpretazione delle intercettazioni.

Il G8 alla Maddalena. Alla fine di settembre 2008 i progetti sono pronti e dall’originario costo ipotizzato di 300milioni si arriva quasi al doppio. Ma dopo che Michele Calvi in ottobre diventa su indicazione di Bertolaso "soggetto attuatore", si torna a 380milioni. Da alcuni colloqui captati traspare il disappunto di chi si aspettava di più. Infine, anche l’Europa ha riconosciuto la rispondenza alle normative delle procedure attuate.

Gli appalti all’Aquila. Dopo lo spostamento del G8, seguito al sisma del 6 aprile 2009, "nessuna delle imprese coinvolte in questa vicenda ha avuto appalti all’Aquila", ha sottolineato Bertolaso. "Anemone è venuto a trovarmi diverse volte, ma non ha avuto nessun affidamento". E nessuna intercettazione registra disappunto degli imprenditori per un "tradimento" di favori promessi.

I massaggi. Bertolaso fornisce le date delle sedute, una decina, con la fisioterapista Francesca, leggendo un sms da lei ricevuto, per dimostrare assenza di rapporti confidenziali. Una sola volta con la brasiliana Monica - ma sempre per massaggi - che spera possa essere presto sentita.

I rapporti con Anemone. Infine, il capo della Protezione civile ha voluto chiarire i rapporti con Anemone. La conoscenza risale a molti anni fa. A lui ha fatto eseguire lavori di falegnameria in casa per 20mila euro molti prima dei fatti contestati e la moglie di Bertolaso - architetto di giardini - ha avuto un regolare rapporto professionale con il Salaria Village nel 2007.

Gianni Santamaria

 

 

 

 

 

2010-05-06

 

6 Maggio 2010

POLITICA E GIUSTIZIA

Appalti in Sardegna indagato Verdini

L’acquisizione di documenti di due giorni fa da parte dei Carabinieri nella banca da lui presieduta, il Credito cooperativo fiorentino, era l’anticipazione della notizia confermata ieri: Denis Verdini, uno dei tre coordinatori nazionali del Pdl, è indagato dalla procura di Roma per corruzione, nell’ambito di un’inchiesta sull’assegnazione di una serie di appalti pubblici, riguardanti in particolare progetti per la diffusione dell’energia eolica in Sardegna.

L’ipotesi accusatoria è quella di corruzione in concorso con altre cinque persone, il cui coinvolgimento era già noto: si tratta dell’imprenditore Flavio Carboni (il cui nome rimbalza nelle cronache giudiziarie degli ultimi 30 anni), il costruttore Arcangelo Martino, il consigliere provinciale di Iglesias Pinello Cossu dell’Udc, il direttore generale dell’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa) della Sardegna Ignazio Farris e il geometra Pasquale Lombardi, già componente di commissioni tributarie.

Le indagini, condotte dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto Rodolfo Sabelli, s’intreccerebbero in parte con quelle sui Grandi eventi della procura di Firenze, altra vicenda giudiziaria che vede coinvolto Verdini. Il quale assicura di "non aver mai conosciuto Anemone", il costruttore ritenuto una delle figure chiave dell’inchiesta fiorentina.

E si professa "totalmente estraneo" a "ogni ipotesi di comportamenti penalmente o anche moralmente rilevanti", rispetto a quelle che definisce "una serie di notizie interessate che cercano d’infangare la sua reputazione". Il dirigente del Pdl si dice comunque determinato a "battersi fino in fondo in tutte le sedi" e "disponibile" a fornire spiegazioni ai magistrati, lamentandosi tuttavia "dell’abitudine, ormai invalsa, di sistematiche violazioni del segreto istruttorio per colpire determinati soggetti politici".

Di seguito, conversando con alcuni giornalisti a Montecitorio, Verdini usa anche termini più pesanti per descrivere "il circo mediatico" intorno a certe inchieste. Forse pensa anche al caso di Claudio Scajola. Lui, però, non ha intenzione di lasciare l’incarico al vertice del partito: "Non ho l’abitudine, non fa parte della mia mentalità e non ho necessità di farlo. Vado avanti, sono abituato a cominciare da capo tutte le settimane".

Sembra non mettere in conto, Verdini, che potrebbe essere il presidente del Consiglio a chiedergli di mollare: "Berlusconi è un uomo d grande serenità. Da vent’anni è abituato a questo massacro. In questi casi il migliore alleato è proprio lui".

Solidarietà, intanto, gli giunge da diversi esponenti del Pdl, tutti provenienti da Forza Italia. Tra questi un altro dei coordinatori, Sandro Bondi, e il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto. Il primo parla di "qualcosa di poco chiaro in questa nuova ondata d’inchieste", il secondo avverte "un clima generale assai inquietante". Per il leader dell’Idv Antonio Di Pietro, invece, "non c’è nulla di nuovo sotto al sole: la maggioranza ha la cultura dell’illegalità".

Danilo Paolini

 

 

 

 

 

6 MAGGGIO 2010

POLITICA E GIUSTIZIA

Berlusconi: "Ci attaccheranno ancora. E solo per disarcionarmi"

"Tutto è così poco chiaro, così...". Silvio Berlusconi si ferma su quella parola. Cerca lo sguardo di Denis Verdini e riprende: "... Così allarmante". Con il premier e il coordinatore c’è solo Fabrizio Cicchitto che ascolta silenzioso un atto d’accusa appena agli inizi. "Scajola... Ora te... E se ascoltassi le voci...". Il Cavaliere usa frasi brevi. Messaggi netti. "Questa nuova ondata di inchieste, tutte contro di noi, non può essere un caso". Dubbi. Sospetti. Scanditi in mille "faccia a faccia" riservati. Sussurrati, nella notte tra martedì e mercoledì, in una cena con i "suoi" senatori a Palazzo Grazioli. "Siamo solo all’inizio... Attaccheranno ancora. Proveranno ancora a colpire esponenti di governo e uomini che mi sono da sempre vicini... Lo hanno fatto e lo faranno ancora". Tutti si guardano. Si chiedono se i nomi che ha in testa il premier sono anche quelli che girano nei palazzi della politica. "C’è una congiura di un sistema esterno al governo che ha in mano delle carte". Che le usa. Le diffonde. E lo fa con un solo obiettivo: "Tentare di disarcionare l’esecutivo".

È solo uno l’argomento. Il Cavaliere ragiona a voce alta. Parla di un "gruppo quasi organizzato" che minaccia l’azione del governo. Racconta le sue impressioni. Come quella di un "dossier" aperto a rate. "Ogni mattina, aprendo i giornali, mi aspetto un nuovo capitolo", confida il Cavaliere che si chiude la bocca ed evita di fare nuovi collegamenti tra Gianfranco Fini e i nuovi attacchi giudiziari. Tace Berlusconi, ma molti nel Pdl "berlusconiano" agitano il Grande Sospetto: forse il presidente della Camera ha fatto quello che ha fatto perché sapeva con anticipo quello che sarebbe successo? Tutti parlano con tutti. Tutti riflettono sulla prossima mossa di Fini e un ministro di serie A avverte: se ci dovesse essere un altro Scajola Fini lascia il Pdl dicendo "scappo da questo partito di ladri".

Il quadro è nero. Congiura? Complotto? Gasparri e Quagliariello, tornano sulla cena delle rivelazioni e provano a fare chiarezza: "Non si è mai parlato di nulla di simile", ripetono in una nota. Ma il tema è quello e il chiarimento arriva tardi. Fini e Bossi hanno già stoppato il Cavaliere che però continua a dire di non vederci chiaro. Parla di "vicende giudiziarie nebulose".

E azzarda un parallelo che il portavoce Daniele Capezzone ufficializza: "Il 25 aprile del 2009, con Silvio Berlusconi applaudito ad Onna e al vertice di consenso e di popolarità, qualcuno fece scattare la catena del gossip e una campagna mediatica durata mesi, poi svanita nel nulla. Quest’anno, dopo la vittoria alle regionali si ritenta una operazione diversa negli strumenti ma convergente nell’obiettivo politico". Ecco, tutto in quattro settimane. "Un piccolo diluvio di attacchi esterni...". Berlusconi sottoscrive anche la chiosa del portavoce: "E il caso Scajola rischia di essere una tappa di un percorso più ampio, un ingranaggio di una macchina che ha obiettivi più ambiziosi: colpire complessivamente l’azione della maggioranza, mettere tra parentesi il voto degli italiani".

Arturo Celletti

 

 

 

 

 

2010-05-05

5 Maggio 2010

POLITICA E GIUSTIZIA

Appalti in Sardegna, Verdini

indagato per corruzione

Il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini è indagato per corruzione dalla procura di Roma nell'ambito di un'inchiesta su un presunto comitato d'affari che avrebbe gestito l'assegnazione di una serie d'appalti in Sardegna. Lo hanno detto oggi fonti giudiziarie. Per Verdini, già indagato a Firenze in un'indagine per l'assegnazione degli appalti nelle Grandi Opere, viene ipotizzato il reato di corruzione, lo stesso che i pm romani Rodolfo Sabelli e Ilaria Calò contestatno ad altre quattro persone; l'imprenditore sardo Flavio Carboni, Ignazio Farris, consigliere per l'Arpa della Sardegna, il costruttore Arcangelo Martino, il consigliere provinciale di Iglesias Pinello Cossu e il magistrato tributario Pasquale Lombardo.

Nei giorni scorsi è stata perquisita la sede del Credito Cooperativo di Firenze, di cui Verdini è presidente, per verificare la destinazione finale di un giro di assegni di cui si sospetta la provenienza illecita.

4 Maggio 2010

L'INCHIESTA SUL G8

Scajola si fa da parte

Interim a Berlusconi

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto nel pomeriggio al Quirinale il Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, che gli ha sottoposto per la firma il decreto con il quale si accettano le dimissioni dell'onorevole Claudio Scajola da Ministro dello sviluppo economico e si affida l'interim del dicastero allo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri.

L'ULTIMO GIORNO

L’autobus che torna al capolinea sosta davanti al ministero per lo Sviluppo economico di prima mattina. Claudio Scajola sa bene di non poter attendere oltre e sa anche che – alla seconda esperienza di dimissioni in corso d’opera – questo potrebbe essere il viaggio senza ritorno sulla scena politica. A fianco ha i suoi due figli Lucia e Piercarlo, arrivati con lui nella sede di via Veneto. Il ministro, tirato in ballo nelle indagini di Perugia sugli appalti per le Grandi opere per l’acquisto di un appartamento con vista sul Colosseo, ma per ora non indagato, appare visibilmente scosso. Qualche telefonata, qualche lacrima che non trattiene, ma ormai è pronto ad affrontare le telecamere. Le opposizioni lo vorrebbero in aula, per vederci chiaro in una vicenda intricata. Scajola va oltre e presenta le dimissioni.

"Per difendermi non posso continuare a fare il ministro", esordisce. La svolta appare necessaria: da giorni "sto vivendo una situazione di grande sofferenza. Sono al centro di una campagna mediatica e non sono indagato". Una situazione imbarazzante, che ha suscitato le proteste dell’opposizione, ma pure malumori nella maggioranza.

Il ministro ha sentito il gelo intorno, in queste ore. Non ci sta e a sera, da Porta a porta,si difende: "Sarebbe illogico e oltretutto una cosa assolutamente cretina, oltre che volgarmente tremenda" aver compiuto gli atti contestatigli, spiega. "Se la cosa è avvenuta, non lo so, sarà avvenuta prima, sarà avvenuta dopo, ma certamente non con me e con il notaio".

Scajola si tiene completamente fuori dalla vicenda. "Se ho una colpa – dice – è quella di essere stato troppo superficiale".

E a distanza di sei anni da quel rogito, "ho difficoltà a ricostruire tutta la vicenda" . Ovvero, "non so se Zampolini ci fosse o meno; quello che so lo sto leggendo dai giornali e da quello che ricordo. C’erano il notaio le sorelle e altre persone, parlano anche di un funzionario di banca, può darsi". Il ministro ripercorre la linea delle accuse rimbalzate sui giornali e le ricostruzioni che lo vogliono coinvolto nell’acquisto illecito dell’appartamento nel cuore della Capitale: "Se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri, senza saperne io il motivo e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per annullare il contratto".

Ma al punto in cui sono le cose, il ministro sa di doversi dimettere, per consentire "all’esecutivo di poter andare avanti". Il lavoro fin qui fatto soddisfa il ministro, che traccia un rapido bilancio. Scajola spiega le sue mosse e saluta in fretta. Ormai restano solo le formalità burocratiche. La lettera che in serata arriverà al Quirinale e la telefonata al presidente Napolitano. Ma ci tiene a chiarirsi ancora una volta a quattr’occhi con il premier.

Berlusconi lo difende, ma solo a dimissioni avvenute, secondo il ministro, che avrebbe sperato in qualcosa di più. "Il ministro Scajola – dice il premier – ha assunto una decisione sofferta e dolorosa, che conferma la sua sensibilità istituzionale e il suo alto senso dello Stato". Le dimissioni serviranno per "poter dimostrare la sua totale estraneità ai fatti, e fare chiarezza su quanto gli viene attribuito".

Roberta D’Angelo

 

 

 

 

 

2010-05-04

 

4 Maggio 2010

APPALTI G8

Inchiesta Grandi Opere

Il ministro Scajola si dimette

Claudio Scajola si è dimesso da ministro dello Sviluppo economico, dopo le notizie sull'acquisto dell'appartamento al Colosseo. Una decisione sofferta, ha spiegato il ministro durante la conferenza stampa: "devo difendermi. E per difendermi, non posso più continuare a fare il Ministro". "Sono certo - ha proseguito - che le mie dimissioni permetteranno al governo di andare avanti con il lavoro che anche io ho contribuito a fare in questi due anni".

"Non potrei mai abitare in una casa comprata con i soldi di altri", ha affermato. Per la prima volta in dieci giorni, Scajola ha però preso in considerazione l'ipotesi che gli assegni che gli vengono contestati siano effettivamente stati versati: "Se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto e l'interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per l'annullamento del contratto", ha affermato. Il procuratore di Perugia, Federico Centrone, ha confermato che al momento Scajola non è indagato e che sarà ascoltato come persona informata dei fatti.

Il ministro ha riferito di aver ricevuto attestati di stima da Berlusconi, dai ministri e dalla sua maggioranza. La maggioranza ha solidarizzato, mentre l'opposizione ha accolto con soddisfazione le dimissioni. E già circolano nomi di possibili successori del ministro, da Paolo Romani a

Giancarlo Galan.

Dal Pdl il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto ha ribadito la solidarietà a Scajola ed ha tuonato contro il fenomeno delle "sentenze anticipate" che "ha rappresentato uno degli elementi più inquietanti della vicenda italiana". Stessa linea da parte della maggioranza Pdl, che parla anche di "gogna mediatica".

Dalla Lega toni più pacati, con il capogruppo al Senato Federico Bricolo che parla di "dimissioni volontarie" che bloccheranno le "inutili e dannose strumentalizzazioni politiche di questi giorni".

Di dimissioni "inevitabili" parla il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, che le ritiene anche "uno scossone per la maggioranza". "Mi pare che le cose che Scajola ha detto fin qui non sono convincenti per nessuno. Mi auguro questo verminaio di appalti venga scavato fino in fondo perchè questa vicenda francamente intollerabile". Bersani, che si è detto "sconcertato" per quanto emerso, ha parlato di "uno scossone piuttosto forte in una fase di impasse politica della maggioranza. Siamo tra la palude delle decisioni del governo e il rischio di precipitare della situazione politica. È un

passaggio complicato, la situazione si sta facendo complicata e paludosa". E Dario Franceschini, capogruppo Pd alla Camera, ha anche polemizzato con Idv che ha presentato ieri la mozione di sfiducia: "La gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Se ci fosse stata la mozione difficilmente oggi ci sarebbero state le dimissioni".

Ma Idv esulta, anche se ritiene le dimissioni "tradive". Esse sono comunque "una vittoria delle opposizioni ed una lezione per la Casta: nessuno è intoccabile". Ora, chiede il capogruppo alla Camera Massimo Donadi "governo e Parlamento non possono far finta di niente, è indispensabile

portare in Aula al più presto il Ddl Anticorruzione".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2010-04-30

29 Aprile 2010

CAMERA

Pdl, Bocchino si dimette

Stavolta la decisione è irrevocabile

Nuova lettera di dimissioni di Italo Bocchino al gruppo parlamentare, stavolta però "definitive", dalla carica di vicepresidente del gruppo del Pdl. È quanto ha annunciato il gruppo per sms a tutti i deputati che erano impegnati nella seduta d'aula. Alcuni finiani interpellati al riguardo hanno assicurato che le dimissioni del vicario sono "irrevocabili".

Pertanto è stata annullata l'assemblea del gruppo parlamentare prevista per oggi, che aveva come oggetto la sua lettera di dimissioni e quella successiva di revoca.

 

 

 

 

29 APRILE 2010

ROMA

Lavoro, il ddl passa alla Camera

Primo giro di boa per il collegato lavoro che taglia il traguardo di Montecitorio passando così al Senato. Un provvedimento 'riccò di capitoli delicati come quello dell'arbitrato secondo equità su cui si è soffermato, fra gli altri, anche il Capo dello Stato nel messaggio di rinvio.

Il nuovo testo presenta, quindi, modifiche significative solo alle parti citate dal Presidente della Repubblica: la norma sui danni da amianto per i lavoratori a bordo del naviglio di Stato che ora dà loro certezza di risarcimento; la norma sull'arbitrato che introduce nuovi paletti volti a garantire l'effettiva volontarietà delle parti di farvi ricorso; la norma sui licenziamenti individuali che ora prevede l'obbligo di comunicazione in forma scritta e la norma sui rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che ora obbliga l'azienda a stipulare un contratto a tempo indeterminato al collaboratore che abbia vinto la causa.

Resta per il momento irrisolto il conflitto di interpretazione dell'emendamento Damiano (Pd) su cui il governo è stato battuto in Aula. Si tratta di una modifica all'articolo sull'arbitrato in base alla quale le commissioni di certificazione devono accertare l'effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le controversie già insorte (e non che eventualmente dovessero insorgere). Un participio passato che, stando all'interpretazione del Pd, significa che le parti devono dichiarare se vogliono affidarsi ad un arbitro non prima dell'insorgere di una controversia (come prevedeva il testo della Commissione), ma solo dopo. Interpretazione bocciata però da governo e maggioranza che ritengono invece ininfluente la modifica.

 

 

 

 

 

2010-04-27

27 APRILE 2010

GRUPPI PARLAMENTARI

Pdl, Bocchino: "Mi candido alla presidenza"

"Caro Fabrizio, dopo quanto accaduto in direzione nazionale credo sia opportuno favorire un

chiarimento all'interno del gruppo parlamentare anche al fine di accogliere la richiesta di mie dimissioni reiteratamente avanzata dal presidente Berlusconi attraverso te e a mezzo stampa".

Inizia così la lettera che Italo Bocchino, capogruppo vicario alla Camera del Pdl, ha scritto ieri e consegnato oggi al capogruppo Fabrizio Cicchitto, con il quale ha avuto un lungo colloquio.

"Ti comunico pertanto - si legge nella lettera - che è mia intenzione avviare il percorso che porterà alla formalizzazione di queste dimissioni nell'assemblea del gruppo, che dovremo convocare per eleggere i nuovi vertici. Il regolamento, infatti lega il destino del presidente al vicario (simul stabunt simul cadent) ed è inevitabile il ricorso all'assemblea, cosa assai utile anche per favorire l'espressione democratica dei colleghi deputati e per dare la possibilità alla minoranza di contare le proprie forze".

"Prima di convocare congiuntamente l'assemblea del gruppo - aggiunge Bocchino - ti prego di favorire un mio incontro con il presidente Berlusconi anche alla presenza del coordinatore Verdini affinchè si possa dare vita ad un chiarimento politico che faciliti il difficile percorso che il gruppo dovrà fare".

"Visto il rapporto che ci lega - conclude - ho il dovere di comunicarti che all'assemblea del gruppo presenterò la mia candidatura a presidente contrapposta alla tua o a quella di altri. Ciò non per distanza politica o personale da te, ma per consentire alla minoranza di esercitare il suo ruolo, di verificare le sue forze e conseguentemente di rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso".

Cicchitto. "Ho preso atto della lettera di dimissioni", ha detto il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, precisando che "è evidente" che il problema delle dimissioni deve essere esaminato anche dal gruppo dirigente del partito. L'associazione di Italo Bocchino vicina a Fini, Generazione Italia, ha intanto annunciato che sono 400 gli amministratori locali che hanno aderito alla campagna "io sto con Fini".

 

 

 

 

2010-04-25

24 Aprile 2010

MILANO

Resistenza, Napolitano: far uscire l'Italia

dalle contrapposizioni indiscriminate

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intervenendo in occasione del 65esimo anniversario della Liberazione, ha auspicato uno sforzo collettivo per far uscire l'Italia da una spirale di contrapposizioni indiscriminate e per il superamento degli "steccati" e delle polemiche quotidiane.

"La complessità dei problemi che si sono venuti accumulando nei decenni dell'Italia repubblicana - talvolta per eredità di un più lontano passato - esige un grande sforzo collettivo, una comune assunzione di responsabilità. Questa esigenza non può essere respinta, quello sforzo non può essere rifiutato come se si trattasse di rimuovere ogni conflitto sociale e politico, di mortificare la naturale dialettica in particolare tra forze di maggioranza e forze di opposizione", ha detto il capo dello Stato nel suo discorso al teatro La Scala, dopo aver ricordato - commuovendosi - l'attività partigiana dell'ex presidente della Repubblica Sandro Pertini.

"Si tratta invece di uscire da una spirale di contrapposizioni indiscriminate, che blocca il riconoscimento di temi e impegni di più alto interesse nazionale tali da richiedere una limpida e mirata convergenza tra forze, destinate a restare distinte in una democrazia dell'alternanza", ha continuato, interrotto di tanto in tanto dagli scroscianti applausi della platea, nella quale sedevano anche il premier Silvio Berlusconi e il sindaco di Milano Letizia Moratti.

"All'auspicabile crearsi di questo nuovo clima, può contribuire non poco il diffondersi tra gli italiani di un più forte senso dell'identità di unità nazionale. Così ritengo giusto che si concepisca anche la celebrazione di anniversari come quello della Liberazione, al di là degli steccati e delle quotidiane polemiche che segnano il terreno della politica", ha proseguito.

Napolitano ha aggiunto che "le condizioni sono ormai mature per sbarazzare il campo dalle divisioni e incomprensioni a lungo protrattesi sulla scelta e sul valore della Resistenza per ritrovarci in una comune consapevolezza storica della sua eredità più condivisa e duratura. Vedo in ciò una premessa importante di quel libero e lungimirante confronto e di quello sforzo di raccoglimento unitario di cui ha bisogno il Paese".

 

 

 

 

2010-04-24

24 APRILE 2010

CRISI NEL PDL

Bossi alza la voce:

"A rischio l’alleanza"

Non bastava Gianfranco Fini ad agitare i sonni di Silvio Berlusconi. Ci ha pensato pure Umberto Bossi, leader della Lega Nord, che preoccupato per quanto successo nel Popolo della libertà, ha attaccato sulla Padania (senza poi smentire) Fini (accusato di essere "rancoroso e invidioso della Lega" e "da cacciare dal Pdl") ed ha avvisato con decisione il premier sui tempi dell’agenda politica, avanzando, in caso di forti ritardi, anche l’ipotesi "crisi" e quella più funebre di un "esecutivo che se ne va a casa".

Il Cavaliere, preoccupato per la sortita leghista, a margine del Consiglio dei ministri di ieri mattina ha voluto subito rassicurare sulla road map delle riforme e del federalismo il triumvirato del Carroccio: Bossi, Calderoli e Maroni. E in serata lo stesso Bossi ha ridimensionato in parte la portata delle sue uscite. "Andremo avanti", ha detto. Acqua sul fuoco anche dal ministro degli Esteri Franco Frattini. "La provocazione del ministro Bossi serve a fare più in fretta, non a far cadere il governo – ha precisato Frattini –. Dopo aver approvato la legge deroga sul federalismo fiscale non possiamo avere gruppetti e gruppuscoli all’interno del Parlamento che la boicottano. Il federalismo fiscale va approvato subito".

Ma sul tema del federalismo, elemento centrale del programma di governo siglato prima delle elezioni del 2008, la Lega Nord non intende sentir ragioni. Anche perché, si vocifera nel quartier generale milanese del Carroccio in via Bellerio, non è affatto piaciuto il documento conclusivo della direzione nazionale del Pdl. Nel testo infatti non c’era nessun richiamo al federalismo, sul quale Fini ha attaccato duramente. "Siamo subalterni alla Lega, il federalismo danneggia il Meridione" è stato in sintesi il pensiero dell’ex leader di Alleanza nazionale. E c’è anche chi, come il sindaco di Verona Flavio Tosi, teme imboscate in aula, con richieste di "voto segreto" e apparizioni magiche di "franchi tiratori".

"Io sono per la mediazione ma la gente del Nord no, ha perso la pazienza", ha detto Umberto Bossi, che da un lato si ritaglia il ruolo di mediatore, ma nel contempo avverte Berlusconi: "Il federalismo resta la via, ma bisogna farlo subito". Anche perché già ieri sulla <+corsivo>Padania<+tondo> lo stesso Bossi ha paventato il rischio di una fine della alleanza Pdl-Lega in caso di ritardi. Insomma, c’è da stare attenti.

Taglia corto Bossi quando gli si chiede se abbia voluto dar fuoco alle polveri, se abbia deciso di cavalcare il fermento manifestato dal popolo leghista, che da due giorni ai microfoni aperti di Radio Padania non risparmia bordate durissime a Fini e anche delusione e perplessità nei confronti di Berlusconi, oltre al timore per la sorte delle riforme. Dice il Senatur: "Niente benzina sul fuoco, però ma noi vogliamo fare le riforme, i miei vogliono le riforme e io devo interpretare le richieste della base, della gente che è stufa".

È questo l’avviso, se così si può chiamare, che lancia il leader del Carroccio al premier. Non parla più di crisi di governo nell’immediato, ma preme con forza sul Pdl, dicendo in pratica che "non è il caso di tirare troppo la corda con noi", perché sennò si va casa..

Davide Re

 

 

 

24 APRILE 2010

LA CRISI NEL PDL

Berlusconi e Fini s’ignorano: indifferenza dopo la tempesta

Nel primo giorno da separati in casa, dopo la lite in cui sono volati (verbalmente) i piatti, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini si ignorano bellamente. Il primo si è concesso a telecamere e macchine fotografiche, ma non ai giornalisti, nel cortile di Palazzo Chigi, provando un nuovo modello di automobile russa. Una battuta, salendo a bordo: "C’è un meraviglioso predellino, ma – ha detto il presidente del Consiglio, riferendosi alla fondazione del Pdl certe cose non si ripetono". E quando i cronisti hanno provato a chiedergli come stava, sperando di tirargli fuori commenti sul duro scontro in direzione, ha risposto placidamente: "Si lavora, si lavora sempre troppo...".

Il secondo ha rivestito i panni di presidente della Camera ed è andato a parlare a un corso di formazione a Firenze. Anche da parte di Fini nessun riferimento alla giornata di giovedì. Ma solo una lunga lezione sulle riforme istituzionali, durante la quale, però, ha ribadito i suoi punti di vista che coincidono poco o nulla con quelli del Cavaliere. Ovvero: opzione preferenziale per il ritorno al collegio uninominale, quando Berlusconi ha fatto sapere che la legge elettorale non si tocca. Ancora, il capitolo dell’immigrazione, con qualche indiretta stoccata alla Lega: "I problemi relativi a questo tema se affrontati in modo un po’ provinciale, da volantino, in modo un po’ propagandistico non portano molto lontano. E questo perché si tratta di questioni destinate a cambiare il volto delle nostre società occidentali". O, ancora, l’appello a fare riforme condivise, lodando esplicitamente il premier per averne parlato: "Se vogliamo trovare il bandolo della matassa invece che contrapporre i modelli, dobbiamo bandire la tentazione di fare riforme che siano convenienti da una parte e non gradite all’altra".

Ma il silenzio pubblico dei due leader copre un intenso lavorio politico e il reciproco risentimento che continua a covare sotto la cenere. Berlusconi ha ricevuto a Palazzo Chigi il sindaco di Roma Gianni Alemanno, ex An schierato con la maggioranza del Pdl, che si è comunque offerto per un ruolo di mediazione. E ha incaricato i suoi di sondare le intenzioni dell’Udc, i cui voti alle Camere potrebbero, in caso di defezione dei finiani, diventare preziosi per approvare provvedimenti del governo. Fini è rimasto in stretto contatto con i suoi, in vista delle prossime decisioni.

L’impressione è che entrambi i due leader aspettino che sia l’altro, magari facendo un passo falso, a decretare la rottura definitiva. Il documento approvato dal Pdl tollera che ci sia una minoranza interna. Ma fa intendere chiaramente che non si accetteranno voti difformi in Parlamento. Per questo è stata, al momento, congelata la raccolta di firme per sfiduciare Italo Bocchino, fedelissimo dell’ex presidente di An, dall’incarico di vicecapogruppo alla Camera.

Tra i due fronti contrapposti non mancano scaramucce. Il berlusconiano Giro definisce il discorso del presidente della Camera "distruttivo, lacerante e nichilista". Il finiano Bocchino "stizzita e non prevista" la replica di Berlusconi. E interviene di nuovo il presidente del Senato Renato Schifani, stavolta per spargere a piene mani parole di conciliazione: "Mi auguro che dopo la tempesta arrivi la quiete, perché il Paese ha bisogno di un clima meno teso e meno conflittuale".

Giovanni Grasso

 

 

 

 

23 Aprile 2010

DECRETO INCENTIVI

La Lega: test d'italiano agli stranieri

che vogliono aprire un negozio

Gli extracomunitari che vogliano aprire un negozio devono prima aver superato un esame di italiano: è quanto chiede la Lega, attraverso un emendamento al decreto legge incentivi, affidando alle Regioni il potere di introdurre i nuovi paletti. "Le Regioni – si legge nella proposta a firma della deputata leghista Silvana Comaroli – possono stabilire che l'autorizzazione all'esercizio dell'attività di commercio al

dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente qualora sia un cittadino extracomunitario di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della

lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati".

La proposta ha sollevato immediatamente molte polemiche. "A sentire molti degli esponenti del Carroccio che vanno in, tv un corso d'italiano con relativo esame sarebbe utile proprio a tanti di loro", commenta ironico il senatore del Pd, Roberto Di Giovan Paolo, che aggiunge. Sulla stessa lunghezza d'onda il portavoce nazionale dell'Italia dei valori, Leoluca Orlando: "L'emendamento conferma la deriva d'intolleranza dell'attuale maggioranza, fortemente condizionata dalla "cultura" della Lega".

Un altro emendamento al decreto legge, presentato in Commissione dal capogruppo della Lega Maurizio Fugatti, prevede che se per conseguenza delle misure per gli incentivi messe in campo dal governo le aziende si trovassero a dover fare nuove assunzioni, esse sarebbero "obbligate ad assumere prioritariamente personale con cittadinanza di uno degli Stati appartenenti all'Unione europea". Un ulteriore emendamento della Lega, sempre a firma di Maurizio Fugatti, prevede che i bonus stanziati dal decreto legge siano concessi "alle aziende che si impegnano a non delocalizzare al di fuori dei Paesi membri dello Spazio economico europeo la produzione dei beni per i quali sono previsti gli incentivi".

 

 

 

 

 

 

2010-04-21

 

21 Aprile 2010

LA CRISI NEL PDL

"Berlusconi ora

accetti il dissenso"

Il Pdl "deve essere libero e non può essere il partito nato dal predellino". Gianfranco Fini si ritaglia uno spazio di iniziativa dentro e fuori il Popolo delle libertà. Fa la conta dei fedelissimi e prenota una contro-relazione per domani, alla direzione del Pdl allargata ai gruppi parlamentari che si terrà nell’auditorium della Conciliazione, dal nome vagamente beneaugurante.

Doveva essere, ieri, il giorno del varo della sua corrente e invece ne nascono due. Con Fini 14 senatori (nessuna new entry, smentisce l’adesione l’ex forzista Enrico Musso) e 39 deputati. Sono in 54, per la precisione i parlamentari che aderiscono all’appello di Fini nella blindatissima sala Tatarella (a proposito, chissà con chi si sarebbe schierato l’ideologo di Alleanza nazionale), ma qualcuno – come Manlio Contento e Carla Castellani – prende la parola solo per spiegare perché non firmerà. In compenso qualcun altro (come Nicola Cristaldi) fa sapere che la sua firma ci sarà, anche se non era presente. Da Strasburgo si schierano con Fini 5 eurodeputati, fra cui la Muscardini e la Angelilli. Ma intanto vanno alla conta anche i suoi ex colonnelli, i La Russa, i Gasparri, i Matteoli, che imbarcano anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno (fin qui spesosi nel ruolo di mediatore) e il ministro Giorgia Meloni (oltre all’ex ministro Landolfi e il sottosegretario Mantovano) e alla fine di firme ne contano 74: 41 deputati e di 33 senatori, per la precisione. Propongono, come mossa distensiva, un "congresso entro l’anno, per superare le quote interne". Congresso che auspica anche Fini, ma per la ragione opposta, per rimarcare meglio le distanze.

Praticamente Fini si ritrova ad essere minoranza, prima che nel Pdl, nella sua stessa componente di ex An, ma questo forse lo aveva messo nel conto. Quel che non immaginava, semmai, è che gli ex amici andassero a caccia di firme proprio in contemporanea. E a poco vale che lui stesso, e con lui il fido Italo Bocchino dicano – curiosamente all’unisono con Alemanno – che quelle firme non sono "contro". "Anzi in cuore loro sono con me", si lascia sfuggire Fini con la Velina rossa. Ma se non contro di lui – verrebbe da dire – sono certamente per Berlusconi, e di questi tempi il risultato non cambia di molto.

Ma che al suo fianco non ci sia più An, Fini lo sa. Sa, certo, che quelli che restano sarebbero sufficienti a fare gruppo sia alla Camera che al Senato, ma sa anche (e alcuni interventi lo rimarcano chiaramente) che i numeri diventerebbero più esigui proprio, paradossalmente, con la prospettiva reale di andare da soli: "La fase del 70 a 30 è finita. Mi auguro che Berlusconi accetti che esista un dissenso interno nel Pdl", si limita allora a dire ai suoi riuniti. "Nessuna scissione – e nemmeno gruppi autonomi –, no al voto anticipato, ma ora confronto costruttivo", certifica il documento, attento a misurare le parole per non perdere altri pezzi per strada al momento della firma. Ma Fini resta determinato a marcare le differenze, ogni qual volta ce ne sarà – di nuovo – bisogno. E ne dà un anticipo su Roberto Saviano, argomento che subito, appena trapela, apre nuove polemiche: "Come è possibile dire che con il suo libro ha incrementato la Camorra? Come si fa a essere d’accordo?", dice Fini.

"Ci sono momenti in cui bisogna guardarsi allo specchio, e io l’ho fatto", spiega ancora. "Ma non ho voglia né di togliere il disturbo, né di stare zitto". Assicura che quello che pone è un problema politico, "non di organigrammi". Niente contro GiulioTremonti, assicura ("Senza di lui saremmo come in Grecia"), e neppure contro la Lega, "alleato strategico ma che non può essere dominus". Resta tuttavia la sensazione che lo scontro sia solo rinviato. Forse già a domani, in direzione.

Angelo Picariello

 

 

 

 

 

2010-04-17

 

17 Aprile 2010

LA CRISI NEL PDLO

Fini, Berlusconi rilancia:

"Nuovo gruppo è scissione"

"Ho cercato di capirlo, di assecondarlo, di convincerlo... Ma è lui a voler fare i gruppi separati, è lui a voler andare per quella strada...". Silvio Berlusconi parla, restando in piedi, davanti all’ufficio di presidenza riunito d’urgenza a Palazzo Grazioli. C’è silenzio. Attesa. "... Se fosse davvero così, se Fini non capisse, la rottura sarebbe definitiva e nessuno scenario potrebbe essere escluso. Nemmeno il voto che è un’eventualità assolutamente da scongiurare". Il Cavaliere racconta l’ultimo "faccia a faccia" con Fini in maniera quasi asettica. Senza aggettivi. Senza considerazioni personali. Poi ascolta silenzioso gli interventi che si accavallano. Sono ore di riflessione. Ore per decidere una strada e renderla ufficiale. Più tardi, quando manca una manciata di minuti alle 20, il premier, davanti alle telecamere, invita l’ex capo di An a fermarsi.

"...Abbiamo approvato all’unanimità un documento nel quale invitiamo Fini a desistere" dal costituire gruppi parlamentari autonomi. "...A fermarsi per continuare insieme la grande avventura del Pdl in cui si ritrovano gli italiani che non stanno con la sinistra". È un segnale, ma non è una mano tesa. Berlusconi non concede molto. Anzi non concede quasi nulla. Perchè vuole un chiarimento vero, profondo, definitivo. Perchè – ripete nelle conversazioni più private – "non è possibile ritrovarsi tra due settimane punto a capo... Io devo solo pensare a governare". E allora, prima scandisce l’avvertimento: "Se fa i gruppi è scissione". Poi assicura: "Il governo andrebbe comunque avanti lo stesso". Uno dopo l’altro, Berlusconi usa le domande che si accavallano nell’inattesa conferenza stampa per fissare i punti fermi su cui Fini sarà costretto a riflettere. Uno su tutti. Il ruolo di presidente della Camera è compatibile con quello di capo di un gruppo parlamentare? Berlusconi scuote la testa: "No, francamente no".

I toni ultimativi si alternano a segnali distensivi. "Credo che verranno superate le incomprensioni", ripete il premier che va avanti così: "Continuiamo ma senza far vedere posizioni che facciano pensare ad un partito" litigioso quando invece, "il Pdl è coeso e democratico". Già, democratico. Perchè ora si terrà un ufficio di presidenza ogni quindici giorni, una direzione nazionale ogni due mesi e il prossimo congresso entro un anno. E l’appiattimento sulla Lega denunciato da fini? Berlusconi non ci sta: "Con la Lega abbiamo un’alleanza robusta, solida e stabile... La Lega è portatrice di esigenze talvolta del Nord ma non c’è mai stato in Cdm un solo argomento di distanza con il Pdl". A tarda sera le telecamere sono spente e c’è solo spazio per i ragionamenti privati. "Fini mi ha chiesto di togliere Gasparri da capogruppo al Senato. Ma Gasparri è stato eletto dai senatori, non lo posso certamente togliere. Questa è democrazia", racconta sottovoce il Cavaliere che va avanti e si sfoga: "La verità è che Fini da un anno e mezzo dice sempre cose opposte a quelle che dico io e poi c’è la Bongiorno che in Commissione Giustizia alla Camera crea sempre problemi". Insomma la tensione c’è ancora e il premier pretende una svolta: "Questo stillicidio deve finire. O si trova un accordo oppure ognuno va per la propria strada... Perchè deve finire questa storia di mostrare divisioni che invece non ci sono... Perchè è ora di voltare definitivamente pagina".

Arturo Celletti

 

 

2010-04-16

16 Aprile 2010

ALLEANZA IN BILICO

Bossi: possibili elezioni

se le cose non vanno a posto

"Quale scenario? Se le cose non si rimettono a posto ci sono le elezioni": lo ha detto Umberto Bossi, rispondendo alla domanda su quali possano essere gli scenari possibili nel caso non si ricomponga la frattura tra Berlusconi e Fini.

Vertice Pdl. È cominciato da qualche minuto a Palazzo Grazioli l'ufficio di presidenza del Pdl, convocato per ascoltare "comunicazioni urgenti" del presidente Silvio Berlusconi. "Questa legislatura è nata dal Pdl che Berlusconi ha proposto per realizzare un bipartitismo pieno. Se si spacca il Pdl, penso che sia estremamente difficile proseguire la legislatura". Lo dice ai cronisti, arrivando a Palazzo Grazioli, il ministro per l'Attuazione di programma di governo Gianfranco Rotondi, che aggiunge. "Spero di no, stiamo lavorando perchè non avvenga. I nostri elettori - rimarca il ministro Rotondi - si aspettano che il governo porti a termine il programma presentato agli elettori e si aspettano che il Pdl aiuti il governo a completare la legislatura".

Per Rotondi "questa scissione andrebbe contro non la volontà di Berlusconi ma dei cittadini italiani". Quanto alla posizione del presidente della Camera Gianfranco Fini, Rotondi spiega: "Non do giudizi, dico però che bisogna lavorare tutti insieme per rispettare il programma di governo. Un programma - conclude Rotondi - che è pure la ragione sociale del mio ministero".

"La situazione è critica, ma bisogna ricomporre l'unità del Pdl. No accetto l'idea di scissione , il Pdl è appena nato, deve trovare tempi e modi per strutturarsi trovando l'equilibrio tra le diverse posizioni". Lo dice il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ai cronisti, arrivando a Palazzo Grazioli. A chi gli chiede del ruolo di "pontiere", in questo momento fra le parti, Alemanno replica: "Mi sono autoincaricato di questo ruolo.Spero che già da questo ufficio di presidenza - conclude il sindaco di Roma - possa venir fuori un canale di dialogo per risolvere i problemi aperti".

 

 

 

 

 

 

16 Aprile 2010

RETROSCENA

Schifani: se ci dividiamo si torna alle urne

Il premier: è così, non mi farò mai ricattare

"Leggo in queste ore della costituzione di eventuali gruppi diversi dal Pdl. E io ritengo che quando una maggioranza si divide al proprio interno non resta che ridare la parola agli elettori". È Renato Schifani ad agitare il fantasma delle elezioni anticipate. È lui, il presidente del Senato, a disegnare la prospettiva che ha in testa il presidente del Consiglio. Voto, avverte l’inquilino di Palazzo Madama, perché "quando una maggioranza eletta sulla base di un programma elettorale condiviso si divide al proprio interno" questa è l’unica strada possibile. Voto, perché davanti a uno strappo come quello minacciato da Fini, "non resta che ridare la parola agli elettori e ripresentarsi a questi con nuovi progetti ed eventualmente nuove alleanze".

Sono ore complicate. Ore di tensione. I tg rilanciano il messaggio di Schifani; Berlusconi, a quell’ora, passa da una telefonata all’altra. È a Palazzo Grazioli e con lui c’è lo stato maggiore del Pdl. Il premier cammina avanti e ripercorre il "faccia a faccia" con Fini. Poi riflette e si interroga: "Mi ha ripetuto di escludere il voto... Vuole fare un gruppo e pensa di condizionarmi... Ma questo non sarà possibile, io non mi faccio ricattare". Su una scrivania nella residenza-ufficio di via del Plebiscito ci sono le ultime agenzie di stampa. Su una c’è una dichiarazione di Italo Bocchino, il vero braccio destro di Fini. Poche righe per replicare a Schifani. Per chiarire che "a Costituzione attualmente vigente in Italia si va alle elezioni anticipate soltanto in caso di assenza di una maggioranza". Poche righe per inviare a Palazzo Grazioli e anche a Palazzo Madama il messaggio che conta: "E vale la pena ribadire che nessun parlamentare vicino al presidente Fini farà mai mancare la fiducia al governo Berlusconi in base al mandato ricevuto dagli elettori".

Berlusconi legge e riflette ancora. Poi, mentre una smorfia di fastidio gli attraversa il volto, scandisce un messaggio che Fabrizio Cicchitto fa suo e rilancia sulle agenzie di stampa: "Le parole del presidente Schifani costituiscono un ammonimento che va preso sul serio, molto sul serio: mettono in evidenza i rischi insiti nella situazione, che non può essere affrontata con leggerezza o con motivazioni puramente tattiche o contrattualistiche e che poi, alla fine, può sfuggire di controllo". Oramai è una sfida dura. Anche nelle dichiarazioni. "La minaccia di elezioni anticipate è un’arma spuntata", ripete Bocchino che si chiede come "Berlusconi possa andare al Quirinale, dare le dimissioni, essere rinviato alle Camere, non farsi votare dai suoi parlamentari e come fa a pensare che possa esserci una maggioranza diversa...". Quei pensieri sono gli stessi del Cavaliere che solo oggi farà capire la prossima mossa. E nella notte confessa solo amarezza e sconcerto: "Le scelte di Fini sono incomprensibili... Solo incomprensibili".

Arturo Celletti

 

 

 

 

 

16 Aprile 2010

L'escalation tra Berlusconi-Fini e l'asse Lega-Pdl

Sull'orlo del riequilibrio (o forse di un'inattesa rottura)

Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sono arrivati all’orlo della rottura irreparabile, se è vero – come pare – che il presidente della Camera ha parlato nell’incontro con il premier della "secessione" dei suoi sostenitori dai gruppi parlamentari del Popolo della libertà, ricevendo come risposta la richiesta di dimettersi dalla sua carica. Successivamente si è cercato di gettare acqua sul fuoco da ambo le parti, Fini ha ribadito il diritto di Berlusconi di portare a termine la legislatura e l’esigenza di rafforzare, non di distruggere, il partito che è stato fondato dalla coppia degli odierni antagonisti, Berlusconi ha negato di aver chiesto a Fini di lasciare la poltrona più alta di Montecitorio.

Comunque vada a finire, è chiaro che la navigazione nell’ultima fase della legislatura, che appariva abbastanza tranquilla dopo l’esito delle elezioni regionali e amministrative, ritorna in acque assai agitate.

Fini considera troppo stretto e in un certo senso subalterno il rapporto di Berlusconi con Umberto Bossi e intende esercitare nel partito una funzione determinante, anche e soprattutto sui temi della riforma istituzionale. Berlusconi sostiene che la discussione deve comunque avere come premessa l’accettazione, da parte di chi resta in minoranza nel Pdl, delle scelte che hanno ottenuto la maggioranza, il che confina i sostenitori di Fini in una condizione di inferiorità strutturale. L’ipotesi della costituzione di gruppi parlamentari autonomi sarebbe la conseguenza più traumatica di questa impasse attualmente insolubile. Berlusconi, a quanto trapela, si sarebbe dato un paio di giorni di tempo per fornire una risposta definitiva alle richieste del cofondatore del Popolo della libertà e, probabilmente, attende anche di conoscere la dimensione che assumerebbe l’eventuale secessione prima di prendere qualunque decisione. Altrettanto probabilmente, il presidente del Consiglio cercherà anche di convincere Bossi dell’esigenza di lasciare uno spazio sufficiente perché le esigenze politiche di Fini e dei suoi sostenitori incidano in qualche modo nelle scelte concrete della maggioranza. Il leader leghista è interessato alla continuazione di una legislatura che è nella condizione di portare a compimento la trasformazione federale del sistema fiscale e, forse, di quello istituzionale, e potrebbe quindi accettare una mediazione di Berlusconi, che in questo modo confermerebbe il suo ruolo di leader e punto di equilibrio della coalizione.

Non si può neanche escludere, però, che le tensioni accumulate per mesi finiscano per mettere in moto un processo di rottura inarrestabile, con conseguenze difficili da valutare anche sul piano della stabilità del governo e della continuità della legislatura. Il presidente del Senato ha sostenuto che, in caso di rottura della maggioranza, l’unica risposta sarebbe il ricorso anticipato alle urne, e questo ammonimento fin troppo realistico potrebbe diventare il copione di una imprevista crisi politica dagli effetti dirompenti.

Sergio Soave

 

 

2010-04-15

15 Aprile 2010

VERTICE TESO

Fini incontra Berlusconi

C'è aria di rottura

L'incontro di oggi fra il presidente della Camera Gianfranco Fini ed il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è stato "tumultuoso" e Fini si sarebbe detto pronto alla rottura se il Cavaliere non mostra di essere autonomo rispetto a Bossi. È quanto riferisce una fonte vicina alla componente di An nel Pdl. "Fini chiede a Berlusconi di scegliere in modo chiaro se continuare a costruire il Pdl con lui o se preferirgli invece il rapporto con Umberto Bossi", dice la fonte.

Secondo la fonte "non siamo alla rottura, ma dipenderà da cosa succederà nelle prossime ore".

Da quel che è trapelato Fini si sarebbe detto pronto a propri gruppi parlamentari autonomi, cosa che secondo Berlusconi equivarrebbe a uscire dal Pdl. Probabile una riflessione di qualche giorno prima della decisione definitiva.

 

 

 

15 Aprile 2010

LA LINEA DELLA LEGA

La sfida di Bossi: le banche

del Nord ai nostri uomini

La Lega straripa. Cabina di regia sulle riforme, sindaco di Milano nel 2011 e ora anche Palazzo Chigi, nel 2013. E soprattutto, banche del Nord. È un fiume in piena - giusto un Po - Umberto Bossi. Che sceglie, non a caso, l’insolita location di Montecitorio per lanciare i suoi segnali. Segnali evidentemente destinati al Palazzo, più che al suo popolo: "È chiaro che le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice "prendete le banche" e noi lo faremo", avverte con il suo solito periodare che non conosce perifrasi. Lo fa, paradossalmente, nell’unico giorno in cui - a memoria - accetta di rinunciare a una posizione che era saldamente sua, come il ministero dell’Agricoltura. Rivelatosi una gallina dalle uova d’oro, in termini di consensi, nel settore agricolo. Un mondo che il senatur non ha alcuna voglia di abbandonare, e un dicastero che ora anche Giancarlo Galan guarda con più interesse rispetto a qualche mese fa, e infatti ha scelto di accettare.

"Un primo ministro leghista nel 2013? Vedremo, tutto è possibile. Abbiamo dimostrato che tutto è possibile", è l’altro affondo di Bossi. Solo un segnale. Per ora, almeno: "La Lega ha già tante poltrone e non ce ne interessa una in più", frena. Se ne parlerà a tempo debito, insomma. Nel frattempo ci sono le riforme da fare subito. Segnali, più diretti, allora, il senatur li lancia su questo, di fatto rivendicando, nuovamente, la cabina di regia. "La legge elettorale non si tocca", replica indirettamente a Gianfranco Fini, sposando in pieno la linea di Berlusconi. "Perché bisogna cambiare la legge elettorale? Va così bene questa! La gente ha dimostrato di non voler tornare a votare dopo due settimane", tuona Bossi. E rilancia: "Si tratta di togliere il doppio turno anche alle comunali". Il capo della Lega e il presidente della Camera parlano due lingue diverse. Uno degli argomenti usati da Fini, infatti, è sull’introduzione del Senato federale, che sembra richiedere un sistema meno "centralista" dell’attuale.

Ma proprio sul Senato federale Bossi ne ha anche per il presidente del Senato Renato Schifani: "Non ha detto che non vuole il Senato federale. Ha detto che il Senato non deve diventare una Camera di seconda serie e non lo diventerà". E quanto all’obiettivo di realizzarle in maniera condivisa, che lo stesso Schifani rilancia (dopo che anche Fini aveva preso in considerazione, invece, l’ipotesi di farle a maggioranza) Bossi conferma la <+corsivo>road map <+tondo>già indicata da Berlusconi: "Si parte dal Consiglio dei ministri, che approva una legge, poi si vedono le modifiche che porta la sinistra". Ma resta il nodo vero, sullo sfondo: se l’opposizione, a quel punto, presenterà un contro-progetto, fino a che punto Bossi sarà disposto a spingersi nella trattativa con la minoranza parlamentare, pur di evitare il referendum?

E c’è una doccia gelata anche per Berlusconi. Dal Pdl avevano ipotizzato una federazione, con la Lega. "No, la Lega sta da sola", avverte Bossi.

Angelo Picariello

 

 

 

 

REPUBBLICA

per l'articolo completo vai al sito Internet

http://www.repubblica.it

2010-07-26

Fidi, immobili e triangolazioni

Così è nato il tesoro di Verdini

I membri degli organi di vigilanza del Credito cooperativo composti da uomini legati al coordinatore del Pdl. Al centro dell'attenzione della Finanza i finanziamenti al gruppo Fusi e "Giornale della Toscana" di WALTER GALBIATI

Fidi, immobili e triangolazioni Così è nato il tesoro di Verdini Denis Verdini

MILANO - Ha ricevuto garanzie dal Mediocredito e possiede conti, titoli e garanzie presso Banca Intesa. Ha effettuato operazioni extraconto con Unicredit, ha aperto e chiuso rapporti con la Banca di Lodi e il Banco di Napoli e non ha disdegnato di avere titoli e obbligazioni in deposito alla Cassa di Risparmio di Firenze. Sono ancora attivi i suoi conti correnti presso Webank e la Banca Nazionale del Lavoro, mentre in passato ha ricevuto finanziamenti da Deutsche Bank. Una certa preferenza è andata al Monte dei Paschi di Siena con la quale ha registrato rapporti per garanzie, cassette di sicurezza, carte e conti correnti. Qualche passaggio lo ha fatto anche alla Popolare di Milano, alla Banca di credito cooperativo di Reggello, alla Aureo gestioni e altro, ma niente a che vedere con i 60 rapporti aperti con il Credito cooperativo fiorentino.

E non è difficile capire perché Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, e oggi indagato per corruzione a Firenze (per l'appalto della Scuola marescialli), a Roma (l'indagine sull'eolico) e a L'Aquila (gli appalti della ricostruzione post-terremoto ottenuti dal "Consorzio Federico II") abbia scelto come sua banca di fiducia la banca di cui è presidente. Lì non solo ha una normale operatività in conti correnti, deposito titoli, risparmi, carte di credito e di debito, ma ha anche un considerevole numero di garanzie, crediti, operazioni extraconto e altro per un totale di 60 rapporti. Sui quali ora sta indagando il Nucleo di polizia valutaria di Roma.

Del resto Verdini è il padre padrone del Credito cooperativo fiorentino. Lui è l'indiscusso presidente dal 1990 e il vertice della banca è praticamente in mano sua. Il vicepresidente vicario non è altri che il suo avvocato, Marco Rocchi, e due dei quattro consiglieri di amministrazione sono a libro paga nelle sue aziende: Enrico Luca Biagiotti è consigliere della Società Toscana di Edizioni ed è l'amministratore unico della Nuova editoriale, le società attraverso le quali Verdini controlla Il giornale della Toscana, mentre Fabrizio Nucci è addirittura socio di Verdini della Nuova Toscana Editrice (di cui è socio anche Massimo Parisi braccio destro di Verdini e parlamentare del Pdl). Chi poi deve controllare, il collegio sindacale, non brilla certo per indipendenza. Il presidente è l'avvocato "storico" di Verdini, Antonio Marotti, mentre gli altri due sindaci sono uno, Luciano Belli, socio della moglie di Verdini in Edicity, l'altro, Gianluca Lucarelli, presidente del collegio sindacale della stessa società.

La mancanza di controllo all'interno del Credito cooperativo è diventata palese proprio nei rapporti con la Società Toscana di Edizioni (Ste), alla quale la banca ha concesso un fido superiore al 10% del proprio patrimonio (che a fine 2009 era di 56 milioni di euro). L'operazione, ritenuta sospetta dalle Fiamme gialle, avviene nel 2005, quando la Ste versa in base a un contratto preliminare 2,6 milioni di euro a Verdini e a Parisi per l'acquisto di quote di una nuova società, la Nuova toscana editrice. Sulla carta, la Ste si sarebbe procurata la provvista attraverso una plusvalenza di 2,6 milioni, ottenuta vendendo alcuni immobili proprio alla Edicity, la società di proprietà della moglie di Verdini e in cui siedono gli stessi sindaci della banca. In realtà gli investigatori stanno analizzando una serie di versamenti in contanti.

Il giro di immobili e di contratti "tutto in famiglia" della Ste è simile alle compravendite ritenute "fasulle" dagli inquirenti fiorentini che hanno analizzato i finanziamenti concessi dal Credito cooperativo a un altro gruppo amico, la società di costruzioni Btp di Riccardo Fusi, al centro dell'inchiesta per l'appalto da 200 milioni di euro per la Scuola dei Marescialli. Il Credito concedeva prestiti a Fusi (fino a 10 milioni di euro) su preliminari di compravendite immobiliari che poi non venivano mai chiusi. Fusi è finito sul registro degli indagati con il direttore generale del Credito cooperativo, Piero Italo Biagini. E forse non era nemmeno un caso che la segretaria di Fusi, Monica Manescalchi fosse nel collegio dei probiviri della banca.

La mancanza di controllo trova piena corrispondenza nel bilancio, dove alla voce "rapporti con parti correlate" non vi è nemmeno l'ombra di quanto avveniva tra le società di Verdini e la banca. Solo di recente la Banca d'Italia ha avviato un'ispezione sul Credito cooperativo, sebbene già nel '98 non erano mancate le prime avvisaglie, quando una prima ispezione era terminata con una multa da un milione di euro per ritardi nella iscrizione tra gli incagli di crediti andati a male. Ora ce ne sarebbe abbastanza per chiedere un commissariamento, anche perché, secondo l'accusa, sui conti del Credito cooperativo sarebbero stati resi liquidi parte degli assegni versati da Flavio Carboni, il faccendiere regista della P3, a Verdini per gli appalti in Sardegna nel settore eolico. Di quel milione, una tranche da 230 mila euro si è trasformata in denaro sonante a luglio 2009 presso la filiale del Credito Cooperativo di Campi Bisenzio, dove Antonella Pau, la convivente di Carboni, ha portato 23 assegni circolari da 10mila euro. Tra novembre e dicembre, ne sono arrivati altri otto da 12.499 euro. Importi non casuali, ma tali da non superare i limiti della normativa antiriciclaggio. Dopo i 12.500 euro scatta infatti la segnalazione. Nessuno obbligo quindi, ma nessuno in banca si è nemmeno insospettito di quei versamenti e prelievi, per cifre imponenti e con valori vicini ai limiti di legge. E non si può neppure dire che siano cifre insignificanti per una banca che nel 2009 ha riportato un utile di 240mila euro a fronte di 400 milioni di impieghi.

(26 luglio 2010)

 

 

 

 

 

* Sei in:

* Repubblica /

* Cronaca /

* Concussione e corruzione arrestati …

* +

* -

* Commenta

* Stampa

* Mail

* Condividi

* Delicious

* Facebook

* OKNOtizie

* Google Buzz

* Twitter

IL BLITZ

Concussione e corruzione

arrestati giudici e avvocati a Roma

Quattro dei cinque i fermi sono componenti di una stessa famiglia. I due avvocati avrebbero dato o promesso denaro al giudice Dionesalvi se questi avesse ritardato o non eseguito alcune transazioni immobiliari

Concussione e corruzione arrestati giudici e avvocati a Roma

ROMA - Un ex imprenditore edile, sua moglie e i due figli, entrambi avvocati, tutti residenti a Roma: sono quattro dei cinque arrestati dai carabinieri nelle ultime ore al termine di un'indagine che ha portato anche all'arresto di un giudice della Capitale.

Accusati di corruzione, concussione e altri reati, i cinque sono stati arrestati grazie a un'operazione condotta dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della procura di Perugia. Gli atti d'indagine erano già stati vagliati dal procuratore di Roma, Giovanni Ferrara, che poi li ha poi trasmessi per competenza al capoluogo umbro.

I primi sospetti sono scaturiti da una denuncia dell'avvocatura generale dello Stato riguardo alcuni rapporti sospetti tra il ministero della Difesa e la ditta dell'imprenditore arrestato. Il magistrato arrestato si chiama Giovanni Dionesalvi ed è un giudice onorario che lavora presso il Tribunale civile. Gli altri fermi sono l'imprenditore Giampaolo Mascia, i suoi figli Vittorio e Gianmarco, entrambi avvocati, e la loro madre Piera Balconi.

Tutti sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. In particolare, i due avvocati avrebbero dato o promesso denaro al giudice Dionesalvi se questi avesse ritardato o non eseguito alcune transazioni immobiliari.

(26 luglio 2010)

 

 

 

 

2010-07-22

Inchiesta su falsi invalidi a Cosenza

Tredici medici agli arresti domiciliari

Anche il sindaco di San Fili coinvolto nell'operazione che riguarda funzionari e impiegati del distretto sanitario di Rende. Un sistema che forniva falsi certificati di invalidità e di malattia. Inoltre timbravano i cartellini dei colleghi assenti

Inchiesta su falsi invalidi a Cosenza Tredici medici agli arresti domiciliari Ottorino Zuccarelli, medico e sindaco di San Fili (Cosenza) coinvolto nell'inchiesta

COSENZA - Invalidità riconosciute senza porre alcuna domande ai pazienti sulle patologie documentate, visite fantasma, patologie concordate a tavolino con l'interessato, visite fiscali mai effettuate. Questi sono alcuni degli episodi scoperti nell'inchiesta su un giro di falsi invalidi civili che ha portato a 49 i provvedimenti cautelari emessi dalla Procura della Repubblica di Cosenza. Tredici ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari e 36 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria riguardano medici, funzionari e impiegati amministrativi del distretto di Rende dell'Azienda sanitaria provinciale di Cosenza. Il reato contestato nell'inchiesta che riguarda circa 150 persone è il falso ideologico in atto pubblico.

In particolare sono tredici i medici arrestati, cui è stato concesso il beneficio dei domiciliari, tra cui il sindaco di San Fili (Cosenza), Ottorino Zuccarelli del Pd. Tra le persone nei confronti delle quali è stato disposto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria c'è poi il presidente del Consiglio comunale di Cosenza, Pietro Filippo, anche lui del Pd, e l'ex coordinatore provinciale di Cosenza del Pdl, Sergio Bartoletti. Anche loro sono indagati in quanto medici. L'Azienda sanitaria provinciale di Cosenza ha annunciato che si costituirà parte civile.

L'operazione, denominata "Ippocrate", è coordinata dalla procura della Repubblica del tribunale di Cosenza e fa seguito ad un'analoga operazione denominata "All included". L'inchiesta è scaturita da un'indagine condotta per quasi due anni dalla sezione di Cosenza nord della polizia stradale che aveva rilevato, nel corso di alcuni controlli, irregolarità in merito al riconoscimento dell'invalidità civile a decine di persone. Dall'attività investigativa è emerso che il riconoscimento delle false invalidità avveniva attraverso l'intervento autonomo dei medici, con la complicità di funzionari e impiegati del distretto sanitario di Rende, senza che venisse investita la competente commissione collegiale.

Le indagini inoltre hanno messo in luce come alcuni medici, incaricati dell'esecuzione di visite fiscali per conto degli enti pubblici nei confronti dei dipendenti assenti per malattia, si accordavano con i presunti ammalati interessati sulle modalità di compilazione del referto medico legale da inviare alle amministrazioni di appartenenza, attestavano falsamente di aver eseguito i dovuti controlli ambulatoriali e domiciliari e provvedevano anche a far sottoscrivere agli interessati, in bianco, ulteriori referti medici e legali, da utilizzare per eventuali successivi controlli fiscali, in modo da evitare agli interessati anche di doversi recare presso la struttura sanitaria per apporre la sottoscrizione sui relativi verbali.

E ancora, gli indagati sistematicamente facevano figurare la propria presenza in ufficio facendo timbrare i cartellini marcatempo da una sola persona. In pratica un paio di impiegati timbravano per tutti gli altri, portando con sé i cartellini di decine di colleghi. Il tutto è documentato in una serie di video girati con telecamere nascoste. Anche nelle visite mediche per il rinnovo della patente di guida alcuni medici rilasciavano certificati di idoneità psico-fisica senza eseguire nei confronti degli interessati nessuna visita medica. L'inchiesta di oggi, è stato chiarito in conferenza stampa, non si ferma e presto ci saranno nuovi sviluppi.

Al momento sono dieci le persone poste agli arresti domiciliari. Oltre a Ottorino Zuccarelli, il rpovvedimento riguarda Ercole Vilotta, Giuseppe Soloperto, Vita Cupertino, Paolo Iuele, Vincenzo Cappuccio, Mario Vetere, Patrizia Fucilla, Francesco Vena e Alfredo D'Alessandro. Tre le ordinanze di custodia cautelare che non sono state ancora eseguite.

Ventidue, al momento, gli obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria che sono state notificate e riguardano Francesco Totera, Maria Antonietta Baldino, Carmine Bartoletti, Sergio Bartoletti, Valentina Battendieri, Anna Maria Conforti, Marcello De Bartolo, Iolanda De Rago, Paola Ferri, Pietro Filippo, Ernesta Pellicanò, Mercedes Anna Principe, Francesco Ruffolo, Elgisa Sabino, Caterina Stancati, Rosetta Tavernese, Olivia Fallico, Dolorata Nicoletti, Teresa Licastro, Rosa Rovella, Giuseppe De Munno e Luigi Pulice. Gli obblighi di presentazione che non sono stati ancora notificati sono 14.

(22 luglio 2010)

 

 

 

CRIMINALITA'

Maxi blitz contro i Casalesi

puntavano appalti post terremoto

Sei arrestati per associazione a delinquere di stampo mafioso, tra cui quattro funzionari di banca. Operavano anche nel Lazio e in Toscana. Sotto sequestro 21 società, 118 immobili e altri beni e valori, per un ammontare complessivo di 100 milioni di euro

Maxi blitz contro i Casalesi puntavano appalti post terremoto

ROMA - La camorra tentava di infiltrarsi negli appalti per la ricostruzione dopo il terremoto dell'Aquila: è uno degli elementi centrali dell'indagine che questa mattina ha portato all'arresto di sei affiliati al clan dei Casalesi e a sequestri di beni per 100 milioni di euro. L'operazione "Untouchable" ha consentito di monitorare "in diretta" le infiltrazioni della camorra nelle commesse per la ricostruzione dell'Aquila dopo il devastante sisma del 6 aprile 2009. Sono stati intercettati i colloqui telefonici con i quali gli arrestati disponevano l'invio del denaro necessario a finanziare le imprese costituite, per conto loro, nel capoluogo abruzzese, con l'intenzione di aggiudicarsi i lavori per la ricostruzione.

L'organizzazione, formata anche da imprenditori e funzionari di banca, ha pure cercato di inserirsi negli appalti per i lavori sull'autostrada A3: gli imprenditori versavano nella casse del clan una sorta di canone fisso per gli affari che riuscivano a procacciarsi, anche spendendo il nome dei malavitosi per incutere timore. Tra gli arrestati c'è anche Tullio Iorio, il cui nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere il figlio del boss Francesco Schiavone, Nicola.

Le indagini sono durate quasi due anni e hanno permesso di accertare come il Clan dei Casalesi, proprio attraverso il controllo del settore dell'edilizia, avesse ormai esteso la propria sfera di operatività anche fuori dalla regione Campania, accumulando un patrimonio mobiliare e immobiliare di rilievo.

Coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, il blitz è stato effettuato da 500 uomini della Guradia di Finanza, sulla base di un'inchiesta sviluppata grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Sono state molto utili anche le intercettazioni di conversazioni in cui gli imprenditori locali venivano minacciati o si accordavano con gli altri per l'organizzazione; l'attendibilità di queste registrazioni telefoniche è stata verificata con accertamenti bancari dal Nucleo Polizia Tributaria di Roma. I gruppi imprenditoriali "Untouchable" ai quali il clan faceva affidamento, agivano spesso tramite prestanome e con il supporto, almeno dalla prima metà degli anni '90, degli esponenti di vertice delle varie ramificazioni territoriali dei Casalesi.

Sui sei arrestati grava l'accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso e tutti, fanno sapere i finanzieri del GICO del Nucleo Polizia Tributaria di Roma, sono ''espressioni economiche'' del clan, operano nel Casertano e hanno esteso la loro attività anche in altre regioni d'Italia e in particolare nel Lazio, in Abruzzo e in Toscana. Complessivamente sono state denunciate 54 persone, considerate responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, favoreggiamento, intestazione fittizia di beni ed esercizio abusivo di attività finanziaria.

In tutto, finora, sono stati sequestrati 118 beni immobili, tra i quali due lussuose ville a Casal di Principe; 21 aziende, tra le quali una società aquilana operante nella ricostruzione post sismica; 33 autoveicoli, tra cui auto di lusso quali Ferrari, Daimler Chrysler e Audi Q7; quote societarie per un valore nominale pari a circa 600.000 euro; numerosi rapporti bancari, finanziari e assicurativi, riferibili al sodalizio, tuttora in fase di individuazione, per un valore complessivo di 100 milioni di euro. Contestualmente, sono state eseguite circa 80 perquisizioni locali presso i luoghi nella disponibilità degli indagati.

Le indagini hanno anche consentito di smascherare quattro funzi